ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 11 gennaio 2018

Stupito dal revival della fede?

Un motivo ci deve pur essere


Don Filippo Di Giacomo, sull’ultimo numero del Venerdí di Repubblica (5 gennaio 2018), ci informa del flop del programma di TV2000 Padre nostro, che ha visto la partecipazione niente po’ po’ di meno che del Papa:
Papa Francesco è stato protagonista di un programma in onda ogni mercoledí, dal 25 ottobre in poi, su TV2000, la cosiddetta “televisione dei vescovi”, intitolato Padre Nostro e condotta da don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova. Il programma è stato accompagnato da un grande e lungo battage pubblicitario con lanci su ogni possibile organo di comunicazione, dalla carta stampata alla radio e alla presenza di don Pozza sui principali canali televisivi nazionali. Ma nonostante l’impegno, ha registrato ascolti cosí bassi da risultare imbarazzanti. Confermando, oltretutto, ciò che i dati di ascolto attestano da almeno tre anni: papa Francesco, in televisione, vale la metà di papa Benedetto XVI: se il secondo aveva una audience media intorno al 20 per cento, il suo successore si attesta tra il 9 e il 12 per cento degli spettatori. Se, come diceva McLuhan (morto cattolico praticante, con una grande diffidenza per il microfono sull’altare e un profondo disgusto per le messe “contemporanee”), «il medium è il messaggio», ma la gente cambia canale quando appare una tonaca teletrasmessa, un motivo ci deve pur essere.
Anche noi ci eravamo occupati, un mese fa, di questo programma (qui), in seguito alle polemiche suscitate dalle affermazioni di Papa Francesco a proposito della traduzione della sesta invocazione del Padre nostro (“E non ci indurre in tentazione”). Ora veniamo a sapere da Di Giacomo che quel programma è stato un flop e che l’audience di Papa Francesco in televisione oscilla tra il 9 e il 12 per cento. Non sono un esperto nel settore, per cui non saprei valutare la reale consistenza di certi dati di ascolto; ma mi fido di Don Filippo, che certo ne sa piú di me e che ho sempre apprezzato, pur nella diversità di vedute, per una non comune onestà intellettuale. A prescindere dalle valutazioni tecniche, mi pare però che non possano essere evitate alcune riflessioni di carattere generale.

1. Bisogna chiaramente premettere che il successo non solo non è un valore in sé, ma non è neppure un parametro per giudicare il valore di una persona o di una iniziativa. Questo, che è un principio generale, vale a maggior ragione per noi cristiani: non possiamo misurare la santità di una persona o la validità di un’attività pastorale in base al consenso che quella persona raccoglie o all’approvazione che quell’attività riscuote. Se dovessimo giudicare in base al successo, Gesú Cristo e i martiri andrebbero catalogati tra i “falliti” a cui non va dato alcun credito. Anzi, a stare al vangelo, l’insuccesso dovrebbe essere considerato motivo di beatitudine: «Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo … Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi» (Lc 6:22.26). Il fatto che il successo non possa essere il motivo ultimo del nostro agire, non significa che non si debba tener conto anche delle reazioni — positive o negative — che la nostra parola e il nostro agire provocano in chi ci sta intorno e interrogarci sui motivi che hanno determinato quelle reazioni.

2. Va detto però che l’attuale pontificato aveva puntato molto sull’immagine. Anzi, se ben ricordo, uno dei temi che erano stati maggiormente discussi nelle riunioni dei Cardinali in preparazione al Conclave del 2013 era proprio come fare per far recuperare alla Chiesa un’immagine che sembrava irrimediabilmente compromessa. Fin dalle prime battute del nuovo pontificato ci si accorse che veniva data particolare importanza all’immagine. Vi ricordate la risonanza mediatica data al Papa che va a pagare il conto alla Casa del clero di Via della Scrofa? Si trattava di far passare l’idea di un Papa alla mano, che si comporta come chiunque di noi e non se ne sta arroccato in Vaticano, rinchiuso nei suoi appartamenti e lontano dalla vita e dai problemi della gente comune. Lí per lí siamo rimasti tutti colpiti dalla novità; poi, vista anche la ripetitività e, diciamo pure, l’artificiosità di alcune “trovate”, ci siamo abituati al nuovo corso e siamo diventati piuttosto scettici e indifferenti. Rientrano in questo nuovo corso le conferenze stampa in aereo, le interviste rilasciate a giornali e riviste e, da ultimo, la partecipazione regolare a un programma televisivo. Beh, forse non si era sufficientemente considerato il fatto che i programmi televisivi vengono sistematicamente monitorati per misurarne il gradimento da parte del pubblico. E i dati Auditel del programma in questione sono impietosi. Per un pontificato che tiene all’immagine, tale risultato rappresenta senza ombra di dubbio un gravissimo smacco.

