ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 16 novembre 2013

Libertà della Chiesa e libertà religiosa.


 Una messa a punto


San_Tommaso_Becket_A La libertà della Chiesa consiste nella completa indipendenza di Essa da qualunque potenza secolare. Tale libertà è necessaria all’immacolata Sposa di Cristo per amministrare i suoi Sacramenti, per annunciare “opportune et importune” ad ogni nazione la Parola di Dio, per il libero esercizio della Sua gerarchia.

Benché l’espressione “libertà della Chiesa” suoni sgradita all’orecchio dell’uomo moderno, che pure tollera tutte le altre false libertà, rimane un fatto incontestabile che – per usare le parole di sant’Anselmo – “Dio non ama nulla al mondo quanto la libertà della sua Chiesa”. Più tardi, nel secolo XIX, Pio VIII non esitò ad affermare: “È per istituzione stessa di Dio che la Chiesa, Sposa intemerata dell’Agnello immacolato Gesù Cristo, è LIBERA, e non è sottomessa ad alcuna potenza terrena[1].
            Durante la persecuzione ariana, Sant’Ilario (315-367), vescovo di Poitiers, con voce vibrante proclamò la libertà della Chiesa nel suo primo Memoriale a Costanzo: “Glorioso Augusto – scriveva –, la tua singolare sapienza comprende che non è giusto, non è possibile costringere con la violenza uomini che si rifiutano, con tutte le loro forze, di sottomettersi e di unirsi a coloro che non cessano di spargere i semi corrotti d’una dottrina adultera. […] Lascia dunque giungere alle orecchie della tua mansuetudine tutte le voci che gridano: io sono cattolico e non voglio essere eretico; sono cristiano, e non sono ariano: preferisco morire in questo mondo piuttosto che lasciar corrompere dal dominio d’un uomo la purezza immacolata della verità”[2].
Per questa sacra libertà uomini fedeli hanno versato il loro sangue. L’esempio più eloquente è quello di san Tommaso Becket (1118-1170), arcivescovo di Canterbury e primate d’Inghilterra, il quale, per la resistenza esercitata verso il re Enrico II che tentava di limitare la libertà della Chiesa imponendo restrizioni ai privilegi ecclesiastici, venne ucciso nella sua Cattedrale. Ecco come Bossuet – in un magnifico panegirico in onore del santo Vescovo – ne descrive il glorioso martirio: “Il Vescovo è nella chiesa con il suo clero, e sono già tutti vestiti. Non occorre cercare molto lontano la vittima: il santo Pontefice è preparato, ed è la vittima che Dio ha scelto. Così tutto è pronto per il sacrificio, e vedo entrare nella chiesa quelli che debbono fare l’esecuzione. Il santo uomo va loro incontro, sull’esempio di Gesù Cristo; e per imitare in tutto il divino modello, proibisce al suo clero qualunque resistenza, e si contenta di chiedere sicurezza per i suoi. […] Vittima e Pontefice insieme, presenta il capo e prega. Ecco i solenni voti e le mistiche parole di tale sacrificio: Sono pronto a morire - egli dice -per la causa di Dio e della sua Chiesa; e tutto quello che chiedo è che il mio sangue le dia la pace e la libertà che le si vuol togliere. Si inginocchia quindi davanti a Dio; e come nel solenne Sacrificio noi chiamiamo i santi nostri intercessori, egli non omette una parte così importante di tale sacra cerimonia: chiama i santi Martiri e la santa Vergine in aiuto della Chiesa oppressa; non parla che della Chiesa; non ha che la Chiesa nel cuore e nella bocca; e, abbattuto dal colpo, la sua lingua fredda e inanimata sembra nominare ancora la Chiesa”[3].
Bossuet nota che il Santo Pontefice inglese poteva veramente rivolgere ad Enrico, re d’Inghilterra, ciò che Tertulliano, in nome di tutta la Chiesa, diceva ad un magistrato dell’Impero, feroce persecutore della Chiesa stessa: “Non te terremus, qui nec timemus. Impara a conoscere quali noi siamo, e osserva che uomo è un cristiano: Non pensiamo di farti paura, e siamo incapaci di temerti. Non siamo né temibili né vili: non siamo temibili, perché non sappiamo congiurare; e non siamo vili, perché sappiamo morire”.
