ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 16 settembre 2015

Profughi chi?

Monsignor Audo: aiutateci a rimanere in Siria. Ad Aleppo ormai solo 50mila cristiani

«Noi cristiani siamo determinati a restare in Siria per continuare la nostra testimonianza». Così ha affermato l’arcivescovo caldeo di Aleppo, monsignor Antoine Audo, durante una conferenza organizzata oggi da Aiuto alla Chiesa che Soffre in collaborazione con l’Associazione Stampa Estera.

Il presule ha documentato il massiccio esodo di siriani, specie a seguito della grande accoglienza mostrata dai paesi europei. «Chi poteva partire è già partito, gli altri cercano di lasciare il paese. Soprattutto i nostri giovani che temono il servizio militare e non vogliono prendere parte ad una guerra priva di senso che porta soltanto distruzione». La strada è quella verso la Turchia, dove poi imbarcarsi alla volta di Grecia o Italia. «E tanti sono coloro che hanno trovato la morte in mare».
L’emigrazione non ha risparmiato la comunità cristiana di Aleppo, un tempo uno dei luoghi in cui la minoranza religiosa era più presente. «Prima della crisi i cristiani in città erano 150mila, oggi non credo arrivino a 50mila. È grande la paura che la nostra comunità possa scomparire».
Dopo quattro anni e mezzo di guerra, la situazione è insostenibile. «I ricchi sono partiti, la classe media è divenuta povera ed i poveri sono divenuti miserabili. Oltre l’80% della popolazione non ha un lavoro». Da più di due mesi la città è inoltre priva di acqua ed elettricità. «La nostra chiesa ha un pozzo e cerchiamo di distribuire acqua alla popolazione quanto possiamo. In ogni strada ci sono bambini e ragazzi con delle bottiglie vuote in cerca di acqua».


©Bohumil Petrik / aci group
Intanto le bombe continuano a cadere ogni giorno. «Una parte della città è controllata dal governo, mentre il resto è in mano a gruppi fondamentalisti che attaccano costantemente l’area controllata dall’esercito, dove risiede la maggioranza dei cristiani. Quella di Aleppo è una delle situazioni maggiormente drammatiche perché ci troviamo a soli 40 chilometri dal confine con la Turchia che continua ad armare e accogliere i fondamentalisti».

Monsignor Audo ritiene che dietro il protrarsi del conflitto siriano vi sia un desiderio internazionale «Da anni attendiamo una soluzione politica, una piccola speranza che la guerra possa finire. Ma da parte internazionale sembra esserci la volontà di far continuare la guerra, come avvenuto in Iraq e in Libia. Una determinazione legata agli interessi strategici nell’area mediorientale e, come ha più volte ricordato Papa Francesco, agli interessi derivanti dal commercio delle armi».

Dall’inizio della crisi in Siria nel 2011, Aiuto alla Chiesa che Soffre ha donato oltre 8milioni di euro per progetti a sostegno della popolazione siriana.
Proprio in questi giorni Aiuto alla Chiesa che Soffre ha lanciato una nuova campagna straordinariaper la Siria.

Roma, 16 settembre 2015

“Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), Fondazione di diritto pontificio fondata nel 1947 da padre Werenfried van Straaten, si contraddistingue come l’unica organizzazione che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2014 ha raccolto oltre 105 milioni di euro nei 21 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato 5.614 progetti in 145 nazioni. 
http://acs-italia.org/notizie-dal-mondo/7773-2/#.VfmYHGTtlHx

12 cose che forse non sapete sulla Siria

12 cose che forse non sapete sulla Siria

Un Paese molto diverso dagli altri Stati arabi e che prima del 2011 era un luogo ricco e di grande cultura, dove cristiani e musulmani convivevano e si rispettavano


La Siria, ufficialmente Repubblica Araba di Siria, impantanata in una guerra da oltre quattro anni fa, è oggi una terra devastata e distrutta e, nel migliore dei casi, impiegherà un paio di decenni per risollevarsi. RT, attraverso 12 immagini, presenta un lato diverso, meno conosciuto, di questo paese molto diverso dagli altri Stati arabi, che prima del 2011 era un luogo ricco e di grande cultura, dove cristiani e musulmani convivevano e si rispettavano.

1. La Siria ha una apertura alla società e alla cultura occidentale come nessun altro paese arabo. 


2. La Siria è l'unico paese arabo con una costituzione laica. La legge islamica è incostituzionale.




3. Prima del 2011, la Siria era l'unico paese della regione senza guerre o conflitti interni. 



4. La Siria è l'unico paese che ha ammesso i rifugiati iracheni senza nessuna discriminazione politica, religiosa o sociale. 



5. La famiglia del presidente siriano Bashar corrente Al Assad appartiene agli alawiti, ramo dell'Islam sciita 




6. Ci sono stati cinque papi di origine siriana. La tolleranza religiosa è unica nella zona 



7. Circa il 10% della popolazione siriana appartiene ad una delle molte denominazioni cristiane. In altri paesi arabi, la popolazione cristiana è inferiore all'1%.




8. In Siria, le donne non hanno l'obbligo di coprirsi il volto con un velo, il burqa o indossare chador. 



9. Le donne siriane hanno gli stessi diritti degli uomini in materia di salute e istruzione. 



10. La Siria è l'unico paese del Mediterraneo che ancora possiede la compagnia petrolifera, il governo del paese non ha voluto privatizzarla. 