3. I paragoni sono sempre antipatici, ma, visto che è Don Filippo Di Giacomo a farli, non si può far finta di nulla. Sembrava che uno dei maggiori problemi del pontificato di Benedetto XVI fosse il rapporto con il mondo dell’informazione. Diciamo meglio: che esistesse un problema fra Papa Ratzinger e i media è un dato di fatto; bisogna però chiedersi da chi dipendesse la difficoltà di questo rapporto. L’opinione comune non ha mai avuto dubbi su chi si dovesse considerare responsabile dell’incomunicabilità: il Papa teologo, l’intellettuale che viveva fra i suoi libri e incapace di parlare alla gente. Ora scopriamo che il suo indice di gradimento televisivo era il doppio di quello del suo successore tanto popolare e vicino ai problemi della gente. Allora, non sarà forse il caso di rivedere anche l’interpretazione che si dava del difficile rapporto Ratzinger-media? Probabilmente la colpa dell’incomunicabilità non era del primo, ma dei secondi. Allo stesso modo, va ascritta ai mezzi di comunicazione la costruzione del mito del Papa-che-piace-alla-gente, visto che poi, almeno in TV, non riscuote tutto il gradimento che ci si aspetterebbe. Ma il problema, a quanto pare, non riguarda solo i programmi televisivi: sembra che anche Piazza San Pietro non sia sempre cosí affollata. Dico “sembra” perché non ho modo di verificare di persona; e la TV non ci è di grande aiuto (la televisione, non solo in questo caso, fa vedere sempre e solo ciò che vuol far vedere). Il bello è che ai tempi di Papa Benedetto non inquadravano la piazza, perché non si vedesse che c’erano piú fedeli dei “quattro gatti” di cui parlavano i giornali (ma almeno allora potevo verificare di persona); ora non la inquadrano, per non mostrare che non ci sono le folle che si vorrebbe far credere.

4. Il flop della trasmissione Padre Nostro potrebbe essere spiegato col fatto che essa è andata in onda su TV2000, la televisione dei Vescovi che non è certamente fra i canali preferiti dal pubblico. Beh, certo TV2000 non è una delle reti RAI o Mediaset o Sky; ma ciò non significa che non abbia i suoi affezionati spettatori: alcuni programmi, come il Rosario in diretta da Lourdes, raccolgono indici di ascolto per nulla disprezzabili, certamente superiori a quelli di Padre Nostro.

5. Padre Nostro era un programma pensato e realizzato secondo i canoni della “Chiesa in uscita”; gli ingredienti c’erano tutti: il Papa-che-piace-alla-gente, che si fa intervistare, come un qualsiasi vip, da un “prete di strada”, cappellano dei carcerati, di aspetto giovanile e in tenuta casual (altro che “tonaca teletrasmessa”!). Eppure, a quanto pare, non ha funzionato. Si direbbe che la gente non sia per nulla attratta da questo tipo di Chiesa, che probabilmente viene percepita come piú clericale della Chiesa-rimasta-indietro-di-duecento-anni di Benedetto XVI.

6. La conclusione a cui si giunge al termine di queste considerazioni è che forse non conviene rincorrere il mondo per farsi accettare dal mondo. Forse è preferibile rimanere sé stessi: è preferibile che la Chiesa continui a essere la Chiesa di sempre, senza bisogno di mimetizzarsi; che il Papa, per farsi ascoltare e per farsi voler bene, non si senta in dovere di andare in televisione o di trovare ogni giorno qualche espediente per far parlare di sé, ma ricominci a fare il Papa con semplicità e discrezione, come si è sempre fatto; che tutti nella Chiesa, dal Sommo Pontefice fino all’ultimo fedele, smettano di scimmiottare il mondo e di dire quello che si pensa possa piacere alla gente, ma riprendano a dire e a fare solo ciò che Cristo ha detto e fatto e la Chiesa ha sempre insegnato.
                                                                                                                                                Q
Oggi traggo qualche spunto dal libro che un filosofo milanese ha composto ai danni del Pontefice Benedetto XVI, non si tratta però dell’ultima fatica di Enrico Maria Radaelli, quel “Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo” che sta suscitando scalpori sciocchi e strumentali nel mondo progressista (chi conosce Radaelli sa da tempo delle sue ampie riserve ratzingeriane, mai celate, e sa anche della sua posizione eccentrica e isolata, tanto quanto scientifica e meticolosa, nel mondo tradizionale), si tratta piuttosto di “Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede?” che Maurizio Ferraris ha pubblicato con la Bompiani nel 2006.

