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giovedì 25 agosto 2016

Il peccato non è più peccato?

INFERNO VOLONTA' DEL PECCATORE

L’Inferno non è una punizione esterna ma la volontà stessa del peccatore. Il peccato non è più peccato? pertanto anche l’Inferno non sarà più quello o meglio non vi sarà più “bisogno” di credere nell’esistenza dell’Inferno 
di Francesco Lamendola




La teologia e la pastorale odierna fanno un gran parlare, come è giusto, dell’amore di Dio per l’uomo e della Sua misericordia infinita; non è altrettanto giusto, però, presentarli come se fossero qualche cosa di distinto e di “superiore” alla Sua giustizia, quasi che il Dio “giusto” sia solo quello dell’Antico Testamento, e che il Dio del Nuovo Testamento sia solo ed esclusivamente amorevole e misericordioso, a scapito delle altre Sue qualità, ugualmente perfette.
Amorevole, intendiamoci, Dio lo è sempre, perché Egli è l’Amore stesso, dunque non potrebbe non essere pieno di amore in ogni Suo pensiero e in ogni Sua azione: dalla Creazione, all’Incarnazione, alla Passione, Morte e Risurrezione, tutto in Lui è amore, e non vi è alcuna’altra ragione se non un amore immenso, gratuito, addirittura incomprensibile (da un punto di vista puramente umano) nel suo voler amare gli uomini nonostante tutto, e nell’aver detto fino all’ultimo: Padre, perdona loro, quando già essi gli battevano i chiodi nelle mani e nei piedi, per crocifiggerlo.