11. La Siria ha riserve di petrolio per 2.500 milioni di barili, il cui sfruttamento è riservato alle imprese statali. 



12. La Siria è l'unico paese arabo che non ha debiti con il Fondo monetario internazionale 

Così Inghilterra e Francia «discriminano i cristiani» nell’accoglienza dei rifugiati

L’allarme dell’arcivescovo di Canterbury: «Profughi solo dai campi Onu? Ma lì gli islamisti hanno cacciato i cristiani». In Francia ci sono invece «consegne precise»


Inghilterra e Francia hanno promesso di accogliere rispettivamente 20 mila e 24 mila migranti, ma le regole stabilite da entrambi i governi «discriminano i cristiani», cioè il gruppo di persone che ha più bisogno di accoglienza.
«CRISTIANI LASCIATI PER ULTIMI». L’allarme è stato lanciato in Inghilterra dall’ex arcivescovo di Canterbury, Lord Carey, che ha scritto sul Telegraph: «Chi tra noi chiede da mesi compassione per le vittime siriane vive una grande frustrazione perché la comunità cristiana, ancora una volta, viene abbandonata e lasciata per ultima». Il premier David Cameron, infatti, ha annunciato che accoglierà solo chi si trova già in un campo per rifugiati delle Nazioni Unite.
DISCRIMINAZIONE. «Ma così – continua l’ex primate anglicano – Cameron discrimina inavvertitamente le comunità cristiane, che sono le più colpite dai quei macellai disumani che si fanno chiamare Stato islamico. Non si troverà nessun cristiano nei campi dell’Onu, perché sono stati attaccati e presi di mira dagli islamisti e cacciati da quei campi. Per questo cercano rifugio nelle case private, nelle chiese». Invece che discriminare i cristiani, «l’Inghilterra dovrebbe considerarli una priorità perché sono il gruppo più vulnerabile. Inoltre, noi siamo una nazione cristiana e i cristiani siriani non farebbero fatica a integrarsi. A qualcuno non piacerà quello che sto per dire, ma negli ultimi anni l’immigrazione di massa musulmana in Europa è stata eccessiva e ha portato alla nascita di ghetti che vivono in modo parallelo nella società».

APPELLO DEGLI ANGLICANI. Dopo la pubblicazione di questo articolo, l’attuale arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, ha parlato personalmente del problema durante un incontro privato con il premier inglese. A lui ha ripetuto le parole pronunciate lunedì davanti alla Camera dei Lord: «Nei campi dell’Onu è diffusa la radicalizzazione e l’intimidazione. Così, la popolazione cristiana è stata costretta a fuggire dai campi. Qual è la politica del governo per raggiungere anche i profughi che non si trovano nei campi?».
«CONSEGNE PRECISE» IN FRANCIA. Il problema della discriminazione dei cristiani nell’accoglienza dei rifugiati non riguarda solo l’Inghilterra, ma anche la Francia. L’esperto di Siria all’università di Tours, Frédéric Pichon, ha dichiarato lo scorso 11 settembre su Radio Courtoisie: «Oggi pomeriggio ho parlato con un alto funzionario della Repubblica che lavora nell’accoglienza dei rifugiati e che mi ha detto che potevo ripetere questa cosa a tutti. Quindi colgo l’occasione per farlo: esistono delle precise consegne da parte del governo per ignorare il problema dei cristiani d’Oriente».
INUTILE CHIEDERE VISTI. Innanzitutto, secondo le informazioni di Pichon, il motivo per cui «cristiani iracheni e siriani attendono da otto mesi un visto all’ambasciata di Francia in Libano» è che «i dossier vengono esaminati da una compagnia privata libanese di proprietà di un musulmano sunnita». Continua: «È un alto funzionario, è un prefetto che me l’ha detto e ha consigliato ai cristiani di non chiedere visti ma di tentare di passare per la Turchia» e poi per le strade illegali percorse da tutti gli altri migranti «se vogliono avere delle chance».
cristiani-mosul-kurdistan-iraq-islam
CONTRO IL REGIME. Ma quali sarebbero le «consegne precise» del governo? «Come mi ha detto il funzionario, il concetto è questo: “Si possono accogliere siriani, ma a condizione che non siano favorevoli al regime [di Assad]”. Sottinteso: se siete alawiti o cristiani, siete considerati pro-regime, e quindi il vostro visto» non arriverà mai.
TRADUTTORI ARABI. Questo non è l’unico problema. Intervenuto alla stessa trasmissione, Marc Fromager, direttore di “Aide à l’Eglise en détresse”, ha rivelato: «È da anni che in Francia ricevo testimonianze di questo tipo. Ad esempio, i cristiani egiziani che scappano dal loro paese perché sono minacciati. Il loro caso viene affrontato con l’aiuto di traduttori dall’arabo, che sono quasi tutti di origine magrebina musulmana. Stranamente, non capita quasi mai che questi cristiani vengano riconosciuti come aventi diritto all’asilo politico e così sono respinti. Invece, i musulmani vengono accolto molto facilmente. Ci vorrebbero dei traduttori neutri sul piano religioso e che facciano bene il loro lavoro in ogni caso. Era evidente che i cristiani [egiziani] erano in pericolo fisico».
Foto migranti Ansa/Ap 
http://www.tempi.it/inghilterra-francia-discriminano-i-cristiani-accoglienza-rifugiati#.Vfmf93uO2dO

