ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 26 maggio 2017

Almeno meno peggio del prevedibile?


 Il “saudita” Trump non incanta Papa Bergoglio


Alberto Negri, Il Sole 24 Ore*

 A Papa Francesco, fine analista della guerra mondiale combattuta a pezzi, non è sfuggito il prossimo guaio che stanno preparando Trump e gli americani in Medio Oriente. E infatti ha liquidato il presidente americano in 40 minuti, lo stesso tempo del meeting tra Abbas e Trump. Il resto probabilmente lo hanno detto il segretario di Stato Parolin e Gallagher. I rapporti dal Medio Oriente da settimane sono abbastanza chiari e la visita in Arabia Saudita deve avere rafforzato le convinzioni della Santa Sede: più che la lotta all'Isis e ai foreign fighters del Califfato, gli Stati Uniti si stanno preparando ad aprire un fronte contro l'Iran e gli Hezbollah che ovviamente coinvolge la Siria di Assad. 


L’euforia dei sauditi

Troppo entusiasmo da parte dei sauditi per la visita di Trump: un’euforia giustificata dalle posizione anti-iraniana assunta dal presidente americano a Riad e profumatamente pagata con commesse per 110 miliardi di dollari di armi. Queste sono le cose che fanno infuriare il Papa, il quale ha detto più volte che i problemi del Medio Oriente dipendono dal proliferare degli armamenti.
Non è certo questa la prima volta che il Vaticano e gli Usa si trovano su posizioni opposte, soprattutto in Medio Oriente. Nel 1991 Giovanni Paolo II si era opposto all'attacco all'Iraq dopo l'occupazione del Kuwait perché Saddam era il protettore dei cristiani. Ancora più forte fu l'opposizione del Papa nel 2003, convinto che i regimi autoritari ma laici erano l'unico argine contro l'islam politico.
Le tensioni tra Casa Bianca e Vaticano sono continuate con Papa Ratzinger. Il segretario di Stato Hillary Clinton ebbe buon gioco allora a convincere Barack Obama a investire sulla Fratellanza Musulmana ed ad applicare con le primavere arabe del 2011 il “leading from behind”, ovvero a guidare da dietro le rivolte. 
Qui è cominciato il disastro in cui siamo immersi ancora oggi. La questione libica è sotto gli occhi di tutti: francesi, inglesi e americani, non avendo come al solito un'alternativa a Gheddafi come non l'avevano per Saddam nel 2003, hanno fatto affondare un intero Paese e anche i confini dell'Italia. 
E ancora peggio è andata in Siria dove la signora Clinton, per accaparrarsi il sostegno finanziario delle monarchie del Golfo, diede via libera a Erdogan a aprire l'«autostrada della Jihad» pur di abbattere il regime di Assad. In realtà si trattava di una guerra per procura contro l'Iran, arci-nemico degli arabi del Golfo e Israele. Pensavano di manovrare i jihadisti che adesso tornano indietro come una sanguinosa risacca in Europa, come si è visto anche in queste ore in Gran Bretagna.

Francesco e la preghiera in San Pietro

Pur non essendo certo un ammiratore di Assad, Papa Bergoglio nel 2013 promosse una veglia di preghiera a San Pietro cui partecipò anche l'allora ministro degli Esteri Emma Bonino che infatti poi venne fatta fuori da Renzi: come il suo predecessore Ratzinger, Papa Bergoglio aveva compreso le gravi conseguenze che si stavano addensando sui cristiani in Siria se avesse vinto l'ala più radicale dell'Islam sunnita. I cristiani di Siria furono salvati dagli Hezbollah libanesi sciiti che liberarono i i villaggi dalle formazioni qaidiste.
Se questi sono i precedenti si può immaginare che cosa abbai potuto dire il Papa a Trump, ovvero tutto il suo dissenso per un'operazione militare in Medio Oriente destinata a colpire l'Iran e gli Hezbollah. Un'operazione che tra l'altro coinvolge gli inglesi e la Giordania, con rischi non da poco per il regno hashemita. Ma anche questo presidente americano, come molti altri che lo hanno preceduto, finge di voler fare la lotta la terrorismo ma in realtà lo alimenta e tende a fare dei favori ai suoi sponsor sauditi e delle monarchie del Golfo. Con i devastanti risultati che sappiamo.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autore
http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_negri__il_saudita_trump_non_incanta_papa_bergoglio/82_20276/

AI FANATICI DELLA NATO TRUMP NON E’ PIACIUTO.





