ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 31 marzo 2017

Nella speranza di non restare a corto di pubblico pagante….

LA CHIESA E'UN CIRCO BARNUM?

    Una sfilata dadaista: culto cattolico ridotto a spettacolo da baraccone? La Chiesa cattolica è ancora la Sposa di Cristo quale l’abbiamo sempre conosciuta oppure si è trasformata nel Circo Barnum? Vorremmo saperlo e capirlo 
di Francesco Lamendola  



La Chiesa cattolica è ancora la Sposa di Cristo, quale l’abbiamo sempre conosciuta, oppure si è trasformata nel Circo Barnum? Vorremmo saperlo; vorremmo capirlo.
Il vescovo di Noto, in Sicilia, Antonio Staglianò, appassionato di musica leggera e chitarrista dilettante, suole attuare la sua catechesi ai fedeli mediante esibizioni canore nel bel mezzo della chiesa e della santa Messa. Una volta ha cantato Io vagabondo che non sono altro, famosissima canzone dei Nomadi; altre volte ha citato, nel corso dell’omelia domenicale, testi di Noemi e di Marco Mengoni; un’altra volta ancora ha eseguito, con la chitarra, un brano di Edoardo Bennato e uno di Franco Battiato, e tutto questo ora in cattedrale, ora nelle parrocchie della sua diocesi, qualche volta nel corso di raduni di preghiera.
Chi ne ha voglia, può andare su Youtube e deliziarsi ascoltando il monsignore, con la mitria in testa e il pastorale fra le mani, sul quale si appoggia come un pastore (di pecore vere) in riposo sul suo vincastro, e poi, con sguardo scintillante di sacro rapimento, o forse di sacro narcisismo, intona le canzoni dei suoi autori preferiti. Le quali, fra le altre cose, non sono troppo in linea, neppure nei contenuti, con la dottrina cattolica che lui dovrebbe custodire: Franco Battiato, per esempio, è un ammiratore dichiarato del mistico armeno Georges Ivanovic Gurdjieff, al quale sono ispirate molte delle sue canzoni, ma che, ahinoi, con la dottrina cattolica c’entra ben poco, per non dire che è del tutto incompatibile.

