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domenica 26 febbraio 2012

Cerchio/botte

“La Chiesa conceda la comunione ai divorziati risposati”

I divorziati risposati hanno diritto alla Comunione?
I DIVORZIATI RISPOSATI HANNO DIRITTO ALLA COMUNIONE?

A lanciare l’appello è un teologo tedesco. “Nelle Scritture come nella prassi non c’è un motivo che ostacoli questo passo”

GIACOMO GALEAZZIROMA
«I divorziati risposati hanno diritto alla comunione». Al seminario organizzato a Salisburgo dell’Azione cattolica austriaca il teologo tedesco Eberhard Schockenhoff, docente di Teologia morale presso l’Università di Friburgo, ha lanciato un appello per una «rivalutazione teologica» dei divorziati risposati e un nuovo modo di interagire con essi da parte della Chiesa. Secondo Schockenhoff, riferisce l’agenzia cattolica Adista, la Chiesa deve sottolineare la propria disponibilità alla riconciliazione nello spirito delle fonti bibliche e della prassi della Chiesa primitiva, distaccandosi da un atteggiamento di «condanna morale» che provoca negli interessati «un sentimento di dolorosa esclusione».

 Che la comunione ai divorziati risposati sia una questione aperta è lo stesso Benedetto XVI ad ammetterlo. Ne ha parlato in un colloquio con i preti della diocesi di Aosta il 25 luglio 2005 e, più ufficialmente, nel discorso al tribunale della Rota Romana del 28 gennaio 2006. Entrambe le volte il Pontefice ha esortato ad «approfondire» un caso specifico: l’eventuale nullità di un matrimonio ecclesiastico celebrato senza fede, per coloro che passati a una seconda convivenza tornano alla pratica cristiana e chiedono la comunione.


Schockenhoff negli ultimi anni si è occupato molto del problema tanto da dedicare ad esso un libro il cui titolo è stato ripreso come tema della giornata di studio: «Opportunità di riconciliazione? La Chiesa e i divorziati risposati». Inoltre, «i separati, i divorziati e coloro che si sono risposati non stanno ai margini della Chiesa, ma appartengono ad essa come molti altri cristiani manchevoli o che hanno sbagliato»,  La sua, specifica Adista, è una proposta radicale: la Chiesa può e deve concedere la comunione ai divorziati risposati.


In primo luogo, si tratta di un’«emergenza pastorale»: il numero di questi cattolici, attualmente esclusi dalla vita sacramentale, va aumentando e la problematica legata alla loro partecipazione alla vita ecclesiale non può essere ulteriormente rimandata.


In secondo luogo, non c’è nessun motivo che ostacoli questo passo, tanto nelle Scritture quanto nella prassi della Chiesa delle origini. Il riferimento alle parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio davanti a Dio, afferma il teologo, non può essere semplicemente equiparato ad una norma canonica, mentre nel vangelo di Matteo e Marco e nei testi di san Paolo vi sarebbero «tendenze controcorrente» e «circostanze eccezionali» nelle quali il divorzio poteva essere tollerato. E se l’indissolubilità del matrimonio resta «l’unico metro di giudizio valido», questo però non significa, argomenta Schockenhoff, che da un punto di vista biblico non possano esserci «situazioni di emergenza» in deroga a questo standard.


Questa «flessibilità nel rigore» ha caratterizzato anche la prassi dei primi secoli della Chiesa. Posizioni simili erano state espresse, evidenzia il teologo tedesco, da Joseph Ratzinger che, in un saggio del 1972, scrisse che al di sotto o all’interno del magistero classico «c’è sempre stata, nella pastorale concreta, una prassi più elastica che non è mai stata considerata del tutto conforme alla vera fede della Chiesa, ma che non è mai stata assolutamente esclusa»; un’ammissione regolata ai sacramenti delle persone interessate, affermava Ratzinger, «è pienamente in linea con la tradizione della Chiesa».


A favore dell’ammissione ai sacramenti, sostiene Schockenhoff, parla inoltre il fatto che anche in una nuova unione civile possono essere presenti «tutti gli elementi che, secondo la Chiesa, sono costitutivi del matrimonio»: la fedeltà, la volontà di dedizione totale al partner, l’apertura ai figli, ecc. Di conseguenza, un secondo matrimonio non riconosciuto dal diritto canonico potrebbe non essere più considerato un non-matrimonio o un concubinato. Anche il discorso corrente di un «adulterio continuo» o di «stato di peccato grave» è, alla luce di queste considerazioni, «totalmente inaccettabile». Da questa rivalutazione teologica di un nuovo matrimonio civile, ha ancora affermato il teologo di Friburgo, deriva «in modo vincolante il fatto che i divorziati risposati non siano esclusi dalla comunione permanentemente o fino alla morte del proprio primo partner»; «in segno di rispetto per il giudizio di coscienza formulato dalle persone interessate» la Chiesa deve quindi invitare i divorziati risposati a partecipare alla vita comunitaria e alla comunione eucaristica. Solo così, infatti, essa può offrire un’autentica «opportunità di riconciliazione».


