ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 18 settembre 2013

Dialoghi e carezze

SULLA DIALOGANTE CAREZZA DEL SANTO PADRE A EUGENIO SCALFARI
UNA CAREZZA DI CARTA VETRATA DEL  PADRE ARIEL S. LEVI di GUALDO

Riguardo la lettera scritta dal Romano Pontefice al quotidiano La Repubblica [quiqui] non posso nascondere che i numerosi articoli di commento pubblicati in questi giorni su molte riviste cattoliche mi hanno indotto a riflettere. 

Ritengo che non sia mio compito insegnare a nessuno di questi commentatori quale impatto abbia avuto sul Popolo di Dio la lettera di un Sommo Pontefice pubblicata sulle colonne di un quotidiano della sinistra radical chic, che facendo il proprio lavoro in modo egregio ha scaricato per anni sulla Chiesa Cattolica e il Papato vagoni interi di pesanti critiche, alcune delle quali vere e fondate, altre verosimili e dubbie, altre inverosimili e infondate, dando puntualmente voce ai nostri antagonisti peggiori, fuor d’ogni dubbio brillanti ma notoriamente accecati dalle peggiori prevenzioni ideologiche [esempio: quiqui]. Cosa questa fondamentale sulla quale hanno però sorvolato e taciuto numerosi editorialisti cattolici in questa specifica circostanza gravata di indubbia e insolita delicatezza.

Nella Chiesta del post concilio egomenico dei teologi interpreti di se stessi che hanno gravemente intaccato la dottrina e la pastoralità del Concilio Vaticano II, sino a mutare il tutto in altro, gli aggressivi dittatori del “libero pensiero” usano da sempre due parole fatate: “dialogo” e “collegialità” [quiquiqui]. In verità, dialogare con certi soggetti saturi di eresie moderniste che da anni sono state de facto sdoganate, per noi preti e laici aderenti al dogma nella più profonda devozione alla dottrina e al magistero della Chiesa, appare sempre più difficile, a volte pare quasi una mission impossible. Chiunque abbia pacatamente espresso libere opinioni contrarie a questi dialoganti collegialisti ormai al potere, porta sempre addosso indelebili i segni delle frustrate, spesso elargite sulla nostra pelle con la benedizione — o nell’ipotesi migliore nella totale indifferenza — di quelle autorità ecclesiastiche che da troppo tempo hanno rinunciato a governare e a difendere la verità e il dogma da quell’errore chiamato sino a poco tempo fa eresia. Oggi sono infatti gli eterodossi che perseguitano e condannano gli ortodossi, paradosso questo che pare non scandalizzare e non allarmare particolarmente l’autorità ecclesiastica.

Nel lessico corrente si tende a dare alla parola “polemica” o “polemista” una connotazione negativa. Cosa invero falsa, perché la polemica è molto positiva e per secoli ha prodotto i suoi frutti, prima che la Chiesa sprofondasse in certe forme di bieco oscurantismo modernista celebrate ai giorni nostri in pubblico trionfo. D’altronde pare che oggi «nella Chiesa possono convivere anche opinioni molto diverse», persino per i difensori di facciata della tradizione cattolica e dell’ortodossia, che di fronte a qualsiasi potente o prepotente in vesti rosse mostrano però di tremare come coniglietti spauriti, sino a profondersi in servili scuse non dovute, contravvenendo in modo pedestre alle leggi canoniche più elementari anziché curarsi di difendere chi ha avuto il coraggio di dire l’evidente vero [qui], o più semplicemente per avere affermato: facciamocene una ragione, il re è nudo. Cerchiamo quindi di correre quanto prima ai ripari per il bene della Chiesa e del Popolo di Dio che il Cristo le ha affidato. 

