ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 10 agosto 2018

Apericena



Parliamo del babau. Pariamo di colui che è ritenuto dai «populisti» di tutto il mondo il nemico più infido, il puparo di ogni balzo avanti delle forze mondialiste.
È da qualche anno sulla bocca di tutti, spesso anche a sproposito, ma a dire il vero i suoi tentacoli sono così tanti che difficilmente, se gli si addossa la colpa di un qualche sommovimento sociopolitico antinazionale, ci si può sbagliare.
Siccome chi scrive da anni tratta approfonditamente il tema, scandagliato persino negli annunci matrimoniali, nei necrologi dei radicali pannelliani ammazzati in Russia, nei rapporti con Beppe Grillo (che definì il Nostro, in uno spettacolo del 2003, «esempio di capitalismo etico»), sembra giusto mettere a parte il lettore di un fatto molto, molto significativo: la marchetta giornalistica più enorme del 2018 va a George Soros.
Detta marchetta è stata eseguita, con grande dispendio di fondi ed energie, dal primo quotidiano del pianeta, il New York Times, che si è premurato di trovare un giornalista di fama e pure di origine ebraico-ungherese, Michael Steinberger (noto per lo più per articoli sul tennis e sul vino), tanto per creare una confortante simmetria con «l’unico uomo al mondo con una sua personale politica estera».
Il giornalista, cui sono state assegnata pagine e pagine del prezioso giornalone, è stato spedito in giro per l’Europa ed è stato fatto pure cenare con Soros nella sua suite del Bristol Hotel di Parigi.
Essendoci puzza di spin già a guardare la foto (ma potete usare il vecchio nome: uffici stampa) la domanda sorge immediata: perché George Soros, signore degli hedge fund e distruttore di mondi, ha bisogno di cotanta marchetta?
O ancora: quali programmi cela la sua improvvisa voglia di parlare con il massimo giornale della terra di tutto quell’insieme di questioni (tante) toccate?
Deve farsi perdonare qualcosa? Essendo lui un senza Dio, da chi?
Forse, visto che costui crede di essere Dio, da se stesso?
Teme di morire vedendo tutto il suo impero, e cioè miliardi di dollari spesi per dissolvere nazioni e governi, nel fallimento che corrisponde alla crescita, in Europa e ovunque, dei cosiddetti «populisti»?
L’articolo, dal titolo George Soros Bet Big on Liberal Democracy. Now He Fears He Is Losing, è davvero interessante, e non solo perché a un certo punto sbuca fuori Salvini: bingo, ecco qui, materializzato, il segno che oramai l’élite globale lo prende sul serio. Sulla carta, il pezzo è costruito come una lunga, infinita geremiade sul crollo del mondo liberale davanti alla risorgenza di «nazionalismo e tribalismo» (sic).
Ma andiamo con ordine.

Tanti, tanti danari

Innanzitutto, i soldi. L’articolo è importante anche perché finalmente definisce la magnitudine dei danari che Soros sta immettendo nell’Open Society Foundation (OSF) e nei suoi megaprogetti politici transnazionali. Lo scorso autunno ha annunciato che era in procinto di trasferire la maggior parte della sua ricchezza residua, 18 miliardi di dollari in totale, alla OSF. Ciò la renderà potenzialmente la seconda organizzazione filantropica negli Stati Uniti, in attivo, dopo la Bill & Melinda Gates Foundation. È già un’entità tentacolare, con circa 1.800 dipendenti in 35 paesi, un comitato consultivo globale, otto consigli regionali e 17 commissioni orientate ai temi “umanitari”. Il suo budget annuale di circa 1 miliardo di dollari finanzia progetti nei settori dell’istruzione, della sanità pubblica, dei media indipendenti, dell’immigrazione, della riforma della giustizia penale, etc. Organizzazioni come Human Rights Watch, Amnesty International, American Civil Liberties Union e Planned Parenthood sono tra i suoi beneficiari. Nota bene che Planned Parenthood, la multinazionale dell’aborto, non manca mai.
Tuttavia il dato importante rimane quello dei numeri: no, non sono spiccioli.
Soros aveva pensato di smettere di donare, perché era dell’idea che l’impero dell’OSF sarebbe morto con lui. Nel 2010, forse per la carica del figliolo (poco probabile, ma vedi sotto), decise di invece continuare, al fine di far sopravvivere la sua opera politica ben oltre la sua stessa morte.