No, non ha ripetuto che l’Alleanza Atlantica è “obsoleta”. Ma col linguaggio del corpo, Trump è stato inequivocabile. A  cominciare da  come ha sbattuto da parte il primo ministro del Montenegro Dusko Markovic, prossimo membro della NATO: certo,   Donald non lo conosceva (e chi mai lo conosce?) ma l’atto è altamente  simbolico: Stoltenberg e i servi europei di Obama hanno voluto  il Montenegro nella NATO, contro Mosca, a tutti i costi,  al punto da tentare un colpo di Stato per farlo.  Per il resto, ha ripetuto agli alleati a muso duro: pagate per la nostra protezione. Un discorso da commerciale, il che è un benefico miglioramento rispetto  moralismo bellicista coltivato dai Stoltenberg e dai Tusk in funzione anti-Mosca, il Bene  in lotta contro il Male, contro il Putin “aggressivo alle frontiere”.
Soprattutto, attenzione, Trump si è rifiutato di evocare esplicitamente l’articolo 5: ossia il principio che l’attacco ad un solo membro dell’Alleanza sarà considerato automaticamente un attacco a tutti. Ogni presidente americano prima di lui ha ripetuto l’impegno a rispettare l’aricolo 5, ad alta ed esplicita voce;  a Trump  era stato chiesto, con insistenza, dietro le quinte; lui, duro, niente. Un anonimo funzionario della Casa Bianca ha spiegato poi che l’impegno all’articolo 5 veniva da sé…














Ma no, ha  risposto The Guardian fremente di rabbia: “Per gli alleati, specie per quelli sulla frontiera d’Europa all’ombra di una Russia sempre più aggressiva, non va da sé”. Insomma i baltici e la Polonia “avevano bisogno di sentirlo dalle labbra del presidente, e non l’hanno sentito”.  Il  Guardian giunge al punto di dire:   “L’ostinazione del suo rifiuto di usare il linguaggio  che è stato consueto a tutti i presidenti di prima, ha rafforzato i diffusi e persistenti  riferimenti che Mosca ha una qualche  influenza sul presidente”: il che è la solita accusa demente  a cui in Usa gli anti-Trump cercano invano di dare concretezza, ma è  bello vedere un giornale progressista  schierarsi coi più guerrafondai dell’Alleanza.
“Un grave colpo per l’Alleanza”, ha commentato un ex ambasciatore americano alla NATO, Ivo Daalder
Invece di nominare Mosca come nemica, Trump alla NATo ha dedicato molti passi alla “lotta contro il terrorismo e contro l’immigrazione”, e ancora una volta il Guardian non si contiene dal commentare: “Non è chiaro che ruolo si aspetti che la NATO svolga  nella gestione dell’immigrazione”. Chissà, magari bombardare meno la Siria? Smettere di destabilizzare la Libia? Sparare agli scafisti?
“La  prima visita di Trump era una opportunità di unire l’Alleanza; purtroppo, la NATO è oggi più divisa che mai”, ha commentato l’ex ambasciatore Daalder. Del che personalmente non ci addoloreremo troppo.

Perché Macron riceve Putin, a Versailles

Un altro colpo all’Alleanza  è pronto:  sorprendentemente, il neo-presidente Emmanuel Macron  sta per ricevere Putin. Lo riceverà a Versailles, laddove fu ricevuto nel 1717 Pietro il Grande, gesto altamente simbolico.  Il motivo per cui  Macron  ha  deciso di dedicare alla Russia la prima visita ufficiale che accoglie, è molteplice. Da una parte, si tratta di correggere l’orrenda mascalzonesca ostilità che Hollande ha dedicato a Mosca, a cominciare dal rifiuto di venderle le navi Mistral che aveva pagato, fino a  provocare Putin a annullare una sua visita  a  Parigi un anno fa, per le restrizioni offensive che Hollande aveva posto al  viaggio. Una stupidità politica e diplomatica senza precedenti.


Più vicini di quanto si creda?

L’altro motivo è che Macron ha bisogno di una sponda, in vista della dura opposizione che si aspetta dalla Merkel:  il giovinotto ha promesso di “fare le riforme” (tagli ai salari) come Angela chiede, ma per poter poi esigere “un bilancio comune della zona euro controllato da un parlamento dell’eurozona”.  Buona fortuna:   vuol costringere Berlino a mettere in comune i suoi surplus con i deficit e debiti  italiani, spagnoli, francesi, greci,  in un debito pubblico condiviso e solidale.   Ciò ovviamente non avverrà mai: la Germania ha sempre ripetuto a tutti, “prima”, fate le riforme. Ossia riducete il bisogno di solidarietà, anzi fate sparire il bisogno di  solidarietà  verso i paesi in deficit, e solo poi noi accederemo alla solidarietà.  In questo però Trump  ha dato una   mano insperata a  Macron, ripetendo che la Germania è “cattiva” per via dell’enorme surplus (280 miliardi) della sua bilancia commerciale.
Insomma   la situazione è in movimento.   Di fatto, fino ad oggi, è stata la Germania non solo a dettare la linea ostile a  Putin nella UE, ma anche a fare  la sola interlocutrice (e grassi affari)  a nome della UE con la Russia; ora Macron, certo su consiglio del suo creatore Attali, sta cercando di riprendere una certa iniziativa in fatto di politica estera, una vaga eco di gollismo…
Un’altra ragione è che, al contrario di Hollande, Macron non ha manifestato  alcuna voglia di impegnare le forze armate francesi contro Assad,  nella “lotta al terrorismo”, insomma ha dei motivi per allentare un po’ l’impegno  bellicista  in Medio Oriente. Lo ha detto in modo singolarmente esplicito: “Metterò fine agli accordi che favoriscono il Katar in Francia. C’è  stata troppa compiacenza…”. Il Katar? Il massimo finanziatore (in concorrenza con l’Arabia Saudita, più che in coordinamento)  dei terroristi in Siria, è un cliente  di gran valore   per la Francia, perché compra i suoi “Rafale”.

