ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 11 maggio 2014

Avvenire osceno.

Il singolare concetto di osceno del quotidiano della CEI e della sua firma più autorevole 

… è evidente come l’autore non si curi affatto di quella grande parte di persone che, a dispetto dello spirito del tempo, riescono a conservare ancora il manzoniano buon senso, e non si trovano più in sintonia con quanti, dalle parti di Avvenire, sulle questioni più cruciali di contenuto etico hanno cominciato già da un pezzo a menare il can per l’aia… Per D’Agostino, meglio rinunciare alle proprie idee, o almeno tenerle oculatamente nascoste, piuttosto che essere bollati col marchio infamante di bigotti incolti e fondamentalisti omofobi.

ZZcmcfrzL’attacco di insolita virulenza portato dalla firma più autorevole di Avvenire ai Giuristi per la Vita, rei a suo avviso di avere denunciato a sproposito, per diffusione di pubblicazione oscena, gli insegnanti del liceo romano Giulio Cesare, è giunto certamente inatteso per i diretti interessati. Ma tale attacco risulta sorprendente anche per la noncuranza verso il quivis de populo che, a differenza dell’autore, riesce ancora ad avere una percezione viva dell’osceno e della esigenza educativa di risparmiarlo ai più giovani, senza temere per questo di essere considerato un bigotto. (CLICCA QUI per l’articolo su Avvenire di Francesco D’Agostino; CLICCA QUI e QUI per la denuncia e il comunicato stampa dei Giuristi per la Vita)

