ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 20 marzo 2013

Il Benedetto XVI di Raspail


Ne Il Campo dei Santi (1974) Jean Raspail immagina che, durante l’apocalisse dell’Occidente (assediato dalle moltitudini provenienti dal Terzo Mondo), a regnare sulla cristianità ci sia un pontefice brasiliano seguace della teologia della liberazione e del pauperismo eretico. Come nel racconto di fantascienza “Il dilemma di Bendetto XVI” di J.H. Brennan (1978), anche lui appioppa al suo personaggio il nome che poi sarà quello di Ratzinger: evidentemente negli anni ’70 doveva andare molto di moda tra gli appassionati del filone distopico.

In realtà Raspail dipinge la caricatura di un pontefice catto-progressista, in polemica con il conformismo dilagante nel clero francese. Come scrive Fabrizio Sandrelli nella postfazione al romanzo (Edizioni di Ar, 1998), «il brasiliano assurto al soglio pontificio col nome di Benedetto XVI ci viene descritto come un asceta ossessionato da un ideale di povertà assoluta, […] antitesi perfetta di un papa rinascimentale, è l’antipapa per eccellenza».
Mi stupisce che, nella ricerca di profezie demenziali generata dalla cagnara toto-papista, nessuno abbia ricordato anche queste pagine. Nonostante Raspail si definisca, per bocca di uno dei suoi personaggio, “cattolico non cristiano”, la sua critica feroce al cattocomunismo va a segno, rivelando il cupio dissolvi dietro all’insopportabile retorica pauperista.
Riporto qualche passaggio clou del pontificato immaginario, ben sapendo che chi non si sente cristiano non accetta né Provvidenza né Grazia e vede la Chiesa come una istituzione umana che, al pari di altre, nasce, si sviluppa e decade irrimediabilmente (in questo molti tradizionalisti commettono lo stesso errore degli odiati progressisti).
«L’aereo bianco del Vaticano atterrò da solo, stagliandosi sullo sfondo del cielo, con parecchie lunghezze di vantaggio su tutti gli altri. Sempre e ovunque, l’aereo del Vaticano arrivava per primo. C’era da sospettare che fosse pronto a partire giorno e notte, carico di medicinali, di domenicani in blue jeans, e di pie missive. Probabilmente volava alla velocità supersonica dei simboli. Per equipaggiarlo, papa Benedetto XVI, diventato povero per volontà del suo predecessore vendette tiara e Cadillac. Ma poiché sopravvivevano ancora, sparsi per il mondo, soprattutto nelle parrocchie più umili e arretrate del la Corsica, della Bretagna, dell’Irlanda, della Luisiana, della Galizia o della Calabria, troppi cattolici gretti e superstiziosi, incapaci di immaginare un papa senza tiara e senza vettura di rappresentanza, in Vaticano continuavano ad affluire le donazioni. Cedendo alle insistenze di quella buona gente, il papa riacquistavA tristemente tiara e vettura, per rivenderle ben presto e con gioia in nome della santa umiltà ogni qualvolta l’opinione pubblica o le circostanze esigessero la partenza dell’aereo bianco. Con commovente ostinazione, i fedeli lo rendevano di nuovo ricco. Ma lui voleva restare povero. Per fortuna, ci pensava l’aereo bianco a trarlo d’impiccio! Il papa piaceva ai giornali perché era un uomo al passo con i tempi. L’ideale per le pagine di copertina! Si diceva consumasse soltanto una scatola di sardine, con una forchetta di ferro, nel suo cucinino-tinello sistemato nel solaio dei palazzi vaticani. Quando si pensa che risiedeva a Roma, una città che scoppiava di salute, colma di una ricchezza meritatamente guadagnata nel corso dei secoli, si deve concludere che quest’unico romano denutrito era davvero convinto di quel che faceva. Restavano tuttavia alcuni romani ostinati che continuavano a considerarlo con un certo disprezzo» (pp. 151-152).
