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venerdì 24 gennaio 2020

Dalle parole ai fatti?

Fratellanza abramitica

Le tre Fedi Abramitiche chiamate a cooperare per la pace




Ventiquattro leader cristiani, ebrei e musulmani riuniti a Roma: incontro con Papa Francesco e firma di una Dichiarazione comune

ROMA, 20 gennaio 2020. Sam Braunbeck, ambasciatore americano per la libertà religiosa, è convinto che solo unendo le forze i leader politici, diplomatici e religiosi saranno in grado di realizzare un cambiamento che porti alla pace nei numerosi conflitti che sono in corso oggi nel mondo. «Se i diplomatici si fossero consultati con i leader religiosi 40 anni fa, molte guerre avrebbero potuto essere evitate», ha dichiarato Braunbeck in un recente appassionato discorso al ricevimento ospitato da Callista Gingrich, ambasciatrice americana presso la Santa Sede, che ha inaugurato le tre giorni di consultazioni a Roma di 24 leader internazionali delle tre fedi abramitiche.

L’iniziativa, dal titolo “Abrahamic Faiths Initiative”, è stata sponsorizzata e organizzata dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America. Erano presenti tre delegazioni composte da otto leader di spicco in rappresentanza della fede musulmana, ebraica e cristiana, e guidate rispettivamente dall’imam Mohamed Hag Magid, cittadino statunitense nato in Sudan, della Islamic Society of North America (la più grande associazione musulmana degli Stati Uniti); il rabbino David Saperstein, presidente dell’Unione Mondiale dell’Ebraismo Progressista; il leader evangelico, il pastore Bob Roberts.

L’ambasciatore Braunbeck ha osservato che quando i leader di diverse fedi restano uniti di fronte a questioni che potrebbero creare divisioni, la loro unità serve ad attenuare i conflitti. Riferendosi ad una passata esperienza personale in un contesto politico analogo, ha ricordato l’ovazione che lo accolse quando lui – repubblicano e conservatore – condivise il palco con il democratico e progressista Ted Kennedy, dichiarandosi entrambi d’accordo su una questione che altrimenti avrebbe potuto innescare una divisione polemica. Il diplomatico si è detto convinto che «se i leader religiosi che rappresentano le parti in guerra in diverse aree del mondo viaggiassero insieme e facessero dichiarazioni congiunte in questi luoghi di crisi, potrebbero davvero contribuire a portare la pace».

Un’atmosfera calorosa ha regnato durante l’incontro privato del gruppo con Papa Francesco presso Santa Marta, a testimonianza del sostegno del Pontefice a queste affermazioni. Secondo quanto riferito, Francesco ha risposto alle domande poste dal pastore Roberts a nome dei partecipanti, confermando che la sfida essenziale è quella di esprimere e trasmettere i sentimenti di empatia umana e uno spirito di collaborazione.
Si è trovato d’accordo sul fatto che un contributo prezioso potrebbe essere quello dato da cristiani, ebrei e musulmani che lavorano insieme su progetti di interesse sociale.
Il gruppo sta mettendo a punto un futuro programma con tre punti principali: anzitutto, creare gruppi di fede abramitica composti da organizzazioni ebraiche, cristiane e musulmane per lavorare insieme su questioni urgenti e complesse come quelle riguardanti i rifugiati e la povertà; poi, mettere in atto gesti fortemente simbolici come l’invio di delegazioni delle tre fedi in luoghi di importanza religiosa storica (ad esempio ad Ur, in Iraq, il luogo di nascita di Abramo, oppure sul Monte Nebo dove Mosè ricevette i Dieci Comandamenti); infine, intervenire assieme con una sola voce quando e dove la religione viene usata impropriamente come scusa per commettere violenza.

Tra i 24 importanti leader religiosi partecipanti c’erano – per citarne solo alcuni – anche il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme Teofilo; l’arcivescovo di Armenia; il professor Ingrid Matson, ex presidente della Islamic Society of North America; lo sceicco mauritano Abdallah Bin Bayyah; lo sceicco Yahya Staquf, capo del movimento indonesiano Madhalutal Ulama (“Islam Umanitario”) che con i suoi 60 milioni di membri è la più grande organizzazione musulmana del mondo e che mira a ripristinare l’ideale del «Ramah», amore universale, e che ha inviato una delegazione in visita in Israele nel giugno 2018. Ancora, l’incontro ha visto la partecipazione del cardinale Ayuso Guizot, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, e monsignor Khaled Akasheh, capo ufficio per la sezione islam del medesimo Dicastero; padre Norbert Hofmann della Commissione Pontificia per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo; da Gerusalemme, il rabbino David Rosen, direttore per gli Affari Interreligiosi Internazionali dell’AJC.

In particolare Rosen ha commentato: «È stato meraviglioso stare insieme a persone di diverse religioni che cercano di rendere il mondo un posto migliore». Ha dichiarato inoltre di aver trovato notevoli i progetti di collaborazione tra i leader diplomatici, politici e religiosi per impegnare la religione al servizio dell’umanità. «Né il mondo laico né quello religioso possono andare avanti in modo indipendente», ha detto.
Rosen ha ricordato che il 23 e 24 gennaio prossimi una delegazione interreligiosa inedita, sponsorizzata dall’Ajc, visiterà Auschwitz in occasione del 75° anniversario della sua liberazione. Per la prima volta dieci illustri leader musulmani dei Paesi arabi, guidati dal segretario Generale della Lega Musulmana Mondiale, Mohammed al Issa, accompagneranno una delegazione di alto livello dell’American Jewish Committee.

Al termine dell’incontro delle Fedi Abramitiche è stata rilasciata una dichiarazione congiunta. Essa si basa sui «principi enunciati nel preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite»; l’impegno dichiarato è quello di «affermare risolutamente che le religioni non devono mai incitare alla guerra, all’odio, all’ostilità e all’estremismo, né incitare alla violenza o allo spargimento di sangue», come si afferma nel Documento sulla Fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e da Ahmed el-Tayeb, Grand Imam di Al-Azhar, nel febbraio 2019.
Inoltre, la dichiarazione contiene un riferimento importante alla Dichiarazione di Marrakech del 2016 sui diritti delle minoranze nei Paesi a maggioranza  musulmana «e alla sua affermazione del principio di cittadinanza costituzionale, che assicura che i membri di tutte le fedi, così come quelli dei non credenti, godano di giustizia e uguaglianza secondo la legge, compresa la loro libertà religiosa».
Ricordare che le società devono rispettare i diritti dei non credenti così come quelli dei credenti sembra un’aggiunta importante considerando le persecuzioni che spesso si verificano verso gli agnostici, gli atei e coloro che scelgono di cambiare religione nei Paesi islamici. Una disposizione, questa, che non era presente nel documento di Abu Dhabi.

La Dichiarazione sottolinea inoltre che «troppo poche di queste affermazioni eloquenti e di queste antiche credenze sono state messe in atto per  trasformare le società» e si impegna a intraprendere una serie di azioni congiunte per passare dalle parole ai fatti

di Lisa Palmieri-Billig

L'articolo è stato pubblicato su Vatican Insider
e ripreso dal Centro Studi Federici

L'autrice, Lisa Palmieri-Billig, è rappresentante in Italia e di Collegamento presso la Santa Sede dell’AJC – American Jewish Committee



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