ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 23 aprile 2017

I profeti di sventura avevano ragione

La lettura ameriana del Concilio Vaticano II (I parte) 


Nato da padre piemontese e madre elvetica, laureato in filosofia e in filologia classica e docente presso il liceo cantonale di Lugano e presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Romano Amerio contribuì anche alla fondazione dell’Istituto Ticinese Alti Studi e della federazione di fedeli legati al rito tridentino Una Voce; egli costituisce un gigante del cattolicesimo novecentesco e riveste un ruolo ancor più rilevante nel novero delle personalità legate ad un’impostazione conservatrice nella Chiesa del XX secolo.

La sua opera più celebre, Iota Unum, è stata tradotta in molteplici lingue, ma rimane poco conosciuta ai più, verosimilmente per una sorta di ottenebrazione posta in essere a cagione della consapevolezza della straordinaria potenza delle argomentazioni che vengono scagliate contro i traviamenti che ampie fasce della Chiesa hanno cavalcato nella fase post-conciliare; particolarmente significativa è la scelta del nome, tratto dal noto passo evangelico in cui Cristo sottolinea come la sua Incarnazione non comporti alcun annullamento della Legge, bensì il compimento della stessa.
Parimenti Amerio analizza, come evidenza il sottotitolo “Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel XX secolo” le incongruenze e le discontinuità che si sono palesate nel secolo scorso, riproponendo con passione e precisione il sempiterno insegnamento della Santa Madre Chiesa.

Questo monumentale capolavoro del cattolicesimo novecentesco consta nella sua struttura di due componenti essenziali: la prima formata da un’analisi storica della crisi della Chiesa, ponendo l’accento sulle dinamiche del Concilio Vaticano II che egli ha vissuto in prima persona come perito, operando una scansione cronologica; la seconda, invece, una trattazione quasi enciclopedica dei gravi errori con cui la Chiesa cattolica è stata gravemente ferita durante il secolo scorso, compilata con una minuziosa cura e incredibile acume, segno di un’autentica devozione all’unica Verità di Cristo. A seguire potrete assaporare un’umile esposizione sintetica della prima parte, strutturata col medesimo ordine presente nel testo e con dovizioso impiego di citazioni letterali dallo stesso.

Distinte crisi («uno straordinario moto storico atto a partorire un cangiamento di fondo e di essenza dell’umana vita»), estesa all’uso lessicale comune di «fenomeni che non avverano  il concetto così delineato di crisi, ma gli si approssimano», e variazione («accidentale che avviene entro la medesima cosa»), egli passa in rassegna gli atteggiamenti che la crisi scaturisce: negazione, interpretazione come «inadattamento alla progrediente civiltà moderna», riconoscimento pontificio dello smarrimento e dell’autodemolizione ed interpretazione positiva causata da una falsa teodicea («si dice che la crisi è un bene perché obbliga la Chiesa a una presa di coscienza e a ricercare una soluzione»).

Dopo aver pennellato uno schizzo storico sulle crisi che la Chiesa ha attraversato nella sua storia, l’autore principia a narrare le vicende inerenti la preparazione del Concilio Vaticano II; esso era stato indetto da Giovanni XXIII, suscitato da una sua «repentina ispirazione», il quale lo aveva ideato come un «grande atto di rinnovamento e di adeguamento funzionale della Chiesa» e riteneva di poterlo concludere in pochi mesi, a differenza di quanto realmente accade: sapientemente si sottolinea che «il rovesciamento delle previsioni  nacque dall’essere abortito il Concilio quale era stato preparato e dall’essersi successivamente elaborato un Concilio difforme dal primo e per così dire generatosi da se stesso».

