ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 4 dicembre 2015

Tu humiliásti sicut vulnerátum, supérbum (Psalmus 88)

PUTIN HA COLPITO GLI INTERESSI COMUNI DI TURCHIA E STATO ISLAMICO. LO DICE UNA DEPUTATA CRISTIANA SIRIANA

Putin ha colpito gli interessi comuni di Turchia e Stato islamico. Lo dice una deputata cristiana siriana



“L’Isis non è soltanto un gruppo armato ma un’ideologia capace di attraversare qualsiasi confine e di stringere patti con gli Stati. Prima di disintegrare con le bombe ha distrutto l’umanità di chi ne fa parte. E’ questo che dobbiamo comprendere se vogliamo sconfiggere il califfato. Il conflitto economico, mediatico e culturale è altrettanto importante di quello militare”. A parlare è Maria Saadeh, una leader cristiana siriana eletta nel Parlamento di Damasco.
Martedì il presidente americano Obama ha invitato Putin ed Erdogan a smettere di litigare per combattere insieme l’Isis. Intanto, nella serata di ieri, una bomba è esplosa nella metropolitana di Istanbul, provocando un morto e diversi feriti.
Onorevole Saadeh, chi ha interesse a destabilizzare la Turchia?
Il terrorismo non si limita alle organizzazioni armate, ma è innanzitutto un’ideologia che sta distruggendo la cultura e i valori umani: non sempre la sua opera è un fatto materiale. L’ideologia dei terroristi è molto abile nell’attraversare le frontiere e può infiltrarsi ovunque, inclusa la stessa Turchia che sostiene il califfato. 
Da dove trae origine la forza dell’Isis?
La sua forza deriva dal fatto di ricevere il sostegno delle potenze regionali e internazionali. Può essere un sostegno militare, finanziario, logistico o mediatico. Esiste un partenariato tra le organizzazioni terroristiche e gli Stati finalizzato al mercato nero di reperti archeologici e petrolio. E’ da qui che derivano le risorse finanziarie dell’Isis.
Lei che cosa pensa delle accuse mosse da Putin a Erdogan nei giorni scorsi?
La Turchia ha diversi interessi in comune con l’Isis. Quando Erdogan si dice disposto a combattere contro il terrorismo non deve essere preso sul serio. Se si vuole formare una coalizione in grado di combattere il terrorismo, occorre avere degli obiettivi comuni. L’abbattimento dell’aereo russo da parte della Turchia ha dimostrato quali sono le vere intenzioni di Erdogan. Il punto è che la Russia, attaccando le risorse petrolifere dell’Isis, ha colpito gli interessi stessi di Ankara.
Prima dell’inizio della guerra civile Assad disse no alla costruzione di un gasdotto tra Qatar e Turchia. Qualcuno ha finanziato l’Isis anche per questo?
Non sono io a dirlo. Lo ha rivelato lo stesso vice presidente Usa Joe Biden nell’ottobre 2014, quando ha sottolineato che chi sostiene l’Isis sono Turchia, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Va inoltre chiarito che quanto sta avvenendo in Siria non è una guerra civile, bensì un conflitto internazionale. L’Isis è sostenuto da potenze straniere, e quindi è in atto un’aggressione straniera alla Siria.
Come valuta i bombardamenti da parte di Russia, Francia e Regno Unito?
È giusto che questi tre Paesi collaborino tra di loro, ma devono anche coordinarsi con il governo siriano se vogliono realmente sconfiggere l’Isis. Inoltre i bombardamenti da soli non bastano. Il terrorismo va combattuto anche a livello economico, per esempio abolendo le sanzioni contro la popolazione siriana. Sul piano della comunicazione, il terrorismo si combatte opponendosi a chi deforma completamente la realtà e diffonde i principi dell’estremismo. La vera questione quindi è in che modo Russia, Francia e Regno Unito stiano combattendo il terrorismo anche a questi due livelli.
È possibile iniziare un processo politico in Siria senza prima sconfiggere l’Isis?
Il processo politico non si è mai fermato, in quanto è in atto un grande cambiamento dal basso. La priorità oggi però è combattere l’Isis per difendere il nostro diritto a vivere. Dobbiamo salvare la nostra esistenza, la nostra presenza e la nostra vita.
Nella popolazione siriana chi sostiene Assad e chi vi si contrappone?
Il primo errore da evitare è pensare che la differenza sia religiosa o etnica. In Siria la convivenza religiosa ed etnica caratterizza tanto la società quanto la stessa struttura dello Stato. Inoltre l’intervento delle potenze straniere contro la popolazione siriana ha fatto sì che la maggioranza dei cittadini supporti Assad con ancora più convinzione di prima.
 Com’è la vita a Damasco in guerra?
Ultimamente è meglio che in passato. Nella capitale la vita sta ricominciando come era prima, anzi meglio di prima. Le persone vogliono continuare la vita di tutti i giorni, qualsiasi sia stata la situazione nel Paese.

