Francesco De Dominicis per "Libero quotidiano"
GOTTI TEDESCHI
È il momento della vendetta, della resa dei conti. Non si tratta di togliersi sassolini dalle scarpe, ma di ristabilire la verità e di fare chiarezza su una pagina oscura delle finanze vaticane. Ecco perché l'ex presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, incassata l'archiviazione dell'indagine per riciclaggio dal tribunale di Roma, ora passa all'attacco. E si prepara a sparare ad «alzo zero».
L'inchiesta aperta nel 2010 dalla procura di Roma, tuttavia, non muore: proprio ieri sono stati citati in giudizio l'ex direttore dell'Istituto per le opere di religione, Paolo Cipriani, e il suo vice, Massimo Tulli. Un altro motivo di soddisfazione per Gotti Tedeschi che in quella vicenda (ci fu anche il sequestro di 23 milioni di euro dello Ior) non ha avuto alcun ruolo.
GOTTI TEDESCHI ALLA DEGUSTAZIONE DI DOLCI E FRUTTA
Anzi: gli stessi pm romani riconoscono che durante il suo mandato ha cercato di «creare una nuova policy nel quadro di misure mirano ad allineare lo stato Vaticano sul versante del contrasto al riciclaggio ai migliori standard internazionali». Un percorso di trasparenza interrotto bruscamente quando a maggio del 2012 il consiglio di amministrazione dello Ior - su indicazione dell'allora segretario di Stato Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone - sfiduciò Gotti Tedeschi. Che ora annuncia denunce e azioni giudiziarie a tappeto.
VESPA BERTONE
Contro chi è puntato il dito dell'economista che nel 2009 fu chiamato da Benedetto XVI per raddrizzare la banca che ha sede nel Torrione di Niccolò V? L'elenco di chi ha «denigrato» la sua «figura umana e professionale», stando alle carte degli avvocati, è lungo.
Nel mirino ci sono anzitutto i quattro consiglieri della banca del Papa che lo cacciarono quasi due anni fa: Ronaldo Hermann Schmitz, Carl Anderson, Antonio Maria Marocco e Manuel Sotto Serrano. Tutti ancora in carica insieme col nuovo numero uno, il tedesco Ernst von Freyberg. La loro lettera di «licenziamento» arrivò nelle redazioni dei giornali e Anderson rilasciò un'intervista velenosa per sconfessare Gotti Tedeschi che, in quelle ore, si apprestava a sfiduciare Cipriani, finito a giudizio.
BERTONE GRILLO
Adesso, a bocce ferme, l'economista lancia una bomba che potrebbe deflagrare nelle mura vaticane, destabilizzando il ponte di comando dello Ior. Evento che potrebbe rivelarsi un assist per Papa Francesco, da tempo desideroso di mettere mano allo Ior. Dentro i Sacri palazzi, perciò, cresce la tensione: l'iniziativa che i legali dell'ex presidente Ior stanno affinando in questi giorni (rispolverando un'analoga azione giudiziaria già promossa e poi ritirata alla procura di Torino) colpisce, indirettamente, anche Bertone.
IL TORRIONE NICCOLÒ V, SEDE DELLO IOR NICCOLOV
Non solo. A chi conosce a fondo la faccenda non sfugge che c'è pure un altro esponente della Santa sede che corre il rischio di essere lambito dalle rivendicazioni di Gotti Tedeschi. Si tratta del monsignore americano Peter Brian Wells, assessore agli Affari generali della Segreteria di Stato. Da quasi 15 anni nel servizio diplomatico del Vaticano, Wells, non ancora porporato, è considerato uno dei più potenti prelati nella Curia e avrebbe avuto un ruolo non secondario nel licenziamento di Gotti.
CARL ANDERSON CAVALIERE SUPREMO DEI CAVALIERI DI COLOMBOGOTTI-TEDESCHI
Il quale nel 2012 si è trovato contro il blocco «americano» della Santa sede: Wells, Anderson e Jeffry Lena, l'avvocato consulente della Segreteria di Stato e difensore del Vaticano nei delicatissimi processi sui casi di pedofilia negli Usa. Lo stesso che aveva smantellato la legge sui controlli antiriciclaggio nello Ior. Al centro di un intrigo internazionale tutto da decifrare...
Pazienza finita. Gotti Tedeschi chiama in giudizio lo IOR
Con decreto di archiviazione emesso in data 19 febbraio 2014, il
tribunale penale di Roma ha esonerato l’ex presidente dell’Istituto per
le Opere di Religione, Ettore Gotti Tedeschi, da qualsiasi imputazione
riguardo un’operazione finanziaria che aveva portato nel 2010 la
magistratura a sottoporre a sequestro 23 milioni di euro dello IOR per
violazione della normativa antiriciclaggio.
Questa la nuda notizia. Ma nelle motivazioni che hanno indotto i
pubblici ministeri Nello Rossi, Stefano Fava e Stefano Pesci a chiedere
l’archiviazione del procedimento contro Gotti Tedeschi e il tribunale di
Roma ad accordarla c’è molto di più. E si tratta di fatti che chiamano
in causa le autorità vaticane. Oggi.