Le due componenti principali della fase preparatoria furono la convocazione del Sinodo Romano I nel 1960, che doveva essere «una prefigurazione e una realizzazione anticipata» della grande assemblea, e la pubblicazione della Costituzione apostolica Veterum Sapientia nel 1962, inerente all’uso della lingua latina: il Sinodo proponeva una «vigorosa restaurazione» in tutti gli ordini della vita ecclesiale», fondata sui due principi tridentini di «peculiarità della persona consacrata […] inconfusibilmente separata dai laici» e di «educazione ascetica» e «vita sacrificata», delineando una netta discontinuità tra lo stile di condotta del clero e le «maniere laicali» ed esigendo l’abito ecclesiastico, la sobrietà del vitto, l’astensione dei pubblici spettacoli e la fuga delle profanità, nonché si confermano le disposizioni liturgiche (come l’uso del latino, la condanna della creatività del celebrante e il canto gregoriano) e la «necessità di battezzare i parvoli quam primum»; parimenti la Costituzione apostolica costituì «un’affermazione di continuità» e sanciva l’importanza dell’uso della lingua latina («non metafisicamente, ma storicamente connaturato alla Chiesa cattolica»), prevedendo una riduzione delle discipline laicali nella formazione del clero in favore delle lingue classiche e dell’apprendimento delle «scienze fondamentali» nell’idioma dell’ita, nonché l’erezione di un Istituto superiore di latinità.

Purtroppo il Sinodo Romano I «precipitò nell’Erebo dell’oblìo» e non venne citato dal Concilio nemmeno una volta, tanto che Amerio ne trovò i testi nelle biblioteche civili, ma non in quelle diocesane e allo stesso modo la Veterum Sapientia fu «annientata dall’oblìo».
Se il Concilio Vaticano I era animato da tre scopi, cioè la causa fidei, la causa unionis e la causa reformanda, nel Concilio Vaticano II la triplice finalità fu perseguita «in una qualificazione che sembrò peculiare e che si espresse con il termine di pastoralità»; nel decreto Presbyterorum ordinis la scansione ternaria prevedeva la rinnovazione interna della Chiesa, la diffusione del Vangelo nel mondo e il colloquio con il mondo moderno, mentre nel discorso inaugurale di Paolo VI si preferì un’articolazione quaternaria che comprendeva la presa di coscienza della Chiesa, la riforma, la causa unionis e il «lanciare un ponte verso il mondo contemporaneo».

Il discorso inaugurale di Giovanni XXIII si apre con l’aut aut tra mondo e vita celeste, al fine di ordinare «tutte le cose del tempo al destino eterno», e scaglia la «condanna del pessimismo di coloro che nei tempi moderni non vedono che prevaricazione»; una particolare attenzione è riservata dal filologo italo-elvetico alla vistosa discrepanza che in un passo saliente intercorre tra la traduzione italiana e l’originale latino (arrivando a ipotizzare che la versione latina sia stata a sua volta tradotta dall’italiano): non solo si evidenzia la gravità della scarsa qualità della conoscenza del latino in seno alla Curia romana, bensì si sottolinea la ancor più acuta pericolosità semantica di tale polisenso, precisando che «altro è pensare la dottrina cattolica in una maniera che sia appropriata alla citeriorità (Diesseitgkeit) peculiare alla mentalità contemporanea e altro è che si pensi e si esponga seguendo quella stessa mentalità».

In seguito al vivo contrasto suscitato dallo schema de fontibus Revelationibus, «si operò una rottura della legalità, passando dal regime collegiale al regime monarchico», determinando un «nuovo curus non dico dottrinale, ma di orientamento dottrinale» e successive rotture della legalità conciliare si ebbero con l’intervento non autorizzato del cardinal Achille Liénart e il posteriore «rimaneggiamento delle dieci Commissioni conciliari», imprimendo una svolta dei lavori conciliari in una direzione che segnava una netta discontinuità con tutto il lavoro preparatorio, per cui «il Concilio diventava in un certo modo autogenetico, atipico e improvviso».

Se l’atteggiamento di Giovanni XXIII apparve come «desistenza dal preparato Concilio» e come «consiscendenza con il movimento che il Concilio […] voleva darsi da se stesso», limitando l’autorità papale all’introduzione di San Giuseppe nel canone della Messa, Paolo VI volle introdurre una Nota praevia che respingeva l’interpretazione classica della collegialità, affermando che «la potestà somma è collegiale solo per comunicazione ad nutum del Papa» e che, curiosamente, nonostante logicamente dovrebbe essere letta prima della Costituzione a cui è allegata, risulta stampata dopo di essa.