DALLA TURCHIA: VENTI DI GUERRA                                                   Quello che è successo lo sanno tutti: La Turchia ha abbattuto un aereo russo che molto probabilmente non aveva violato il suo spazio aereo. La Turchia ha unilateralmente stabilito una No-fly-zone di 8 km all’interno del territorio siriano di M. Rallo  


Quello che è successo lo sanno tutti. La Turchia ha abbattuto un aereo russo che, molto probabilmente, non aveva violato il suo spazio aereo. Quello che non si sa, invece, è che da tre anni la Turchia ha – unilateralmente e contro ogni regola del diritto internazionale – stabilito una No-fly-zone larga 8 chilometri a sud della propria frontiera meridionale, cioè all’interno del territorio siriano.
Dal giugno 2012, in altri termini, Ankara fa finta che i cieli di un pezzo di Siria le appartengano, e quindi si arroga il diritto di “difendere” il nord della Siria come se fosse il sud della Turchia. Dunque, con ogni probabilità il Su-24 russo è stato abbattuto proprio su questo territorio, ove peraltro sono caduti i rottami dell’aereo; e altrettanto probabilmente – aggiungo – a violare lo spazio aereo di uno Stato sovrano (in questo caso la Siria) sono stati proprio i due caccia-killer di Ankara.
I motivi del comportamento turco – a parte la “normale” arroganza – sono due, ed entrambi inconfessabili. Uno: colpire i guerriglieri kurdi anti-Isis ed evitare ogni loro contatto con le province kurde della Turchia. Due: tutelare la zona attraverso cui si realizza l’interscambio semiclandestino Turchia-Isis (rifornimenti militari, foreign fighters, contrabbando di petrolio, eccetera).
Altra cosa poco nota (che i nostri media si sono ben guardati dal diffondere) è che – anche a voler credere che l’aereo russo fosse sconfinato – il diritto internazionale vieta che il Paese “invaso” possa abbattere il velivolo “invasore”, a meno che questo non sia in procinto di compiere azioni aggressive (bombardamenti, mitragliamenti al suolo, eccetera). E ciò, pur con tutta la protervia del caso, neanche i turchi osano affermarlo.
Terza cosa, infine, più grave e preoccupante per le sue implicazioni, anche questa taciuta al pubblico italiano. Fin dall’inizio del suo intervento in Siria, la Russia comunica dettagliatamente all’aviazione americana i piani di volo dei propri aerei, onde evitare ogni possibile incidente o collisione con i velivoli della “coalizione” a guida statunitense. Il sospetto – che Putin ha esternato senza tanti complimenti – è che gli americani abbiano comunicato i piani di volo russi ai turchi, mettendoli così in condizione di predisporre l’agguato.
Perché è particolarmente preoccupante questo ultimo fatto? Perché l’azione turca era chiaramente una provocazione: si voleva che la Russia reagisse, magari bombardando qualche obiettivo entro i confini turchi. Dopo di che – ci scommetto – sarebbe scattata la trappola: la Turchia avrebbe invocato l’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico (quello che considera un attacco a un singolo Stato-membro come un attacco alla NATO nella sua interezza) e la Russia si sarebbe trovata automaticamente in guerra contro mezzo mondo. In altri termini, un invito alla terza guerra mondiale.
La Russia – si sa – non è caduta nella trappola, pur rafforzando la propria presenza in Siria e mettendo all’angolo la Turchia. Ma ciò non toglie che il tentativo di scatenare un conflitto devastante ci sia stato. E sgomenta il fatto che, fra tutti i leader occidentali, il solo Obama abbia trovato il coraggio di dire che «anche la Turchia ha il diritto di difendere le sue frontiere», fingendo d’ignorare tutti i retroscena del caso.
Quasi quasi si potrebbe pensare che la voglia di terza guerra mondiale non appartenga alla sola Turchia. E quasi quasi si potrebbe pensare che nei prossimi giorni possa verificarsi qualche altra provocazione. Magari dalle parti dell’Ucraina.