La Russia smaschera i piani segreti degli USA in Siria

742398Il problema dei profughi siriani maturava lentamente e costantemente fornendo il pretesto ideale per un”intervento umanitario’ degli Stati Uniti nel Paese. Ma la Russia arriva prima e il miglior piano statunitense va storto.
La politica degli Stati Uniti in Medio Oriente è ossessivamente fissata sul ‘cambio di regime’ in Siria da almeno un decennio, dall’invasione dell’Iraq nel 2003. (L’agenda neocon prevedeva cambi di regime in Iraq, Iran e Siria, ma è fallita quando i campi di sterminio in Iraq hanno deciso la geopolitica). E’ ovvio che l’intelligence russa ha preceduto sul campo il piano diabolico degli Stati Uniti creando il fatto compiuto in Siria. L’accordo faustiano di Washington e del presidente Barack Obama con la Turchia, autorizzando gli attacchi aerei in Siria (anche contro le forze governative), la fretta con cui Gran Bretagna e Australia aderivano alla missione dei bombardamenti degli Stati Uniti sulla Siria, le dichiarazioni della NATO, la sottovalutazione degli Stati Uniti delle misure energiche dietro le quinte di Mosca, avviando il processo di pace intrasiriano; i segnali rivelatori sul piano politico-militare erano abbondanti. Ma l’argomento decisivo sarebbe stato l’arrivo segreto dei russi. Con una rivelazione pubblica, durante un’intervista alla televisione di Stato, e probabilmente deliberata, il Ministro degli Esteri russo ha accennato al programma occulto statunitense in Siria dietro la cosiddetta lotta per ‘degradare e sconfiggere’ lo Stato islamico. Lavrov ha detto, “Spero di non offendere nessuno dicendo che certi nostri colleghi, membri della coalizione, dicono che a volte hanno informazioni su dove e quali posizioni abbiano alcuni gruppi dello SI, ma che il comandante della coalizione, degli Stati Uniti naturalmente, non sarebbe stato d’accordo nell’attaccarli. I nostri colleghi statunitensi, fin dall’inizio dell’istituzione della coalizione, non sono andati abbastanza a fondo, l’idea sarebbe che abbiamo obiettivi altri da quelli dichiarati. La coalizione è stata formata molto spontaneamente: pochi giorni dopo averla dichiarata pronta e alcuni Paesi avervi aderito, cominciarono alcuni attacchi. L’analisi degli attacchi aerei della coalizione provoca strane impressioni. I sospetti sono (che), oltre all’obiettivo dichiarato di combattere lo Stato Islamico c’è qualcos’altro negli obiettivi della coalizione. Non voglio trarre alcuna conclusione, non è chiaro quali impressioni, informazioni e idee il comandante supremo possa avere, ma arrivano segnali del genere”.
Lavrov è un diplomatico di grande esperienza e brillante. Certamente non avrebbe fatto un’osservazione fuori dai denti come questa. A dire il vero, la guerra per procura in Siria ha acquisito un terribile bellezza. Lavrov ha gentilmente detto agli Stati Uniti di fare marcia indietro nel respingere la decisione della Russia di colpire le vene giugulari dello Stato islamico, altrimenti Obama s’infangherà. In termini semplici, Lavrov ha detto a Washington che Mosca conosce il gioco statunitense di promuovere lo SI come sua zampetta da infiltrare nel ventre della Russia, l’Asia centrale e il Caucaso del Nord. Naturalmente, l’intelligence russa è consapevole del fatto che centinaia di combattenti dalla Russia hanno aderito allo SI. (In realtà, Abu Omar Shishani, un ceceno, è un capo prominente dello SI). Data tale triste realtà, Mosca ha deciso di tracciare la linea rossa e concluso che lo SI è una minaccia significativa per le regioni musulmane del nord del Caucaso della Russia. La serietà con cui Mosca affronta tale minaccia incombente alla sicurezza nazionale è evidenziata dalla decisione del Presidente Vladimir Putin di visitare l’Assemblea generale dell’ONU a New York, a fine mese, per un appello alla cooperazione internazionale per sconfiggere lo SI. Parallelamente, l’intensificazione del coinvolgimento militare in Siria e l’apertura di una via diplomatica al podio delle Nazioni Unite hanno lo scopo di sconfiggere il tentativo degli Stati Uniti di ripetere la strategia della guerra fredda di usare l’islamismo contro la Russia, isolando Washington. La diplomazia russa recentemente è volta a sviluppare una vasta rete nel Medio Oriente. Lo sforzo sembra dare i primi frutti. È interessante notare che Lavrov aveva rivelato nell’intervista alla TV a Mosca, che gli alleati regionali degli Stati Uniti in Medio Oriente hanno dubbi sulle reali intenzioni di Washington verso lo SI. Anzi, è una splendida rivelazione. Allo stesso modo, Lavrov ha tolto il velo per far capire agli statunitensi che l’intelligence militare russa non solo ha tenuto sotto controllo le operazioni degli aerei militari statunitensi in Iraq, ma ha scientificamente analizzato i piani di volo statunitensi, e così via. In sintesi, i russi sembrano avere l’intelligence che dimostra ciò che gli iraniani dichiarano da tempo, cioè che aerei statunitensi riforniscono regolarmente lo Stato islamico. A dire il vero, l’assertiva mossa militare russa sulla Siria ha sorpreso Washington. Se non occupando la Siria, le opzioni di Washington per respingere i russi sono limitate. Grecia e Iran hanno detto alla Russia che forniranno spazio aereo agli aerei russi in volo per la Siria. (Washington aveva messo una stretta su Atene per far negare lo spazio agli aerei russi). Ma la peggiore sconfitta della strategia del contenimento degli Stati Uniti contro la Russia in Siria è data dal drastico cambio dello stato d’animo dei Paesi europei soggetti al problema dei rifugiati siriani. Il sistema dei visti di Schengen, fiore all’occhiello dell’Unione europea e simbolo dell’unità europea, all’improvviso ha fatto le valigie e i controlli alle frontiere sono riapparsi dappertutto. (Qui qui).
L’appello della cancelliera tedesca Angela Merkel a che Europa e Russia cooperino sulla Siria da un’idea di ciò che accadrà. Ovviamente, Mosca vede come lo stato d’animo in Europa è sempre più sfavorevole agli statunitensi respingendone la strategia del contenimento contro la Russia, non solo in Siria ma anche in Ucraina. (Vedasi qui) Il punto è che gli europei non possono accettare che siano chiamati dagli Stati Uniti a gestire i cascami della strategia segreta degli Stati Uniti alimentando la guerra civile per rovesciare il governo del Presidente Bashar al-Assad in Siria. Il presidente Obama intende preparare gli USA ad accettare un assaggino di 10000 rifugiati siriani l’anno prossimo, neanche una goccia nel mare visto che 4 milioni di persone, pari a un quinto della Siria, ha lasciato il Paese dall’inizio della guerra nel 2011. È il più grande disastro della politica estera della presidenza Obama. Gli Stati Uniti sono presi tra l’incudine e il martello. Difficilmente la Russia si fermerà nonostante il fastidio mostrato dagli Stati Uniti, dato che i suoi interessi fondamentali per la sicurezza nazionale sono interessati dalla lotta contro lo IS, dove ha bisogno della partecipazione delle forze governative siriane. D’altra parte, gli alleati regionali degli Stati Uniti e i neocon premono su Obama per ‘fare qualcosa’, mentre gli alleati europei, al contrario, chiariscono di voler porre fine al conflitto in Siria. L’unica possibilità per gli Stati Uniti sarà abbandonare lo SI e seppellire il piano per manipolare i gruppi islamisti quale strumenti della propria politica regionale e della strategia del contenimento contro la Russia. Ma non è così facile uccidere un proprio discendente.
WO-AR002_RUSIRA_GR_20140116174951Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
https://aurorasito.wordpress.com/2015/09/15/la-russia-smaschera-i-piani-segreti-degli-usa-in-siria/