«Solo dieci minuti fa, il Vaticano ha diffuso una dichiarazione di Sua Santità Benedetto XVI, ripresa da tutte le agenzie di stampa, il cui testo ufficiale recita: “In questo Venerdì Santo, giorno di speranza per tutti i cristiani, supplichiamo i nostri fratelli in Gesù Cristo di aprire le loro anime e i loro cuori e di offrire tutti i loro beni materiali agli sventurati che Dio ha condotto a bussare alle nostre porte. Per un cristiano, non esiste altra strada che quella della carità. La carità non è parola vuota, non si divide né si misura: essa è totale o non è affatto. È giunta l’ora, per tutti noi, di rifiutare i compromessi che hanno corrotto la nostra fede e di rispondere, infine, a quell’amore universale, per cui Dio Stesso è morto sulla croce e per cui è resuscitato.” Fine della citazione. Si è inoltre appreso che Sua Santità Benedetto XVI ha dato ordine di mettere in vendita tutti gli oggetti che ancora si trovano nei palazzi e nei musei vaticani, a vantaggio esclusivo dell’accoglienza e della sistemazione dei migranti del Gange.
[…] “Molto bene!”, disse il Presidente interrompendo il concerto che seguì. “Sento già Dio gridare, da lassù: Tu quoque fili! Non ci si poteva aspettare altro da un papa brasiliano I cardinali volevano un papa innovatore, in nome del la Chiesa universale, e l’hanno avuto! L’ho conosciuto di persona, quand’era ancora vescovo e faceva in Europa l’agitatore col racconto delle miserie del Terzo Mondo. Ricordo che un giorno gli dissi che indebolendo la madre indegna, avrebbe mortificato ancor di più i suoi figli. Sa che cosa mi rispose? Che solo la povertà è degna di essere condivisa! Sta mantenendo le sue promesse. Lei è cristiano, signor Perret?”
“No, io non sono cristiano, sono cattolico. Una nuance essenziale, a cui tengo”» (pp. 206-207).
«Alcuni storici, pochi per la verità, hanno formulato una strana ipotesi, secondo la quale papa Benedetto XVI si trovava a bordo del suo bianco aereo e perì nella catastrofe. Poiché tra i resti dell’aeree furono recuperate solo ossa carbonizzate e nessun oggetto o capo di vestiario permise di identificarne gli occupanti. l’ipotesi non è suffragata da alcuna prova. Resta il fatto che non si sentì più parlare di Benedetto XVI, come se si fosse sperduto nelle cripte labirintiche del Vaticano. Dopo aver diffuso il suo messaggio del venerdì santo, non aveva più dato segni di vita. Si diceva che fosse costantemente in preghiera. come un recluso volontario, nella sua mansarda sotto i tetti dei palazzi vaticani, da cui non riapparve mai più. Ma quei viaggi improvvisi e impulsivi erano tipici del suo carattere. Già tre volte in precedenza. per riacquistare il credito perduto dal suo predecessore timorato aveva assunto il comando del suo bianco aereo ed era atterrato su di un campo di battaglia. In Rhodesia, specialmente, il suo arrivo spettacolare aveva accelerato la caduta di Salisbury,  dove si era distinto anche Jean Orelle. Avanzando da solo nella terra di nessuno, nelle vicinanze della città, aveva deliberatamente voltato le spalle agli assediati bianchi che erano in minoranza e benedetto l’immensa folla nera degli assedianti. È giusto ricordare che la sua presenza aveva evitato il massacro completo dei vinti. Durante il suo ultimo viaggio, compiuto in Sudafrica in occasione dello sciopero generale e della sollevazione dei Bantù, per poco non ci rimise la pelle. Animisti bantù e studenti boeri progressisti, che lo adoravano, formato un corteo lo avevano circondato acclamandolo entusiasti. Un caporale della polizia, testardo come un mulo, aveva posto fine alla festa, ma solo per un soffio non era successo nulla di grave. Afferrando il papa alle spalle e facendosene scudo, lo aveva ricondotto brutalmente alla sua vettura e poi all’aeroporto, urlando alla folla dei manifestanti: “Se non mi lasciate passare lo faccio secco!” Il mondo intero aveva fremuto d’indignazione.
In conclusione, l’ipotesi di questo papa che vola verso l’armata del Gange e si si sfracella al suolo col suo aereo non mi sorprende più di tanto. Per parlarci chiaro, sotto molti aspetti la trovo assai allettante» (p. 302).



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