Michele Rallo

DALLA TURCHIA : VENTI DI GUERRA

Le opinioni eretiche di Michele Rallo 

direttore Michele Rallo

SI È PUTINIZZATA ANCHE “FAMIGLIA CRISTIANA”! IL SETTIMANALE CATTOLICO: “COME CI HANNO SPIEGATO, I RUSSI MENTONO SEMPRE. ALTRIMENTI, POTREMMO PERSINO PENSARE CHE È OBAMA A MENTIRE, A SPALLEGGIARE GLI AMICI DEI TERRORISTI. E' OBAMA CHE FINGE DI COMBATTERE L'ISIS…”

“Perchè se la Turchia è amica dell'Isis, che cosa sono gli amici della Turchia? Obama, per esempio. Il Nobel per la Pace che, quando la Turchia abbatte un aereo russo dice "la Turchia ha diritto a difendere i suoi confini" come se la Turchia fosse stata attaccata, e quando i russi mostrano le foto dei traffici al confine ribatte "la Turchia non c'entra"?”… -

Fulvio Scaglione per http://www.famigliacristiana.it

FAMIGLIA CRISTIANA IN DIFESA DI PUTIN E CONTRO OBAMAFAMIGLIA CRISTIANA IN DIFESA DI PUTIN E CONTRO OBAMA
Noi occidentali siamo proprio fortunati! Sappiamo che la Russia è l'impero del male e che, quindi, nulla dalla Russia può venire che non sia menzogna. Pensate che disastro, se non fosse così.

Se non fosse così, dovremmo pensare che la Turchia, un Paese a cui l'Unione Europea, per mano della signora Mogherini (appunto Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, dicesi sicurezza!) vorrebbe consegnare 3 miliardi per controllare i confini e impedire che i profughi siriani si riversino verso l'Europa, usa uno dei suoi confini, quello con la Siria, per fare affari con i jihadisti che mettono a ferro e fuoco la Siria, producendo appunto quei profughi.

putin discorso alla nazionePUTIN DISCORSO ALLA NAZIONE
Un bellissimo sistema, quello turco, per guadagnare tre volte su un'unica tragedia: comprando petrolio e opere d'arte dall'Isis; vendendo all'Isis armi e altre attrezzature e facendo passare i foreign fighters che vanno a rinforzare le sue file; infine, obbligandoci a versare milioni se non vogliamo veder arrivare i profughi.

Certo, l'impero del male ha prodotto foto e testimonianze. E anche chi scrive, visitando il Kurdistan iracheno, non ha mancato di notare le centinaia e centinaia di autobotti che ogni giorno partono per la Turchia, cariche di petrolio "clandestino", quello che il Kurdistan dovrebbe vendere attraverso il ministero del Petrolio di Baghdad e invece vende per conto proprio.
OBAMA ARMI USAOBAMA ARMI USA

Qualche tempo fa, inoltre, Hisham al-Brifkani, iracheno e presidente della commissione Energia della provincia di Ninive, aveva pubblicamente detto che le forniture di petrolio contrabbandato dall’Isis in Turchia avevano raggiunto un massimo di 10 mila barili al giorno, per assestarsi poi sui 2 mila barili, anche se molti altri esperti parlavano di un potenziale da 250 mila barili al giorno.