Ryad e il Katar ai ferri corti, quasi in guerra

Un grosso affare che profuma di scandali mal coperti e di mazzette miliardarie, di cui non ci si stupirebbe di apprendere, un giorno, che alcune sono finite nelle tasche di Hollande e del suo entourage:  tutto l’affare è stato basato sulla “amicizia personale” fra Hollande  e il pretendente al trono katarino Tamim bin Hamad Al Thani, spesso invitato all’Eliseo;  reciprocamente, Hollande ha visitato il Katar due volte, confricandosi coi miliardari locali.


Al Thani sotto attacco saudita.

Ora, sta succedendo qualcosa di grave proprio alla   famiglia Al Thani  del Katar:  la sua tv Al Jazeera è stata attaccata e silenziata da hackers; la tv saudita Al Arabyia ha dato notizia che il Katar “ha convocato i suoi ambasciatori dall’Arabia Saudita ,  Bahrein, Egitto, Emirati”: notizia falsa, che   il Katar ha dovuto smentire.
Sono, come si è potuto intuire, atti di ostilità messi in atto dal principe saudita Bin Salman (notoriamente “Impulsivo”)  che comanda al posto del vecchio re Alzheimer, contro   il mal sopportato concorrente in terrorismo. Fonti chiaramente saudite attribuiscono al katarino Al Thani  propositi come: Hezbollah è “un movimento di resistenza” (fra i wahabiti è obbligo definirlo “terrorista”),  “c’è della pazzia nel voler persistere in ostilità verso l’Iran”, lui,  Al Thani, vuole “cooperare  coi vicini a portare la pace nella regione”, intrattenendo buone relazioni sia con l’Iran sia con gli Usa, le cui truppe “proteggono il Katar dalle  voglie territoriali dei vicini” (delicata allusione a contestazioni confinarie coi sauditi).


Al Jazeera vittima di hackers (no, stavolta non è stato Putin).

















Sono frasi che fanno di Al Thani un filo-sciita e dunque, per i Saud e i wahabiti in genere,   un candidato alla decapitazione  come kafir. Non si sa se le abbia davvero pronunciate, anzi si tende ad escluderlo: si tratterebbe di “fake news” messe in  giro per ordine della corte saudita, e dell’impulsivo Bin Salman, che ha un modo tutto suo di usare l’informazione. Certo è che  ciò avviene a sole  48 ore dalla visita di Trump con la sua volontà di  costituire una “NATO del Golfo”   per  combattere il “terrorismo” iraniano.
Gran disordine sotto il cielo, dunque tempi eccellenti. O almeno meno peggio del prevedibile.


EL PAPA TORVO.





visite a confronto.

























































Libero – 22/05/2017

“Trump si sta preparando a una guerra. Il candidato più evidente è l’Iran”. Stanno arrivando tempi ancora più bui e secondo Lucio Caracciolo nel suo discorso a Riad Donald Trump ha preparato il terreno per un intervento militare che si presenterebbe come rischiosissimo e potenzialmente distruttivo.

Intervistato dal Giorno, il direttore della prestigiosa rivista di geopolitica Limes nella capitale saudita “c’è stata la pre-legittimazione di un conflitto. Tutto quello che ha detto Trump serve a mandare questo messaggio: fate fuori l’Iran e i suoi accoliti”.

Se l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e gli altri regimi sunniti non ci riuscissero, spiega l’esperto, il presidente americano “si riserva tutto il diritto-dovere di dire la sua e, eventualmente, di intervenire. Comunque è un via libera a tutti i Paesi arabi del Golfo. L’Arabia in cambio gli compra armi per 110 miliardi di dollari. In pratica sta preparando una grande guerra contro l’Iran che verrà combattuta dagli arabi, eventualmente dagli israeliani e, se fosse necessario, anche dagli americani”.

Secondo Caracciolo ”assistiamo alla preparazione di qualcosa che potrebbe avvenire entro la fine del mandato di Trump. Forse le prime avvisaglie le vedremo già questo anno. Penso, per esempio, che una guerra fra Israele ed Hezbollah potrebbe essere un antipasto”.

Il ritorno alla classica dottrina americana in Medio Oriente, un’alleanza strettissima con Arabia, Emirati, Kuwait e Giordania, avviene però in un contesto assai poco rassicurante, conclude Caracciolo, perché “nel frattempo è accaduto che l’Occidente non c’è più. Mi pare che in questa fase ognuno vada un po’ per conto suo”.



1 commento:

  1. Preferisce i comuninist/satan/massoni, evidentemente a Trump manca qualcuna di queste fondamentali caratteristiche

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