ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 19 maggio 2012

Addàpassà à nuttàta...

Poche parole, ma… lettere tonde!
Nel comunicato della Santa Sede sui rapporti con la Fraternità Sacerdotale San Pio X



Come anticipato da agenzie di stampa, oggi, 16 maggio 2012, si è riunita la Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede ed è stata discussa anche la questione della Fraternità San Pio X.

In particolare è stato esaminato il testo della risposta di S.E. Mons. Bernard Fellay, pervenuta il 17 aprile 2012, e sono state formulate alcune osservazioni che saranno tenute presenti nelle ulteriori discussioni tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X.

In considerazione delle posizioni prese dagli altri tre Vescovi della FraternitàSan Pio X, la loro situazione dovrà essere trattata separatamente e singolarmente.

[00679-01.01]
[B0283-XX.01]




Che bisogno c’era di un comunicato in cui si dice quasi niente eppure si tratteggia un intero programma canonico e teologico?

Domanda inopportuna?
Ma è il comunicato ad essere formulato in maniera tale da suscitare,
non una, ma una miriade di domande!

Prima osservazione.


«e sono state formulate alcune osservazioni che saranno tenute presenti nelle ulteriori discussioni tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X.»
Con questa frase si azzerano tutte le informazioni che sono state fatte filtrare in questo ultimo mese: dopo il 16 maggio il dossier sulla Fraternità andrà dal Papa, per la decisione finale. Non è così, dice il comunicato: le discussioni non sono finite, ve ne saranno di “ulteriori”.
Dal testo del comunicato sembrerebbe che questa dilazione sia dovuta alle “osservazioni” contenute nella risposta di Mons. Fellay del 17 aprile, ma, viste le notizie “anticipate dalle agenzie di stampa” in questo ultimo mese, la cosa appare sorprendente, sia perché si era dato per scontato che la risposta riguardava “punti non sostanziali”, sia perché si era detto che la risposta era così soddisfacente da permettere un’ultima rilettura diretta del Papa e una conseguente immediata definizione della questione “entro maggio”… si era perfino parlato di “Pentecoste”.

Seconda osservazione.
Ordunque: le “anticipazioni” delle agenzie di stampa erano farina del sacco di sprovveduti vaticanisti o corrispondevano a quanto detto nei palazzi vaticani? Erano un esercizio gratuito della fantasia dei giornalisti o erano informazioni rese accortamente per essere diffuse?
Dal testo del comunicato si evince una clamorosa novità. Un capovolgimento. Cos’è accaduto?
La risposta di Mons. Fellay è stata formulata in vista della definizione della questione, tanto da poter sensatamente escludere ogni dilazione?
Oppure la risposta di Mons. Fellay è stata formulata in termini, formali e sostanziali, tali da far nascere la necessità di “ulteriori discussioni”?
Non ci sarebbe stato nulla di strano se in questo ultimo mese si fosse parlato della necessità di maggiori approfondimenti e quindi di “ulteriori discussioni”,  ma in questo caso le “anticipazioni” sarebbero state di altro tenore e perfino questo comunicato avrebbe dovuto esprimersi in un modo del tutto diverso.
Ma le cose non sono andate così.
Quindi?

Terza osservazione.
Quindi c’è dell’altro, e si potrebbe pensare che quest’altro sia suggerito dalla frase finale del comunicato: «In considerazione delle posizioni prese dagli altri tre Vescovi della Fraternità San Pio X, la loro situazione dovrà essere trattata separatamente e singolarmente».
Cosa c’entra questa precisazione in un comunicato come questo? Quando parla «delle posizioni prese dagli altri tre Vescovi», a cosa si riferisce esattamente la Congregazione?
Tanto più che queste posizioni non sono state “prese”, ma sono sempre state le posizioni dei tre Vescovi, non da adesso, ma da ben prima del 2009. Peraltro, uno dei tre, Mons. de Galarreta, è stato a Roma, in Congregazione, per due anni e la sua posizione era nota da tempo. Così com’era nota da tempo la posizione di Mons. Williamson e ancor più nota, per la sua articolazione, quella di Mons. Tissier de Mallerais.
Di che parla, quindi, questo comunicato?
L’unica risposta a questa domanda, si può ipotizzare che stia nella pubblicazione dello scambio epistolare tra i tre Vescovi e il Consiglio della Fraternità. Pubblicazione condannata pesantemente dalla Fraternità.
Sarà così?
Forse. Non lo sappiamo.
Ma, se così fosse ci troveremmo di fronte ad una indebita ingerenza della Congregazione negli affari interni della Fraternità. Ingerenza che, oltre che indebita, è del tutto inopportuna.
Quale sarebbe il senso di un’esternazione del genere?
Certamente, nella sua Sessione del 16 maggio, la Congregazione avrà affrontato la questione della pubblicazione di quelle lettere, è più che logico. Ma è del tutto illogico che se ne faccia cenno, sia pure in maniera inespressa, in un comunicato ufficiale. Tranne che la Congregazione non abbia sentito il bisogno di dire la sua su una questione che non la riguarda direttamente.
Sarà così? E se sì, perché?