Russia, Europa ed Oriente. La doppia strategia dell’Impero per piegare Mosca

di Youssef Hindi
La Russia non è soltanto una grande potenza militare, una antica nazione che tende, dall’arrivo di Vladimir Putin al potere, ad equilibrare le forze geopolitiche ed economiche. E’ anche un ponte naturale, in diversi gradi, fra Europa ed Asia, Oriente ed Occidente.
Questo ponte, alcuni vorrebbero distruggerlo da oltre un secolo, in particolare per mezzo di quelle armi che sono le ideologie e la modernità: il bolscevismo, una infezione mortale che attaccò il cuore della Russia, la sua anima, il cristianesimo; e l’ultraliberismo degli anni 90 del secolo XX, per finire la Russia come nazione. A questo si sono aggiunnti l’indipendentismo delle regioni della Federazione Russa, stimolato ed alimentato dagli Stati Uniti per abbattere definitivamente l’orso russo. Se la Russia si è recuperata, dobbiamo comprendere le cause profonde e percepire il ruolo ed il destino della Russia.
Antropologia, Religione e geopolitica
Il ritorno “miracoloso” del cristianesimo in Russia non è il risultato di un accidente della Storia, ma piuttosto la manifestazione di leggi antropologiche fondamentali che devono attrarre l’attenzione degli europei. Tutta la società si organizza intorno ad una credenza collettiva maggioritaria; le più durature tra quelle sono ceetamente le grandi religioni che, dall’era industriale in particolare, sono state sostituite progressivamente da credenze profane, materialiste ed effimere, come le utopie comuniste e liberali (sorte dalla medsima matrice giudaica) promettendo un paradiso terrestre, o gli idoli del denaro, del sesso e della violenza, che occupano un luogo importante nelle società neoliberali. Le ideologie antireligiose, allo stesso modo che il comunismo ed il laicismo, esistono solo, per definizione, in opposizione alle religioni trascendentali, protette contro la credenza di un Dio trascendente.
Tuttavia la Storia e l’antropologia ci insegnano che l’ateismo (credenza negativa), quando si converte in maggioritario, conduce ad un collasso inesorabile della società- nel non tenere questa da dipendere più dalla religione su cui si appoggia, nè da una morale stabile- che si traduce in una atomizzazione della società e l’apparizione di individui sprovvisti di ogni orizzontalità (comunità, famiglia, ekklesia), visto che sono privi di verticalità; essendo entrambi gli aspetti complementari dal nostro punto di vista.
La sequenza storica che ha attraversato la Russia ci ha dimostrato come il brutale collasso del comunismo – l’ideologia dominante non può perdurare solo per il permanere della struttura che la sostiene – ha ceduto il passo al ritorno della religione tradizionale in Russia (la natura ha, secondo Lavosier, un sacro orrore del vuoto), ovvero il cristianesimo.
Putin con primate ortodosso
Questo ci permette di anticipare da adesso la manifestazione dello stesso fenomeno in Occidente ed in Europa in particolare. In effetti, il sistema liberale /neoliberista e la sua ideologia sono visibilmente in fase di sprofondamento (o più precisamente in corso di mutazione, ma non andiamo a parlare di questa idea adesso) – dalla crisi finanziaria del 2007/2008 . come il comunismo ieri; in questo contesto, possiamo anticipare un ritorno imminente della Religione in Europa. Nonostante accada che per temere questo ritorno incontrollato (da parte dei responsabili: la gerarchia ecclesiale) alla credenza in Dio o in quello che si voglia di similare, preveda pericolose derive come la moltiplicazione di gurù ed impostori di ogni tipo. La Russia ha ottenuto il suo ritorno all’ortodossia grazie ad una Chiesa solida , fatta con il popolo e con lo Stato.
Quanto esposto prima ci porta a dedurre che la Russia – più in là della sua complementarità economica con l’Europa Occidentale,- potrebbe essere un elemento stabilizzatore in una Europa che dovrà conoscere gravi frastorni sociali, politici e di identità….A questo bisogna aggiungere il ruolo eminente ed importante che la Russia gioca nel Medio Oriente. Si tratta di un vero ponte tra Europa e l’Oriente, il cristianesimo e l’Islam. come ha analizzato molto bene Imran N. Hosein – in tanto che una grande nazione multietnica e multiconfessionale; essa stessa è un esempio, un rimedio potenziale alla strategia dello scontro delle civiltà, strategia di cui essa stessa (la Russia) è uno dei primi obiettivi.
La strategia antirussa
Questa Russia cristiana, questa Russia come potenza continentale, tellurocratica, estende una influenza naturale su una ampia zona geografica abitata da popolazioni diverse, che tuttavia tiene effetto sulla maggioranza di queste, paradossalmente, una struttura familiare di tipo russo, comunitria ed egualitaria; è questa relativa omogeneità antropologica quella che, nel lungo periodo, ha permesso alla Russia di trasformarsi in un “impero naturale”, al contrario che il suo nemico, la potenza statunitense talassocratica, erede dell’Impero britannico e portatrice di una ideologia differenzialista, impregnata di darwinismo sociale sotto la facciata di un democratismo fondatore.
La Russia affronta una doppia strategia: una strategia imperiale statunitense, il cui principale cervello è Zbigniew Brzezinski, e d’altra parte, quello che soltanto si può chiamare in forma precisa la strategia” sionista”.
Se la strategia di contenzione e smantellamento della Federazione Russa elaborata da Brzezinski nel suo libro “La grande scacchiera” (1997/2002) si è dimostrata evidente per tutti gli osservatori, la strategia sionista è molto meno chiara e più subdola.