Ebreo nazista, «tacòn pezo del buso»

Va rilevato come molte righe dell’articolo siano dedicate a tentare di smentire la storia per cui il giovane Soros sopravvivesse all’Olocausto lavorando per i nazisti, e per giunta – avrebbe dichiarato poi – imparando molto dall’esperienza.
Dato che nessun elemento nuovo può riuscire a cambiare l’ammissione televisiva che lo stesso Soros fece al programma americano 60 minutes, direi che siamo in presenza di una situazione definita in lingua veneta «tacòn peso del buso», cioè toppa peggio del buco.

Ebreo vittima dell’antisemitismo, e pure del semitismo

L’ebraicità di Soros, che è peraltro la medesima del giornalista, salta fuori più volte. «L’identità ebraica di Soros, unita al suo status di miliardario di Wall Street, ha dato a coloro che non erano disposti a sostenere il suo programma un mezzo facile per fomentare sospetti e risentimenti».
A volte la questione del giudaismo di Soros emerge in miscugli di patetico e ridicolo: il fatto che Orban abbia piazzato in giro per l’Ungheria cartelloni con il faccione del miliardario che ride («Non lasciargli l’ultima risata») viene preso come incontrovertibile prova di odio antisemita: siamo così resi edotti che «l’ebreo che ride è un tropo della propaganda nazista».
Soros si è sempre «”Identificato prima come ebreo” e la sua filantropia era in definitiva espressione della sua identità ebraica, in quanto si sentiva solidale con altri gruppi minoritari e anche perché riconosceva che un ebreo poteva essere veramente sicuro solo in un mondo in cui tutte le minoranze erano protette (…) la ragione per cui combatti per una società aperta è perché è l’unica società in cui puoi vivere come ebreo, a meno che non diventi un nazionalista e combatta solo per i tuoi diritti nel tuo stato». Gustoso infine che si ricordi l’episodio del figlio di Netanyahu – vertice apparente del sionismo mondiale – che contro Soros posta su facebook una vignetta di ispirazione antisemita.
Tutti contro l’agnello sacrificale Soros: antisemiti e semiti.

Fulmini da Putin

È particolarmente gustoso vedere come Soros sia davvero ossessionato da Putin e dalla nuova Russia: l’unico Paese e l’unico uomo che egli non sia riuscito a penetrare. La cosa si traduce in fobia dal sapore superstizioso, preternaturale. Scrive il giornalista che «un tuono particolarmente violento è esploso mentre stavamo discutendo della Russia. “Quello è Putin”, ha scherzato un altro aiutante. Nel 2015, Putin ha espulso dalla Russia l’organizzazione filantropica di Soros, l’Open Society Foundations, affermando che si trattava di una minaccia alla sicurezza, mentre i media statali russi hanno diffuso un flusso costante di contenuti anti-Soros». Varie volte è circolata la fake news per cui Mosca avrebbe spiccato un mandato di cattura internazionale per Soros. Purtroppo, questo mai è accaduto. Tuttavia non bisogna disperare: non molti giorni fa Vladimir Putin ad Helsinki ha parlato anche di Soros, e non erano parole d’amore: «Soros si mette dappertutto. È la posizione della UE? No. È la posizione di una singola persona».

Edipo Orban

Il capitolo Orban è altresì interessante. Visto che è lo stesso governo di Budapest a organizzare campagne contro il miliardario, egli ritiene che con probabilità non rivedrà la terra natìa prima di morire, ma la cosa non sembra turbarlo più di tanto. Emerge quindi giocoforza la storia di Orban, che fu da giovane recipiente degli aiuti di Soros, il quale lo spedì a studiare a Oxford per farne uno stallone della sua scuderia di giovani politici attinti al fu blocco sovietico, pronti ad «aprire» i loro paesi alla democrazia (e quindi alle mega-svendite pro-Soros).
Il voltafaccia di Orban, che un tempo chiamava George «zio George», viene liquidato con uno schema freudiano: Orban aveva problemi con il padre, di qui il parricidio politico nei confronti di Soros.