Nei primi otto secoli di vita della Chiesa, con tutti i problemi di linguaggio che rendevano non sempre facile il dialogo tra latini e orientali, tra grandi o piccole eresie si giunse a definire anzitutto il mistero della Persona di Cristo. E lo sappiamo bene, in quei primi concili dogmatici perlopiù cristologici, quante volte i Padri della Chiesa giunsero a prendersi persino a legnate tra di loro. Ma stiamo a parlare di altri uomini — o meglio di veri uomini e di uomini a tutto tondo — che giungevano nella sala dell’assise conciliare dopo lunghe processioni, perché prima entrava tutto il loro alto tasso di cattolico testosterone e poi loro appresso, altro che certe odierne dame che si destreggiano con fare ambiguo tra i biscottini del Cortili dei Gentili e i liquorini alle erbe aromatiche della moderna corte di Versailles, nel tentativo vuoi disperato vuoi patetico di servire due padroni [Mt. 6, 24].

Non diamo dunque un significato negativo alla parola “polemica” — almeno in sano senso ecclesiale —, perché altrimenti si finisce con lo svuotare i concetti di assolutezza della fede per rimpiazzare al loro posto gli assolutismi dittatoriali di certi teologi o di certi vescovi che hanno posto le parole “dialogo, collegialità e democrazia” avanti alle parole “Padre, Figlio e Spirito Santo”, senza che dinanzi a ciò alcuna forma di dissenso polemico sia ammessa, giammai! Perché a quel punto, dopo avere smembrato la Chiesa e il suo Popolo Santo, i dittatori modernisti al potere ti vengono a fare persino il predicozzo ecclesiologico sull’unità …  beninteso: la loro.

Non desidero entrare nello stretto merito della questione della lettera scritta dal Romano Pontefice al quotidiano La Repubblica, anzi a questo punto sono pronto a tutto, persino ad accogliere una sua prossima lettera apostolica su tematiche di teologia morale edita sulle colonne di Playboy.
Se affermo di non voler entrare nel merito della lettera del Santo Padre è perché non posso e soprattutto non voglio. Un prete è bene che esterni il proprio dolore se questo dolore può produrre frutto nella Chiesa e nel Popolo di Dio, non però se è uno sfogo sociale, psicologico  o teologico fine a se stesso. Sul dolore che toccava e che riguardava la sua sfera esistenziale, Giovanni Paolo II scrisse una lettera apostolica — la Salvifici doloris [qui] —  non si pianse certo addosso, ci donò questo prezioso atto di magistero.

In questo insolito episodio senza precedenti storici, la cosa forse più dolente sono stati gli articoli di acrobatico commento comparsi sulle varie riviste cattoliche e tutti caratterizzati da un unico comune denominatore: offrire una risposta di spiegazione, di quelle mirate a spiegare la fondatezza e la correttezza delle teorie sull'atomismo espresse da uno scienziato — in questo caso il Santo Padre — che in quanto scienziato ha dato certe cose per scontate e forse non è stato molto chiaro per il grande pubblico, per questo le sue parole necessitano di essere prima spiegate e poi interpretate, a ben considerare che oggi, quella chiarezza che non lascia spazio a equivoci e a possibili fraintendimenti, pare non essere più una necessaria virtù, forse neppure per il magistero pontificio. 

Riguardo ai numerosi articoli di giornalisti e di studiosi cattolici accorsi a spiegarci cosa veramente il Santo Padre voleva dire e come in verità lo voleva dire, salvo però non essere stato compreso da taluni a dovere, incluso l’interlocutore [qui] e il contenitore che ha accolto quella “lettera apostolica” [qui], si potrebbero sollevare alcune perplessità proprio per quanto riguarda l’impianto della spiegazione-difesa e della difesa-spiegazione, usando e applicando ad altri casi la stessa tecnica altrettanto impeccabile e coerente sul piano formale. Perché se certe difese valgono, allora sia chiaro: valgono per tutti, dal Romano Pontefice all’ultimo dei preti consacrato sacerdote nella giornata di ieri.