La strategia geopolitica di Zbigniew Brzezinski è un successo a medio termine: in termini di dominio del cuore dell’Europa grazie alla totale sottomissione della Francia e della Germania, questa è cosa fatta, ma in quanto alla rottura dell’unità della Russia in varie province, permettendo agli statunitensi di controllare le risorse naturali , principalmente i combustibili fossili, questo continua a rimanere nell’ordine della fantasia. I sogni di dominio di Brzezinski hanno cozzato contro il muro russo, contro il sovranista Putin.
Tuttavia la crisi in Ucraina – paese a cui Brzeinski ha concesso una particolare attenzione e che voleva assolutamente separato dalla Russia; e quasi ha scritto: “L’indipendenza dell’Ucraina è il fattore che modifica la natura stessa dello Stato russo. Da questo unico fatto deriva una importante nuova casella nel gioco degli scacchi euroasiatico e diventa un cardine geopolitico. Senza l’Ucraina la Russia cessa di essere un Impero in Eurasia . Si dimostra che gli statunitensi in assoluto hanno abbandonato il loro progetto. Fino al momento la Russia di Putin ha mantenuto in scacco gli statunitensi tanto in Siria (nel Settembre del 2013 gli USA hanno dovuto rinunciare al bombardamento), come per lo spettacolare ritorno della Crimea alla Madepatria russa (marzo 2014) in piena crisi ucraina.
La strategia sionista per la Russia si combina con la strategia statunitense ma, in nessun caso, oppone Israele  apertamente o indirettamente contro la Russia, molto al contrario.  Israele mantiene buone relazioni diplomatiche con la Russia mentre si oppone ai suoi alleati nel Levante (Siria). Israele, attraverso della lobby pro-Israele, utilizza in particolare dal giro dell’11 di Settembre del 2001, agli Stati Uniti ed alla NATO come uno strumento di distruzione degli alleati storici della Russia nel Medio Oriente, opponendosi ancora di più ai russi ed agli statunitensi. In parallelo, i leaders sionisti stanno cercando, attraverso di intermediari, di negoziare con la Russia al fine di far abbandonare i suoi alleati siriani e iraniani. Nel Luglio del 2013, il principe Bandar, in qualità di rappresentante dell’Arabia Saudita (alleato di Israele), si riunì con Vladimir Putin el corso della crisi siriana. Nel corso dell’incontro, Bandar aveva proposto a Vladimir Putin un accordo economico, per il petrolio ed il gas, in cambio del quale questo doveva tagliare i legami con l’Iran, abbandonare il presidente siriano, e consegnare la Siria ai terroristi sponsorizzati dai sauditi.
Questa strategia sionista indiretta o “perimetrale” si rende trasparente quando Henry Kissinger dichiara, l’11 di Maggio del 2014, che non bisogna isolare la Russia, ma piuttosto che “è interesse di tutti che rimanga nel sistema internazionale”. Nel 2008 è stato ancora più specifico circa le sue intenzioni, nel tendere le mani alla Russia a detrimento dell’Iran, che viene indicato come “un pericolo per il mondo circostante”. Per il mondo circostante si deve intendere, certamente, Israele. Kissinger si è riunito con Putin nel 2009 ed in Gennaio del 2012, due mesi prima della sua rielezione come Presidente della Russia.
La mano che i sionisti tendono alla Russia è una mano “traditrice”, visto che, dal momento che la Russia ha rifiutato ogni compromesso e si è situata come scudo davanti alla Siria, il fuoco si è acceso in Ucraina. Il messaggio inviato alla Russia era molto chiaro: o abbandona i suoi alleati orientali per consegnarli alla disintegrazione dei loro paesi, geografica, politica, etnica e confessionale a cui sono stati destinati dalla grande strategia dell’impero nord americano (a beneficio immediato di Israele); altrimenti si vedrà attaccata nelle sue frontiere.
Tuttavia questa scelta che gli si propone è anche questa una trappola perchè, se la Russia abbandonasse la Siria, perderebbe il suo unico porto e il punto di appoggio strategico nel Mediterraneo (Tartous)., cosa che non impedirebbe agli statunitensi di mantenere la loro politica di contenzione della Russia, molto al contrario. Di fatto, questa concessione costerebbe cara alla Russia di fronte ad un nemico che mantiene molto poco i suoi stessi impegni.
In sintesi la Russia ha tutte le ragioni per non fare alcuna concessione e per avanzare un pedone ogni volta che si sente attaccata o minacciata. Nonostante questo, senza dubbio l’attuale partita di scacchi si avvicina al suo termine, Israele inizia a rivelare le sue intenzioni rispetto alla Russia; mentre Putin autorizza la consegna di missili difensivi S-300 all’Iran, Israele si prepara ad inviare armi all’Ucraina con la finalità di alimentare il fuoco latente dopo gli accordi di cessate il fuoco di Minsk del Febbraio del 2015.
Soltanto dopo aver inteso l’accoppiamento strategico sionista e statunitense vis-a-vis di fronte alla Russia, possiamo sperare di interpretare meglio la posizione di alcuni analisti geopolitici che, seguendo il discorso di Kissinger, preconizzano di tendere una mano alla Russia senza smettere di essere ostili con i suoi alleati…e che ravvivano segretamente il fuoco della guerra nel Donbass.
La Russia fino ad ora non è caduta in questa trappola e non si è indebolita di fronte alla evidente ed insidiosa aggressione degli Stati Uniti, mantenendosi sulla sua linea. In questo senso, possiamo essere sicuri del fatto che si va a giocare un ruolo ogni volta più determinante nel Medio Oriente ed in Europa, a detrimento della politica espansionista e destabilizzante delle elites sioniste e dei loro omologhi atlantisti. Il destino della Russia si trova ben tracciato; in quanto all’Europa occidentale, se sembra attualmente chiusa sulle posizioni atlantiste, tuttavia potrebbe ben aprirsi nel caso di una crisi maggiore, di fronte ad un trastorno reale politico e sociale. La Russia deve e dovrà avere molta attenzione.
Traduzione: Luciano Lago
Nella foto in alto: parata per anniversario vittoria sulla Piazza Rossa
Nella foto al centro: Putin con il primate della Chiesa ortodossa di Mosca
http://www.controinformazione.info/russia-europa-ed-oriente-la-doppia-strategia-dellimpero-per-piegare-mosca/#more-12887

