ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 12 novembre 2013

Teoprog & Teocon: 2 facce della stessa moneta

La chiesa come Malebolge, il secolo come paradiso di libertà

Alberto Melloni bisogna stare a sentirlo, in particolare ma non solo adesso che Papa Francesco rilancia per certi aspetti un’idea di chiesa modellata su forme di vita cristiana che alla scuola storica dei cattolici dossettiani di Bologna si adatta perfettamente. Non è un laudatore banale e nel suo “Quel che resta di Dio”, appena pubblicato da Einaudi, si dice preoccupato di nuovi equivoci papisti, di quel “lasciate fare al nuovo Papa, con il suo stile episcopale e povero (el papa cura, il papa curato) risolverà tutti i guai della cattolicità”. Lo storico ha ambizioni meno spericolate di un teologo come Mancuso, non vuole rifondare la fede, si limita a lavorare per la riforma della chiesa, che non è poco ma neanche troppo. Come scrittore cattolico ha qualche vezzo di troppo (il verbo “parallelare” impiegato nell’ultimo pamphlet è affettato e brutto). E’ anche intellettualmente violento, qualche volta, sebbene si riscatti quasi sempre nella sottigliezza, nell’intelligenza, che dopo l’invettiva pone l’analisi, e qualche volta anche un’analisi equanime, che respira.

In trent’anni tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI la chiesa è andata in pezzi. Così dice. Poi aggiunge, sapiente, che è sempre stata in pezzi, e sempre è rimasta fondamentalmente una, nel molteplice dei luoghi di fede e di vita che devono essere rispettati e non centralizzati.
Melloni non ha visto alcune cose che alcuni di noi hanno visto, anche dal di fuori delle mura della chiesa: la sconfitta del comunismo mondiale a partire dai pellegrinaggi polacchi di Wojtyla; la visita in Sinagoga del vescovo di Roma; la riabilitazione piena di Galileo e una teoria magari confusa ma generosa di scuse agli oppressi e derelitti della storia ecclesiastica; una predicazione globale variamente inculturata, in particolare indirizzata ai giovani, come non se ne erano mai viste prima in epoca moderna (nel buio medioevo il globalismo mobile era cosa scontata. Tommaso d’Acquino non è mai stato fermo più di tre anni nello stesso posto); un Papa che chiama l’ingerenza umanitaria, una specie di crociata; una preghiera accanto gli uni agli altri, due volte ad Assisi con le religioni non cristiane, e la seconda volta di Ratzinger anche con gli atei; il vangelo della vita che è il perno della biopolitica, cioè dell’idea, risalente alla benedetta Humanae Vitae di Paolo VI, che il mondo scientifico e tecnologico valica, in simbiosi con una società crudele e sorda moralmente, frontiere invalicabili usufruendo del suo potere cui non corrisponde un’adeguata e seria riflessione etica; una chiesa che contende nel pluralismo e nella laicità ogni possibile spazio pubblico per una presenza cristiana efficace e significativa, e che così solleva il tema più che costituzionalistico della Grundnorm, la norma fondamentale che legittima le procedure liberali e democratiche, una faccenduola che il positivismo giuridico non aveva e non ha risolto. Poi abbiamo visto un’appassionante discussione sul Concilio Ecumenico Vaticano II, su approdi tormentati se non tragici proprio nelle forme di vita cristiana, che hanno fatto da contrappeso storico a acquisizioni formidabili come quella sulla libertà di religione e di coscienza, concetti filosoficamente e teologicamente problematici, ma praticamente indiscutibili (e se mai messi oggi in discussione dal secolo e dalla sua cultura fanatica orientata a rieducare al conformismo coatto chi elude una interpretazione banale dei Lumi). Abbiamo visto un movimento di restaurazione della libertà e insieme di una certa disciplina liturgica, e pur non essendo un credente né un praticante credo di avere capito che la liturgia non è ritualità farisaica ma essenza del dirsi, anche a sé stessa, della fede cristiana (ma anche i pagani giudicavano empio il gesto della sconsacrazione).
Scusate il lungo riassunto, al quale potrei aggiungere ancora cento elementi di felice e angelica militanza ecclesiale in un mondo un po’ di merda, dove non si salvano da sole comunità e forme devozionali atomizzate e prive di voce comune, una, alta. Basti pensare alle encicliche e ai discorsi di Benedetto XVI, che era un principe rinascimentale con le babbucce rosse ma non proprio l’ultimo arrivato, insomma con le prediche di Santa Marta, pure molto belle, si gareggia eccome.
Lungo, il riassunto, ma è la mia recensione del libro di Melloni. Perché la sua sostanza è di avere cancellato dal panorama alcune delle cose che ho elencato, di averne trattate fuggevolmente e con disprezzo intellettuale altre molto importanti, e di aver costruito il tutto su questa scaletta: la chiesa è diventata Malebolge per una colpa della curia romana rivelata da Nuzzi e dai suoi libri (soldi sesso e altri argomenti appetibili), e da qui bisogna partire per cercare quel che resta di Dio dopo aver riflettuto su quel che poteva essere e non è stato alla luce della storia ecclesiastica e del suo culmine, lo spirito del Concilio.
Il libro, ripeto, è pieno anche di finezze, e ne consiglio la lettura attenta a chi voglia capire le cose. La terza parte, alla ricerca di un Dio perduto tra i panni curiali della chiesa di Cristo, vira verso una definizione anarchica e indifferente della fede, che è libera coscienza di ciascuno e comunionalità per tutti, con i vescovi che la diffondono e la incarnano tutti più o meno sullo stesso piano ma senza diritto naturale, senza mediazione morale, senza politica e senza ragione o logos (il logos, di cui Melloni non è specialista, è particolarmente maltrattato come alibi per il furto con scasso e la pedofilia). Alla fine l’universalismo dell’autore è quello che si incarna in una Roma senza Papa, senza liturgia, con un clero maritato che sguazza nella famiglia allargata e sacramentata, senza confini e senza soluzioni negoziabili di principi che siano una cosa seria.
Ora sono stato un po’ violento, ci torneremo. Forse ho dato l’impressione di un libello che ottunde la vista sulla realtà di una chiesa che è stata per trent’anni un segno di contraddizione e di movimento nel mondo stagnante del partito unico, del silenzio coatto, della libertà senza senso. Non è solo questo, ma il libro di Melloni è anche questo.
Giuliano Ferrara

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