E siccome il vescovo è il successore degli apostoli, e quel che fa lui rappresenta un esempio e un modello per il clero e i fedeli, ecco che lo stile di monsignor Staglianò ha fatto prontamente scuola. Un giovane e aitante sacerdote cappuccino, fratello Pietro, nel bel mezzo della chiesa si è messo a volteggiare come una libellula, a stringere le mani delle suore e dei fedeli laici, a saltare fra i banchi e sopra i banchi (che erano stati sgombrati prudentemente dagli astanti, i quali si erano assiepati ai due lati esterni dell’edificio sacro), davanti all’altare, poi lungo il corridoio fra i banchi, di nuovo nel presbiterio, il tutto cantando le note di Marco Mengoni e gesticolando in maniera fantasiosa, indi eseguendo la ruota, le mani a terra e le gambe per aria, sempre – per carità - con ottime intenzioni di elevare ed incitare al rapimento mistico i presenti. Anche di questa prodezza è stato postato il filmato in rete e tutti lo possono ammirare, per la gioia degli occhi e dell’udito, e per innalzare più degnamente l’anima verso Dio. Non conosciamo il nome della chiesa e non abbiamo altri particolari sul provetto ballerino in saio e cordone da frate, tuttavia le immagini immortalate su Youtube sono sufficienti a persuadere chi le stia guardando che non di un sogno di mezza estate si tratta, ma di pura e semplice realtà.
Dopo i vescovi e i sacerdoti canterini e ballerini, ecco venire avanti i vescovi, anzi, gli arcivescovi ciclisti. Apre l’avanguardia del Giro d’Italia monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, il quale nella sua cattedrale, per far vedere che aveva gradito il regalo d’una bicicletta – lui che in cattedrale ci va rigorosamente pedalando sulle due ruote, complice la benignità del dolce clima siciliano – da parte di un’associazione sportiva di persone disabili, ha inforcato seduta stante la bicicletta nuova e fiammante, e si è esibito, in mezzo ai banchi e fin sotto l’altare – che meraviglia gli altari del post-concilio, così accessibili e democratici, così familiarmente rivolti verso il pubblico invece che verso il Santissimo; e pensare che quel cattivo di Vittorio Sgarbi ha l’impudenza di parlarne male! – in uno spensierato giretto turistico, pur con la mitria in capo e i sacri paramenti addosso, che tuttavia non l’hanno minimamente imbarazzato, né materialmente, né spiritualmente, visto che i pastori, a detta del papa, devono avere odor di pecora: e dunque, cosa di meglio che questo spettacolino ricreativo in mezzo alle care pecorelle? E poi qualcuno si meraviglia e arriccia il naso se i bambini, al termine delle sacre funzioni, fanno un po’ di chiasso e magari giocano a rincorrersi fra i banchi (cfr. il nostro articolo: Se l’arcivescovo vuol farsi un giro in bicicletta nel presbiterio della cattedrale…, pubblicato su Il Corriere delle Regioni il 01/05/2016).
Ora è la volta dei burattini e dei burattinai. Succede a Verona – per la necessaria par condicio fra il Sud e il Nord della nostra bella Italia – ove ormai da anni un giovane sacerdote officia, o forse sarebbe più giusto dire profana, la santa Messa, con i burattini. Si tratta di Marco Campedelli, il quale sostiene che c’è bisogno di spettacolo, ed essendo un gran maestro nell’arte dei burattini, non si limita a dir la Messa a quel modo nella sua parrocchia, ma, su richiesta, se ne va in giro qua e là, ad allietare, pardon, a edificare i fedeli di altre parrocchie e di altre diocesi (è stato di recente anche nel maggiore santuario della diocesi di cui siamo parte, cioè nella basilica di Motta di Livenza, nel Veneto orientale). Ma che fa, questo bravo prete modernista e progressista, esattamente? Adopera i burattini dal pulpito, e assegna, per esempio, a quello di Pulcinella, di minare la parte del Buon Samaritano, e a quello della Fata Turchina di rappresentare Maria Maddalena: così, tanto per suscitare un po’ d’innocente allegria e per rompere la pesante monotonia di un rito così vecchio e polveroso, così tremendamente serio, e quasi lugubre, come il sacrificio Eucaristico. E poi c’è qualcuno che ha il coraggio di dire che nella Chiesa cattolica mancano le idee, scarseggia l’inventiva, langue l’originalità: eccolo servito. Ma perché, con quale scopo, esattamente, il bravo don Campadelli si prodiga, e non lesina i suoi sforzi, per rendere così festoso e coinvolgente il rito della Messa? Lasciamo parlare il suo parroco, don Roberto Vinco, che gli copre generosamente le spalle e para ogni critica, rispedendola al mittente: La sua è un’attività che cerca di tradurre il messaggio evangelico per i bambini, ma anche per gli adulti. Lui, il burattinaio, evidentemente cresciuto alla scuola ideale di Dario Fo e del suo Mistero Buffo, ribadisce che c’è bisogno di teatro popolare per ritrovare (udite, udite) la fede nella profezia.
