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giovedì 27 marzo 2014

Vangelo reloaded dal crucifige* all'osanna

Francesco, il primo papa osannato dall'opinione laica

È la vera novità del successo di questo pontificato. Anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ebbero indici di popolarità altissimi, o persino superiori. Ma solo tra i fedeli. Dall'esterno erano duramente avversati

di Sandro Magister



ROMA, 27 marzo 2014 – Papa Francesco ha doppiato la boa del suo primo anno sospinto da una immensa popolarità. Ma in questo non c'è niente di nuovo. Anche Benedetto XVI nel 2008 aveva raggiunto identici livelli di consenso. E Giovanni Paolo II era stato ancor più popolare, e per molti anni di seguito.
La novità è un'altra. Con Francesco, per la prima volta da tempo immemorabile, un papa è osannato non solo dai suoi, ma quasi più ancora da quelli di fuori, dall'opinione pubblica laica, dai media secolari, dai governi e dalle organizzazioni internazionali.

Persino quel rapporto di una commissione dell'ONU che ai primi di febbraio ha attaccato ferocemente la Chiesa lo ha risparmiato, inchinandosi a quel "chi sono io per giudicare?" ormai assunto universalmente come il motto emblematico delle "aperture" di questo pontificato.

I suoi due ultimi predecessori no. All'apogeo della popolarità avevano a loro favore il popolo cristiano. Ma gli altri li avevano contro.

Anzi. Tanto più il "secolo" avversava il papa, tanto più il papa giganteggiava. La rivista "Time" dedicò a Giovanni Paolo II la copertina di uomo dell'anno proprio nel 1994, l'anno della battaglia campale da lui combattuta, quasi da solo contro il resto del mondo, amministrazione americana in testa, prima, durante e dopo la conferenza indetta dall'ONU al Cairo per il controllo delle nascite e quindi, a detta del papa, per "la morte sistematica dei non nati".

Karol Wojtyla aveva fatto del 1994 l'anno della famiglia perché la vedeva minacciata e aggredita, quando invece nell'imminente nuovo millennio, nella visione del papa, sarebbe dovuta tornare a risplendere come all'inizio della creazione, maschio e femmina, crescete e moltiplicatevi, e "non sciolga l'uomo ciò che Dio ha unito".

Ancora in quel 1994 Giovanni Paolo II scrisse ai vescovi una lettera per ribadire il no alla comunione dei divorziati risposati. E un altro no senza appello disse alle donne sacerdote. E l'anno prima dedicò un'enciclica, la "Veritatis splendor", ai fondamenti naturali e soprannaturali delle scelte morali, contro l'arbitrio della coscienza individuale. E l'anno dopo pubblicò un'altra enciclica, la "Evangelium vitae", terribile contro l'aborto e l'eutanasia.

Non solo. Anche sullo scacchiere della politica internazionale papa Wojtyla aveva contro gran parte del mondo. Tra il 1990 e il 1991 avversò con tutte le sue forze la prima guerra del Golfo, patrocinata dall'ONU, mentre tra il 1992 e il 1993 invocò senza posa un intervento militare "umanitario" nei Balcani, solo tardivamente ascoltato. Eppure quelli furono proprio gli anni della massima popolarità di Giovanni Paolo II, il decennio che va dal 1987 al 1996.

Ne sono prova le periodiche indagini del Pew Research Center di Washington tra i cattolici degli Stati Uniti, che sono un ottimo test anche per la consistente presenza tra loro di una corrente "liberal".

Più Giovanni Paolo II era squalificato dall'opinione laica come oscurantista e arretrato, più la sua popolarità tra i cattolici era alta. In quel decennio si attestò stabilmente sul 93 per cento di voti a favore, una decina di punti più su di papa Francesco oggi e di Benedetto XVI nel 2008.

Anche la parabola di papa Joseph Ratzinger è esemplare. Appena eletto, nel 2005, la sua popolarità tra i cattolici era bassa, sul 67 per cento, con solo il 17 per cento che si dichiarava molto favorevole. Ma passo passo egli si conquistò un crescente consenso, nonostante il rigore con cui criticava le sfide della modernità.

L'opinione laica gli era tutta contro, persino nel cortile di casa, fino al punto da sbarrargli l'accesso all'università statale di Roma per un discorso. Era l'inizio del 2008 e poco dopo era in programma un suo viaggio negli Stati Uniti, dove più implacabili erano le critiche laiche alla Chiesa e al papa sul terreno esplosivo della pedofilia. Eppure proprio durante e dopo quel viaggio Benedetto XVI raggiunse il massimo della sua popolarità tra i cattolici.