Per vedere di quali fatti si tratta, basta leggere il capitolo finale della richiesta di archiviazione.
Per cominciare, i pubblici ministeri scrivono di aver accertato che
all’operazione in oggetto Gotti Tedeschi era del tutto estraneo, poiché
essa era stata eseguita dall’allora direttore dello IOR, Paolo Cipriani e
dal suo vice Massimo Tulli, al di fuori di qualsiasi indicazione dello
stesso Gotti Tedeschi e, anzi, contro la sua volontà e contro la
“policy” che egli stava mettendo in atto.
Scrivono i pubblici ministeri:
“È un dato oggettivo – risultante da più fonti e dall’analisi
complessiva degli sviluppi delle recenti vicende dello IOR – che
l’attività del prof. Gotti Tedeschi come Presidente dello IOR è stata
essenzialmente orientata a dar vita ad una nuova policy dell’istituto
nel quadro dell’adozione di un insieme di misure miranti ad allineare lo
Stato della Città del Vaticano, sul versante del contrasto al
riciclaggio, ai migliori standard internazionali”.
Dopo aver citato come frutto dell’azione di Gotti Tedeschi la legge
127 antiriciclaggio entrata in vigore in Vaticano alla fine del 2010 e
la concomitante istituzione dell’Autorità di Informazione Finanziaria, i
pubblici ministeri aggiungono:
“Né appaiono riconducibili al prof. Gotti Tedeschi gli sviluppi sul
piano normativo, interpretativo ed organizzativo susseguenti
all’introduzione della nuova normativa, che sono stati oggetto, com’è
noto, di contrastanti letture, anche in sede di organismi
internazionali”.
E qui i pubblici ministeri alludono alle successive modifiche
riduttive della stessa legge 127 denunciate con forza da Gotti Tedeschi e
poi dagli ispettori di Moneyval come un “passo indietro”.
In un altro passaggio, i pubblici ministeri insistono sul “carattere
tutt’altro che episodico” dell’operazione eseguita dai dirigenti
operativi dello IOR, Cipriani e Tulli, che si è rivelata essere “solo un
esempio di ben più ampia realtà”.
Se dunque è questo il quadro emerso dalle indagini, risulta oggi
ancor più ingiustificabile la cacciata di Gotti Tedeschi dalla
presidenza dello IOR, decisa e resa pubblica con motivazioni infamanti
il 24 maggio 2012 dal board dell’istituto, che contemporaneamente
manteneva in carica Cipriani e Tulli accordando loro fiducia nonostante
le indagini in corso su di essi.
Il board che sfiduciò ed estromise Gotti Tedeschi è lo stesso che
continua ancor oggi a reggere lo IOR, nonostante nel frattempo siano
intervenuti altri fatti di sconvolgente rilievo, come le forzate
dimissioni di Cipriani e Tulli nel luglio del 2013, per ulteriori
scandali emersi dalla loro gestione, e la presa in carico della gestione
operativa dello IOR da parte della multinazionale Promontory.
Compongono il board dello IOR il tedesco Ronaldo Hermann Schmitz,
l’americano Carl Albert Anderson, lo spagnolo Manuel Soto Serrano e
l’italiano Antonio Maria Marocco.
Nel frattempo, attorno a Gotti Tedeschi è stata fatta terra bruciata.
Nessuno di tutti quelli incaricati dalle autorità vaticane di studiare
il futuro dello IOR l’ha mai interpellato. Non un solo gesto di
risarcimento morale nei suoi confronti è stato mai fatto. Da nessuno.
Non sorprende quindi che ora Gotti Tedeschi voglia che gli sia resa
giustizia. il 27 marzo, ad archiviazione del suo caso giudiziario
avvenuta come s’è visto, i suoi avvocati hanno diffuso un comunicato che
così si conclude:
“Il dott. Ettore Gotti Tedeschi, dopo un lungo periodo di silenzio ed
attesa, ha incaricato i propri avvocati, ora che la vicenda è stata
chiarita da una ineccepibile indagine della magistratura italiana, di
prendere una serie di iniziative in sede giudiziaria per reagire ai
numerosi attacchi mediatici tesi a denigrare la propria figura umana e
professionale, essendo deciso a dimostrare anche per le vie giudiziali
l’infondatezza delle accuse che gli sono state mosse dai consiglieri
[dello IOR] al momento della sua estromissione”.
Firmato: Avv. Fabio Marzio Palazzo, Milano, e Avv. Stefano Maria Commodo, Torino.
di Fabio Tonacci
in “la Repubblica” del 29 marzo 2014
Non era lui l’eminenza nera della banca di Dio. Non era di Ettore Gotti Tedeschi la mano che nel
2010 provò a proteggere un trasferimento di 23 milioni di euro dall’“invadenza” delle leggi contro
il riciclaggio. Lui che dell’Istituto per le Opere di Religione è stato presidente fino al 24 maggio
2012, quando con un comunicato durissimo fu cacciato dal Consiglio laico di sorveglianza, è
innocente.
