ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 13 febbraio 2013

La rinuncia di Joseph Ratzinger


Comunicato dell'Istituto Mater Boni Consilii

La mattina di questo 11 febbraio 2013, durante il Concistoro, Benedetto XVI ha annunciato la sua "rinuncia al ministero di Vescovo di Roma, successore di San Pietro", precisando che la Sede sarà effettivamente vacante a partire dal 28 febbraio, alle ore 20.

Unica motivazione data per questa decisione: l'ingravescentem aetatem, ovverosia l'età avanzata (e non è dato sapere dell'esistenza di altri motivi).

La rinuncia al Sommo Pontificato è prevista - come possibilità - dal canone 221 del codice di diritto canonico promulgato da Benedetto XV, per cui, di per sé, una decisione di questo genere non altera la divina costituzione della Chiesa, pur ponendo delle gravissime difficoltà di ordine pratico. E' ben noto perciò che le rare rinunzie del passato avvennero in circostanze di particolare gravità nella storia della Chiesa, per cui il gesto compiuto oggi da Benedetto XVI non può essere paragonato a quelli del passato.

Si tratta invece - come lo suggeriscono le parole stesse adoperate, ingravescentem aetatem - della volontà di applicare anche all'ufficio papale quanto già il Vaticano II (col decreto Christus Dominus) e Paolo VI (Motu proprio Ecclesiae Sanctae del 6 agosto 1966; Motu proprio Ingravescentem aetatem del 21 novembre 1970) avevano deciso per i Parroci, i Vescovi e i Cardinali (dimissioni al compimento dei 75 anni; esclusione dal Conclave al compimento degli ottant'anni per i Cardinali).

Quelle decisioni conciliari e montiniane non avevano solo lo scopo pastorale dichiarato di evitare di avere pastori inabili al ministero per l'età avanzata (e quello non dichiarato di allontanare eventuali oppositori alle riforme), ma quello di trasformare - almeno di fatto e agli occhi del mondo - una sacra gerarchia in un amministrazione burocratica simile alle amministrazioni di governo dei moderni stati democratici, o ai ministeri pastorali sinodali delle sette protestanti. Oggi Joseph Ratzinger porta a compimento la riforma conciliare applicando anche alla sacra dignità del Sommo Pontificato le moderne categorie mondane e secolari di cui sopra, equiparando anche in ciò il Papato Romano all'episcopato subalterno. E' molto probabile che l'odierna decisione, infatti, diventi come moralmente obbligatoria per i successori, facendo del Papato un incarico "a tempo" e provvisorio di presidente del collegio episcopale o, perché no, del concilio ecumenico delle chiese.


All'inizio del suo "pontificato", Benedetto XVI insistette infatti sull'aspetto collegiale dell'autorità della Chiesa: il Vescovo di Roma è il presidente del collegio episcopale, un Vescovo tra i Vescovi; al termine del suo "governo", Joseph Ratzinger ha voluto presentare - come un qualsiasi vescovo conciliare - le sue dimissioni.

Ma il 19 aprile 2005, quando Joseph Ratzinger fu eletto al Sommo Pontificato dal Conclave, accettò veramente, e non solo esteriormente, l'elezione? Secondo la tesi teologica messa a punto da Padre M.L. Guérard des Lauriers o.p. (nei confronti di Paolo VI e dei suoi successori) questa accettazione non poté che essere esteriore e non reale ed efficace, in quanto l'eletto ha dimostrato di non avere avuto, né allora, né in seguito, l'intenzione oggettiva e abituale di provvedere al bene della Chiesa e di procurare la realizzazione del suo fine. Da quel giorno, Joseph Ratzinger fu sì l'eletto del conclave, ma non formalmente il Sommo Pontefice che governa la Chiesa "con" il suo Capo invisibile, Nostro Signore Gesù Cristo. Con la decisione odierna, in sintonia con la dottrina e la disciplina conciliare e col vivo sentimento antipapale ereditato in lui dal protestantesimo tedesco e dal modernismo agnostico del quale è stato e resta massimo esponente, Joseph Ratzinger ha solo reso esplicito e manifestato il suo rifiuto di governare veramente la Chiesa, e cessa così di essere - giuridicamente - non il Papa, che non è mai stato, ma l'eletto del conclave e l'occupante materiale della Sede Apostolica.

Nella già drammatica situazione della Chiesa, il gesto odierno indebolisce ancora di più la barca apostolica scossa dalla tempesta. E' vero infatti che questo gesto riconosce l'incapacità e la non volontà di Ratzinger di governare la Chiesa, ma è vero anche che porta a compimento, come detto, la disciplina conciliare di discredito della gerarchia ecclesiastica.  Solo l'elezione di un vero Successore di Pietro potrebbe porre fine a questa crisi di autorità, ma la composizione del corpo elettorale lascia presagire - a vista umana - che la notte sarà ancora più fonda, e l'alba ancora lontana. Che Dio ci assista, con l'intercessione di Maria Santissima, e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