            I governi del mondo hanno da sempre cercato di coartare la libertà della Chiesa e perciò in tutti i secoli Essa ha dovuto lottare per difendere questa libertà che è sacra, poiché senza di essa non potrebbe compiere quaggiù la missione salvifica che il suo Sposo divino le ha affidato. Ai nostri giorni, molti figli della Chiesa ignorano persino la nozione di quella libertà a cui la loro Madre ha diritto. Anzi, si è giunti a desiderare per essa la medesima libertà che hanno pure le sette da lei condannate. Non si comprende che, in tali condizioni, “la Chiesa, che Cristo ha fondato per regnare, rimane invece nella schiavitù”[4].
“Qualunque figlio della Chiesa – scriveva dom Guéranger nel XIX secolo – deve avere in orrore simili utopie. Le grandi parole di progresso e di società moderna non saprebbero sedurlo; egli sa che la Chiesa non ha nulla che la uguagli quaggiù; vede il mondo in preda alle convulsioni più terribili, incapace di posare ormai su fondamenta più stabili, ma tutto per lui si spiega con il motivo che la Chiesa non è più regina. Il diritto di questa nostra Madre non è solamente quello di essere riconosciuta, per ciò che realmente è, nel segreto del pensiero di ogni fedele; Essa ha bisogno dell’ appoggio esteriore. Gesù le ha lasciato in eredità le nazioni stesse: Essa le ha possedute secondo tale promessa; ma oggi, se avviene che un popolo la ponga fuori di questa legge, offrendole una protezione uguale a quella data a tutte le altre sette, che essa già espulse dal suo grembo, mille acclamazioni si fanno sentire a lode di questo falso progresso, e voci conosciute ed amate si uniscono a un tale clamore!”[5].
Questo “falso progresso”, ossia l’equiparazione della Fede Cattolica alle altre religioni, è la cosiddetta “libertà religiosa”, un principio che – al dire di dom Guéranger – ogni figlio della Chiesa dovrebbe avere “in orrore”.
Il magistero pontificio si è sempre opposto in modo inequivocabile ad accordare alla verità e all’eresia gli stessi diritti. Pio VII, con la lettera apostolica Post tam diuturnas (29 aprile 1814), manifestava al re di Francia il suo dolore e i pericoli della nuova Costituzione rivoluzionaria in cui – scriveva il Papa – “si confonde la verità con l’errore, e si pone al pari delle sètte, eretiche […] la Chiesa, fuori della quale non vi è salvezza”. E più esplicitamente: “Sotto l’uguale protezione di tutti i culti, si nasconde la più pericolosa persecuzione, la più astuta che sia possibile immaginare contro la Chiesa di Gesù Cristo, e, purtroppo, la meglio attrezzata per lanciarvi la confusione e anche distruggerla, se fosse possibile, con il prevalere delle forze dell’inferno contro la Chiesa”.
Pio IX, nell’enciclica Quanta Cura (8 dicembre 1864), richiamandosi al suo predecessore Gregorio XVI, definisce non meno che “delirio” la libertà dei culti invocata dal liberalismo, poiché essa altro non è che “la libertà della perdizione”. Nel Sillabo asserì che la libertà religiosa “corrompe più facilmente i costumi e gli animi dei popoli” e contribuisce a diffondere la peste dell’indifferentismo”. Leone XIII nell’Immortale Dei (1º novembre 1885) non esitò ad ammettere che “anche se le si dà un nome diverso, in sostanza (la libertà religiosa) non è nient’altro che ateismo”. Pertanto, continua il Pontefice, la giustizia e la ragione vietano che si conceda “la stessa desiderata cittadinanza a tutte le cosiddette religioni, e gli stessi diritti ad ognuna indistintamente”.
In tempi più recenti Pio XII con chiarezza cristallina ebbe a dire: “La Chiesa cattolica è una società perfetta, la quale ha per fondamento la verità della fede infallibilmente rivelata da Dio. Ciò che a questa verità si oppone è necessariamente un errore e all’errore non si possono obiettivamente riconoscere gli stessi diritti che alla verità”[6].
L’insistenza dei Sommi Pontefici sul diritto alla verità è anatema al liberalismo imperante per il quale una libertà scevra da qualsiasi restrizione – che include pertanto anche la libertà di propagare l’errore – è la legge suprema. I liberali affermano che le proposizioni sopra citate erano valide ed applicabili in un determinato periodo storico, cessato il quale non hanno più ragion d’essere.