Ora che la procura di Roma ha archiviato la sua posizione, citando a giudizio diretto chi l’istituto
del Vaticano lo gestiva veramente, cioè l’allora direttore generale Paolo Cipriani e il suo braccio
destro Massimo Tulli, Gotti Tedeschi è un uomo amareggiato. Per tutte quelle «domande irrisolte»,
per «i danni causati alla Chiesa che non mi ha voluto ascoltare», per una riabilitazione promessagli
dal cardinal Bertone «e mai arrivata». Per una storia, insomma, che racconta dell’esistenza di due
Ior. Uno, il suo, che muoveva a passi lenti verso la trasparenza richiesta dagli organismi
internazionali e da quel Moneyval, divisione del Consiglio d’Europa, che ancora oggi vede luci e
ombre sulla banca vaticana. L’altro, quello di Cipriani e Tulli, che disfaceva la tela faticosamente
tessuta da Gotti Tedeschi.
È Cipriani stesso che lo mette a verbale, nell’interrogatorio del 30 settembre 2010 davanti ai pm
romani. Fu lui a firmare, insieme al suo vice, la richiesta alla Banca Credito Artigiano di trasferire i
23 milioni alla J. P. Morgan Frankfurt e alla Banca del Fucino, omettendo di indicare le generalità
dei beneficiari, che pure il Credito Artigiano chiedeva e pretendeva. Di quel passaggio di denaro,
Gotti Tedeschi, non sapeva nulla. Ma fu comunque l’inizio della sua fine.
«È incapace di portare avanti i doveri di base del presidente», «è incapace di fornire spiegazioni
sulla diffusione dei documenti», «è accentratore ». Eccole alcune delle nove accuse, vergate da Carl
Anderson il segretario del board di Sorveglianza dello Ior, finite nel documento che il 24 maggio
2012 lo sfiduciò pubblicamente. Un periodo complicato per la Santa Sede, quello. Sul cupolone di
San Pietro volavano i “corvi”, che passavano documenti riservati ai giornalisti, alimentando invidie
e perfidie di palazzo. Nemmeno troppo implicitamente, Gotti Tedeschi viene sospettato di essere
uno dei delatori. E l’arresto di Paolo Gabriele, maggiordomo di Benedetto XVI, non servirà a
sciogliere i dubbi.
Lui poi, uomo eccentrico, istrione, di poche parole quando si tratta di interviste e dichiarazioni
pubbliche, più loquace al telefono con ministri della Repubblica, sottosegretari, banchieri, ci mette
del suo per stimolare gli appetiti dei detrattori. Finisce in un’intercettazione ambientale raccolta da
una cimice piazzata dai carabinieri mentre è a pranzo da “Rinaldo” al Quirinale con Giuseppe Orsi,
numero uno di Finmeccanica, allora indagato per corruzione e riciclaggio. Costui gli confida di aver
sistemato «alcuni problemi che aveva la moglie di Grilli (Vittorio, l’ex ministro dell’Economia, ndr)
» grazie all’affidamento di alcune consulenze false. «Nemmeno me lo ricordavo questo incontro»,
dirà il banchiere ai magistrati di Napoli.
Catalogava tutto, Ettore Gotti Tedeschi. È il suo pallino da sempre. Documenti, carte,
corrispondenza, le migliaia di mail che gli sono arrivate durante la presidenza del Torrione, le note
riservate. Quel suo memoriale, immenso per dati e informazioni, viene sequestrato dai pm
napoletani e portato ai colleghi di Roma, nell’indagine per violazione delle norme antiriciclaggio
che lo vedrà archiviato. Repubblicane ha pubblicato alcuni stralci nel settembre scorso: Gotti
Tedeschi parlava con il sottosegretario Mantovano che gli chiedeva di intercedere con la Cei perché
«desse un segnale sul testamento biologico», con Alfano di appoggio al governo Monti, con Passera
di Banca Intesa per la questione del dissesto del San Raffaele.
La difesa della sua reputazione che per quasi un anno, dopo il suo allontanamento dalla Banca
vaticana, ha chiesto invano a Benedetto XVI, è arrivata dunque ieri, ma da un pm. «E mai possibile
che sia la magistratura a riabilitarmi e non la Chiesa?», si domanda, dopo la lettura del decreto di
archiviazione. Non solo era «estraneo al modus operandi» della dirigenza dell’Istituto, ma lavorava per «dar vita a una nuova policy dell’istituto per adeguare il Vaticano agli standard internazionali ».
Del resto non è un segreto che sia lui l’artefice della prima legge antiriciclaggio vaticana nel 2010.
Testo la cui revisione — sostengono oggi i legali di Gotti Tedeschi — potrebbe essere uno dei veri
motivi che hanno portato alla sua sfiducia quel 24 maggio di due anni fa. Un passaggio vissuto dalla
Chiesa in modo drammatico, «la cui storia — dice oggi Gotti Tedeschi — è ancora da scrivere». E
l’inciso, per molti, ha il suono della minaccia.
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201403/140329tonacci.pdf
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