La cristiana polemica e al tempo stesso la mia risposta non può essere dunque che questa: il gesuita Karl Rahner, con la sua “teoria dei cristiani anonimi” potrebbe ambiguamente relativizzare il senso stesso della incarnazione, della rivelazione e della redenzione. Questa è la critica — detta molto a grosse linee — mossa a questo teologo bandiera del Novecento da due miei stimati confratelli: Giovanni Cavalcoli O.P. e Antonio Livi, dei quali non manco mai di consigliare in lettura i rispettivi libri nei miei vari scritti, ogni volta che se ne presenta l’occasione [quiqui]. Per non parlare degli scritti e delle disputationes theologicae di Brunero Gherardini, che possiamo considerare a giusto merito tra i nostri più autorevoli ecclesiologi viventi a livello mondiale [qui], oltre ad altri confratelli da tempo relegati come tutti noi nella riserva indiana, proprio come se fossimo ormai gli ultimi dei moikani.

Con lo stesso stile e la stessa struttura dei vari articoli pubblicati su riviste e siti cattolici, io potrei dunque spiegare — e farlo anche in modo pertinente e convincente — che nel pensiero di Karl Rahner non c’è alcuna ambiguità e alcuna presunta insidia, che la sua ortodossia è ineccepibile e che, se proprio qualche problema è sorto, questi non è dovuto a lui, da annoverare meritoriamente tra i santi padri e dottori della Chiesa, bensì a chi lo ha male interpretato, a chi ha estrapolato a sproposito qualche cosa dal suo prezioso pensiero che rimane ineccepibile e ortodosso se interpretato e letto nella giusta luce. Quindi dimostrerei che la colpa è solo di chi lo ha frainteso, non certo di lui che si è spiegato male, dando adito a equivoci duri a morire e pubblicando certi suoi contenuti dentro contenitori non opportuni. Questo stesso metro potremmo dunque applicarlo in modo coerente e impeccabile a tante altre figure, da Giordano Bruno da Nola a Martin Luther, da Hans Küng a Leonard Boff … 

La nostra esperienza storico-ecclesiale e teologica non ci insegna forse che la de-costruzione del dogma e della ecclesiologia, nasce sempre giocando in modo ambiguo e non chiaro sulle parole, sul significato delle parole, infine sul dare alle parole svuotate del loro vero significato un significato del tutto diverso e nuovo, fondato su un falso ammantato di credibile verità soggettiva? Questo il motivo per il quale, ecclesialmente e teologicamente, misuro sempre con prudente sospetto chiunque giochi con le parole, sulle parole e sul significato stesso delle parole, o più semplicemente su chi non riesce a usare a proposito le parole.

La mia lettura ecclesiologico-sociologica del fatto non credo sia passibile di facile smentita: il Romano Pontefice ha scritto una lettera al giornale della sinistra radical chic italiana, dinanzi alla quale, un corifeo di intellettuali cattolici, sono subito corsi a spiegare e a interpretare, il tutto per giustificare e infine per tentare di correggere un tiro fuori dal canestro così lapalissiano nella sua solare evidenza.
L’atteggiamento di questi intellettuali e giornalisti cattolici va letto nell’ottica del rifiuto del dolore e della morte.In sostanza: il corpo non è — come si crede o come alcuni pessimisti sostengono — affetto da un tumore con metastasi diffuse che partono ormai dalla testa e arrivano sino ai piedi e che inevitabilmente lo porteranno alla morte. È solo affaticato e per comprensibile reazione è affetto da emicrania, basterà quindi somministrargli due gocce di siero omeopatico disciolte in un bicchiere d’acquasanta la sera prima di compieta e tutto quanto sarà passato tra la notte e il risveglio quando si canteranno le lodi mattutine. 