Ma non importa, per fortuna l'ha detto l'impero del male e noi sappiamo che son tutte frottole. Il che ci tranquillizza a cascata. Perchè se la Turchia è amica dell'Isis, che cosa sono gli amici della Turchia? Barack Obama, per esempio. Il superdemocratico Nobel per la Pace che, quando la Turchia abbatte un aereo russo dice "la Turchia ha diritto a difendere i suoi confini" come se la Turchia fosse stata attaccata, e quando i russi mostrano le foto dei traffici al confine ribatte "la Turchia non c'entra"?

erdogan polloERDOGAN POLLO
Se non sapessimo che l'impero del male mente sempre, potremmo persino pensare che è Obama a mentire. E' Obama che spalleggia gli amici dei terroristi. E' Obama che finge di combattere l'Isis, lasciandogli invece aperte tutte le porte di rifornimento: quelle della Turchia, certo, ma anche quelle del Golfo Persico, le cui monarchie continuano imperterrite a distribuire quattrini e armi ai jihadisti.

Dovremmo persino pensare (ma qui siamo proprio al colmo) che i satelliti del Pentagono hanno qualche disfunzione. Se un aereo russo esplode sul Sinai, dopo un paio d'ora sanno dirti per filo e per segno che cos'è successo. Ma se lunghissime colonne di autobotti attraversano il deserto (o una non meno lunga colonna di mezzi e blindati carichi di miliziani solca per ore il deserto per raggiungere Palmira) non vedono nulla. Misteri della tecnologia.

ERDOGAN CON L'UCCELLO IN TESTAERDOGAN CON L'UCCELLO IN TESTA
Non è dunque una gran fortuna sapere che l'impero del male mente sempre? E che sospiro di sollievo sapere che in ogni caso, a tenerlo a bada, c'è la Nato. L'Alleanza militare che per due anni ha taciuto sui maneggi della Turchia, e sul transito di armi e foreign fighters verso la Siria, ma si è tanto tanto preoccupata dei bombardamenti russi sui ribelli.

E che adesso, di fronte al generale smandrappamento dei suoi amici, e al "liberi tutti" nell'intervento anti-Isis in Siria (Germania, Francia e Gran Bretagna perché l'opinione pubblica non sopporta più le ciance, la Cina in nome di vecchi alleanze), non sa far altro che organizzare qualche provocazione a base di aerei abbattuti, Governi ucraini all'attacco e inviti al Montenegro. Quindi che gran fortuna che l'impero del male menta sempre. Se no, sai quanto ci dovremmo preoccupare?
soldati siriani uccisi dalla folla a raqqa 7SOLDATI SIRIANI UCCISI DALLA FOLLA A RAQQA 7

