ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 17 febbraio 2012

Metamorfosi del clero

Per una scelta che potrà apparire giusta o sbagliata, in questo sito non si affrontano mai questioni direttamente collegate all’attualità. Oggi, seppure a modo nostro, facciamo uno strappo alla regola: riproponendo alcuni passaggi da un vecchio intervento di Ivan Illich, sulle cause e gli effetti del processo di “burocratizzazione” del cattolicesimo. Diagnosi lucidissima, soprattutto per i tempi in cui venne scritta (e prognosi saggiamente riservata).


di Ivan Illich
«La Chiesa romana, che vuole essere il segno della presenza di Cristo nel mondo, è diventata la più grande amministrazione non governativa del pianeta (…). Alcuni cattolici vi trovano un motivo di fierezza. Altri si rendono conto che la crescente complessità della sua amministrazione minaccia la sua vitalità e la sua capacità di rivelare Dio agli uomini.
Lo sforzo per rendere la Chiesa più moderna e efficiente è parallelo a un decadimento della disciplina. Più la Chiesa diventa un’impresa organizzata e moderna e più sembra essere abbandonata dal suo personale a tempo pieno.
Alcuni reagiscono con dolore, angoscia, paura, davanti a questa crisi. Altri lavorano eroicamente e si sacrificano per scongiurarla, altri ancora, con dispiacere o con soddisfazione, interpretano il disordine disciplinare come un segno della scomparsa della stessa Chiesa romana (…).
La Chiesa post-conciliare segue l’esempio di alcune chiese protestanti, trasferendo numerosi ecclesiastici dal lavoro parrocchiale alle funzioni di scribacchini nell’“apostolato burocratico”. Ci si chiede di pregare Dio perché mandi un maggior numero di impiegati negli uffici e perché ispiri ai fedeli il desiderio di pagare il conto. Non tutti sono capaci di auspicare simili “benefici”. Lo sviluppo automatico degli uffici avviene senza bisogno di assistenza divina: il Vaticano stesso ne è un esempio.
Dopo la fine del Concilio, alle dodici venerabili Congregazioni si sono affiancati numerosi organismi post-conciliari che si accavallano gli uni sugli altri: commissioni, consigli, organi consultivi, comitati, assemblee, istituti e sinodi. Questo labirinto burocratico è ingovernabile: tanto meglio. Forse potremo apprendere così che i princìpi di amministrazione delle imprese non sono applicabili al Corpo di Cristo.
Oggi la Curia romana di origine medievale assume l’aspetto di un quartier generale di pianificazione e di amministrazione di una società centralizzata, le cui succursali godono di un’autonomia ben calcolata. Ma il Vicario di Cristo, se non è un imperatore bizantino, non è nemmeno il Presidente-Direttore Generale di una società d’affari (…).
La Chiesa nel passato si sforzava di farsi riconoscere dagli Stati moderni come un altro Stato; attualmente, in modo sottile, cerca di farsi riconoscere come organizzazione internazionale di interesse pubblico, come la FAO o il Consiglio delle Chiese. Roma diventa partecipe di fondazioni filantropiche, di consigli di ricerca e della commissione internazionale atomica. La preoccupazione di dire come Chiesa la sua parola in sempre più cose, in sempre più ambienti, spinge naturalmente alla tentazione di creare sempre nuovi uffici e di riempirli di elementi docili (…).
Se la Chiesa vuole rimanere aggrappata al sistema esistente che fa del sacerdote un “professionista dell’apostolato”, il nostro problema attuale resta insoluto: quello del “prete professionale” sempre più specializzato, insoddisfatto e frustrato, e quello del cristiano che rifiuta il “ministero” per attaccamento al suo “stato laico”.
Nell’intento di affrontare questa crisi, nei prossimi anni vi sarà un pullulare di programmi di aggiornamento del clero (…). Sempre più le diocesi e le congregazioni religiose chiedono agli esperti dell’industria di insegnare loro i metodi professionalmente attuali, dalle relazioni pubbliche alle statistiche demografiche. La Chiesa diviene così una “impresa di servizi” in mezzo a tante altre. Si parte dal principio che è necessario “aggiornare” il “prodotto” del noviziato e del seminario per abilitarlo a funzionare dopo il Concilio: si parla allora un nuovo linguaggio e si celebra secondo un nuovo rito (…).
Disgraziatamente, l’espressione “formazione cristiana” abbraccia attualmente troppe realtà. Come vari altri termini usati nella Chiesa, essa ha perduto quasi ogni significato. È necessario precisarlo nuovamente, per comprendere che non è la formazione professionale in teologia che fa il prete nella sua specificità (…).
Il risultato specifico dell’educazione cristiana è il “senso della Chiesa”. L’uomo che lo possiede affonda le sue radici nell’autorità viva di questa Chiesa, vive nella fecondità creatrice della fede e parla in termini ispirati dai doni dello Spirito. Questo “senso della Chiesa” sgorga dalla lettura delle fonti cristiane, dalla partecipazione alla celebrazione liturgica, da una certa maniera di vivere.
È il frutto dell’incontro con Cristo e la misura della reale profondità della preghiera. Risulta dalla penetrazione della fede attraverso la luce dell’intelligenza, l’apertura del cuore e la sottomissione della volontà. Nella designazione di un adulto al diaconato o al sacerdozio, bisognerà esaminare se vi è in lui tale “senso”, più che fondarsi sui suoi successi in teologia o sul tempo passato fuori del mondo. Non gli domanderemo la competenza professionale per insegnare al “suo pubblico” (…).
Non si può pianificare l’avvenire della Chiesa, solo lo si può immaginare; lo si vive comunque nell’obbedienza e solo allora lo si scopre. Il mio presente è sempre il passato di qualcuno e il futuro di qualcun altro: per questo sono responsabile per la Chiesa con la risposta che darò oggi al Signore».
(Testo tratto da I. Illich, Metamorfosi del clero, in “Testimonianze” n. 101, gennaio-febbraio 1968, pp. 35-53).

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