Paolo VI volle attribuire alla Vergine il titolo di Madre della Chiesa, nonostante l’opposizione della maggioranza dell’assemblea e intervenne per accelerare il documento sulle missioni, ma si dimostrò fermo nella dottrina del matrimonio e fece aggiungere d’imperio nello schema del Concilio i testi della Casti connubii di Pio XI che l’assemblea voleva espungere, nonché ribadì nella celebre enciclica Humanae vitae «l’illiceità dei mezzi anticoncettivi contrannaturali» e la procreazione come fine «necessario e primario» del coniugio; da considerarsi come discorso conclusivo viene reputato il discorso di chiusura della IV sessione, dove il Santo Padre esprime il «riconoscimento della tendenza generale dell’uomo moderno alla citeriorità (Diesseitgkeit) e il progressivo fastidio di ogni ulteriorità e trascendenza (Jenseitigkeit)» e che l’autore commenta affermando che «il Papa dice che per amare Dio bisogna amare gli uomini, ma tace che è Dio che rende amabile l’uomo e che il motivo del doversi amare l’uomo è il doversi amare Dio».

Con sincerità e lucidità, il filosofo luganese mette in luce come il Concilio «ruppe con tutta la sua preparazione e si svolse come oltrepassamento del Concilio preparato» e, al contempo, il periodo postconciliare si dimostrç come un oltrepassamento del Concilio stesso, nell’ordine liturgico («la Messa si trovò mutata da tutt’altra in tutt’altra»), nell’ordine istituzionale («investito da uno spirito democratico di consultazione universale e di perpetuo referendum») e nell’ordine della mentalità («apertasi a comporsi con dottrine aliene dal principio cattolico»).

Tale oltrepassamento «avvenne sotto l’insegna di una causa complessa, anfibiologica, varia e confusionale, che si denominò spirito del Concilio» che apre ad una pluralità di interpretazioni causata «dall’incertitudine e dalla confusionalità che viziano certi documenti conciliari».

In particolar mondo, vengono individuate come oltrepassamento franco tutte le circostanze in cui «il postconcilio ha sviluppato come conciliari temi che non trovano appoggio nei testi conciliari e di cui i testi conciliari non conoscono nemmeno il termine»: ad esempio, il vocabolo pluralismo è citato solo tre volte e «sempre riferito alla società civile», l’autenticità «come valore morale e religioso di un atteggiamento umano non appare in nessun documento», bensì solo come criterio filologico e canonico, e la democrazia «non si trova in nessun punto del Concilio»; un ulteriore e vistoso oltrepassamento franco è costituito dall’eliminazione della lingua latina dai riti latini, in quanto configura un esplicito sviluppo «in senso opposto alla volontà legislativa del Concilio», il quale aveva stabilito la conservazione della stessa.
di Daniele Laganà
http://www.campariedemaistre.com/2017/04/la-lettura-ameriana-del-concilio.html

I profeti di sventura avevano ragione

Son trascorsi oltre 50 anni dall’indizione e dalla conclusione del “Latrocinium Vaticanum II”, durante i quali doveva verificarsi l’attesa “nuova Pentecoste” e un folata di “aria fresca” nella Chiesa e nel mondo; una palingenesi, cioè, delle menti, dei cuori, della politica, della cultura, dell’economìa, a fulgido coronamento delle magnifiche sorti e progressive della società umana.  
Almeno questa era la finalità del Concilio che Giovanni XXIII intravedeva, con un senso antistorico dell’ottimismo talmente astratto, vuoto, candido, tracimante e tanto generoso quanto incauto, da indurlo a polemizzare, con documento ufficiale, con quanti andavano predicendo tempi oscuri, danni, lesioni, devianze dogmatiche e scollamento della comunità cattolica quali nefaste conseguenze del Concilio.