La Russia mostra le prove che la Turchia compra petrolio dall'Isis
Non stupisce che Vladimir Putin intenda far pagar caro a Recep Tayyp Erdogan l’abbattimento del Sukhoi 24 lungo i confini turco-siriani. Non sorprende neppure che intenda farlo colpendo duro la credibilità stessa del “sultano” turco sostenuto dal Qatar e dagli Stati Uniti e al cui cospetto la Ue si inginocchia pagandogli miliardi di euro dopo che Ankara ha orchestrato e diretto i flussi migratori illegali che hanno sommerso negli ultimi mesi l’Europa.
L’aspetto più curioso è in realtà che il mondo mostri stupore di fronte alle prove esibite da Mosca che dimostrano come lo Stato Islamico venda soprattutto in Turchia il petrolio che estrae dai pozzi occupati in Iraq e Siria. Un aspetto noto a tutti da oltre un anno ed emerso prepotentemente persino prima che Abu Bakr al-Baghdadi proclamasse il Califfato. Il ministero della Difesa russo ha accusato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e la sua famiglia di comprare petrolio dall'Isis, di inviare al gruppo armi e munizioni e di addestrare combattenti jihadisti sul suo territorio. «Nessuno ha il diritto di calunniare la Turchia accusandola di comprare petrolio dall'Isis», ha risposto  Erdogan che però aveva fatto però arrestare i giornalisti che avevano esibito video che provavano la copertura dei servizi segreti di Ankara alle forniture militari transitate dal confine turco e dirette alle milizie jihadiste dello Stato Islamico e del Fronte al-Nusra.
Tra il 2012 e il 2014 persino documentati reportage dei più grandi media internazionali avevano rivelato, citando testimoni, i traffici di armi dirette in Siria dalla Turchia dove atterravano aerei cargo provenienti da Qatar e Arabia Saudita carichi di armi per i ribelli jihadisti in Siria. «Abbiamo le prove dei traffici della famiglia Erdogan»,  ha detto il viceministro della Difesa Anatoli Antonov, citando immagini satellitari che mostrerebbero centinaia di autocisterne turche attraversare i confini attraverso tre rotte. «Nella prima il greggio comprato vicino Raqqa, in Siria, arriva ad Azaz, e passa il confine a Reyhanli; la seconda parte dalla provincia siriana di Deir Ez-zourin e passa il confine a Al-Qamishli per terminare nella città di Batman; la terza unisce l'est della Siria e l'ovest dell'Iraq fino alla punta sud-orientale della Turchia».
 «Comprano 200.000 barili al giorno», sostiene Antonov, «alcuni carichi sono destinati al mercato domestico e altri esportati attraverso al porti nel Mediterraneo di Iskenderun e Dortyol». Non solo, Mosca accusa Ankara di inviare armi ai terroristi. Secondo il capo del Centro nazionale per la difesa, Mikhail Mizintsev, «nell'ultima settimana sono passati dalla Turchia alla Siria 2.000 militanti, più di 120 tonnellate di munizioni e circa 250 veicoli destinati all'Isis e alle unità di Jabhat al-Nusra. E la prossima settimana divulgheremo le informazioni sui quantitativi e le rotte usate dalla Turchia per inviare all'Isis armi, munizioni, componenti di esplosivi, sistemi di comunicazione e sull'addestramento di militanti in territorio turco».
Mosca sostiene inoltre che «solo nell'ultima settimana», hanno raggiunto i gruppi dell'Isis e dei qaedisti di al-Nusra «fino a 2.000 militanti, oltre 120 tonnellate di munizioni e circa 250 mezzi di trasporto». Il vice capo di Stato maggiore russo, generale Serghiei Rudskoi, ha assicurato che i raid aerei russi in Siria iniziati il 30 settembre scorso hanno già dimezzato i proventi incassati dal Califfato, da tre milioni di dollari al giorno a 1,5, distruggendo «32 raffinerie di petrolio, 11 impianti petrolchimici, 23 complessi per il pompaggio del petrolio e 1.080 autocisterne». Finora, infatti, la Coalizione a guida statunitense non aveva mai attaccato le autobotti per non provocare vittime civili (i conduttori dei veicoli) ma, guarda caso, ha cominciato a farlo una settimana or sono, dopo i russi, distruggendo 283 autocisterne dell'Isis in Siria. 
Lo ha riferito il portavoce del Pentagono Jeff Davis precisando che gli attacchi sono stati preceduti da avvisi per i camionisti di mettersi al riparo. «Non consideriamo i camionisti come fossero jihadisti», ha detto Davis, «vogliamo agire con umanità, senza causare vittime civili». Gli Stati Uniti ritengono che l'Isis si finanzi con il petrolio, per una cifra pari a circa un milione di dollari al giorno, ma il portavoce del Dipartimento di Stato, Mark Toner ha respinto «categoricamente l'affermazione che il governo turco sia in combutta con l'Isis per contrabbandare greggio dentro i suoi confini». Eppure, se per oltre un anno il Pentagono ha evitato di colpire le autobotti che trasportavano il petrolio estratto nei pozzi siriani e iracheni in mano al Califfato, significa che aveva piena consapevolezza dei traffici in atto e diretti per lo più in Turchia anche se una parte di quel greggio è stata trafficata in Giordania e una parte è stata addirittura rivenduta, attraverso mediatori, a Damasco.
Nella primavera scorsa fonti statunitensi avevano reso noto che i pozzi e le raffinerie clandestine del Califfato erano stati distrutti privando l’Isis dell’importante fonte di reddito, ma probabilmente si trattava di uno dei tanti “rapporti edulcorati” per dare l’impressione che la Coalizione stesse vincendo la guerra. Un rapporto reso noto in ottobre dal Financial Times citando fonti d’intelligence valutava che l’Isis produca ancora 34-40.000 barili al giorno. Cifre che, dopo oltre un anno di guerra contro la Coalizione, indicano che un buon numero di coloro che dicono di combattere lo Stato Islamico in realtà lo stanno aiutando a sopravvivere. Del resto, al vertice del G-20 ad Antalya (Turchia), Putin aveva detto solo un paio di settimane or sono che tra i Paesi presenti al summit c’era anche chi aiutava il Califfato, con un evidente riferimento ai sauditi e ai turchi. 