Edipo Soros

Il padre di Soros, Tivdar Soros (il cognome se lo diede lui: non è ungherese, è esperanto, e significa «innalzare») viene più volte evocato: prima per tentare di rattoppare la storia del collaborazionismo con i nazisti (sostanzialmente, gli viene data la colpa), poi in un’altra, nuova storia hitlerista in cui il padre incontra ad un caffè un ufficiale tedesco che si lamenta di quello che gli tocca fare. L’idea che sovviene è che l’immaginazione del Soros sia stata segnata per sempre dall’incontro con la Germania hitleriana: uno sproporzionato  tentativo di rimodulazione del mondo che riflette il lavoro transnazionale delle sue fondazioni.
Ad ogni modo, vi sono pagine non felicissime anche riguardo a George Soros come padre. Viene sentito Alex, il figlio trentenne fresco di laurea a Berkeley al quale – viste le recenti foto romane con Bonino & Co. – parrebbe voler lasciare le chiavi dell’impero filantropico. Tuttavia Soros junior non è felicissimo di suo padre. «A Parigi – scrive Steinberger – Alex Soros mi aveva detto che suo padre, pur essendo un genitore eccellente, era stato emotivamente distante». Ma ecco pronta una spiegazione che giustifica tutto: si tratta di «un meccanismo di difesa nato dalla sua esperienza di guerra: “Essere emotivo, dare emozioni, potrebbe essere un segno di vulnerabilità”». Infine, il piccolo Soros «ha detto che suo padre ha iniziato ad aprirsi negli ultimi anni».

Popper non lo prendeva sul serio

A proposito di cose edipiche, pare che il suo padre filosofico non se lo filasse. È una nota agrodolce quella riguardo al suo mentore Karl Popper, dalla cui idea di «società aperta» il George trasse ispirazione per la sua Fondazione, detta per l’appunto Open Society. Soros lamenta di non essere mai stato preso sul serio dal maestro, nemmeno quando, ricchissimo, dimostrava di voler applicare la filosofia al mondo: a pensarla tutta fino in fondo, Soros è un re filosofo in senso Platonico, ma il suo regno non c’è, o meglio il suo regno è il mondo tutto, e la sua forma di governo è la dissoluzione della società.

A cena col Donaldo

Soros odiava Bush, per cui finanziò lautamente la campagna di John Kerry nel 2004. Si dice deluso da Obama, gli diede danari per l’elezione, ma poi quello non si fece sentire: parrebbe una stupidaggine, un depistamento da analizzare, sapendo che già dai tempi della Guerra Fredda Soros ha rapporti immediati con lo Stato profondo americano nei suoi interessi globali (difficile che la CIA non telefoni mai ad uno che investe miliardi di dollari nei paesi del Patto di Varsavia).
Soros ammette poi di aver donato $25 milioni per l’elezione di Hillary Clinton; tuttavia emerge che, nonostante gli insulti rivoltigli a Davos («vorrebbe istituire uno stato mafioso, ma non può, perché la Costituzione, altre istituzioni e una vivace società civile non lo permetteranno») il nostro, a causa di amici comuni che si accoppiavano, una trentina di anni or sono stette varie volte a cena con The Donald, il quale gli offerse alcuni suoi appartamenti, rifiutati dallo squalo magiaro con la scusa sardonica di non poterseli permettere. Eppure qualcosa in comune i due ce l’hanno: sono entrambi miliardari di Nuova York, sono entrambi al terzo matrimonio. Una leccata del giornale arriva quando si ricorda come nel 2007 il finanziere dichiarò che «il pubblico americano si è dimostrato notevolmente suscettibile alla manipolazione della verità, che domina sempre più il discorso politico del paese». Il NYT vuole significare il dono della profezia del miliardario, ma l’idea s’attaglia meglio a Obama, eletto di lì ad un anno, che al povero vecchio collega miliardario nuovayorchese, che è stato sì eletto, ma a leggere gli sputazzi riservatigli sui giornali non ha manipolato proprio nessuno. Convinto che Trump sarà spazzato via non solo alle presidenziali del 2020, ma anche alle politiche di quest’anno, Soros, in quello che parrebbe un lapsus ma non lo è, cita la sua stima per il repubblicano McCain così come per due repubblicane moderate, Lisa Murkowski e Susan Collins. «Non avrei dovuto dirlo. Ciò le danneggerà». Mah.