Monsignor Capucci: “Dobbiamo lavorare con chi sulla terra lavora per la pace in Medio Oriente: Hezbollah e Iran“

Monsignor Capucci: “Dobbiamo lavorare con chi sulla terra lavora per la pace in Medio Oriente: Hezbollah e Iran“

Sit in davanti al Parlamento organizzato da Rete no War per chiedere che l’Italia si dissoci dalla guerre in Siria e nello Yemen


Si sono ritrovati sotto il Parlamento martedi pomeriggio per chiedere che l’Italia si dissoci dalla guerre in Siria e nello Yemen, che metta fine all’embargo contro la Siria e alle forniture di armamenti all’Arabia Saudita. Buona parte degli scenari di crisi e di guerra che investono il Medio Oriente sono state le corde su cui hanno suonato la loro protesta gli attivisti della Rete No War di Roma.



Guerre che stanno entrando ormai dentro casa con le colonne di rifugiati in fuga dal terrore e giunti nel cuore dell’Europa. Al sit in erano presenti gli yemeniti, vittime di una guerra punitiva e devastante scatenata dall’Arabia Saudita nel completo silenzio della comunità internazionale (la distruzione di Sanaa, patrimonio dell’Unesco, ha scandalizzato meno delle distruzioni di Palmira da parte dell’Isis), c’erano le donne siriane, ancora incredule di come il mondo della sinistra non abbia compreso a fondo l’aggressione contro la Siria.

C’era anche Monsignor Capucci, al quale i 95 anni di età non impediscono di parlare ancora chiaro e forte contro le guerre. Capucci ha ringraziato pubblicamente Hezbollah ed Iran "coloro che aiutano a creare la pace in Siria, Iraq e Yemen" ed ancora: “Dobbiamo lavorare con chi sulla terra lavora per la pace in Medio Oriente“ ha affermato l’arcivescovo di Gerusalemme in esilio da decenni in Italia per il suo sostegno alla causa palestinese.

Gli attivisti della Rete No War si alternano al microfono, cercano e trovano la sintonia con un gruppo di vigili del fuoco precari che stanno manifestando sotto Montecitorio contro i tagli ad un servizio pubblico essenziale. Miliardi alle spese e alle missioni militari e poi si tagliano fondi a chi assicura la sicurezza della gente e del territorio. 
Qualcosa si muove anche dentro il Parlamento, prima il capogruppo del M5S della Commissione Affari esteri Manlio Di Stefano, poi il senatore del M5S Cotti si sono confrontati con gli attivisti No War sotto Montecitorio. Di Stefano ha anunnciato che è stata presentata proprio in giornata una risoluzione che chiede “la cancellazione dell'embargo alla Siria e una durissima reazione dell'Unione Europea verso chi, nell'ombra, aiuta l'ISIS in chiave anti Assad”.

Dentro una cronaca quotidiana che parla molto dei rifugiati arrivati in Europa ma mai delle cause della loro tragedia, che dà per assunta l’opzione dei bombardamenti salvifici sulla Siria, così come eri in Libia e prima ancora in Iraq, gli attivisti No War hanno “lanciato il cuore oltre l’ostacolo” scegliendo di andare a manifestare sotto Montecitorio.