Quando alcuni si trovano nella incapacità di accettare il dolore e di soffrire in dignitoso silenzio, quando proprio non si ha altra scelta, con cristiana prudenza e cristologica dignità vanno sicuramente evitati danni ulteriori al corpo della Chiesa. Purtroppo, quando entrano in lizza problemi di così straordinaria delicatezza, non pochi decidono invece di reagire affermando è spiegando che il dolore non esiste e che, nell’ipotesi migliore, è solo un equivoco nato dalla mala comprensione e dalla mancanza di buona fede degli altri, perché per il buon clericale, laico o ecclesiastico che sia, la colpa è sempre e di rigore degli altri che non capiscono. Non è certo colpa nostra che non ci siamo spiegati bene o che abbiamo dato certe spiegazioni nel luogo sbagliato e semmai all’interlocutore sbagliato: colui che non solo non ha fede, ma che si vanta da sempre pubblicamente di non averla e che per questo non la cerca e non la vuole. Atteggiamento questo del tutto diverso da quello che fu l’agire di Indro Montanelli, che in tono sinceramente sofferente dichiarò e scrisse: «Se un giorno mi troverò a faccia a faccia con Dio, sarà lui a dovere delle spiegazioni a me, perché per prima cosa gli domanderò: perché non mi hai dato il dono della fede?».

Credo infine che certi nostri pastori siano di questi tempi così umili, ma così umili, che se sbagliano anche in modo pubblico e grossolano [qui], non ammetterebbero mai di avere sbagliato per alcuna ragione al mondo, anzi diventano pure parecchio permalosi e vendicativi se qualcuno osa metterli di fronte al loro errore. Cosa questa che da sempre marca la sostanziale differenza che corre tra la Chiesa Corpo Mistico di Cristo e la Chiesa clericale degli uomini di potere che esercitano in modo sempre più arbitrario quel potere che dovrebbe essere invece apostolico servizio, sprezzanti la tradizione e la romana universalità cattolica; sprezzanti il deposito della fede, gli atti più solenni del magistero e le leggi canoniche codificate, lasciando intendere con un sorriso ammaliante e con lo stile tipico degli arruffapopoli che hanno in santo rifiuto l’idea stessa di potere, di tutte le sue glorie e di tutti i suoi fatui trionfalismi. Bene, ma nei tristi fatti e soprattutto concreti, se a qualcuno di costoro è mossa però mezza critica soltanto, non si tarderà a sperimentare, tra lacrime e sangue, quale terribile potere arbitrario tireranno subito fuori e quale aria di tempesta prenderà a spirare contro chiunque abbia osato criticarli in modo “libero, collegiale e democratico”.

Domani, quando di tutto questo si vedranno i frutti, nessuno dirà: “Quel piccolo anonimo prete che si dilettava a predicare nel deserto mentre quasi tutti tacevano, temendo di giocarsi un posto impiegatizio presso un dicastero della Santa Sede, una cattedra in una università pontificia, un’ammissione alla pontificia accademia ecclesiastica, un avanzamento di carriera, una nomina episcopale o finanche una berretta rossa, tutto sommato aveva ragione nel suo dire niente affatto aggressivo e per nulla arrogante”. Non diranno questo, tutt’altro! Per tutta risposta mi daranno sicuramente una dose maggiore di bastonate. E così seguiterà ad accadere, fino a quando l’umana Chiesa dei clericali non sarà uccisa, smembrata e sepolta da chi intende difendere il divino mistero della Chiesa mistico corpo del Cristo Dio incarnato, morto e risorto; Chiesa che non morirà mai e che Cristo troverà ancora al suo ritorno alla fine dei tempi. Anche se continuerà però a sussistere, oggi più che mai, un quesito non facile da sciogliere: «E quando il figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?» [Lc. 18,1]. Sia chiaro: la Chiesa la ritroverà, è una verità, ma la fede, quella sulla quale il Vangelo stesso pone un grosso punto interrogativo, quella, la ritroverà, il Figlio dell’Uomo?
Ariel S. Levi di Gualdo
Ringrazio don Ariel per questa sua significativa carrellata.

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