Eh sì, perché, scriveva Papa Roncalli, alla solenne apertura del concilio, che “ci feriscono talora l’orecchio insinuazioni di anime, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando; e si comportano come se nulla abbiano imparato dalla storia, che pure è maestra di vita, e come se al tempo dei Concilî Ecumenici precedenti tutto procedesse in pienezza di trionfo dell’idea e della vita cristiana, e della giusta libertà religiosa. Ma a noi sembra di dover dissentire da cotesti profeti di sventura che annunziano eventi sempre infausti, quasi sovrastanti la fine del mondo . . . . Sempre la Chiesa si è opposta a questi errori; spesso li ha anche condannati con la massima severità. Al giorno d’oggi, tuttavìa, la Sposa di Cristo preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto della severità: essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina piuttosto che con la condanna. Non già che manchino dottrine fallaci, opinioni, concetti pericolosi da cui premunirsi e da dissipare; ma essi sono così evidentemente in contrasto con la retta norma dell’onestà, ed hanno dato frutti così esiziali, che ormai gli uomini da se stessi, oggi sembra che sìano propensi a condannarli, ed in specie quei costumi di vita, che disprezzano Dio e la sua legge, l’eccessiva fiducia nei progressi della tecnica, il benessere fondato esclusivamente sui comodi della vita. Sempre più essi si convincono del massimo valore della dignità della persona umana e del suo perfezionamento e dell’impegno che ciò esige. Ciò che più conta, l’esperienza ha loro appreso che la violenza inflitta altrui, la potenza delle armi, il predominio politico non giovano affatto per una felice soluzione dei gravi problemi che li travagliano” (Gaudet Mater Ecclesia - 11 ottobre 1962). 
Questo è il pensiero di Giovanni XXIII, un miscuglio di ottimismo e fiducia che sembra mutuato dal “Contratto sociale” del filosofastro Rousseau, nel qual miscuglio entra, nascosto ingrediente, una abbondante dose di neopelagianesimo che disegna l’umanità “buona” di per sé, capace di indirizzarsi da sola verso le mète solari della pace e dell’etica nella prospettiva di novella età aurea.
  
Questo era il pensiero, questa era la certezza, questi erano i presupposti su cui Giovanni XXIII, ‘his fretus’, bollando le prudenti voci di dissenso col marchio di profeti di sventura e armeggioni del catastrofismo nostradamico, pensò di indire il pastorale CV2.
  
Che cosa è avvenuto, allora, in questi  anni di conciliarismo, in questi ultimi anni di storia mondiale?
L’umanità si è avviata verso i luminosi traguardi che, per automatismo e per atto dovuto, Papa Roncalli affermava prossimi, deridendo chi, invece, tenendo per certo essere l’uomo corrotto dal verme del peccato originale e quindi tendente al male se non soccorso dalla virtù divina, prevedeva un percorso opposto?
Vediamo. 
La seconda metà del secolo XX e il segmento iniziale del XXI sono caratterizzati da guerre che, datando ad es. dal 1962 – invasione di Cuba da parte degli USA – si son susseguite senza soluzione alcuna di continuità fino ad oggi.
Chi volesse aver chiaro il corposo catalogo cronologico non ha che da entrare in rete, con la voce “Guerre del 900” , dove leggerebbe di conflitti epocali: Vietnam, Iran, Iraq, Kuwait, Nigeria, Congo, Somalia, Afghanistan, Libano, Falkland, Panama, Balcani, Ucraina, Cecenia, Libia, Egitto, Sudan, e dove, allargando la ricerca, arriverebbe ai massicci odierni flussi invasori, provenienti da nazioni a maggioranza islamica, promossi e gestiti dagli gnomi della finanza NOM, con l’appendice del terrorismo di Al Qaeda (Torri Gemelle) o del suo gene mutante: il “califfato” Isis (Parigi, Londra, Berlino, Bruxelles, Ankara, Nizza).

