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sabato 23 febbraio 2019

I gesuiti e il "golpe" nella Chiesa Cattolica.

WOJTYLA E LA DERIVA DEI GESUITI



Quando Giovanni Paolo II commissariava i gesuiti. La loro deriva progressista e modernista e specialmente il loro sostegno alla teologia della liberazione contrastavano in maniera evidente con il Magistero della Chiesa 
di Francesco Lamendola  

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Giovanni Paolo II, come abbiamo ricordato in alcuni precedenti articoli, nel 1981, durante la malattia del generale Pedro Arrupe (che ora la neochiesa vuole beatificare), decise di commissariare i gesuiti e pensò seriamente se non fosse il caso di sopprimere addirittura l’ordine fondato da sant’Ignazio di Loyola. La ragione era che la deriva progressista e modernista dei gesuiti, e specialmente il loro sostegno alla teologia della liberazione in America Latina, contrastavano in maniera evidente con il Magistero della Chiesa ed erano perciò fonte di confusione e turbamento per le anime dei fedeli. Ma c’era anche una ragione più profonda e di tipo più strettamente culturale e intellettuale: i gesuiti, negli ultimi tempi, si erano messi sulla strada di una esegesi biblica e di una interpretazione delle Scritture che tendevano a condividere aspetti sostanziali del modernismo, cioè storicizzavano eccessivamente la Bibbia e pretendevano di leggere la storia sacra con le stesse categorie della storiografia laica, relegando sullo sfondo, fin quasi a metterla fra parentesi, la dimensione della fede. 

Giovanni Paolo II aveva ereditato dai suoi predecessori la patata bollente della questione gesuita. Fin dai tempi di Teilhard de Chardin una parte dell’ordine si era messa su una strada divergente da quella del Magistero perenne; si era mostrata desiderosa di novità, di cambiamenti, di aggiornamenti e di riforme, insomma si era mostrata certa che la Chiesa, per riacquistare “credibilità” fra la gente, dovesse rompere con alcuni aspetti del suo modo di porsi tradizionale, e mostrarsi più sensibile e attenta alle nuove richieste dei fedeli, prime fra tutte la questione sociale e quella sessuale. Sul piano sociale, i gesuiti, influenzati dai membri del loro ordine che vivevano e operavano in America latina, ove esistevano fortissimi squilibri e i governo oligarchici imponevano politiche repressive e antipopolari, i gesuiti si erano convinti che la chiave di lettura marxista dei conflitti di classe fosse sostanzialmente valida, in quanto oggettiva, e quindi utilizzabile con profitto da chiunque, compresi i cattolici, volesse fare qualcosa per modificare lo stato di cose esistente. Essi erano inoltre persuasi che la Chiesa dovesse recuperare autorevolezza e prestigio schierandosi senza esitazione della parte delle classi oppresse ed esponendosi, se necessario, anche sul terreno della lotta aperta, come ben presto avrebbero fatto i preti sandinisti nel Nicaragua, e come già avevano fatto, a titolo individuale, sacerdoti come Camilo Torres Restrepo in Colombia (il quale, guarda caso, aveva studiato presso l’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio: altro focolaio di resipiscenza delle idee moderniste). Sul piano della morale sessuale, poi, la battaglia si era accesa intorno all’enciclica di Paolo VI Humanae vitae, che era stata duramente criticata dai settori progressisti della Chiesa, oltre che da moltissimi fedeli laici: e i gesuiti, anche su questo terreno, erano generalmente orientati a mostrarsi possibilisti riguardo all’uso di metodi anticoncezionali artificiali, mentre alcuni di loro si spingevano ancora più in là, sia mostrando una certa comprensione per le richieste riguardanti il divorzio, l’aborto e la pratica di vita omosessuale, sia quanto a un atteggiamento di apertura e di accoglienza da tenere nei confronti dei separati, dei divorziati passati a nuove nozze o a nuove convivenze, e anche verso le richieste di abolizione del celibato dei preti e di ammissione delle donne all’ordine sacerdotale. Da tutti questi orientamenti e atteggiamento emergeva un quadro complessivo allarmante, sin dal pontificato di Paolo VI: per la prima volta nella loro storia i gesuiti si permettevano di criticare apertamente il Magistero solenne di un pontefice e mostravano di essere più sensibili alla ricerca del consenso fra la “gente”, intesa non più come la comunità dei fedeli, ma come il mondo laico in generale, formato da credenti e non credenti, che non al loro voto specifico di obbedienza assoluta alla Chiesa e al papa (obbedienti perinde ac cadaver, come dei cadaveri, era stato il loro motto). Il che, naturalmente, era un pericolo ma anche un controsenso, dato che Ignazio di Loyola aveva fondato il nuovo ordine religioso nella prospettiva di creare uno strumento scelto da porre precisamente nelle mani del pontefice, e non certo perché questo esercitasse una critica nei suoi confronti.

