ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 21 febbraio 2018

Quelli che fanno carriera in Vaticano e quelli che no..

L’ABATE FARIA INDIGNATO E DIVERTITO PER SANCHEZ SORONDO, LA CINA E LA DOTTRINA SOCIALE. CHE ANCHE IN VATICANO LATITA…

Dopo un lungo silenzio è tornato a scrivere a Stilum Curiae l’Abate Faria. Ha infranto il silenzio quaresimale per indignazione. Indignazione per le frasi che Marcelo Sànchez Sorondo, il prelato della Pontificia Accademia delle Scienze, ha pronunciato sulla Cina comunista, che sarebbe l’unica ad applicare la dottrina sociale della Chiesa. Ne abbiamo già trattato, nei giorni scorsi, ma vediamo che cosa ne dice l’Abate, e che cosa dice dell’applicazione della Dottrina Sociale in Vaticano…

Un mio amico mi ha riferito dell’opinione di Mons. Marcelo Sánchez Sorondo secondo cui la Cina comunista è il posto dove meglio si applicherebbe la dottrina sociale della Chiesa. Ci siamo fatti due risate (con l’amico, intendo). Avranno riso meno in Cina coloro che devono sottostare all’applicazione di questa “dottrina sociale”. In effetti queste opinioni può darle solo un turista e anche molto superficiale.
Ma in realtà, parlando della dottrina sociale della Chiesa ed ascoltando alcuni amici dipendenti del Vaticano, se ora sappiamo quale è il paese che meglio la applica bisognerà che la Santa Sede non rischi di ritrovarsi fra coloro che peggio la mettono in pratica (quella vera, naturalmente, non quella “cinese”). Ricordo anni fa di un dipendente Vaticano che fungeva da sindacalista dire che la dottrina sociale della Chiesa non è certo applicata in Vaticano. Vaticano dove, accanto a buone e sante persone, sono radicati e crescono pratiche certo non evangeliche, discriminazioni fra clero e personale laico. Un laico di un certo peso in Vaticano mi raccontò che un cardinalone gli disse che lo considerava come il primo fra i laici al suo servizio, ma sarebbe sempre venuto dopo l’ultimo dei suoi preti.  Vaticano dove certo clero spadroneggia, anche sotto gli occhi del Pontefice che certo non approverà queste situazioni. Ripeto, tanti miei confratelli fanno il loro dovere di sacerdoti per il popolo di Dio, ma non pochi di quelli che fanno carriera in Vaticano vengono promossi non per integrità personale, competenza e santità di vita, ma per oculato servilismo, mirate delazioni e smodata voluttà di potere.
Abate Faria

MARCO TOSATTI
http://www.marcotosatti.com/2018/02/21/labate-faria-indignato-e-divertito-per-sanchez-sorondo-la-cina-e-la-dottrina-sociale-che-anche-in-vaticano-latita/