E, visto che siamo in tema di catechesi ai fanciulli, e di sistemi che i bravi preti modernisti escogitano, spremendosi il cervello, per vincere la noia e la ripetitività della liturgia cattolica, ecco cosa ha pensato di fare un prete messicano – ci sia consentito un rapidissimo excursus oltreoceano, del resto siamo in tempi di globalizzazione trionfante -, tale Humberto Alvarez, parroco di Saltillo: per suscitare l’interesse e per catturare la simpatia dei suoi piccoli fedeli, si presenta in chiesa indossando una tunica decorata con i personaggi dei fumetti, come Spiderman e Superman, indi apre la santa Messa “sparando” dei getti d’acqua benedetta sui suoi festosi e giocosi parrocchiani,  tra lazzi e risate che aiutano a digerire il “polpettone” della Messa vera e propria (ma possiamo ancora scriverla con la lettera maiuscola, in questi casi?). E non si deve credere che si trattai di un gesto puramente simbolico, o che al sacerdote in questione sia rimasto un benché minimo ritegno: alzando le braccia, egli punta l’arma il più in alto possibile, e così, stando in piedi presso l’altare, indirizza dei getti potentissimi attraverso tutta la navata, che innaffiano abbondantemente i suoi estasiati fedeli. Anche stavolta, bisogna vedere con i propri occhi, per credere: e infatti si trova in rete tutta la documentazione necessaria. È uno spettacolo interessante, che ci dà un’idea di cosa stia diventando il cattolicesimo nelle giovani e balde parrocchie dell’America Latina, cresciute al ritmo di samba, di tango e di teologia della liberazione.
Ora torniamo nelle nostre amene contrade e facciamo la conoscenza con un’altra categoria di sacerdoti modernisti e progressisti: quelli che condiscono la Messa con danze, apertivi e allegre serate in riva al mare. Stiamo parlando di un sacerdote siciliano, don Fabrizio Fiorentino, il quale da tempo, nella sua parrocchia palermitana di Santa Maria dell’Addaura, ha pensato bene di prolungare l’intrattenimento della santa Messa domenicale, quella delle ore venti, almeno nelle calde serate estive, con l’aperimessa, ossia un ulteriore intrattenimento a base di cocktail, festa e ballo. Una sintesi del suo pensiero socio-pastorale? Altro che don Milani, così anticonformista, certo, ma anche così tetro e serioso; sentite qua: Il Messia è venuto per far cominciare un tempo di gioia. Per far comprendere che le opere senza la fede servono a poco. Perché è la fede a salvare. Fin qui, sembrerebbe una riabilitazione pura e semplice del pensiero dell’eretico e scismatico Lutero, la salvezza per mezzo della sola fede, senza le opere; a parte la tesi della venuta del Messia per dare inizio al tempo della gioia, che è, semplicemente, una fricchettoneria da quattro soldi. Ma ecco il seguito: Lo scandalo del Vangelo è, quindi, quello di utilizzare male questo testo sacro, come appiglio o pietra da scagliare. Come quei giudizi morali e affrettati che facciamo scattare per quella e quell’altra persona. Quello che uccide, cari fratelli, è il pregiudizio. Non possiamo fare a meno di domandarci in che cosa consista il terribile peccato del pregiudizio, secondo don Fiorentino. Forse nell’avere qualche perplessità sull’aperimessa, o sulle pistole con l’acqua benedetta, o sulla messa coi burattini, o sugli arcivescovi ciclisti, o sui preti e sui vescovi danzatori e acrobati, che fanno la ruota per render lode a Nostro Signore nel bel mezzo della sacra funzione? Perché se è questo il pregiudizio, allora speriamo che ce ne sia ancora parecchio in giro, a dispetto di tutti i preti modernisti di questo mondo.