00 ARUPPE GESUITA
Pedro Arrupe

La situazione, verso la metà degli anni ’70 del Novecento, era questa e pare che già Giovanni Paolo I, nel suo brevissimo pontificato, avesse avuto in animo d’intraprendere una forte azione per ricondurre i gesuiti all’ovile, ossia per spegnere in essi i focolai di disobbedienza e di eterodossia e per riportarli, con mano ferma e decisa, nel solco del Magistero perenne, a sostegno di una Chiesa sempre più lacerata da dissensi e turbamenti, e non certo perché divenissero, proprio loro, uno dei maggiori fattori di dissenso e turbamento agli occhi dei fedeli. Nel breve mese in cui sedette sul soglio di San Pietro, Albino Luciani aveva deciso di assumere una decisa iniziativa nei confronti dell’ordine di sant’Ignazio, sulla cui ortodossia nutriva ormai dei forti dubbi. Infatti egli già prima del conclave che lo aveva eletto era rimasto fortemente colpito dalle dichiarazioni del numero due dell’ordine, padre Vincent O’Keefe, il quale aveva auspicato, nel corso di un’intervista alla stampa olandese che il nuovo pontefice, chiunque fosse, mostrasse segni d’apertura sulla non obbligatorietà del celibato ecclesiastico, la possibilità del sacerdozio femminile e sull’uso dei contraccettivi. Una volta eletto, Luciani aveva scritto di suo pugno una lettera, Ai gesuiti, che avrebbe dovuto leggere il 30 settembre, alla presenza dei provinciali e dello stesso padre Arrupe. Ma due giorni prima, cioè il 28 settembre, moriva improvvisamente, nel sonno, in circostanze un po’ sospette, anche se l’assenza di un’autopsia non consente di formulare alcuna ipotesi sulla reale natura di quel decesso. Nella sua lettera, fra l’altro, egli aveva scritto: Non permettete che le vostre dottrine e pubblicazioni provochino confusione e disorientamento fra i credenti. Esattamente quel che sta accadendo da sei anni a questa parte, e su scala ben più formidabile, da quando proprio un gesuita, contro gli statuti della compagnia di Gesù, è stato eletto al pontificato; e dopo le ancor più strane dimissioni del suo predecessore, Benedetto XVI. Albino Luciani, senza dubbio, su questo punto ci aveva visto chiaro.

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Il gesuita Jorge Mario Bergoglio