Resta da capire, a noi uomini, che come l’Amore è l’attributo essenziale di Dio, che Lo definisce perfettamente, la Giustizia, in Lui, non è qualcosa di distinto, o di secondario, o di meno “nobile”; non è qualche cosa di cui Egli può fare a meno, talvolta, come se si trattasse, in Lui, di una seconda natura, meno essenziale dell’altra, quella amorevole. In Dio, infatti, tutte le virtù toccano la più alta perfezione, Egli è la perfezione di tutte le perfezioni: sapienza, bellezza, verità. Come potrebbe la giustizia non appartenergli, e non appartenergli in modo assolutamente perfetto, cioè completo e immodificabile? Tutto ciò che è perfetto è immodificabile, perché immaginare una modificazione equivale a presupporre la possibilità di un ulteriore avanzamento o, eventualmente, di un arretramento: ma una cosa perfetta non può avanzare, perché nulla vi è di più perfetto, in essa, di quello che è già; e mai potrebbe retrocedere, ossia divenire meno perfetta, perché anche solo la possibilità che ciò possa avvenire implica che la sua perfezione non sia tale: ciò che è perfetto, infatti, non può decadere, non può essere sminuito, altrimenti non sarebbe perfetto.
La sola eccezione a questa regola è il mistero dell’Incarnazione: mistero veramente abissale, nel quale si contempla Dio che si fa uomo, il Creatore che si fa creatura, la Perfezione stessa che si fa carne, debole, vulnerabile. Il Verbo incarnato non era debole solo perché soggetto alle offese degli uomini, come avvenne durante la Passione, ma anche perché soggetto alle passioni e ai turbamenti degli esseri umani: basti dire che, davanti al sepolcro in cui era stato posto, da quattro giorni, il corpo del Suo amico Lazzaro, Egli scoppiò in pianto, esattamente come fa qualsiasi essere umano davanti alla perdita di un carissimo amico. Le stesse tentazioni diaboliche, nel deserto, alla vigilia della Sua vita pubblica, mostrano che Gesù era suscettibile delle stesse debolezze di qualsiasi uomo: il fatto che le vinse perfettamente non deriva dal fatto che Egli non poteva cadere, perché nella Sua natura umana, Egli, in teoria, avrebbe anche potuto soccombere, così come, più tardi, fu possibile che i Giudei Lo prendessero, Lo percuotessero, Lo facessero mettere a morte. Sì: Gesù, come uomo, avrebbe anche potuto lasciarsi tentare dal Diavolo; ma, proprio come uomo, fu in grado di trionfare di quella prova e di mettere in fuga il Tentatore, affidandosi completamente e perfettamente alla volontà del Padre; cosa che lo confermò, anche in un corpo mortale, nella Sua spendente, intangibile, gloriosa natura divina. Questo è il segreto di tutte le prove che Gesù, come uomo, ha dovuto affrontare: l’affidamento totale, incondizionato, assoluto, alla volontà del Padre, che annullò ogni distanza fra Lui e il Padre suo.
Gesù è venuto nel mondo anche a mostrarci che cosa ciascuno di noi potrebbe essere, se fosse capace di una dedizione così totale, assoluta, incondizionata: e i Santi sono coloro che hanno compreso il valore di tale esempio, e che si sono sforzati d’imitarlo. Nessuno di essi, però, è stato capace di quella adesione perfetta al volere del Padre, di cui è stato capace Gesù; ed è stata sempre quella perfetta adesione che ha reso possibile la Resurrezione. Se in Gesù fosse rimasta - poniamola come semplice ipotesi accademica – una sia pur minima imperfezione umana, un sia pur minimo rimpianto, una sia pur minima traccia di egoismo, cioè di volontà propria, di desideri propri, di timori o di riserve mentali tipicamente umani, la Resurrezione non ci sarebbe stata, perché nessun uomo può risorgere dalla morte. La stessa resurrezione di Lazzaro non è, a ben guardare, una resurrezione, ma il ritorno alla vita di un morto; mentre la Resurrezione di Cristo è stata veramente una resurrezione, cioè il ritorno di un uomo morto ad una condizione di vita piena, perfetta, luminosa, in un corpo glorificato e trasfigurato, divenuto immortale.
Il mistero dell’Incarnazione, dunque, è, come tutti i misteri sacri, qualche cosa d’insondabile; qualche cosa che la mente umana non potrà mai pienamente comprendere, ma che può e deve limitarsi ad accettare per fede; non è, tuttavia, qualche cosa di contrario alla ragione, come taluni vorrebbero, ma semplicemente qualcosa di diverso e di talmente superiore ad essa, che la ragione arriva a concepirlo solo fino a un certo punto, poi deve fermarsi e arrendersi, vinta da una luce così sfolgorante, da un amore così sconvolgente, come quello di Dio per l’uomo.
E tuttavia Dio, che è infinita misericordia. non può volere che delle anime restino all’Inferno per sempre; né potrebbe permetterlo: simili sciocchezze a buon mercato (ché non costano nulla a chi le dice, mentre gli procacciano, in compenso, una discreta dose di simpatia e popolarità fra il pubblico degli stessi credenti) sono ormai frequenti, tanto quanto infrequenti sono diventati, anche da parte di teologi e ministri del culto, gli ammonimenti relativi al peccato; vediamo perciò di fare un minimo di chiarezza in proposito.
Che l’Inferno non sia un luogo, perlomeno nel senso terrestre della parola, è cosa abbastanza ovvia, e  non c’è bisogno d’insistervi troppo. Ma che esista, è cosa di cui i teologi modernisti e progressisti dovranno farsi una ragione: a meno che essi vogliamo impugnare e dichiarare nulli secoli e secoli di Magistero della Chiesa cattolica, di solenni dichiarazioni conciliari (non del Vaticano II, guarda caso, ma di parecchi altro concili), nonché di predicazione pastorale, Catechismo compreso. A meno che…
Il rischio, oggi, è che si operi una riforma teologica calata dall’alto: che dai vertici della Chiesa, e dallo stesso Magistero, pur senza rotture clamorose, almeno sul piano formale, ma un poco alla volta, con discrezione, con abilità, e, soprattutto, con molta spregiudicatezza - cosa di cui non sembrano difettare ormai non solo singoli sacerdoti, ma pure parecchi vescovi e cardinali - si introducano nuove sfumature, nuovi distinguo, nuovi precetti legati alle “situazioni di fatto”, in base ai quali il peccato non è più peccato, e, pertanto, anche l’Inferno non sarà più quello, o meglio, non vi sarà più “bisogno” di credere nell’esistenza dell’Inferno.
I due concetti, infatti, sono strettamente collegati; diciamo pure che sono le due facce della stessa medaglia: l’Inferno è il risultato del peccato, e il peccato è la premessa, la condizione e la causa dell’Inferno: non potrebbe esservi l’uno, senza l’altro. Il problema è che molti, troppi teologi, non si interessano più del peccato: darebbe troppa ombra alla loro amata “svolta antropologica”; ricorderebbe in maniera troppo esplicita e impietosa che, per quante svolte antropologiche la teologia postconciliare possa compiere nei prossimi anni, secoli e millenni (se l’umanità avrà ancora a disposizione un futuro così ampio), l’uomo resterà sempre peccatore, perché figlio di Adamo ed Eva, e perciò reca in se stesso le conseguenze del Peccato originale, che il sacramento del Battesimo attenua, ma non elimina: il bene prezioso del libero arbitrio rimane agli uomini, ma permane in essi anche una fatale, drammatica inclinazione al male.
Il teologo Franco Amerio, con una chiarezza esemplare, ha svolto questa riflessione sulla realtà dell’Inferno (da: F. Amerio, La dottrina della fede. Dogma, morale, spiritualità, Milano, Edizioni Ares, 1985, p. 257-258):