Le macchinette elettorali e la Brexit

 Il paradigma del «tacòn pezo del buso» si ripete anche, incredibilmente, con una ulteriore excusatio non petita. «Nel 2014, Mark Malloch-Brown, ex vice segretario generale delle Nazioni Unite e da lungo tempo protetto da Soros, è diventato capo di una società chiamata Smartmatic, specializzata nella tecnologia di votazione elettronica. Gli ossessi anti-Soros alla fine se ne accorsero e la addussero a prova che ora Soros era intento a manipolare i risultati elettorali. In risposta, la società si è sentita obbligata a pubblicare una dichiarazione di non responsabilità sul suo sito web, affermando che Soros non aveva alcuna partecipazione in Smartmatic e che la sua tecnologia non era stata utilizzata durante le elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016». Accusatio manifesta: gli zamponi del filantrocapitalista stanno anche lì, dentro quelle macchinette elettorali con le quali gli americani esercitano il loro sacro diritto alla democrazia.
Particolare quasi fantozziano, lo stesso delfino Mark Malloch-Brown è tirato in ballo – altra toppa molto peggio del buco! – nella questione della Brexit: egli dirige un gruppo, il Best for Britain, che chiede un nuovo referendum per annullare l’uscita del Regno Unito dalla UE. Va da sé che Soros gli ha donato mezzo milione di dollari, irritando qualche politico inglese, magari memore dell’attacco alla sterlina del 1992 (vedi sotto).

300 milioni ai Rom

Il lettore deve sapere che non è possibile scrivere «zingari» su di un giornale né su un libro: un professore di diritto dovette mandare al macero tutte le copie del suo manuale perché si azzardò ad usare la terribile parola in un suo manuale di diritto penale (dove si trattava della differenza tra l’incauto acquisto e la ricettazione). Ad un corso deontologico dell’Ordine dei giornalisti mi fu detto che esistono associazioni che scandagliano giornali e web notte e giorno per trovare qualcuno che usi l’appellativo e trascinarlo in tribunale. Parrebbe di capire che tali entità possano godere di generosi (eufemismo) finanziamenti da parti dell’ungherese: «migliorare lo status dei Rom da 12 a 12 milioni stimati in Europa è stata una delle principali priorità per Soros e l’O.S.F. dai primi anni ’90. L’organizzazione ha contribuito con oltre 300 milioni di dollari a progetti per combattere la discriminazione contro i rom e fornire loro una maggiore istruzione, occupazione e opportunità civiche» E a questo punto che nell’articolessa compare il nuovo nemico del mondialismo, Matteo Salvini. «Gli sforzi di Soros a favore di un gruppo in particolare, i Rom, sembrano particolarmente pertinenti in questo momento. A giugno, il nuovo ministro degli Interni italiano, Matteo Salvini, a capo del partito della Lega di estrema destra, ha commissionato un censimento dei Rom del paese. Come “risposta alla questione rom”, come la ha definita minacciosamente, Salvini ha promesso di espellere tutti i Rom non italiani e ha aggiunto: “Sfortunatamente, dovremo tenere i Rom italiani”». C’è di che abbattersi: «è una lotta perché il sentimento anti-Rom rimane una forza potente, una realtà sottolineata dalle azioni e dichiarazioni di Salvini. Date le correnti politiche in Europa, questa è un’altra battaglia che Soros potrebbe sicuramente perdere. La popolarità di Salvini è aumentata vertiginosamente».

