ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 16 novembre 2013

Chi se la fa addosso accusa altri del suo mal di pancia..

Quel coro di dissensi verso il papa

Nelle ultime settimane ha acquistato visibilità mediatica un coro di dissensi per l’approccio pastorale e i contenuti stessi degli interventi di papa Francesco. Questo coro proviene dalle ristrette fila del tradizionalismo cattolico e da ambienti politici conservatori. In questo numero esaminiamo la questione con gli interventi di Piero Pisarra e Maria Cristina Bartolomei. Qui mi limito a qualche riflessione di metodo e di stile ecclesiale. 

La prima reazione è: finalmente nel mondo cattolico italiano si torna a discutere apertamente, si esprimono opinioni liberamente, si dà voce – anche tra il laicato – a idee che non devono coincidere per forza, almeno per ciò che non tocca l’essenza della fede, con quelle della gerarchia. In effetti, per troppo tempo sulla Chiesa italiana è pesata una cappa che ha soffocato la discussione e il confronto dei diversi punti di vista. Dunque, benvenute le critiche, anche se rivolte a papa Francesco. Perché queste sono il frutto di un nuovo stile – voluto dal Pontefice stesso – di maggiore attenzione e ascolto nei confronti di ciò che sentono, provano e vivono i battezzati. 
La seconda riflessione riguarda l’atteggiamento di chi dissente. C’è chi non digerisce Jorge Mario 
Bergoglio e ha già fatto le valigie (come il piccolo manipolo dei Lefebvriani, cui Papa Ratzinger 
aveva inutilmente teso una generosissima mano) o sembra intenzionato a farle presto. C’è chi, 
invece, pur non mancando di sottolineare ciò che non gli piace nel magistero di Francesco, ritiene di dover restare all’interno del mondo ecclesiale, senza cercare facili uscite di sicurezza in gruppetti settari. Ciò che accomuna tutti è il sentimento di nostalgia per i bei tempi andati, quando si faceva «come si è sempre fatto». Insomma, l’allergia nei confronti di qualunque cambiamento persino nelle priorità pastorali della Chiesa universale. 
Due sintetiche considerazioni, in proposito. La prima: il cristianesimo si fonda sul principio 
dell’incarnazione e, dunque, è sempre stato una religione “storica”. Nella storia la Chiesa si è 
sempre calata, inculturandosi nei diversi contesti per portare agli uomini di ogni tempo la buona 
novella del Vangelo. Appellarsi nostalgicamente a un ideale modello di Chiesa perfetta del passato è una contraddizione. Seconda considerazione: «cattolico» significa «universale», cioè plurale. Quei cattolici che oggi si scoprono su posizioni distanti da chi siede sul seggio di Pietro riscoprano il valore della pluralità nella Chiesa, che per tanto tempo hanno censurato, chiedendo pene severe 
verso chi esprimeva idee non perfettamente consonanti con quelle del Papa. Rivalutino anche 
l’importanza di un certo pluralismo delle idee, in ambito teologico e pastorale. Questo è il sale di 
una comunità di credenti sana, vivace, e non solo ossequiosa. Vedranno che un posto per loro nella 
Chiesa ci sarà sempre, accanto a tutti gli altri. 
di Antonio Rizzolo
in “Jesus” del novembre 2013
Il mal-pancismo anti-Francesco dei cattolici come la moglie di Lot
di Piero Pisarra in “Jesus” del novembre 2013
Bocciato in catechismo. Quanto alla teologia, è meglio non parlarne. Papa Francesco
sconcerta atei devoti e cattolici tradizionalisti, ultrapapisti di ieri e dubbiosi di oggi. Volano parole
irate, insinuazioni ridicole sulla presunta impulsività di Jorge Mario Bergoglio e sulla sua
ortodossia. Il Papa venuto dalla fine del mondo scompiglia gli schemi, sovverte regole non scritte. E
c'è già chi rimpiange «l'arcano splendore del rubino nello scrigno dei dogmi» (sic). Con il suo
«erosivo magistero liquido», il nuovo vescovo di Roma starebbe provocando nientemeno che «la
dissoluzione della dottrina cattolica». Altri, avvezzi agli equilibrismi curiali, nascondono a