Stupito dal revival della fede – un problema che da un lustro in qua sembrerebbe già rientrato – Ferraris scrisse tale pamphlet, non tanto degno di un filosofo eppure utile alla causa divulgativa degli ambienti laicisti, in cui giungeva ad una conclusione dirompente: il ritorno alla fede nel clima post-moderno non è riconducibile ad una autentica conversione ad Deum, ma solo ad una adesione idolatrica alla figura del Sommo Pontefice. “Il Dio nascosto e il Papa televisibile” titola il decimo capitolo del libro e non senza curiosità vediamo attribuito questo carattere al meno televisibile dei Papi contemporanei, il ‘pastore tedesco’ Ratzinger.

Ma sostiamo un poco sulle parole stesse del Ferraris, egli comincia con un ritratto goliardico ma non troppo del cattolico medio: “In cosa crede chi crede, in un paese cattolico, e una volta che abbiamo disegnato la figura di un essere razionale, magari credulo nei confronti dei miracoli, ma del tutto diffidente nei confronti della resurrezione? La risposta è molto semplice: credono nel Papa”. Si descrive – per dirlo con parole forti – una cristianità gnostica, che avrebbe smarrito il senso natalizio della incarnazione e il peso carnale della risurrezione, arenandosi – per così dire – all’equivalente di teorie fenomeniche e dell’illuminazione, “il Dio da toccare, che attesta di non essere un fantasma, diventa un Dio da vedere, specialmente in televisione”. E simile visione non cerca più il Divino, ma un suo surrogato più plausibile: “Quando l’incredulità nei confronti del trascendente diventa di massa, il solo a cui si è disposti a credere è un signore con certe caratteristiche fisiche e sociali ben precise: un Papa, appunto che decide (questo il nocciolo del dogma) in materia di fede e di costumi”. La sentenza cala irremovibile: “Dunque chi crede, almeno tra i cattolici, e se è coerente, crede nel Papa”.

Così il Ferraris, il quale nel capitolo undicesimo introduce un nostro carissimo amico, basti la titolazione: IL TEOREMA DI DE MAISTRE (p. 123). E qui mi fermo – le restanti tesi non sono un gran che – e provo io a dare il succo ‘alla de Maistre’ della faccenda.

Tre considerazioni. La prima: è cosa buona e giusta, pur di difendere la nostra fede nel Cristo Risorto, prendere le debite distanze dal Papa. Perdonatemi, ma è un sano atto di carità e di dialogo e di evangelizzazione del laicato contemporaneo; se serve, per testimoniare il Cristo lascerò un poco in disparte il suo Vicario.Questo si dica, con buona pace dei giornalisti e dei lacchè progressisti, i quali nella loro difesa assurda di Bergoglio sconfessano oggi tutta l’ipocrisia delle articolesse in cui ieri osannavano la cultura di Benedetto XVI, e così radicalizzano le impressioni del Ferraris circa la residua papolatria romana.
Con ciò veniamo alla seconda considerazione. Non so dove Ferraris raccogliesse le ragioni a sostegno della sua tesi circa la papolatria del cattolicesimo ratzingeriano: quelle che esplicita non sono francamente plausibili. Sta di fatto che pare davvero aver colto nel segno. Il popolo, o almeno la maggioranza del cattolicesimo occidentale, non crede in Dio, crede nel Papa e corre dietro ad esso quali che siano le cose bislacche e contraddittorie che dice. Così forse spieghiamo l’indifferenza o la compiacenza con cui si tollerano crescenti scempi di fede e di costumi, di dottrina e di culto che preti e vescovi disseminano impuniti?
E infine, è quasi inquietante scoprire quanto siano calzanti le accuse di Ferraris nella situazione attuale, con un Bergoglio impegnato a “decide[re] in materia di fede e di costumi”, risoluto nello sfruttare fino al deperimento (già raggiunto) l’esposizione mediatica, elevato a feticcio inattaccabile cui il cattolico post-moderno tertullianamente si attracca quia absurdum.
Insomma è così, il kantiano Ferraris, che non ama venire in dialogo col tedesco Ratzinger, traccia
ante-litteram uno scenario profetico del pontificato più catto-comunista – e quindi post-kantiano – della storia della Chiesa. E qui comprendiamo meglio proprio quell’astio e quella passionalità, cieca e indiscutibile, con la quale i bergogliani difendono il loro partito forti del furor populi. Non si tratta solo di interessi politici, di mafie svizzere, di intrecci massonici, vi è qui ben di più, vi è un istinto atavico e non architettato, vi è la difesa irrazionale dell’ultimo straccio di fede che gli resta e che li distingue dai loro interlocutori Gentili, e si tratta della fede nel Papa.
di Satiricus 
Q

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