Quarta osservazione.
È possibile pensare che non si tratti di ingerenza, ma solo della naturale disposizione mentale di chi ha in testa la moderna concezione della “collegialità” episcopale. In questo caso qualcuno avrà pensato che la Fraternità non possa essere rappresentata solo dal suo Superiore Generale, ma dev’essere rappresentata dai quattro Vescovi riuniti “collegialmente”.
Così che la “risposta di Mons. Fellay”, non essendo condivisa dagli altri Vescovi, non avrebbe valore formale e sostanziale.
Ora, se le cose stessero così, è facile capire perché i tre Vescovi debbano essere giudicati “separatamente e singolarmente” e perché la faccenda necessiti di “ulteriori discussioni”; ma è ancor più facile capire che ci sono di quelli che hanno trovato in queste lettere un formidabile punto di appoggio per alimentare il fuoco della discordia e della divisione, anche solo in presenza di elementari fisiologiche scintille generate da una situazione che sfiancherebbe anche le fibre più robuste.
Non è un caso che, in tutto questo pasticcio, l’ultima frase di questo comunicato assesti un colpo mortale all’esercizio dell’autorità richiamato da Mons. Fellay e dimostri che ogni Istituto tradizionale, per andare d’accordo con la Santa Sede, deve far propri i principi del Vaticano II e le prassi conseguenti, praticandole in modo manifesto al suo interno.

Quinta osservazione.
Abbiamo detto “se”, ma in realtà non si tratterebbe certo di una novità.
Da tempo l’esistenza di una tale concezione non desta sorpresa.
Ciò che stupisce è il fatto che in questi anni la Congregazione non abbia mai richiesto la presenza a Roma dei quattro Vescovi insieme, ma solo del Consiglio Generale della Fraternità: il Superiore e i suoi due Assistenti. Evidentemente si è sempre accontentata delle assicurazioni del Superiore Generale circa il funzionamento della Fraternità, tenuto conto del principio di autorità che la regge.
Ma allora perché adesso ha cambiato idea?
È possibile che la rivelazione del segreto di Pulcinella circa il disaccordo tra i tre Vescovi e il Superiore della Fraternità abbia avuto la meglio sulla completa e articolata conoscenza di questo stesso disaccordo?
Se così fosse, la credibilità della Congregazione scade tanto da far pensare che non sia affatto in grado né di condurre alcuna discussione, né soprattutto di definire alcun accordo.
Una Congregazione che soggiace ai contraccolpi da strada della divulgazione di documenti formalmente riservati, ma sostanzialmente noti, non ha la credibilità necessaria per condurre in porto una questione così complessa e annosa come quella sorta 45 anni fa fra Roma e la Fraternità San Pio X.

Sesta osservazione.
Anche a voler ammettere che la Congregazione sia stata costretta a tanto dall’odierno stato oggettivo del rapporto tra comunicazione di massa e opinione pubblica, così da poter considerare il contenuto del comunicato come una sorta di “atto dovuto”, senza alcuna implicazione pratica, resta incomprensibile il preciso richiamo alle “ulteriori discussioni”, poiché è del tutto evidente che questo passaggio dichiara formalmente e sostanzialmente che le discussioni svoltesi tra Mons. Fellay e il Cardinale Levada non hanno un valore decisivo, poiché la Congregazione non ritiene Mons. Fellay in grado di esprimere compiutamente ed esaurientemente la posizione della Fraternità; o quanto meno, ritiene che quanto discusso fino ad ora non basti per definire la questione, occorre discutere di altro. Di cosa?

Settima osservazione.
Ben difficilmente della posizione degli altri tre Vescovi.
Perché circa il dissenso in sé sarebbe ridicolo pensare che non se ne sia mai parlato, e circa il fatto che questo dissenso sia venuto alla luce in maniera mediaticamente eclatante poteva sorprendere solo chi passa abitualmente il suo tempo a discutere di sport.
E allora?
Allora resta da pensare che la necessità di “ulteriori discussioni” sia nata da una esigenza interna al Vaticano: dal disaccordo nella Congregazione e dal disaccordo tra la Congregazione e gli altri dicasteri romani.
Così che la frittata va rigirata: il vero nodo non sarebbe il disaccordo all’interno della Fraternità, bensì il disaccordo in seno al Vaticano.
Ipotesi certo non peregrina e che fa sorgere un inquietante interrogativo circa il “cui prodest?”
Da quale luogo fisico sono venute fuori le copie delle lettere dei tre Vescovi e del Consiglio Generale della Fraternità?
Quale giro più o meno tortuoso hanno fatto prima di approdare sui siti internet, che non sono nati ieri e dei quali certuni sono veicolo delle più interessate “rivelazioni”?
La domanda è posta… la risposta… per adesso resta in sospeso.