In altre parole, è evidente come l’autore non si curi affatto di quella grande parte di persone che, a dispetto dello spirito del tempo, riescono a conservare ancora il manzoniano buon senso, e non si trovano più in sintonia con quanti, dalle parti di Avvenire, sulle questioni più cruciali di contenuto etico hanno cominciato già da un pezzo a menare il can per l’aia.
Il filosofo del diritto attacca dunque l’iniziativa dei Giuristi per la Vita perchè inopportuna “sul piano mediatico”, e infondata su quello “giuridico penale”.
L’inopportunità mediatica non consiste – come si potrebbe eventualmente pensare – nella gratuita pubblicità offerta ad un autore non meritevole di attenzione, ma nientemeno nel fatto che gli autori della denuncia si sono guadagnati il marchio infamante di bigotti incolti e fondamentalisti omofobi. Per D’Agostino, meglio rinunciare alle proprie idee, o almeno tenerle oculatamente nascoste, piuttosto che essere additati così dall’intellighentija dominante.
In effetti che – intellighentija o meno – nell’Italia democratica e repubblicana sia invalso l’uso, come abituale strumento di lotta politica, di chiudere il possibile antagonista nella formula di dannazione, è cosa nota. Alla moltitudine dei bollati ad aeternum come fascisti si è affiancata, nella mistica post-concilare catto-comunista, quella dei fondamentalisti e/o integralisti che, in una forma attenuata più elegante, possono essere appellati anche come tradizionalisti.
Ora è nata la schiera nefanda degli omofobi. Domani chissà.
Racchiudere il nemico anche potenziale nella parola varata come infamante, se può apparire a qualcuno come sintomo di una penosa povertà di pensiero, in realtà risponde ad una tecnica collaudata usata immancabilmente quale cavallo di battaglia per ogni forma di progressismo democratico. Ma per D’Agostino, che mai vorrebbe portare uno di quei marchi di infamia, un tale rischio appare insopportabile e pensa con orrore al prezzo pagato ora dai Giuristi per la improvvida iniziativa. Di lui nessuno potrà mai dire che è un bigotto, e meno che meno un integralista omofobo.
Il secondo motivo di critica, come abbiamo visto di ordine giuridico, starebbe nel fatto che il testo incriminato non può essere qualificato come osceno. Solo che l’autore si guarda bene dall’indicare i criteri secondo cui va definito l’osceno per escludere l’oscenità delle parti del libro di cui si tratta. Presumibilmente perchè, secondo un criterio di giudizio che va per la maggiore ed è l’ossatura stessa del pensiero contemporaneo, ciò che rispecchia il reale trova in sé la propria giustificazione etica, nella sintesi illuminata tra l’essere e il dovere essere. Sicchè forse, per D’Agostino, l’osceno è stato cancellato, se non dal codice penale, almeno dal codice di Avvenire. E ritenendo dunque che si tratti di un concetto superato, liquida con un certo fastidio la questione senza prendersi la briga di affrontarla. Infatti il vero problema sarebbe quello che soltanto Avvenire – ci dice compiaciuto – ha messo a fuoco: la formazione degli adolescenti nella scuola di oggi. Ed ecco che di esso ci fornisce subito la soluzione. Anzitutto – egli dice – la scuola non può avere il monopolio sulle questioni etiche.
Qui ci si aspetterebbe che fosse invocata la libertà di educazione riservata alla famiglia, come rivendicata anche dai giuristi in base all’articolo 30 della Costituzione. Nulla di tutto questo. Sui temi dell’etica e della vita in generale, il ruolo della scuola rimane forte, ma deve essere potenziato dal coinvolgimento della famiglia verso un obiettivo unitario. Insomma, si tratta di sinergie.
Infatti, poiché sui temi dell’etica ci sono posizioni diverse e le divergenze sono insuperabili, in una prospettiva sanamente democratica scuola e famiglia, rigorosamente neutrali, dovranno concorrere ad “attivare nei ragazzi la consapevolezza della complessità dei problemi”, si dovranno offrire ai giovani “letture alternative” e chiamare “a parlare nelle scuole studiosi di diverso orientamento”. Qui fanno capolino gli esperti: quelli prodotti in sovrannumero dalle disinvolte e disinibite facoltà psico-pedagogiche e in attesa che una interpretazione estensiva li faccia rientrare sotto l’ombrello troppo esclusivo dell’art. 30. Ed ecco l’esempio pregnante: è bene che si parli dell’omosessualità, ma a patto che vengano fatte sentire le due campane, quella che la considera una variante del desiderio sessuale e quella che la giudica un disordine oggettivo. Come sulla legge sull’omofobia, bisogna lasciare ampio spazio sia a chi auspica che venga approvata il più presto possibile, sia a chi paventa una limitazione della libertà di manifestazione del pensiero “magari contro le intenzioni dei proponenti”. Insomma, educare è attivare il confronto delle idee, in modo che in via dialettica il giovane possa decidere quale di esse gli va a pennello. Fino a nuovo giro.
Forse non era proprio questo che ci si aspettava come proposta educativa. Se non altro in omaggio al fatto che l’educazione figurava, almeno fino a poco più di un anno fa, fra i principi non negoziabili indicati da Benedetto XVI. Niente da fare. L’economia di mercato nel giro di un anno ha abolito non solo i limiti al commercio dei principi; ha abolito i principi stessi sostituendoli con le opinioni formate dialetticamente. Una nuova paideia quella di D’Agostino, il quale presumibilmente ha sostituito Protagora a Gesù Cristo, il Maestro che non ha mai detto a nessuno: “scegli l’opinione che ti sembra meglio argomentata al momento e che potrai cambiare, magari insieme al sesso, alla prima occasione propizia”. Soprattutto che suggeriva a chi scandalizza i piccoli di legarsi una pietra al collo e gettarsi in mare. Ma D’Agostino non nasconde la sua simpatia verso l’imperialismo omosessualista, che qualche soddisfazione mediatica assicura anche alla Chiesa.
Del resto il Vangelo ha subito una revisione critica sotto la guida attenta del cardinale Kasper incaricato di aggiornare quotidianamente il Vescovo di Roma sullo stato dei lavori, perchè Avvenire fornisca poi ai propri lettori le ultime puntate del nuovo Libro. Una nuova religione è nata. Tempi duri per nostalgici bigotti e per giuristi che armeggiano ancora con un codice obsoleto e con principi inservibili. Tempi durissimi per chi, attardato, vorrebbe ancora sottrarre il proprio figlio alla prosa di Melania Mazzucco, se non altro perchè ritiene rivoltanti le pratiche omosessuali che attraggono l’autrice, lasciano indifferente l’editorialista di Avvenire, e costituiscono il biglietto da visita di una scuola che non ha più nulla di sensato da offrire a nessuno. Come quasi ogni altra istituzione, culturale e no.


di Patrizia Fermani

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