di Gianandrea Gaiani 04-12-2015

"Colpire prima di essere colpiti": la politica estera secondo Putin

Il leader russo spiazza l'Occidente e prova a debellare il pericolo jihadista in Siria. E potrebbe puntare a una contropartita in Ucraina
Molti si sono stupiti della fermezza con cui il presidente russo Vladimir Putin combatte i terroristi dello Stato islamico in Siria. In realtà, già nel 1999, quando la Russia combatteva contro i separatisti ceceni (legati a doppio filo coi jihadisti) Putin usò parole di fuoco, alle quali seguirono dure azioni: "Ovunque essi siano, li distruggeremo.









Anche se fossero al gabinetto, li butteremo nel cesso". Il presidente russo ha ricordato più volte come da bambino fosse costretto a fare a pugni per le vie di Leningrado: "Se la rissa è inevitabile, allora colpisci per primo". Ed è questo che Putin sta cercando di fare in politica estera.

La Croce e la mezzaluna

Nel 1941, quando i tedeschi ormai sicuri della vittoria avanzavano verso Mosca, Stalin ordinò che l'icona della Madonna di Vladimir venisse caricata in fretta e furia su un aereo per sorvolare la città, benedirla con la sua grazia e quindi proteggerla dall'avanzata dei nazisti. La Wehrmacht, qualche giorno dopo, si ritirò. Quest'aneddoto, anche se ritenuto apocrifo dalla Chiesa ortodossa, serve per raccontare di come, nonostante le iniziative sovietiche per abbattere il cristianesimo in Russia, la fede fosse rimasta viva, se non nella forma, almeno nel cuore del popolo russo. Putin questo lo sapeva fin dall'inizio del suo operato politico e, così, ha cercato un riavvicinamento tra Russia e Chiesa ortodossa.







Putin ha rinsaldato il legame con la Chiesa ortodossa e ha cercato l'appoggio del mondo islamico, consapevole che in Russia abitano venti milioni di musulmani e che, come ha affermato Eduard Limonov al Corriere, "non sono immigrati, sono qui da sempre". Così Putin - se da una parte combatte i terroristi dello Stato islamico (anche perché tra essi ci sono molti russi) - dall'altra inaugura anche la più grande moschea d'Europa. Nel discorso d'inaugurazione Putin ha sottolineato la distinzione tra islam moderato e terroristi e ha ricordato che gli jihadisti dell'Isis "compromettono" la religione islamica con un'ideologia basata sulla "menzogna".







Da non sottovalutare anche la "santa alleanza" tra Putin e papa Francescoi due si sono incontrati più volte, preoccupando non poco Obama.

Assad sì o Assad no?

Da due mesi i jet russi bombardano le postazioni dello Stato islamico e dei combattenti qaedisti in Siria. Un'azione concordata con il governo siriano e quindi legittima sul piano deldiritto internazionale. In questo breve lasso di tempo l'aviazione russa ha fatto meglio della coalizione a guida Usa (non a caso ora gli jihadisti si stanno trasferendo in massa in Libia). Putin è intervenuto innanzitutto per proteggersi dai terroristi russi, ma anche per puntellare, almeno per il momento, una situazione parecchio rischiosa per tutto il Medio Oriente.