Non ci sembra proprio che gli uomini di questo spazio di tempo abbiano appreso dall’esperienza, e dalla storia, a rifuggire la guerra o il terrore, anzi, ne usano quale esclusivo strumento di ragione. Dal che non sappiamo se sia, la storia, una pessima maestra di vita o, invece sìano pessimi i suoi alunni.
A noi sembra che, in tal senso – absit iniuria verbis – , non proprio scolaro attento ai suoi insegnamenti sia stato Giovanni XXIII quando formulava queste vaporose certezze.  
Sempre sull’onda del suo ottimismo irenico ed astratto, Roncalli attestava un’era, quella a lui contemporanea e la successiva, in cui gli uomini, forniti di conoscenze luminose, avrebbero da soli – oh, sì – sconfitto e condannato l’errore perché propensi alla verità. Da soli, senza l’aiuto di Dio.
Pertanto, niente più scomuniche, interdetti, anatemi, censure, richiami, strumenti del rigore, ritenuti dalla nuova visione pastorale solo fondigli di anticaglie di una Chiesa avvolta in sé e di un Magistero più attento alle ‘cose di lassù’ e meno a quelle di quaggiù, di una Chiesa, insomma, troppo dogmatica e niente pastorale, troppo teocentrica e poco antropologica,  troppo pulita e niente puzzo di pecora.
E, allora, basta fermezza ma solo la panacea della misericordia che tanto “bene” ha prodotto in questi 55 anni.
E vediamolo, questo bene. 
Stando alle cifre che di volta in volta sono state fornite, dal 1963 ad oggi s’è verificata un’emorragìa di abbandoni vocazionali di portata colossale:  dal 1963 al 2005 oltre 140.000 di soli religiosi che si aggiungono ai 13.000 del quadriennio 2008-2012.
Non conosciamo ancora i numeri relativi agli ultimi anni ma, stando alle cifre relative ai cosiddetti “sbattezzi” – decine di migliaia in Italia - e alle apostasìe – milioni nel mondo -  la fuga dalla Chiesa s’è fatta esodo biblico inarrestabile, una “fiumana ove ‘l mar non ha vanto” (Inf. II, 108).
La fonte non sospetta del megafono modernista ‘Vatican Insider’, citato in ‘La Verità’ 22/3/2017, rivela che, negli ultimi due anni, 9 milioni di persone, in Brasile, hanno abbandonato il cattolicesimo intruppandosi nelle sètte pentecostali ed evangeliche.  Fenomeno analogo in Germania dove a, causa del concordato fiscale Stato-Chiesa, migliaia di cattolici hanno deciso di sottrarsi al giogo del balzello, abiurando alla fede. 
Riguardo all’errore, curato con la tisana della misericordia, si può dire che questo, lungi dall’essersi estinto, si è vieppiù fatto robusto e tronfio di baldanza.
La Chiesa del rigore, quella anteconciliare, al minimo sentore di eresìa o di devianza, amministrava, con tempestività, la giusta repressione attenta a che nell’ovile non penetrasse il lupo travestito da agnello. Seminari, Università, stampa, scuole, oratori e parrocchie erano, al primo allarme, immediatamente bonificati dalla presenza di docenti, redattori e catechisti  “irregolari”.
Ma, poi, l’avvento della “misericordia” roncalliana, delle riforme di Paolo VI – Messa, dogmatica, liturgia – delle aperture culturali di Ratzinger e del defunto cardinal Martini -  “cattedre dei non credenti” e “il cortile dei gentili” – hanno spalancato le porte all’ingresso di docenti atei, neognostici, neopagani, darwinisti, comunisti, sodomiti che hanno seminato, e seminano, la zizzania del “dubbio”  col risultato di avvelenare gregge e pastori.
Il relativismo regna sovrano.

E non passiamo sotto silenzio il dilagare della piaga della pedofilìa laica e religiosa, crimine che grida vendetta al cospetto di Dio, la cui diffusione trova la sua origine nella riforma dei seminarî, trasformati in ostelli dove si entra e si esce ad libitum, nell’abbandono della talare che, nel distinguere l’uomo consacrato dalla massa, gli impediva la frequentazione di luoghi mondani (vedi: discoteche, club privati, angiporti).  Sicché non meraviglia, seppur indigna, che sempre più frequentemente preti, o religiosi, annuncino, addirittura dall’altare, relazioni adulterine o sodomitiche con l’epilogo degli applausi beoti dei beoti fedeli e il subdolo, demoniaco sostegno della stampa, laica e cattolica.
  