La lezione che se ne ricava è che il successo di un papa tra i fedeli non è automaticamente legato alla sua arrendevolezza sulle questioni cruciali. Due papi intransigenti come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno registrato indici di popolarità altissimi.

Le "aperture" di un papa alla modernità possono invece spiegare il consenso che gli proviene da fuori, dall'opinione laica. Sembra essere questa la novità di Francesco.

Una novità di cui egli sotto sotto diffida. Ha detto nella sua recente intervista al "Corriere della Sera": "Non mi piace una certa mitologia di papa Francesco. Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione".
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350751

*odio per Benedetto xvi

Odio x Giovanni Paolo II e Benedetto XVI

The Tablet, nota rivista cattolica britannica, sospende il suo corrispondente da Roma che su Facebook chiama "Topo" Ratzinger e auspica il suo funerale. Ma quanto è diffuso nei media cattolici, sotto l'entusiasmo per papa Francesco, e al di là della piaggeria, l'odio per il pontefice tedesco?

MARCO TOSATTI
L’odio per Benedetto.  
Il fatto in sé è abbastanza minuscolo; ma è significativo di un’atmosfera e di come un papa coraggioso, onesto e fedele al Vangelo come Benedetto XVI ha dovuto compiere la sua missione. “The Tablet” il noto giornale cattolico britannico, ha sospeso il suo corrispondente da Roma, Robert Mickens. Perché? Per un commento postato su Facebook, in cui si parlava della porpora concessa a Loris Capovilla, segretario di Giovanni XXIII. Scriveva Robert Mickens, in colloquio con un'altra persona: 
“Avrebbe dovuto accadere molto tempo fa. Pensa che ce la farà per il funerale del Topo?”. 
In inglese la frase era: “the Rat’s funeral”. Dove Rat indicava ovviamente Benedetto XVI, Joseph Ratzinger. 

Rispondeva il suo amico: “Spero che starà abbastanza bene per concelebrare la canonizzazione di Giovanni XXII e di un altro il 27 aprile. Il funerale del Topo sarebbe un bonus”. 

Ieri pomeriggio The Tablet annunciò su Twitter che il corrispondente da Roma era stato sospeso, e che era in corso un’inchiesta. 

Un episodio minimo, ma che offre lo spunto ad alcune riflessioni. 

La prima: pensiamo a che tipo di informazione obiettiva e spassionata sulla Chiesa cattolica e sul pontificato di Benedetto XVI può essere partita da Roma, e recepita dai cattolici britannici, in tutti questi anni. E se questi sono, almeno in via di principio, gli “amici”, che bisogno c’è di nemici? 

La seconda. L’amico di Mickens parla della canonizzazione di Giovanni XXIII e di “un altro”. Che sarebbe poi Giovanni Paolo II. E anche questo è significativo: sia papa Ratzinger che il suo predecessore sembrano accomunati in un sentimento non positivo. 

C’è da chiedersi poi quanto questo genere di comportamenti sia diffuso, anche all’interno di quanti seguono professionalmente le vicende della Chiesa, e magari non sono così ingenui come Robert Mickens da esternare il loro pensiero su Facebook.  

Una spia di questo sentimento sono – al di là della piaggeria ecclesiastica, che non appare seconda a nessuna piaggeria – forse gli elogi sperticati a papa Francesco.  

Citiamo l’editoriale che una rivista – di un grande gruppo editoriale religioso – dedicava al primo anniversario di papa Bergoglio: "E' passato un anno dall'elezione di Papa Francesco, il 13 marzo 2013, ma la sensazione è che si siano fatti enormi passi in avanti nella Chiesa, riducendo quel ritardo di 200 anni di cui parlava il cardinale Martini". In occasione di questo anniversario bisogna "riflettere sulla Chiesa del futuro, sulle prospettive aperte dalla rinuncia di Benedetto XVI, gesto profetico che ha desacralizzato la figura del Papa, e l'elezione di Bergoglio che ha rimesso al centro il Vangelo".  

Ora, chi vi scrive segue dal 1982 le vicende della Chiesa. Con atteggiamento spesso critico, e sempre distaccato, come pensiamo debba fare chi informa. E non ho notato che né Giovanni Paolo II né Benedetto XVI mettessero al centro del loro spendersi per la Chiesa il Corano, o il Talmud, o il Baghavad Gita, tanto apprezzati da alcune pubblicazioni cattoliche specializzate in ecumenismo. Povero Benedetto! 
Povero Karol! 

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