Ottava osservazione.
Però non guasta ricordare che il “cui prodest?” è ancor più giustificato alla luce di questa infelice ultima frase di questo scarno eppure densissimo comunicato.
Cosa potrà mai significare una frase come questa? In un comunicato come questo?
In questi anni, la Curia romana non avrebbe mai saputo delle “posizioni… degli altri tre Vescovi”?
Saremmo ancora fermi alle puerili giustificazioni intorno alle polemiche innescate dalla remissione della scomunica?
La Curia romana vivrebbe forse nell’Empireo?
Evidentemente non è così. Tutti a Roma, e in ogni parte del mondo cattolico, conoscono da anni le “posizioni… degli altri tre Vescovi”.
Così che si è obbligati a pensare che sicuramente se ne sarà parlato nei colloqui tra Mons. Fellay e il Cardinale Levada. Forse il cardinale non avrà mai detto a Mons. Fellay: tappi la bocca ai suoi Vescovi e frantumi le loro penne velenose. Ma di certo se ne sarà parlato.
Ma ecco che l’“inaspettata” e scandalosa pubblicazione delle famose lettere riservate, offre al Vaticano lo spunto, quanto mai opportuno, per includere nel comunicato una frase che sembra fatta apposta per lacerare l’unità della Fraternità, nei suoi Vescovi e, soprattutto, nei suoi fedeli.
Chi ha provveduto alla diffusione delle copie delle lettere? “Cui prodest?

Nona osservazione.
Ed è parimenti impensabile che in Vaticano non si sia mai parlato di trattare “separatamente e singolarmente” le “posizioni prese dagli altri tre Vescovi”. Certo, noi non lo sappiamo, ma vecchia o nuova che sia questa storia, di sicuro si tratta di una cosa semplicemente sconcertante, dalle implicazioni inaccettabili, anche se francamente poco sorprendenti.
La Congregazione ha portato avanti le “discussioni” con la Fraternità San Pio X o con il Vescovo Mons. Bernard Fellay?
La soluzione della annosa questione “San Pio X” passava per un accordo con la Fraternità Sacerdotale o per un accordo con uno solo dei suoi componenti, sia pure il Superiore Generale?
Domande assurde? Forse.
Ma certo che nel comunicato sta scritto che una cosa è la “situazione” della Fraternità, altra è la “situazione… degli altri tre Vescovi”.
Anche a voler ritenere che fino ad ora, per la Congregazione, la trattazione con Mons. Fellay abbia corrisposto alla trattazione con la Fraternità, tutta intera, è evidente che questa dichiarazione circa la necessità del “doversi” trattare “separatamente e singolarmente” le “posizioni… degli altri tre Vescovi”, circoscrive di parecchio, se non annienta del tutto, la qualifica di Mons. Fellay di rappresentante di tutta la Fraternità.
Che ne è del suo “Superiorato”?
Che concezione ha, la Congregazione, del “Superiorato” degli Istituti tradizionali?

Decima osservazione.
In verità, stupisce poco questa sparata della Congregazione.
In questi ultimi vent’anni ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori, senza soluzione di continuità, fino all’altro giorno.
Piuttosto stupisce che certuni, in questi ultimi tempi, abbiano sottovalutato questa propensione del Vaticano attuale a fare benevoli accordi con tutti e ad esercitare malevoli costrizioni solo nei confronti degli Istituti tradizionali e i loro rappresentanti.
Come stupisce la facilità con cui tanti fedeli siano caduti nella trappola di schierarsi con questo o con quel partito, come se il problema stesse dentro la Fraternità e non fuori da essa.
E ancor più stupisce che ci siano di quelli, laici e chierici, che pensano che dal 2005 il Vaticano sia cambiato: da “così” a “cotì”. Questo comunicato dimostra che in Vaticano si usa ancora l’italiano in modo corretto: per cui il “così” continua a rimanere e a significare solo ed esclusivamente: “così”.
Illusioni a parte.
Ma, in pratica, cosa afferma il comunicato?