Ora passiamo al capitolo del cosiddetto dialogo interreligioso, uno dei cavalli di battaglia della neochiesa post-conciliare, in giusta e santa polemica contro gli orrori dell’etnocentrismo e del clericalismo cattolico, mai abbastanza deprecati. A Ravenna, nella chiesa dei Cappuccini, don Claudio Ciccillo ha chiamato ad esibirsi, durante la santa Messa, al momento dell’offertorio, dei monaci tibetani della comunità Changtse di Ngari, i quali si sono profusi nella cantilena di una serie di mantra buddisti. Il tutto nella cornice di una “cinque giorni” non-stop, intitolata Un mandala per la pace, durante la quale i basiti fedeli cattolici hanno potuto spaziare dalla conferenza di un maestro tibetano sul tema della compassione, a un laboratorio per la costruzione di mandala della durata di tre giorni, a quella che è stata definita dalla stampa un messa cattolico-buddista, per la gioia di tutti quelli che, sulla scia di papa Francesco, hanno ben chiaro in testa il concetto che Dio non è cattolico, e, lungi dal dimenticarsene per un solo istante, si danno un gran daffare affinché non se ne dimentichi nessuno di noi.
Già: papa Francesco. Forse che potemmo dimenticarlo, nella nostra pur rapida rassegna? Papa Francesco che si fa scattare i selfie con questo e con quello, scherzando e ridendo a più non posso. Papa Francesco che si mette il naso rosso da clown in Piazza San Pietro, per la gioia di due giovani sposi; papa Francesco che a Manila, con il cardinale filippino Tagle, saluta i fedeli con il gesto di fare le corna. Papa Francesco che dice che, se qualcuno dice una parolaccia a sua mamma, lui gli risponde con un pugno (alla faccia della misericordia). Papa Francesco che lava i piedi ai musulmani e alle musulmane, e che detta i “suoi” dieci comandamenti per star bene con se stessi, in nessuno dei quali – sarà stata una svista?, poco male: è così buono, così sorridente, così simpatico - parla di Gesù Cristo, e nemmeno del buon Dio, bensì della cura per l’ambiente, dello stare coi bambini, del non arrabbiarsi, del trascorrere la domenica in famiglia. Papa Francesco che inaugura la preghiera pop: testo di lui stesso, José Mario Bergoglio, e musica di Stefano Picchi: partecipanti al Festival di Sanremo, tremate, sarà un tormentone che spazzerà via ogni concorrenza. E come tralasciare la coreografia pop del duomo di Terni, voluta da uno dei suoi più stretti collaboratori, monsignor Vincenzo Paglia, dove transessuali, invertiti e prostitute salgono allegramente in cielo tutti quanti, portati su di peso da Gesù Cristo, senza pentirsi affatto dei loro peccati, visto che perfino dopo morti continuano a palparsi e a carezzarsi? E quale spettacolo più pop di monsignor Paglia, il quale, gradito ospite del Partito Radicale, intona le lodi sperticate del defunto Marco Pannella, l’indomito campione del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia, della droga libera, dei matrimoni omosessuali e della fecondazione artificiale, fino a portarlo ad esempio di perfezione spirituale, che noi tutti dovremmo imitare e prendere a modello?
L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma preferiamo fermarci qui. Abbiamo incontrato ballerini, acrobati, ginnasti, baritoni e soprani, burattinai e burattini, ciclisti, spruzzatori d’acqua benedetta con le armi di plastica, barman e animatori da villaggio turistico, guitti, comici, pagliacci, papi che fanno le corna ai fedeli, monsignori che celebrano il peccato e si fanno ritrarre sugli affreschi inneggianti all’omofilia. E potevamo parlare di molti altri allegri preti modernisti e progressisti, come il tedesco Wolfgang Stowasser, che dice messa facendo entrare in un canotto, presso l’altare, sei ragazzi della sua parrocchia, i quali si mettono a pagaiare nel mare immaginario, mentre lui stesso dà il buon esempio, agitando la sua brava pagaia. La sfilata dadaista è quasi completa: mancano solo i mangiatori di spade e i mangiatori di fuoco, le donne cannone, i trapezisti (almeno per adesso; non si sa mai…) e i domatori di tigri. Tutti gli altri ci sono: ce n’è più che a sufficienza per metter su uno show da fare invidia al Circo Barnum. Infatti. Poiché questa sembra essere la ratio, se pur ve n’è una, di così ampia e variegata strategia “pastorale”: ridurre il culto cattolico a spettacolo da baraccone, evidentemente nella speranza di non restare a corto di pubblico pagante….

È la Sposa di Cristo o il Circo Barnum?

di Francesco Lamendola

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