ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 27 agosto 2016

L’origine della sofferenza e della morte

                       

                                         I CASTIGHI DIVINI

          «Se vivete secondo la carne, morirete» (Rm 8,13). Questo versetto paolino ci dà l’occasione di parlare di un argomento importantissimo che, oggi, viene troppo spesso dimenticato: i castighi divini. Molti cristiani e, peggio ancora, membri della gerarchia cattolica affermano che il castigo in sé non viene da Dio, perché Egli è amore e non vuole la sofferenza e la morte dell’uomo. Una tale affermazione nega la nozione stessa di castigo divino e nasconde due gravi eresie insegnate implicitamente.
La prima eresia è la negazione della causalità universale di Dio. Dio è la prima causa di tutto! Nel catechismo del Cardinale Gasparri leggiamo: «Dio ha cura di tutte le sue creature, perché le conserva positivamente, le protegge, le governa in tale modo che nulla avviene o può avvenire senza che Dio lo voglia o lo permetta». È una verità ben conosciuta e costantemente affermata nella sacra Scrittura: «Il male e il bene non procedono forse dalla bocca dell’Altissimo?» (Ger 3,37); «Avviene forse nella città una sventura che non sia causata dal Signore?» (Am 3,6). È quindi una certezza filosofica e teologica che Dio è la prima causa di tutto. Anche senza fare miracoli, Dio agisce sempre tramite le cause secondarie. La seconda eresia riguarda l’origine della sofferenza e della morte. Qui affrontiamo il noto problema del male. Dio, ovviamente, non vuole mai il male in sé, ma ha dato agli angeli e agli uomini il dono della libertà e, quindi, la possibilità di disobbedirgli. Questa è l’origine del male in generale. La sofferenza e la morte sono dei mali che Dio non ha voluto, ma che provengono dal peccato di Adamo, tramite una conseguenza naturale a cui Dio non ha voluto opporsi, perché l’esenzione della sofferenza e della morte non avrebbe permesso all’uomo di salvare la sua anima, dopo il peccato originale. Tre brani della sacra Scrittura confermano la dottrina della Chiesa: «Dio avvertì Adamo che se dovesse disobbedire, morirebbe certamente» (Gn 2,17);
«Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi» (Sap 1,13); «A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, anche la morte» (Rm 5,12). L’uomo ha sempre cercato di contrastare questa dottrina, dicendo che la morte è una necessità biologica e che tutti gli esseri viventi conoscono questa curva che va dalla nascita alla morte, attraverso l’età adulta. L’uomo, però, dimentica che Dio è più intelligente di lui e aveva messo, nel Paradiso terrestre, l’albero della vita, destinato appunto ad impedire la morte degli uomini! Donde la dichiarazione del Concilio di Cartagine (418), le cui decisioni infallibili furono confermate da Papa Zosimo: «Chiunque dice che Adamo, il primo uomo, è stato creato mortale in modo tale che, peccando o meno, doveva morire corporalmente, cioè che il fatto di lasciare il suo corpo non sarebbe stato una conseguenza del peccato, ma una necessità di natura, sia anatema!». Il Concilio di Trento (1546) riaffermò lo stesso insegnamento e lo stesso anatema.
         Dopo aver ricordato alcuni punti fondamentali della dottrina cattolica, concludiamo con il parlare dell’unica causa di tutti i mali in questo mondo: il peccato. A la Salette, la Vergine lo rivelò: «25 anni di abbondanti raccolti faranno dimenticare che i peccati degli uomini sono la causa di tutte le pene che succedono sulla terra». Dio, dunque, è forse ingiusto, visto che molti innocenti sono vittime di numerosi mali dovuti ai peccati altrui? E come mai persone cattive, criminali, sembrano vivere una vita felice su questa terra? Tre ragioni ci aiuteranno a rispondere a queste legittime domande sull’apparente ingiustizia di Dio: 1) A questa breve vita umana, ne seguirà un’altra che non finirà mai, nella felicità o nella disgrazia. Ogni giustizia verrà allora ristabilita. Certo, non è cosa facile soffrire quaggiù, ma San Paolo ci dice che «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria che Dio manifesterà verso di noi» (Rm 8,18). La semplice ragione dimostra che una felicità perfetta ed eterna compensa in modo infinito le sofferenze di quaggiù. Detto questo, la sofferenza rimane un male in sé ed è legittimo chiedere umilmente a Dio di liberarcene o di attenuarla in noi stessi e negli altri. La santa Messa è piena di queste supplicazioni. 2) San Paolo ci spiega perché Dio vuole che i giusti subiscano le conseguenze dei peccati degli altri. Questa solidarietà della famiglia umana ha, come contropartita, la solidarietà nella giustizia portata da Gesù Cristo. La reversibilità dei meriti esiste: se saremo un giorno salvati, lo saremo perché Nostro Signore espiò i nostri peccati sulla croce, Lui, il perfetto Innocente! Il Santo dei santi! 3) Infine Dio permette il male sempre in vista di un bene più grande. È per misericordia che Dio permette la sofferenza. Vediamo ciò che dice San Paolo: «Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8,28). Uno si danna soltanto se ha ostinatamente disprezzato le grazie necessarie alla salvezza, che Dio dona a tutti. Le sofferenze che Dio permette sono spesso degli avvertimenti dati al colpevole perché rinunci ai suoi peccati. Se esse opprimono le anime giuste, è per far guadagnare loro grandi meriti per se stesse e per i peccatori. L’azione stessa di Satana è permessa da Dio per il nostro bene! Ne dà prova la Sacra Scrittura nell’episodio che San Paolo racconta nella sua prima lettera ai Corinzi: egli seppe che c’era a Corinto un cristiano che viveva con la moglie di suo padre; e proclamò contro di lui questa sentenza: «Questo individuo venga consegnato a Satana a rovina della carne, affinché lo spirito possa essere salvato nel giorno del Signore» (1Cor 5,5). Sì, se Dio ci castiga è perché ci ama e ci vuole ricordare che dopo questa vita ce n’è un’altra: ogni giorno che passa ad essa ci avvicina!

di Pastor Bonus

http://www.presenzadivina.it/277.pdf

Di fronte alla morte. Preghiere di San Giovanni Bosco

Redazione27/8/2016
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I luttuosi eventi del Centro Italia ci pongono di fronte al mistero della morte, confermandoci che nessuna parola umana, o tantomeno nessun sostegno psicologico possono dare una spiegazione al mare di dolore in cui possiamo trovarci all’improvviso immersi. Solo nel sereno abbandono alla volontà di Dio l’uomo può trovare il senso della vita e non essere atterrito dalla morte. Proponiamo perciò all’attenzione degli amici lettori, per le anime dei morti nel sisma e per la meditazione di tutti, la recita delle preghiere “Per le anime del Purgatorio”, “Per impetrare da Dio la grazia di non morire di morte improvvisa” e la preghiera a San Giuseppe, pubblicate da San Giovanni Bosco nel suo libro “il giovane provveduto”, edito nel 1847 ma, come sempre accade per le parole di verità, attualissimo.
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