Il divorzio, istituzione presente in tutte le nazioni è diventato pratica legale anche in Italia. E con il divorzio s’è frantumato il modello della famiglia con la comparsa delle coppie di fatto e coppie omosessuali.
Sull’onda del movimento femminista mondiale, e col patrocinio delle massonerie e dei partiti radicali, legalizzato anche l’aborto nei confronti del quale, complice è stato l’atteggiamento dell’episcopato se è vero che in Germania, associazioni di volontariato ‘cattoliche’ svolgono opera di assistenza nelle cliniche abortiste, quelle cliniche davanti a cui molti giovani recitano il Santo Rosario ma contro i quali si è scagliato il disprezzo del Segretario CEI, Mons. Nunzio Galantino, che li ha definiti “giovani dal volto inespressivo”.
   
E, come se non bastasse, ecco l’utero in affitto, pratica simoniaca che commercia la sacralità della vita di esseri fatti a immagine e somiglianza di Dio Creatore.

La droga, che molto tempo fa si spacciava clandestinamente, ora scorre come un fiume in piena, alla luce del giorno, sostenuta da ideologìe e gruppi che ne chiedono la libera circolazione.
   
L’uomo, quello roncalliano che sa dirigere la storia verso mète luminose, si è ritagliato il faustiano ruolo di giudice unico della vita e della morte arrogandosi il diritto di decidere chi far nascere e chi far morire, sicché, oltre all’infanticidio in grembo sta affermandosi, col sostegno delle solite, criminali associazioni liberiste e libertarie, il diritto alla buona morte, l’eutanasìa, già legale in alcuni stati.
   
Il sistema massmediatico, da parte sua, costruisce e dirige “stati d’animo” e “stati culturali” con che le società, indistintamente, vengono manovrate da una cabina di regìa di marca massonico/finanziaria.
Lo scopo è quello di far crescere un’umanità slombata e amorfa, stordita dal telefonino ultrafunzionale,  desiderosa di apparire, facile quindi a dominare dall’occhiuto Superiore Incognito.
Ecco allora l’industria del sesso, del divertimento assordante, dello sballo estenuato, dello sbraco morale, della trasgressione esposta, negli spettacoli televisivi e cinematografici, come stile di vita nel vortice di una musica alienante e di una pubblicità eversiva e lusinghevole.
E come non indicare il mondo della ‘rete’, nei cui meandri e nei cui labirintici gangli si esercita l’azione satanica delle più aberranti e losche manovre come adescamento, truffe, volgarità, plagio?
  
Insomma, avevano torto quei profeti di sventura che temevano il CV2 il cui abbraccio alla cultura mondana innescava la miccia che avrebbe fatto esplodere la Chiesa degli uomini?  
  
Se è vero che il ’68 ha segnato la rivoluzione della società “incivile”, il CV2 è stato – parola di Ratzinger ! – il 1789 della Chiesa e il documento ‘Gaudium et Spes’ il vero ‘Antisyllabus” (J. Ratzinger: Principles of catholic theology – San Francisco, Ignatius Press 1987, pag. 381/2).
 
I risultati lo confermano. L’albero conciliare ha dato i suoi frutti tossici e noi li abbiamo conosciuti e denunciati.
L.P. (unavox.it)
Nota: curioso a dirsi: ma chi, leggendo Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele e tutta la compagine dei profeti, non ha constatato che i loro annunci sono, in ampia maggioranza, forti moniti di sventura?
E profeti di sventura non sarebbero anche Gesù apparso a Santa Maria Alacoque e a Santa Faustina Kowalska, o la Vergine de La Salette, di Lourdes, di Fatima, de Le Tre Fontane, o San Pio da Pietrelcina il quale, all’annuncio dell’apertura del CV2, pare abbia osservato: “Che lo chiudano sùbito!”?
Guarda caso, le sventure annunciate dai profeti e dalla Vergine, si son puntualmente abbattute sull’umanità ad onta dell’ottimismo derisorio di Giovanni XXIII che presagiva ed auspicava gioachimite ere dello Spirito Santo, novelle primavere e balsamiche, fresche arie etesie.  

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