A tale obiezione rispose il cardinal Ottaviani, pro-segretario del sant’Uffizio, in un importante articolo apparso sull’American Ecclesistical Review del maggio 1953. Scriveva l’illustre Porporato: “Il primo errore di costoro consiste nel fatto che non accettano pienamente l’arma veritatis e gli insegnamenti che i romani Pontefici nel secolo scorso, e il regnante pontefice Pio XII in particolare, hanno dato ai cattolici su questo tema in encicliche, allocuzioni e istruzioni di vario genere. Per giustificarsi, costoro affermano che nel corpo degli insegnamenti della Chiesa occorre distinguere due elementi: uno permanente e l’altro transeunte. Quest’ultimo è considerato un riflesso di particolari condizioni storiche. Purtroppo, essi applicano questo argomento ai principî contenuti nei documenti pontifici, principî su cui l’insegnamento dei Papi è stato così costante da rendere quei medesimi principî parte del patrimonio della dottrina cattolica”.
Nonostante tanta chiarezza e contro ciò che il cardinal Ottaviani definì “il patrimonio cattolico”, le idee liberali sulla libertà religiosa sono confluite nel documento conciliare Dignitatis Humanæ, il quale, dopo 50 anni dall’assise conciliare, continua ad essere discusso. La sua incompatibilità con il magistero pontificio precedente è stato ammesso dagli stessi periti che ne curarono la stesura: J. C. Murray, P. Pavan, Y. Congar e H. Kung. Il padre Congar, ad esempio, non esitò ad affermare riguardo al paragrafo § 2 della Dichiarazione[7]: “Non si può negare che un testo come questo dica materialmente qualcosa di diverso dal Sillabo del 1864 e addirittura quasi l’opposto delle proposizioni 15 e 77-79 di quel documento”[8].
Occorre constatare che in epoche cristiane si sarebbe ritenuto non solo colpevole ma del tutto assurdo garantire all’errore la stessa libertà che è dovuta alla verità. E ciò perché – come avverte il cardinal John Henry Newman – “Vi è una verità; vi è una sola verità, l’errore religioso è per sua natura immorale”; [...] si deve temere l’errore; […] il nostro spirito è sottomesso alla verità, non le è, quindi, superiore ed è tenuto non tanto a dissertare su di essa, ma a venerarla”.
Il grande vescovo francese Bossuet, in una lettera a fedeli della sua Diocesi, riconosceva l’importanza fondante della continuità dell’insegnamento della Chiesa. Scriveva: “Noi non dobbiamo disprezzare la fede ricevuta dai nostri Padri, ma dobbiamo custodirla esattamente come l’abbiamo ricevuta. Dio vuole che la verità giunga a noi senza evidenti novità. È così che noi riconosciamo ciò che è sempre stato creduto e, di conseguenza, ciò che deve sempre essere creduto. È, per così dire, dalla parola sempre che la verità e la promessa (di Nostro Signore a san Pietro) derivano la loro autorità, un’autorità che sarebbe immediatamente vanificata qualora vi si scoprisse, da qualche parte, un’interruzione”.
La Chiesa Cattolica è la depositaria dell’unica Verità. Ogni vero cristiano deve considerare un onore appartenerle, un dovere difendere la sua libertà, un diritto opporsi alla insana equiparazione della verità all’eresia, memore che gl’interessi di questa incomparabile Madre sono superiori a quelli di qualsiasi società terrena.
[1] Litterae Apostolicae ad Episcopos provinciae Renanae (30 giugno 1830).
[2] PL X, c. 557-558.
[3] È interessante notare che nel XVI secolo, Enrico VIII d’Inghilterra continuò la persecuzione del martire della libertà della Chiesa nel suo sepolcro. “Le reliquie del Pontefice ucciso per la giustizia furono strappate dall’altare; si istruì un processo mostruoso contro il Padre della patria, e un’empia sentenza dichiarò Tommaso reo di lesa maestà nella persona del re. I preziosi resti furono messi su un rogo; e in questo secondo martirio, il fuoco divorò le gloriose spoglie dell’uomo semplice e forte la cui intercessione attirava sull’Inghilterra gli sguardi e la protezione del cielo. Ed era giusto che quella nazione, la quale doveva perdere la fede con una desolante apostasia, non custodisse più nel suo seno un tesoro che non era più stimato nel suo giusto prezzo; e d’altronde la sede di Canterbury era contaminata”:  P. Guéranger, L’anno liturgico  I, Alba 1959, pp. 160-163.
[4] P. Guéranger, L’anno liturgico II, Alba 1959, pp. 553-557.
[5] Ibidem.
[6] Pio XII, “Ecco che già un anno”, Discorso al tribunale della sacra romana rota, 6 ottobre 1946.
[7] “Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l’hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società”.

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