Anche in questo caso Putin ha giocato d'anticipo: "Se la rissa è inevitabile, allora colpisci per primo". Sostiene Assad, lo ritiene un alleato affidabile e lo sta spingendo a dialogare con le forze di opposizione. L'obiettivo è quello, una volta annientato l'Isis, di indire nuove elezioni in Siria e lasciare che sia il popolo a decidere il nuovo governo.

La partita in gioco

Con l'ingresso nello scacchiere siriano Putin ha spiazzato l'Occidente, facendo tornare, per forza di cose, la Russia tra gli interlocutori fondamentali di Usa e Europa. Nel caso in cui riuscisse, assieme all'esercito siriano e alle forze sciite di Hezbollah e dei Pasdaran, a sconfiggere l'Isis, il leader russo potrebbe chiedere una contropartita in Ucraina o la fine delle assurde sanzioni imposte dall'Occidente. Giocando d'anticipo Putin è riuscito, lo si voglia o no, a far tornare la Russia un grande impero.
http://www.ilgiornale.it/news/mondo/colpire-essere-colpiti-politica-estera-secondo-putin-1201135.html

"I martiri cristiani del nostro tempo" contro l’Isis oggi in Siria.

I martiri cristiani del nostro tempo contro l’Isis oggi in Siria.
 

Le interviste di Fulvio Scaglione, vice-direttore di Famiglia Cristiana ai "Cristiani che sparano, uccidono e muoiono" oggi in Siria


Nel suo ultimo post sul sito che porta il suo nome, Fulvio Scaglione, Vicedirettore di Famiglia Cristiana, racconta del suo incontro con i fratelli Daoud, cristiani di rito ortodosso. Quei cristiani del Medio Oriente di cui parliamo poco: cristiani che impugnano le armi contro l’Isis, cristiani che sparano e uccidono e muoiono. In questo caso, combattendo contro l’Isis. Cristiani “brutti, sporchi e cattivi”, per dir così. Certo non cristiani da convegno. 
 
“Veri martiri cristiani”, come li definisce Ibrahim, parlando di due fratelli morti.
 
“E’ così”, prosegue, “perché loro hanno preso le armi soprattutto per difendere Bab Touma, il nostro quartiere, il posto dove vivono i cristiani. Tutti noi sapevamo, o avevamo visto coi nostri occhi, che cosa succedeva nei villaggi cristiani fuori Damasco: appena l’esercito si ritirava, subito saccheggi, violenze, esecuzioni, stragi. Abbiamo giurato che a Bab Touma non l’avremmo permesso. E questo per noi viene molto prima del Presidente o del Governo”.
 
I cristiani e l’esercito
 
Ora Ibrahim parla da capo del clan, ma prima il “grado” era di Amir. Era lui a tenere i contatti con gli ufficiali dell’esercito incaricati di fornire armi e mezzi a questi volontari, inquadrati nelle cosiddette Brigate di Difesa Nazionale a gruppi di ventiquattro uomini. “E’ successo il 7 luglio del 2014”, racconta, “ quand’è scattato un falso allarme per una presunta avanzata dell’Isis attraverso i quartieri di Ghouta e Jaramana. In quest’ultimo vive una nostra sorella, quindi eravamo molto preoccupati. Siamo corsi tutti là, anche se poi di pericolo non se ne vedeva. L’allarme vero è scattato a notte fonda verso le tre: a quel punto i jihadisti stavano davvero arrivando, anche se da una direzione un po’ diversa: sempre da Ghouta ma puntando su Dakhaniya, quindi dritto su Bab Touma e la zona cristiana”.
 