Dai non pochi testi del Magistero risultano da ritenersi come dati della fede cattolica – respingendo i quali si respinge la fede cattolica – almeno i seguenti: l’Inferno esiste; riguarda i peccatori morti impenitenti; consta della privazione della visione beatifica (si suol dire pena del danno), e di una pena positiva (si suol dire pena del senso); la sua durata è senza fine. “Le anime di coloro che muoiono in peccato mortale… vanno subito nell’Inferno, dove sono punite con pene diverse (D. B. 464): così la professione di fede del concilio lionese (1274) ripetuta dal concilio fiorentino (1439), i due concili sottoscritti anche dagli Orientali. Quanto alla durata, si veda il passo del concilio lateranense (1215) , che conclude il brano […] sulla risurrezione dei corpi: risorgeranno “per essere retribuiti secondo le loro opere buone o cattive: gli uni (avranno) con il diavolo una punizione perpetua, gli altri con Cristo una gloria sempiterna” (D. B. 429). Poco dopo Innocenzo IV così scrive agli Orientali: “Se qualcuno muore, senza pentirsi, col peccato mortale, questi sarà senza dubbio tormentato per sempre nel fuoco della geenna eterna” (D. B: 3048). Il Concilio Vaticano II, che pure non tocca di proposito l’argomento, lo accenna di passaggio nei termini tradizionali, raccomandando la vigilanza per potere infine “essere annoverati tra i beati, e non ci venga comandato, come servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno” (L. G. § 48).
È inutile, del resto, insistere sui testi ufficiali, quando il tema dell’Inferno fu, e ancora è, uno di quelli talmente talmente consueti nella predicazione pastorale che, se non lo si riconosce quale oggetto del Magistero ordinario, non si saprebbe quale altro tema quale altro tema potrebbe esserne oggetto. […]
Mettiamoci in guardia, anzitutto, da una concezione, per così dire, estrinsecistica dell’Inferno: come se Dio, avendo dato un ordine e quest’ordine essendo stato trasgredito, si vendicasse escogitando una punizione da applicare al ribelle. Non è così: il rapporto fra il peccato e l’inferno è un rapporto di connessione intima, vitale. È Dio che punisce, ma facendo che il peccatore stesso si punisca, poiché l’Inferno altro non è, infine, che il raggiungimento pieno e definitivo di ciò che  il peccatore ha voluto, e continua a volere. Il peccatore sarà paradossalmente accontentato, poiché avrà per sempre quello che ha voluto: ha voluto il peccato e giacerà sempre nel suo peccato.
Che cosa è infatti il peccato? È insieme, indissolubilmente, “aversio a Deo”, alienazione da Dio, e “conversio ad creaturas”, attaccamento alle creature. Orbene, in che cosa consiste l’Inferno? In null’altro che, appunto, nello stato e nelle conseguenze dell’essere definitivamente avversi a Dio e attaccati disordinatamente alla creatura: per sempre. Per il dannato si avvererà l’espressione del salmista: “amò la maledizione e gli verrà addosso; ne sarà rivestito come di una veste, gli penetrerà come acqua sin nelle interiora” (Ps108, 18).; per il dannato si realizzerà la minaccia divina: “Io li lascerò in preda ai desideri dei loro cuori, ed essi correranno dietro ai loro vani desideri” (Ps 80, 13). Con ragione Bossuet così sintetizza: “L’’Inferno, a ben guardare, è il peccato stesso”, e “i peccatori sono i dannati viventi”.

Il peccato, dunque. È una cosa singolare che questo concetto sia, poco a poco, pressoché scomparso dalla predicazione pastorale: grazie a quei teologi che accusano la Chiesa d’aver predicato una “dottrina della paura”, ora del peccato quasi non si parla più. Ed è perfettamente logico che, arrivate le cose a questo punto, non si parli più nemmeno dell’Inferno; oppure che se ne parli per escluderlo, quanto meno nella sua dimensione eterna. Curioso: si vorrebbe una beatitudine eterna, ma si respinge inorriditi l’idea di una eterna dannazione. Anche in questo, i cattolici moderni somigliano sempre più a tutti gli altri uomini moderni, immaturi, egoisti e viziati: vorrebbero le rose della vita, ma senza ferirsi le mani con le spine; in questa, così come nell’altra.
E invece no. L’uomo può dannarsi, e può farlo per l’eternità. Non Dio lo punisce, ma si punisce da se stesso chi rifiuta l’Amore; dunque, è giusto che abbia il suo contrario, l’Inferno. Dopo la venuta di Cristo, l’uomo non ha più scusanti: Egli è stato il modello perfetto cui ispirarsi, l’esempio da imitare. Quando Satana, tentandolo, gli suggerì di gettarsi dal pinnacolo del tempio, Egli, se lo avesse ascoltato, si sarebbe sfracellato, perché aveva assunto in sé, con l’Incarnazione, tutta la fragilità di un corpo umano, e anche di un’anima umana, soggetta alla possibilità della tentazione. Perciò, alle prese con la tentazione, dobbiamo imitare Lui: pregare il Padre e chiedere il Suo aiuto…


L’Inferno non è una punizione esterna, ma la volontà stessa del peccatore

di Francesco Lamendola

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