Ma è solo il primo step, già si sta lavorando a preparare la manifestazione nazionale del 24 ottobre a Napoli contro le manovre militari della Nato “Trident Juncture”. L’entità delle manovre le collocano assai oltre il limite della routine. Gli scenari di crisi hanno bisogno di drammatici giochi di guerra.
http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=12661
Aleppo

Perchè pacificare la Siria deve essere una priorità

A rischiare il crollo non è soltanto il governo di Assad, bensì l’intera società siriana: un quinto della popolazione è già andata via, ciò che sta accadendo nella Repubblica Araba è un vero genocidio, da fermare prima che sia troppo tardi.
DI  - 16 SETTEMBRE 2015
Anche se spesso la forza di un numero viene abusata e strumentalizzata per giustificare le peggiori nefandezze di chi regge le sorti di questo nostro sistema, è bene partire da un dato per spiegare cosa sta accadendo in Siria.
I siriani, fino al 2011, erano 22 milioni: adesso, secondo le ultime stime, sono 15 milioni; vuol dire che sette milioni di cittadini sono rimasti coinvolti nel conflitto scatenatosi quattro anni fa, tra gente che è deceduta oppure che, nella stragrande maggioranza dei casi, andata via oltre valicando i confini della Repubblica Araba.
A memoria d’uomo, una cosa del genere non era mai accaduta; di tragedie e di guerre ne sono accadute nei vari anni, mai però si era assistito ad uno sfaldamento così grave di un’intera società. Ed adesso, mettendo da parte i numeri, è bene evidenziare il problema sociale che sta investendo la Siria; se già è pauroso per una nazione vedere i propri simboli distrutti da barbari mercenari armati da sauditi ed occidentali, vedere che anche la società sta scomparendo è un’autentica catastrofe.
Quantunque rappresenti un colpo al cuore ed all’anima vedere i templi di Palmira saltare in aria, quelle colonne classiche ridotte in pietre un giorno, con il lavoro di chi vuole riportare il buon senso nella culla della civiltà mediorientale, potranno nuovamente risplendere e ridare testimonianza del gusto della storia siriana; ma alla scomparsa di un popolo, non ci può essere alcun rimedio, lo sfaldamento della società non si può curare e non basta nemmeno il lavoro di chi vuole ricucire lo strappo.
Sette milioni di abitanti che vanno all’estero, vuol dire anche in caso di fine della guerra la Siria avrà tragiche conseguenze: se più di un quinto della popolazione non c’è più, vuol dire che in tante comunità non ci sarà più chi insegnava ai bambini, in tante università mancheranno tanti docenti, molti bravi alunni che si istruivano in Siria faranno lavori da due soldi nella tanto ‘accogliente’ Europa, in molti villaggi mancherà la figura del fornaio, insomma la società siriana è sfaldata e rischia di perdersi e sciogliersi come neve al sole.
Non è detto che anche se, per assurdo, già domani termina il conflitto immediatamente la Siria tornerà a riavere i suoi abitanti; molti resteranno all’estero, ma soprattutto i sette milioni di abitanti andati via non è detto che torneranno nei villaggi di origine o nelle comunità da cui sono partiti. Molti paesi non ci saranno più, oppure saranno abitati da altri e non si riconoscerà più il vicino di casa, così come non ci si ricorderà più di un preciso angolo in cui si è cresciuti e dove vi erano i ricordi d’infanzia più preziosi.
Anche qui, purtroppo, devono essere i numeri ad aiutare a comprendere ciò che è l’immane tragedia in corso; si parta da un esempio: a livello antropologico, ha rappresentato un cambiamento epocale per Messina il terremoto del 1908. A conti fatti, senza le migliaia di vittime di quel sisma (sono state solo a Messina più di 100mila), oggi la città siciliana poteva essere una metropoli di ben più vaste dimensioni rispetto a quelle odierne, con un peso politico decisamente maggiore.
Si rapporti questo esempio di una singola città, alla tragedia di sette milioni di abitanti che vengono a mancare nel tessuto sociale siriano; molti nati in Siria, daranno vita a figli che abiteranno in Europa e che parleranno come madre lingua il tedesco o l’inglese, facendo mancare al paese arabo tante risorse umane.
Una nazione può rimettere assieme le pietre delle sue città, ma uno Stato senza più il suo popolo rischia di non essere più nazione; e di fronte a tutto questo, l’Europa cosa fa? Parla di quote e di accoglienza, per l’occidente questa tragedia non sta esistendo, esistono soltanto numeri da distribuire tra i vari stati, non si pensa ad un popolo che sta scomparendo, si pensa piuttosto ai siriani come ad un agglomerato di atomi dispersi in giro per il vecchio continente, utili il più delle volte ad ingrassare le fila di una manodopera che nell’imborghesito popolo europeo si sta sempre più assottigliando.
La Siria bisogna salvarla; non solo le sue città ed i suoi monumenti, bisogna permettere ai siriani di tornare ad essere un popolo, con il diritto di vivere nella sua meravigliosa terra e seguendo le sue tradizioni.
E’ triste vedere che l’europeo medio si divide tra chi, ignorando il dramma di uno Stato sempre meno nazione, predica l’accoglienza senza se e senza ma e tra chi invece, invocando scontri di civiltà, inveisce contro le tradizioni islamiche. Nessuno è capace di vedere come dietro ogni singola persona, vi è una storia fatta di abbandono forzato della propria terra e delle proprie tradizioni e che dunque lo sforzo deve essere orientato affinché i siriani possano rivivere all’ombra della città vecchia di Aleppo o della città romana di Palmira; nessuno, nell’onda dell’ipocrisia di stato inaugurata dai mass media che hanno affrontato la questione inerente la recente ondata di immigrazione sulla via balcanica, ha solo accennato a chiedere scusa per aver destabilizzato una repubblica araba laica, che viveva pacificamente ed in cui mai erano emerse grosse divisioni tra le varie entità religiose ed etniche.
Per salvare la Siria, occorre una radicale presa di coscienza non solo della situazione siriana ma anche della politica estera fallimentare portata avanti dall’occidente; solo così, l’occidente ‘dal basso’ può tornare ad esercitare pressione affinché si ritorni al buon senso, si smetta di armare l’ISIS, si eviti di considerare ‘moderata’ l’opposizione formata da Al Nusra ed altri gruppi islamisti e si torni al dialogo con Assad, l’unico che può piangere tanti morti tra le sue fila nella lotta contro il terrorismo.
La Siria ha bisogno dei suoi figli per tornare a rinascere; se non prevarrà il buon senso, la Repubblica Araba rischia di essere uno Stato senza più nazione. Uccidere una società, sfaldarla e mandarla in gran parte in esilio all’estero, in una sola parola è genocidio: prima l’addormentato occidente lo capirà e prima si potrà permettere alla Siria di tornare ad essere quello che era.