Ibrahim Daoud afferra  il mio taccuino e traccia una mappa sommaria, per farmi capire. Da dove siamo ora e dove si combattè quella notte, tre, forse quattro chilometri. “Amir”, dice, “stava partendo da solo con i suoi uomini ma Bashar, che dormiva proprio su questo divano, se n’è accorto ed è andato con lui. Loro erano molto uniti, quasi due gemelli anche se Amir aveva 37 anni e Bashar 34: lavoravano insieme come idraulici, giocavano insieme a pallone, frequentavano gli stessi amici. E’ stata l’ultima volta che li abbiamo visti vivi: alle 6 del mattino erano già morti”.
 
La battaglia per il controllo di Dakhaniya è stata la più sanguinosa tra quelle combattute intorno a Damasco. Quando Ibrahim e Joseph arrivano con i rinforzi, verso le 8 del mattino, piombano in un girone infernale: “Quelli dell’Isis erano molto organizzati, avevano lavorato su tre fronti. Il primo era quello della disinformazione: coi falsi allarmi ci avevano disorientati e fatti muovere a casaccio. Poi le trappole locali: non ci aspettavamo che tanti sunniti di quel quartiere fossero dalla loro parte. Uscivano sui balconi dei bambini che facevano cadere su di noi una pioggia di bombe a mano. E’ ovvio, come si può sparare a un bambino? Io sono stato ferito così, mi è venuto incontro un ragazzino, non ho sparato, lui sì e mi ha preso a una gamba. Ma certi scrupoli ce li facevamo soprattutto noi cristiani. Ho visto altri combattenti spazzar via un bambino con un colpo di bazooka senza batter ciglio. Il terzo fronte era quello militare: l’Isis ha attaccato con 2 mila uomini ben armati e preparati. E’ stato un massacro”.
 
Ibrahim e Joseph hanno giurato a se stessi di ritrovare Amir e Bashar, a qualunque costo. Ma dopo  una settimana di scontri e 350 morti, hanno dovuto cedere. Troppo forte la milizia dell’Isis, nel frattempo penetrata nel cuore del quartiere. Così lasciano il campo all’artiglieria dell’esercito, che per venti giorni batte senza sosta Dakhaniya. Ho recuperato foto e video, sembrano quelli della battaglia di Stalingrado.
 
Nel frattempo i Daoud si sono fatti un’idea precisa della sorte dei loro due famigliari. Sono stati i web manager dell’Isis ad “aiutarli”, postando su Facebook un video in cui si vedono i cadaveri, coperti di sangue e armi ancora in pugno, di Amir e Bashar, corredati di insulti. Il messaggio è chiaro: sappiamo chi siete e dove siete, verremo a prendervi. Dalle ricostruzioni fatte in base alle diverse sequenze, sembra che il primo a essere stato colpito sia stato Amir e che Bashar sia stato a sua volta ucciso nel tentativo di trascinare il fratello al riparo.
 
“Quando siamo riusciti a entrare nel quartiere”, dice ora Joseph, “era passato ormai un mese dalla morte dei nostri fratelli. Abbiamo frugato tra le rovine, sotto le macerie, anche dentro gli stagni, ce ne sono molti a Dakhaniya. Il tempo, il caldo, le bombe… potete immaginare che cosa fosse ormai dei loro corpi. Così, per riconoscerli, siamo ricorsi a un vecchio gioco di famiglia. Tutti noi, fratelli e sorelle, abbiamo una caratteristica: i pollici molto diversi tra loro (me li mostrano ridendo, in effetti è proprio curioso: un pollice affusolato, l’altro tronco, n.d.r). Abbiamo rivoltato un cadavere dopo l’altro esaminando i pollici finché li abbiamo riconosciuti”.
 
E’ venuto il momento di salutarsi, tutti i Daoud mi dicono che la loro casa è la mia casa, se torno a Damasco… Tra un abbraccio e una stretta di mano si avvicina Maryam, la sorella più taciturna e discreta, quella che mi osservava dall’altro lato della stanza. Mi mostra una foto scatta col telefonino: il cielo sopra la cattedrale ortodossa di Damasco, il giorno del funerale, e una croce di nuvole bianche ben distinta nell’azzurro. “E’ apparsa la croce”, sussurra, “ sono in Paradiso”. 

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