Megaspeculazioni

È ricordata, e brevemente pure spiegata, la manovra con la quale nel 1992 Soros affondò la sterlina inglese: «l’operazione fruttò $ 1,5 miliardi per Quantum, e Soros, che i tabloid britannici hanno soprannominato “l’uomo che ha rotto la Bank of England”, divenne un nome familiare». Quantum Fund è il nome del fondo di George Soros, di cui l’articolista dimentica di raccontare l’ubicazione: le Antille Olandesi, ridente stato tropicale giusto fuori dalle coste del Sudamerica. Nessuno, al Quantum Fund era americano: e questo perché SEC (la CONSOB di Wall Street) e FBI potessero anche solo lontanamente indagare sulle sue attività. Un mezzo accenno alle voci che circolavano su questo fortunato fondo (per anni diede ritorni del 40%) sono appena accennate: in tre parole, i cartelli della droga sudamericani.
È rammentata quindi la manovra analoga svolta nel 1997 ai danni del baht tailandese, che costò la recessione all’intera regione. Del fatto che in Malesia Soros sia stato condannato all’ergastolo in contumacia, nell’articolo non c’è traccia: anzi, viene specificato di come nell’attacco conseguente alla rupia malese il Quantum Fund non avesse partecipato.

Omissis

Non vi è traccia, in questa profonda disamina agiografica, della operazione forse migliore della storia finanziaria e financo politica di Soros: l’attacco alla lira del 1992, con relativo crollo dell’allora valuta nazionale. È significativo che, oltre che il cospicuo gruzzolo di miliardi, il nostro sia riuscito in un capolavoro politico ancora più sofisticato. Tutti gli italiani coinvolti nella fallita difesa della lira, come ricordava Ida Magli nei suoi sermoni anti-UE, furono misteriosamente promossi a cariche altissime: Prodi fu messo a fare il premier prima e il Presidente della Commissione Europea poi, Ciampi il Presidente della Repubblica, Amato il Presidente del Consiglio. Anche Draghi, che la leggenda vuole si aggirasse sul famoso panfilo Britannia, simbolo della definitiva perdita della sovranità nazionale sulla nostra industria, una certa carriera l’avrebbe fatta. Ma vi fu un ulteriore, irresistibile premio per aver distrutto la nostra economia: a cinque anni dalla distruzione delle finanze italiane, nel 1997, a Soros viene assegnata nella Bologna di Prodi una laurea honoris causa. Ribadiamo la superiorità morale dei malesi sugli italiani: i primi, invece della laurea ad honorem, gli assegnarono un posto assicurato in gattabuia. Tante, tantissime cose mancano in questa che si vorrebbe – a bella posta – una lettura panottica dell’opera del tremendo speculatore. Vorremmo citare qui, per esempio, il mezzo miliardo che Soros investì nel fondo di Davide Serra, finanziatore di Renzi con sede alle Cayman e controverso sponsor delle Leopolde del rottamatore. Serra, che sull’Italia di Renzi aveva un’agenda speculativa molto cospicua, spuntò immediatamente anche nel caso Banca Etruria, e addirittura prima che il bubbone scoppiasse.

Contro la Madre di Dio

Si esce dalla estenuante lettura della supermarchetta del New York Times piuttosto frastornati.
«Non sono felice di avere tanti nemici. Vorrei avere più amici». La chiusa, che vuole umanizzare il soggetto e fors’anche intristire il lettore, riporta alle domande della partenza.
Perché un tale articolo? Perché questo sforzo?
Ha paura di qualcosa? Oppure che sia solo il tempo del bilancio, con sorella morte che si avvicina?
Perché questo personaggio, borioso sino a definirsi un dio, improvvisamente si vuol mostrare mesto?
Che cosa sta succedendo?
Non sono domande secondarie per chiunque abbia a cuore le sorti del pianeta: Soros, un po’ come i cattivi di James Bond (si dice appunto che il recente film della serie Quantum of Solace abbia un riferimento a lui già nel titolo), è da solo una forza geopolitica di primo livello. Appunto, «l’unico uomo al mondo con una sua politica estera».
Sappiamo che quello che egli definì «aggressore dell’Europa», cioè la Russia, stia oramai conducendo il gioco sullo scacchiere internazionale.
Sappiamo anche che essa, venne detto a Fatima, sarà vicina al Cuore Immacolato di Nostra Signora.
Il cristiano può tentare di tirare qualche somma: la mestizia, la tristezza, il fallimento sono solo l’aperitivo di ciò che spetta a coloro che si mettono contro la Madre di Dio.
 – di Roberto Dal Bosco

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