malapena l'imbarazzo e tentano di ricondurre il ciclone Bergoglio nell'alveo della «normalità», nella
linea di una continuità senza strappi con il magistero precedente. A denti stretti, ripetono ciò che è
ovvio («no, il Papa non è un pericoloso sovvertitore della dottrina tradizionale»), per glissare
velocemente sulle novità di questo pontificato.
Quando si dice l'umorismo della Provvidenza: irriducibili papolatri scoprono all'improvviso il
fascino del pensiero critico, il brivido del dissenso. E dimenticano la posta in gioco: l'annuncio del
Vangelo alle folle disorientate e confuse della nostra modernità, questa sì, «liquida». Il Vangelo sine
glossa, nello stile dell'altro Francesco e di chi è venuto per i poveri, i ciechi e gli storpi (Le 14,21).
Altro che splendori del rubino e scrigni inaccessibili custoditi da arcangeli con le spade
fiammeggianti. Altro che leggi immutabili scolpite nel marmo. Perché il giogo del Signore è dolce e
il suo carico leggero (Mt 11,30).
La rivoluzione di papa Francesco è tutta qui, e non è da poco: è l'evangelico vino nuovo in otri
nuovi. Perché la Chiesa non è un mausoleo in cui ci si sente — diceva Bernanos — come un
mendicante alla porta del Ritz. Ma è una casa di famiglia, con le porte e le finestre aperte, in cui
talvolta si fa «casino», ruido, per dirla come il Papa. È una rivoluzione di stile, di stile teologico.
Perché non tutti gli stili sono compatibili con l'annuncio della buona novella. E lo stile è altra cosa
rispetto alla forma, al guscio, all'involucro di una dottrina. È parte dello stesso messaggio, come
sottolinea nelle sue opere il teologo gesuita Christoph Theobald. Uno stile che fa i conti con la
necessaria inculturazione della fede, con la vita concreta delle persone, con i drammi e le sofferenze
dell'umanità. Ecco perché una parola d'ordine di Francesco è «misericordia», quel movimento del
cuore, anzi delle viscere, che è qualcosa di più della compassione. E un'altra è «periferia», le
periferie geografiche ed esistenziali che la Chiesa non può disertare. Non dispiaccia a quanti
preferirebbero custodire il tesoro della fede in cassaforte. E ai nostalgici che, come la moglie di Lot,
si voltano indietro a guardare, trasformandosi in statue di sale.
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201311/131114pisarra.pdf
A proposito di tradizionalisti cui non piace papa Francesco
di Maria Cristina Bartolomei
in “Jesus” del novembre 2013
Sul quotidiano il Foglio, diretto da Giuliano Ferrara, lo scorso 9 ottobre è apparso un lungo articolo
a firma di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro dal titolo Questo Papa non ci piace. Dei due autori
si precisa che «sono espressione autorevole del mondo tradizionalista cattolico» (lo stesso mondo
che voleva celebrare i funerali di Priebke ad Albano? Speriamo di no). Il sottotitolo dell'articolo,
poi, sintetizza il senso della presa di posizione contro Bergoglio: «Le sue interviste e i suoi gesti
sono un campionario di relativismo morale e religioso, l'attenzione del circuito mediatico-ecclesiale
va alla persona di Bergoglio e non a Pietro. Il passato è rovesciato». Per motivi di spazio, non è
possibile qui esaminare tutti i rilievi che la lunga requisitoria muove al Papa. Quindi ci
concentreremo su alcune considerazioni fondamentali. La prima è che, nelle parole di Gnocchi e
Palmaro, si misura l'inquietudine, anzi il rigetto, che questo Papa, il suo stile e il suo modo di
rivolgersi al "mondo", stanno provocando tra i cattolici tradizionalisti. Trovandosi nella scomoda
condizione di criticare il Papa in nome della difesa dell'autorità papale e del papato, sono costretti
all'acrobazia di distinguere e opporre Simone e Pietro nell'unico «Simon Pietro» dei Vangeli. E
finiscono così nella paradossale situazione di farsi sostenitori di una posizione — l'invito a non