  Verrua Savoia, 11 febbraio 2013

Pietro De Marco sulle dimissioni di Benedetto XVI

papa
La seguente nota è uscita il 12 febbraio sul supplemento fiorentino del “Corriere della Sera”.
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UNA SCOMMESSA SOPRANNATURALE
di Pietro De Marco
Nella “complexio oppositorum” cattolica, ovvero nella coerente articolazione di opposti che caratterizza la Chiesa nella sua esistenza piena (umana e divina, individuale e sociale, istituzionale e carismatica, in terra e già in cielo), è contenuta anche la potestà del vescovo di Roma, figura rappresentativa del mistero della chiesa Corpo di Cristo e persona fisica titolare di un ministero di governo universale. Ministero “razionale”, perché ordinato come ogni autentico esercizio potestativo a degli effetti, valutabili nell’ordine dei fini di quel Corpo.
Certamente, il “bene della Chiesa” non è agevole da definire; è necessario capire cosa divengano istituzione e governo quando operano, sul crinale del naturale e del sovrannaturale, per i fini ultimi, la salvezza delle anime, come ricorda ancora, nella sua capacità di dire l’essenziale, il diritto canonico.
Ora la impressionante decisione di Benedetto XVI va intesa, a mio avviso, su questo crinale. Da un lato la memoria recente di un corpo carismatico, quello di Karol Wojtyla, portatore fino all’ultimo attimo (e oltre, fino alle esequie), di una autorità e di una grazia che sovrastano in guadagno soprannaturale ogni criterio di efficienza di governo. Dall’altro la previsione razionale – come intimamente razionale è la Chiesa cattolica – di dissesti nel governo centrale, in nome e in vece del papa malato.
Wojtyla optò, in coerenza con la sua geniale azione pubblica, per la forza evangelizzante del “corpo del papa”.
Joseph Ratzinger opta, in coerenza col suo affidamento all’agire discreto e riflesso, per l’esigenza di una integrità “naturale”, per l’integrità del papa, dunque per un successore. Il rischio di far mancare alla Chiesa i doni di grazia di un governo condotto sotto il segno della estinzione di  “vigore sia del corpo sia dell’animo”, non gli appare superiore a quello, razionalmente probabile,  di mettere a repentaglio la barca di Pietro.
Così, rispetto a Wojtyla, Ratzinger adotta un altro percorso nella “complexio” cattolica, un opposto giudizio su ciò che il momento mondiale ed ecclesiale richiede.
L’interpretazione “moderna” di questo atto, di certo meditato e preparato, è legittima, ma non considera da quanti secoli il diritto della Chiesa abbia riflettuto sulla figura del pontefice. Qui appare quanto la modernità occidentale debba alla Chiesa cattolica, non viceversa.
Ma l’interpretazione “moderna” contiene anche un pericolo, più interno alla Chiesa che esterno: concepire d’ora in poi la rinuncia all’ufficio come una nuova prassi che imponga  di fatto le dimissioni al pontefice malato o di “provecta aetas”, di età troppo avanzata.
Alla libera decisione, la sola validante l’atto e che esclude pentimento, una prassi del genere sostituirebbe un vincolo, spezzando la verità cattolica del duplice opposto percorso, il carismatico e il “razionale”, e privilegiando una concezione del pontefice moderna in senso deteriore, perché subalterna ad un canone di semplice efficienza amministrativa.
Questo, si badi, è fatto per piacere a chi desidera, entro e fuori la Chiesa, declassare il primato carismatico del vescovo di Roma a circoscritta funzione, e porlo sotto il giudizio di terzi, dai medici ai curiali ai vescovi. In sé, invece, cioè nei termini obbliganti del diritto divino, il giudizio di idoneità del suo vicario è solo di Cristo.
Benedetto XVI ha voluto provvedere all’effettività del pieno esercizio del primato,  non a un suo indebolimento. E anche lui ha affidato a una superiore protezione il bene della Chiesa, con un rischio simmetrico a quello che Wojtyla volle correre.
Dopo l’annuncio delle dimissioni ho ricevuto telefonate disorientate, direi angosciate; il papa ci lascia, in una situazione del mondo e della Chiesa drammatiche, situazione in cui egli era, nella peculiarità di Ratzinger, il punto di resistenza, insostituibile. L’azione potentemente correttiva, medicinale, di mezzo secolo di erramenti, era affidata alle decisioni del papa; ora passa nelle imponderabili mani del prossimo conclave e del futuro pontefice!
La posta in gioco, per quanto attiene al giudizio umano, è enorme. Penso questo: come il sovrano rischio di Giovanni Paolo II di governare la chiesa col suo essere sofferente ha ottenuto il miracolo di papa Benedetto, così quello, altrettanto radicale, di Benedetto di riconsegnare la Chiesa e la propria missione a Cristo perché ne dia il peso ad un vicario integro, otterrà un altro pontefice alla misura della storia.
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/02/13/pietro-de-marco-sulle-dimissioni-di-benedetto-xvi/ 

Sede vacante




La notizia delle dimissioni di Benedetto XVI ci sconcerta e ci lascia senza parole. Un solo commento, lapidario: la mediocrità di questo pavido gesto chiude significativamente la mediocrità di questo pontificato. 

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