SENZA RADICI


D’accordo: siamo tutti più o meno consapevoli delle responsabilità dell’Occidente nella fuga di siriani e africani verso l’Europa. Tutti più o meno comprendiamo che la destabilizzazione della Libia e della Siria hanno causato enormi danni in quelle regioni. Poi, però, uno strano corto circuito ci porta a pensare che la soluzione dei problemi sia “l’accoglienza” di qualche milione di immigrati nelle nostre nazioni. Senza se e senza ma, senza condizioni, siamo pronti ad abbracciare gente che “scappa dalle guerre e dalla povertà” (una piccola percentuale sul totale). Eppure anche la nostra terra è un territorio bombardato, solo che le bombe fisiche sono virtuali: divorzi e separazioni, aborti ed eutanasie, abbandono di anziani al loro destino, malattie sempre più diffuse e causate da stili di vita disumani e un’alimentazione violentata dall’industria, intossicazioni da droghe e alcolici che coprono una buona percentuale dei giovani, disoccupazione incalzante, povertà dilagante, diritti sempre più negati ai lavoratori, democrazia decadente.
Scopriamo oggi tuttavia che è più bello e comodo decidere di rivolgere la nostra attenzione al “remoto” che viene qui in cerca di comodità e benessere virtuale più che reale, piuttosto che al “prossimo” ignorato dai riflettori mediatici ma la cui sofferenza è altrettanto viva e pulsante.
Allora cosa nobilita la nostra morale? L’ignorare puntualmente la condizione di sofferenza di chi vive vicino a noi e non può fregiarsi del titolo di “immigrato” o “profugo” o l’abbracciare il paradigma etico che ci viene servito dai media?
Dov’è l’egoismo compiaciuto, il narcisismo farisaico, il pietismo di plastica? Sta nello sguardo scostato dalle realtà che ci circondano o nello sguardo concentrato sulle masse attratte dal miraggio della way of life occidentale?
Purtroppo siamo vittime di una potente ipocrisia, una ipocrisia che gronda retorica. E non è un caso se la Chiesa ne stia diventando l’emblema. Una Chiesa che non condanna chi ha creato questo disordine, che non addita i potenti mezzi di coloro che vogliono tagliare le radici sia agli immigrati che agli europei. Una Chiesa che non denuncia il traffico della cosiddetta accoglienza, ma che lo favorisce, stimolando al contempo il traffico di scafisti e sfruttatori. Una Chiesa infine che nel totale arretramento delle virtù e dei valori virili, non incita questi popoli in migrazione a rivendicare nelle loro patrie il diritto alla giustizia, all’indipendenza dalle ingerenze straniere, alla costruzione di una società fondata sul bene comune, ma che incita alla diserzione e alla violazione della legge. Ignorando, peraltro, o fingendo di ignorare che tutte queste masse che entrano in Europa, sono nuova carne da mettere nell’arena, con un risparmio magari sulle spese per i leoni, perché finalmente le tensioni sociali potranno appianarsi in Europa attraverso una lenta e costante “guerra fra poveri”.
Ciò che tuttavia mi ripugna sommamente è questa pietà consumistica venduta dalla pubblicità dei media e dalla complicità del clero a popoli che hanno perso completamente il ricordo di una scala di valori. E scoprono un buonismo artificiale che è manipolazione delle coscienze, réclame del politicamente corretto. E continuano ad ignorare la sofferenza che li circonda e che spesso producono o provano per via della rinuncia ad ogni valore e ad ogni identità.


Ricordo che Seneca in una delle sue lettere a Lucilio racconta come in campagna si trapiantassero gli ulivi secolari: “si tagliano le radici almeno quanto le branche”. Ecco, l’operazione in corso in Europa, ma anche in Africa e in Medio Oriente è la stessa: per trapiantare i nuovi schiavi e rendere adatti ad ogni terreno cittadini divenuti meri consumatori e operai del consumo, occorre prima tagliare le branche, devastare le loro terre, devastare le loro vite, cambiare le loro abitudini, condizionare ogni aspetto delle loro vite. E poi provvedere a tagliare le radici. Così finalmente questi uomini e donne senza identità saranno ridotti a monche ceppaie. E non per essere trapiantati, ma per lasciare la terra libera nelle mani di chi la considera sua proprietà assoluta. Disabitata da “persone” e “depurata” dalla presenza di Dio.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.