Undicesima osservazione.
In pratica il comunicato afferma che i tre Vescovi della Fraternità verranno sottoposti al giudizio dell’ex Sant’Uffizio, il quale valuterà quale opportuna soluzione “dovrà” essere adottata nei loro confronti in seguito alla loro personale “posizione”.
Circa che cosa?
Il comunicato non lo dice, ma sembra facile comprendere che si tratti del fatto che non sono d’accordo col Vaticano e non sono d’accordo con Mons. Fellay che sarebbe d’accordo col Vaticano.
Invero uno strano modo di esercitare la funzione di controllo sulla pratica della Dottrina della Fede.
Tranne che non si debba ritenere che questi Vescovi avrebbero commesso un reato “dottrinale” che, sebbene non previsto dalla dottrina cattolica, viene ritenuto alquanto in auge dalla moderna gerarchia: il reato di lesa maestà.
Tutto si può violare oggi nella Chiesa, ma guai a commettere il reato di lesa maestà: la disapprovazione di Sua Maestà Graziosissima il Concilio Vaticano II, per grazia di Dio Sovrano Illuminato della nuova Chiesa Conciliare.

Dodicesima osservazione.
Stranamente e incredibilmente, la Congregazione aggiunge a “separatamente”, “singolarmente”. A significare due cose importanti.
Prima: che Mons. Fellay non ha alcuna giurisdizione e autorità sugli altri tre vescovi.
Seconda: che è la Congregazione che giudica, motu proprio, i componenti degli Istituti tradizionali, siano essi Vescovi, semplici chierici o, perché no, semplicissimi laici.
E li giudica singolarmente, ad personam. Non giudica quella tal proposizione o quel tale comportamento, attinenti l’ortodossia cattolica, bensì la singola persona nella sua generalità.
Novello Sant’Uffizio, la Congregazione andrà ad esaminare, uno per uno, i tre Vescovi, mettendo insieme un’istruttoria in cui verranno fatti rientrare tutti i possibili capi di imputazione.
Se non fosse assurdo, ci sarebbe da ridere, anche in considerazione del fatto che in questi 45 anni non s’è mai vista un’istruttoria del genere in seno alla Chiesa del post-concilio, mentre adesso diventa perfino oggetto di comunicati ufficiali sol perché si tratta dei Vescovi della Fraternità San Pio X.
Che cambiamenti in Vaticano!

Tredicesima osservazione.
Con l’aggravante, di non poco conto, che stiamo parlando di un Istituto che ancora non dipende canonicamente da questa o da quella Congregazione.
Un Istituto che con la giurisdizione romana finora non ha niente a che vedere.
Ma fin da adesso, ancor prima della ipotizzata “regolazione canonica”, ecco che la Congregazione esautora il Superiore e si riserva la facoltà di giudicare i “singoli” componenti della Fraternità.
Chi ha giurisdizione sulla Fraternità, il suo Superiore o il Prefetto della Congregazione?
Chi ha “voce in Capitolo” nella Fraternità, i Vescovi e i Superiori o gli ufficiali della Curia romana?
E allora ecco una domanda inquietante, e pure retorica,: cosa accadrà dopo la “regolarizzazione canonica”?
Forse ciò che è già accaduto alla Fraternità San Pietro nel 2000, per mano di uno dei cardinali reputato amico della Tradizione, l’allora Prefetto della Congregazione per il Clero, che “licenziò” il Superiore e lo rimpiazzò con un prete di suo gradimento.
Quanti nuovi amici della Tradizione… ultimamente!
Si fa peccato a ricordare l’antico detto: dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io?

Quattordicesima e ultima osservazione.
Finiamo qui questo abbozzo di Via Crucis, in attesa di intraprendere la Via Crucis vera e propria non appena la Fraternità otterrà la regolarizzazione canonica.
Perché sì, cari amici lettori, da allora in poi non ci sarà solo il tribunale dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede, ma entreranno in esercizio tutte le moderne succursali dell’ex Sant’Uffizio: vaticanisti, sociologi, teologi, consultori, internauti e tutta la schiera di coloro che hanno fatto del vaticanosecondismo una sorta di nuova professio fidei, legittimamente fondata sul sopraggiunto Quinto Vangelo: il Sacrosanto Concilio Ecumenico Vaticano II.

Non ancora stipulata la sospirata pace canonica, ecco che sorprendentemente giunge una pesantissima dichiarazione di guerra: se avrà fine l’annosa sanguinosa guerra extra muros, che ci si attrezzi per una più cruenta guerra intra muros.

Adiutórum nostrum in nómine Dómini.

Giacomo Fedele
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV284_Poche_parole_ma_lettere_tonde.html

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