Citiamo una pagina del libro scritto dai giornalisti Carl Bernstein e Aldo Politi Sua Santità. Giovanni Paolo II e la storia segreta del nostro tempo (Milano, Rizzoli, 1996, pp. 434-437):
La politica di stretto controllo dottrinale culminò nell’implacabile campagna condotta da Giovanni Paolo II contro l’ordine dei gesuiti e il suo generale, Pedro Arrupe. Papa Wojtyla usò tutti i poteri per ridurre all’obbedienza un ordine intellettualmente brillante e socialmente impegnato che non si adeguava alla sua concezione di una riconquista cattolica. Prima di ritirarsi nel silenzio, Schillebeeckx aveva commentato: “Roma mette l’accento sulla restaurazione del Sacro e delle strutture gerarchiche. Mi sembra vogliano tornare a un Ancien Régime di sacralità senza passare attraverso la Rivoluzione francese”. I gesuiti invece ERANO PASSATI attraverso la Rivoluzione francese e tutte le altre rivoluzioni dell’epoca moderna, comprese quelle di Marx, Freud ed Einstein. Nonostante la volontà di Arrupe di rimanere fedele e leale nei confronti di Giovanni Paolo II, era inevitabile che si venisse a creare una profonda incompatibilità intellettuale con un papa che nitriva forti sospetti sulla modernità. Nella sua concezione l’epoca contemporanea è percorsa da un forte spirito anticristiano. Padre Arrupe non condivideva un giudizio così cupo. Non gli piaceva nemmeno la parola ‘crisi’ in riferimento all’epoca postconciliare. Era preoccupato dal fatto che il numero dei gesuiti stesse calando. “Temo”, diceva, “che stiamo per proporre le risposte di ieri per affrontare i problemi di domani, che stiamo parlando in modo tale che la gente non ci capisce più, che usiamo un linguaggio che non arriva dritto al cuore degli uomini. Se è così, allora parleremo molto, ma solo a noi stessi. Infatti nessuno ci ascolterebbe più, perché nessuno capirebbe quello che cerchiamo di dire”. Quando Wojtyla diventò papa, l’ordine dei gesuiti era già sotto tiro da parte dei circoli tradizionalisti della Curia. Nel tumulto degli anni Sessanta e Settanta, i gesuiti si erano attestati su tutte le frontiere teologiche dove la gente sperimentava nuovi modi di concepire o di adottare il messaggio cristiano. Gesuiti criticavamo la “Humanae vitae”, l’enciclica di Paolo VI (alla quale Karol Wojtyla aveva dato un contributo fondamentale) che proibiva i mezzi artificiali di contraccezione. Gesuiti, come i redattori della rivista francese “Études” pubblicavano articoli in cui sostene4vano che l’aborto era permesso in alcuni casi perché l’embrione non poteva ancora essere considerato una persona. Gesuita era padre John McNeill, che ammetteva di essere omosessuale e sosteneva che la Chiesa dovesse cambiare il suo atteggiamento nei confronti dei gay. Gesuiti in America Latina erano impegnati nell’opposizione a tutti i regimi militari. Gesuiti, fra cui lo stesso Arrupe, sostenevano che alcuni elementi dell’analisi marxista erano accettabili. Gesuita era il professore della Pontificia università gregoriana di Roma, José Maria Diez Alegria, che contestava l’infallibilità papale e la rigidità di certi atteggiamenti della Chiesa in campo sessuale. E gesuita era padre Vincent O’Keefe, assistente di Arrupe che aveva affrontato sul quotidiano danese De Tijd tre temi scottanti: la revisione del divieto della pillola, il sacerdozio delle donne, il matrimonio dei preti. Nei suoi trentatré giorni di pontificato, papa Giovanni Paolo I aveva trovato il tempo di scrivere una severa arringa contro i gesuiti, ammonendoli a non lasciasi coinvolgere in problemi economici e politici, a mantenere la disciplina e a coltivare la vita spirituale. “Non permettete che gli insegnamenti e le pubblicazioni dei gesuiti diventino fonte di confusione e disorientamento…”  Il generale Arrupe non era sempre d’accordo con le posizioni assunte dai singoli gesuiti. A volte li ammoniva e li puniva, allineandosi alle direttive del Vaticano. Ma aveva un immenso rispetto per la libertà intellettuale e le scelte di coscienza dei singoli. Durante un viaggio negli Stati Uniti aveva visitato in carcere padre Daniel Berrigan, dove stava scontando una pena per avere distrutto gli elenchi dei richiamati alla leva durante la guerra del Vietnam. “Sono andato a trovarlo perché lui non poteva venire da me, disse in tutta semplicità Arrupe a chi gli chiedeva perché avesse fatto quel gesto. Il 22 settembre 1979, un anno dopo la sua elezione, Giovanni Paolo II rivolse parole durissime a un gruppo di superiori provinciali dei gesuiti durante un’udienza, esortandoli a non “cedere alla tentazione del secolarismo”. Il Papa Nero (com’è chiamato tradizionalmente il generale dei gesuiti) era sempre stato molto sollecito nel riaffermare la sua lealtà nei confronti di papa Wojtyla. (…) Ma due anni dopo la sua elezione Giovanni Paolo II aveva già deciso di rimettere in riga questo ordine indisciplinato e dunque impedì ad Arrupe di convocare una congregazione generale, il congresso in cui l’ordine dei gesuiti prende le decisioni più importanti. Il 7 agosto 1981, mentre Arrupe pativa le conseguenze di un colpo apoplettico, Giovanni Paolo II compì una mossa assolutamente senza precedenti nei quattrocento ani di storia della Compagnia di Gesù. Rimasto paralizzato, Arrupe aveva nominato l’americano Vincent O’Keefe vicario generale dell’ordine. Il 3 ottobre, in una lettera ai superiori provinciali, O’Keefe anticipava la notizia della convocazione di una congregazione generale per eleggere il successore di Arrupe. Tre giorni più tardi, il segretario di Stato del Vaticano, Agostino Casaroli, arrivò alla curia dei gesuiti, a pochi passi dalla basilica di San Pietro, e chiese di parlare a quattr’occhi con Arrupe. Perfino padre O’Keefe fu invitato a lasciare la stanza dove Arrupe sedeva paralizzato. Casaroli gli consegnò un messaggio del papa e uscì pochi minuti dopo. Rientrando nella stanza, O’Keefe vide un uomo distrutto. Il generale era in lacrime e riuscì soltanto a indicare la lettera del papa che si trovava su un tavolino. Il papa aveva proibito la convocazione della congregazione generale e aveva sospeso la costituzione della Compagnia. Al governo dei gesuiti Giovanni Paolo II nominò il suo “delegato personale”, l’ottantenne padre Paul Dezza, e un coadiutore, padre Giuseppe Pittau. Il 2 settembre 1983, la congregazione generale dei gesuiti, preparata da Dezza, elesse generale l’olandese Hans Peter Kolvenbach, un ecclesiastico meno propenso all’impegno sociale di molti dei suoi predecessori. Pedro Arrupe morì nel 1991. Ancora quattro anni dopo, quando Giovanni Paolo II inaugurò la trentaquattresima congregazione generale riunita a Roma per discutere i principali problemi dell’ordine, ammonì i gesuiti a svolgere la ricerca teologica “in docile sintonia con le indicazioni del Magistero”. Parlando ai delegati giunti da tutto il mondo il papa sentì la necessità di sottolineare: Occorre vegliare attentamente affinché non accada che i fedeli siano disorientati da insegnamento dubbi, da pubblicazioni o discorsi in aperto contrasto con la fede e la moralità ecclesiali”.

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Giovanni Paolo II nel 1981, durante la malattia del generale Pedro Arrupe (che ora la neochiesa vuole beatificare), decise di commissariare i gesuiti e pensò seriamente se non fosse il caso di sopprimere addirittura l’ordine fondato da sant’Ignazio di Loyola.


Quando Giovanni Paolo II commissariava i gesuiti

di Francesco Lamendola

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