Un passo del genere, «pronunciato dalla chiesa pubblicamente», rappresenterebbe la correzione di una «deriva catastrofica»: quella, cioè, di una chiesa spietata e disinteressata a questa categoria di persone. Nel 2006 la Facoltà Teologica di Milano ha proposto che i divorziati risposati siano ammessi all’eucaristia senza che rinuncino ai rapporti sessuali. La “via” proposta presuppone sia la permanente validità del precedente matrimonio sia la continuità piena della seconda convivenza, inclusi i rapporti sessuali. Ed è quest’ultima la vera novità della proposta. Le regole attualmente in vigore, infatti, consentono la comunione solo a chi, pur continuando a convivere con una persona diversa da quella validamente sposata, rinuncia ai rapporti sessuali. Una proposta che non intende introdurre un’eccezione all’indissolubiliutà del matrimonio, ma una «saggia prassi ecclesiastica» verso coloro che si presentano in situazione di irregolarità al ministro ordinato della Chiesa per chiedere i sacramenti.

Benedetto XVI: “Il matrimonio è l’unico luogo degno per fare figli”

Il papa e i partecipanti al convegno sull'infertilità
IL PAPA E I PARTECIPANTI AL CONVEGNO SULL'INFERTILITÀ

Lo ha detto il Papa nel discorso rivolto ai partecipanti all'assemblea plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, dedicata proprio al tema dell'infertilità

ALESSANDRO SPECIALECITTÀ DEL VATICANO

È un problema sempre più diffuso, soprattutto in Occidente; eppure,l’infertilità riceve meno attenzione da parte dei media rispetto ad altre questioni legate alla sessualità e la ricerca scientifica nel campo rischia di essere dominata soprattutto dalla “logica del profitto”.

Sono questi i motivi che hanno portato la Pontificia Accademia per la Vita a dedicare la sua Assemblea Plenaria di quest’anno proprio al tema della “Diagnosi e terapia del’infertilità”.

Un tema, ha detto questa mattina papa Benedetto XVI ricevendo in udienza i partecipanti, che permette di mettere in luce le possibilità di collaborazione reciproca tra la Chiesa e la ricerca scientifica, purché condotta “rigorosamente” e “tenendo sempre presente l’aspetto morale”.

Nel suo discorso, papa Ratzinger ha sottolineato come la “ricerca di una diagnosi e di una terapia” per l’infertilità di coppia sia non solo “l’approccio scientificamente più corretto alla questione” ma anche quello “maggiormente rispettoso dell’umanità integrale dei soggetti coinvolti”.

E questo malgrado siano in molti a ritenere “desuete” le ricerche in questo campo di fronte al “fascino della tecnologia della fecondazione artificiale”.

Per il papa, le “legittime aspirazioni genitoriali della coppia” devono trovare, “con l’aiuto della scienza, una risposta che rispetti pienamente la loro dignità di persone e di sposi”.

Infatti, ha ricordato, “l’unione dell’uomo e della donna in quella comunità di amore e di vita che è il matrimonio, costituisce l’unico ‘luogo’ degno per la chiamata all’esistenza di un nuovo essere umano, che è sempre un dono”.

Ma anche coloro che, malgrado le cure, non riescono ad avere figli non devono scoraggiarsi: la loro “vocazione matrimoniale” non viene frustrata dall’insuccesso, perché la “vocazione all’amore è vocazione al dono di sé e questa è una possibilità che nessuna condizione organica può impedire”.

Ma Benedetto XVI ha messo anche in guardia dai rischi di una scienza che, nel “campo dell’infertilità e della procreazione umana”, sembra dominata dallo “scientismo” e dalla “logica del profitto” che finiscono per “limitare” in molte aree la stessa ricerca.

Per questo, il pontefice ha esortato gli scienziati, arrivati a Roma da Europa, Canada, Stati Uniti e  America Latina su invito dell’Accademia per la Vita, a lavorare con “onestà intellettuale” - in nome di una scienza “che mantiene desto il suo spirito di ricerca della verità” - ma anche con “umiltà” e “precisione” in contesti in cui, a volte, “la dimensione della verità risulta offuscata”.

Non cedete mai alla tentazione di trattare il bene delle persone riducendolo ad un mero problema tecnico! – ha ammonito -. L’indifferenza della coscienza nei confronti del vero e del bene rappresenta una pericolosa minaccia per  un autentico progresso scientifico”.

Intervistato dalla Radio Vaticana, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Ignacio Carrasco de Paula, ha spiegato che la scelta di approfondire le cause e le cure dell’infertilità vuole offrire un “aiuto” alle persone, a fronte del “dilagare del ricorso ad altre procedure che senz’altro sono meno efficaci e anche più costose”.

“Abbiamo ricevuto tante richieste di persone che ci dicono: ‘Vorremmo avere un figlio, ma non ce la facciamo e la fecondazione in vitro non ci va e non siamo d’accordo. Cosa possiamo fare?’”, ha raccontato.

Per il presule, c’è un “gap culturale” che fa sì che molte nuove scoperte scientifiche sull'infertilità siano rimaste in secondo piano per la centralità assunta dalla questione della fecondazione. Molto da fare, ha aggiunto, c’è anche nel campo della prevenzione, “perché una causa importante dell’infertilità è il diffondersi di certi modi di comportamento” come il tabagismo e l’alcool.

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