prendere per infallibile qualunque cosa il Papa dica, e a evitare la «papolatria» —che è uno dei
motivi per i quali i cattolici "conciliari" sono sempre stati attaccati dai tradizionalisti!
Entrando nel merito dell'articolo, si nota che il primo e fondamentale «capo di accusa» contro
Bergoglio è il suo riconoscimento della ultimità della coscienza, che Gnocchi e Palmaro oppongono
all'enciclica Veritatis splendor di Giovanni Paolo II, la quale condanna una concezione radicalmente
soggettivistica del giudizio morale. Ma le due cose non stanno affatto in contrasto. Dai Padri della
Chiesa a san Tommaso d'Aquino, al beato cardinale John H. Newman, c'è concordia sul fatto che è
sempre un dovere seguire la coscienza e mai è lecito trasgredirla, neppure quando oggettivamente si
sia in errore. E ciò perché, come dice sant'Agostino, è nella coscienza che troviamo impressa in noi
— da Dio — una originaria conoscenza del bene, da cui nasce la capacità di giudizio morale. Per
questo il cardinal Newman poté scrivere in una Lettera al Duca di Norfolk la famosa frase:
«Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo — cosa che non è
molto opportuno fare — allora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il
Papa».
Leggendo i nostri due «autorevoli» tradizionalisti, sembra che il cambiamento sia la maggiore
insidia per il cristianesimo. Il magistero papale, dunque, dovrebbe difendere a spada tratta
l'immutabilità delle formule con cui, a un certo punto, sono state espresse le verità della fede. Ma la
permanenza cui si aspira è quella della pietra che non cambia, non quella dell'identità dei viventi,
che è l'esser sempre sé stessi in forza della capacità di mutare. La custodia dell'identità delle
tradizioni umane (le «tradizioni degli antichi» che Gesù invita a non idolatrare: Matteo 15, 2-3),
fissate poi a una ristretta fase del cammino della Chiesa nella storia (ossia al periodo tra il Concilio
di Trento e papa Pio XII), viene scambiata per la cura della Tradizione con la maiuscola. Ma questa
è tale solo se è viva, seme che germina in forme sempre nuove. Il vero bersaglio è, in effetti, il
Concilio Vaticano II. I Papi precedenti sono esaltati in quanto avrebbero «conservato»: ma quando
san Pio X ha abbassato l'età della prima comunione perché «per essa non è necessaria la piena
cognizione della dottrina cristiana», non ha forse innovato profondamente? Papa Francesco avrebbe
sbagliato a dire «io credo in Dio, non in un Dio cattolico». Ma che cosa sarebbe un «Dio cattolico»?
Il Dio della rivelazione ebraico-cristiana non è meno «Dio di tutti» per il solo fatto di essere il Dio
di coloro che credono in modo esplicito in Lui. E il Credo che la Chiesa proclama da sempre non
conosce la formula «lo credo in un Dio cattolico».
Papa Francesco viene poi attaccato per i suoi «bagni di folla». Ma il contatto con i mass media non
è certo un'invenzione di Bergoglio. Già Pio XII innovò profondamente al riguardo e poi papa Giovanni Paolo II ne fece un uso a dir poco generoso. Altro che «contemporanea salita alla ribalta
della persona»! Che poi sia un quotidiano laicissimo come il Foglio di Giuliano Ferrara, legato a
una precisa parte politica italiana, a ospitare la requisitoria anti-Bergoglio fa riflettere sui significati
politici dell'opposizione alla linea dell'attuale vescovo di Roma.
Un'ultima considerazione: a Gnocchi e Palmaro non piace questo Papa? Peccato! A noi e a
moltissimi altri, cattolici e non cattolici, invece piace. Ma farne questione di diversità di gusti —
come fanno i due «autorevoli» tradizionalisti — non sarà già di per sé indizio del contagio di quel
(presunto) relativismo morale e religioso che essi tanto aborrono?
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201311/131114bartolomei.pdf

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