ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 16 novembre 2013

Il cavallo di Troia nella città di Dio

Estraggo dal testo di Dietrich von Hildebrand questo meraviglioso capitolo:


OTTIMISMO E SPERANZA CRISTIANA

Oggi molti pensano che ogni fede vivente implichi una visione ottimistica del futuro. Chi dà rilievo alla tradizione e mette in guardia indicando la fragilità umana così spesso attestata nella storia, da costoro viene accusato di mancare di ottimismo e di coraggio, di un atteggiamento non sano di fronte alla vita. Questi cattolici credono che un ethos ottimistico sia la vera prova della vitalità della fede e di una apertura spirituale alle esigenze dei tempi. Attribuiscono una importanza particolare alle idee dei « giovani », quasi che la loro voce fosse quella del futuro. Il loro atteggiamento dimostra che la loro disposizione ad accettare una opinione si basa non tanto sulla verità di essa quanto sulla probabilità che essa sia appunto la « voce del futuro ». Ora, se è legittimo cercare di prevedere ciò che il futuro ci riserva, non vi è però ragione alcuna di propugnare una idea solo perché è verosimile che essa si diffonderà nei tempi che verranno. Qui ci troviamo nuovamente di fronte ad una usurpazione di quei diritti, che soltanto la pura verità possiede.

Questi cattolici vedono unicamente due possibilità: o considerare i pericoli del nostro tempo, che preluderebbero ad un avvenire ancor più cupo, il che conduce a ritirarsi dal mondo in uno stato d’animo nel quale un timore paralizzante si unisce ad una triste rassegnazione — oppure guardare ottimisticamente al futuro, assumere l’« atteggiamento sano » che consisterebbe nell’andare allegramente al passo coi tempi.

Ma anche questa alternativa è falsa. Essa è estranea all’atteggiamento veramente cristiano, che consiste nel considerare oggettivamente tutti i pericoli della situazione creata dalla caduta dell’uomo, nutrendo nel contempo una speranza incrollabile, fondata sulla fede che Cristo ha redento il mondo. Va soprattutto riconosciuto la differenza essenziale fra fede e ottimismo: scambiare l’una con l’altro è una forma di secolarismo. Qui non è nostro compito procedere ad una analisi approfondita dell’essenza della speranza. Comunque dovrebbe essere senz’altro chiaro che ogni speranza ha una relazione con la Provvidenza, con la fiducia in un intervento benigno divino che spezzi la concatenazione creata da un insieme di fattori impersonali. Perfino chi pretende di non avere una fede, anche senza rendersene conto nel momento in cui nutre una speranza presuppone qualcosa di simile ad una Provvidenza. Completamente diverso dalla speranza è l’atteggiamento di chi grazie ad una sua vitalità indomabile vince la disperazione perfino di fronte al più nero fato. Invece della umiltà della speranza costui dimostra una fiducia in sé stesso, egli si sente sicuro di potersi misurare con qualsiasi situazione.

Ma nel presente contesto a noi non interessa la differenza fra la speranza e l’ottimismo vitalistico di una data persona bensì l’opposizione fra una visione ottimistica del corso della storia e l’atteggiamento cristiano di fronte al futuro storico. A tale riguardo basterà tener presente l’atteggiamento realistico degli Apostoli e dei santi rispetto al futuro per riconoscere quanto profonda sia tale antitesi. In loro non troviamo una visione ottimistica del futuro. Essi non pensavano affatto che grazie ad uno sviluppo storico imminente si realizzi un progresso. Ancor meno ritenevano che i cristiani debbano inserirsi pieni di ottimismo nel movimento della storia.

Invece il loro atteggiamento dimostra una precisa coscienza della lotta continua fra Cristo e lo spirito di questo mondo, unita alla fede incrollabile dell’aiuto divino in tale lotta. Essi denunciano inesorabilmente tutti i pericoli che sovrastano sia i tempi presenti che quelli futuri. Nel contempo, non dubitano un solo istante della vittoria di Cristo. Non sono né ottimisti né pessimisti. Sono i soli veri realisti. Vedono il mondo quale è, senza farsi illusioni, ma vedono anche di là dal mondo.

Coscienti dei continui attacchi di Satana contro il mondo, ma saldi nella fede che Cristo ha redento il mondo, essi sanno che Egli ci ha chiamati per lottare insieme a Lui. Sono animati della certezza consolante e allietante che nulla può staccare da Cristo l’uomo che Lo ama.

La differenza fra questo atteggiamento cristiano di fronte al futuro, proprio ai santi, e l’ottimismo di chi va spensieratamente incontro al futuro perché vede nello svolgersi della storia in quanto tale una specie di azione dello Spirito Santo, è evidente. La fede cristiana non rende ciechi di fronte ai pericoli; essa presuppone invece che si sappia vedere la realtà quale è. Ma chi spera, sa che Dio sta al disopra del mondo. Fidente in Lui, nel Suo amore illimitato, egli è al riparo da ogni deprimente rassegnazione. La speranza va di là da ogni immanentismo, ha un carattere essenzialmente trascendente.

Di certo, nella struttura vitale dell’uomo è insita la tendenza a guardare avanti, a nutrire liete speranze. Vi è una specie di forza che ci spinge avanti, che ci dà coraggio nel considerare ciò che avremo da fare. Questa lieta aspettativa del futuro è sicuramente un segno di sanità e un utile sprone nella vita di ogni giorno dell’uomo. Ma non appena essa dipinge in rosa l’avvenire, non appena rende ciechi di fronte a pericoli reali, non appena si trasforma in « ottimismo » essa diviene una droga generatrice di illusioni deleterie.

Il che è deprecabile, specie se si tratta del futuro storico e della missione della Chiesa. Allora saremmo inevitabilmente impediti di usare la verità come misura, di veder tutto nella luce di Cristo e di seguire il consiglio di S. Paolo: « Esaminate ogni cosa e conservate quel che è buono ». Ci illuderemo di rispondere alla chiamata del Kairos nell’adattare noi e la nostra fede alla contingenza dei tempi.

Un ottimismo e un « progressismo » derivanti da una squallida ideologia storicistica prenderebbero, allora, il posto del sacro realismo e della forza sovrannaturale della speranza vivente nei santi: «In Te, Domine, speravi, non confundar in aeternum ».

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