Martiri salesiani del comunismo in Cina

(di Cristina Siccardi) Mentre il cancelliere della Pontificia Accademia delle scienze, Monsignor Sanchez Sorondo, ha esaltato la Cina come migliore modello di realizzazione della dottrina sociale della Chiesa (http://www.asianews.it/notizie-it/Mons.-Sanchez-Sorondo:-La-Cina-migliore-realizzatrice-della-dottrina-sociale-della-Chiesa-43033.html), dove il “bene comune” è il valore primario («Ho incontrato una Cina straordinaria: ciò che la gente non capisce è che il principio centrale cinese è il lavoro, lavoro, lavoro. Non c’è altro. Al fondo è come diceva san Paolo: chi non lavora, non mangia», in: Edizione spagnola di Vatican Insider, 2 febbraio 2018), allo stesso tempo è giunta la notizia che il Vaticano accetterà 7 vescovi nominati dal Governo di Pechino.
La rivelazione è giunta a pochi giorni dalla polemica scoppiata tra la Santa Sede e il Vescovo emerito di Hong Kong, il Cardinale Joseph Zen Ze-kiun, che ha accusato la Chiesa di svendersi alle richieste dell’establishment d’Oriente, ovvero di sostituire, dopo una visita in Cina di una delegazione della Santa Sede nel dicembre scorso, due vescovi cinesi nominati dal Vaticano con altri due graditi a Pechino.
Siamo ritornati al tempo della lotta per le investiture del XII secolo? All’epoca si fronteggiavano potere temporale e potere spirituale: il Sacro Romano Impero Germanico e il Papato, dove San Gregorio VII ebbe la meglio su Enrico IV di Franconia. Oggi, invece, abbiamo un potere temporale vaticano che elemosina, senza dignità e senza rispetto per la fede e i fedeli, consensi dall’Impero celeste del Presidente Xi Jinping. Senza dignità e senza rispetto nei confronti di chi ha versato il proprio sangue per Cristo.
Proprio in questo mese, il 25 febbraio, la Chiesa annovera nel proprio martirologio due insigni testimoni e missionari, due martiri che non possono essere ignorati o sottovalutati: il Vescovo san Luigi Versiglia (1873-1930) e san Callisto Caravario (1903-1930), entrambi beatificati da Giovanni Paolo II il 15 maggio 1983 e poi canonizzati il 1° ottobre dell’Anno giubilare del 2000 fra altri 120 martiri della Cina.
Luigi Versiglia era nato il 5 giugno 1873 a Oliva Gessi (Pavia), si era formato alla scuola di San Giovanni Bosco a Torino e a 16 anni emise i voti religiosi nella congregazione salesiana. Dopo aver completato gli studi superiori, frequentò la Facoltà di Filosofia all’Università Gregoriana di Roma. Venne ordinato sacerdote nel 1895 a soli 22 anni. L’anno dopo fu nominato direttore e maestro dei novizi nella Casa di Genzano di Roma, carica che tenne per dieci anni, durante i quali si distinse per le notevoli capacità formative sui futuri sacerdoti.
Tuttavia la sua aspirazione era quella di raggiungere le missioni per portare Cristo ai popoli, desiderio che si realizzò a 33 anni, diventando il responsabile dei primi Salesiani che nel 1906, con coraggio e indomito abbandono in Dio, partirono alla volta della Cina. Visse il suo apostolato prima a Macao e poi nella regione meridionale del Kwangtung, dove fondò la missione di Shiu Chow di cui nel 1920 divenne Vicario apostolico e primo Vescovo.
Nel 1885 san Giovanni Bosco aveva rivelato ai Salesiani, riuniti a San Benigno Canavese, di aver sognato (i sogni di Don Bosco erano visioni) una turba di ragazzi che gli erano andati incontro dicendogli: «Ti abbiamo aspettato tanto» e in un altro sogno vide alzarsi verso il cielo due grandi calici, l’uno ripieno di sudore e l’altro di sangue. Quando nel 1918 il gruppo di missionari Salesiani partì da Valdocco alla volta di Schiu-Chow nel Kwang-tung in Cina, il Rettor Maggiore della congregazione, don Paolo Albera, donò loro il calice con il quale aveva celebrato le sue nozze d’oro di consacrazione ed i 50 anni del Santuario di Maria Ausiliatrice.
Il prezioso e simbolico dono venne consegnato da Don Sante Garelli a Monsignor Versiglia, il quale dichiarò: «Don Bosco vide che quando in Cina un calice si sarebbe riempito di sangue, l’Opera Salesiana si sarebbe meravigliosamente diffusa in mezzo a questo popolo immenso. Tu mi porti il calice visto dal Padre: a me il riempirlo di sangue per l’adempimento della visione».
In 12 anni di missione, dal 1918 al 1930, il Vescovo riuscì a compiere miracoli in una terra del tutto nemica dei cattolici: istituì 55 stazioni missionarie primarie e secondarie rispetto alle 18 trovate; ordinò 21 sacerdoti, due religiosi laici, 15 suore del luogo e 10 straniere; lasciò 31 catechisti (18 donne), 39 insegnanti (8 maestre) e 25 seminaristi. Portò a battesimo tremila cristiani convertiti, a fronte dei 1.479 trovati al suo arrivo. Inoltre eresse un orfanotrofio; una casa di formazione per catechisti e catechiste; l’Istituto Don Bosco (comprensivo delle scuole professionali, complementari e magistrali per ragazzi); l’Istituto Maria Ausiliatrice per ragazze; un ricovero per anziani; un brefotrofio, due dispensari per medicinali e la Casa del missionario, come desiderava fosse chiamato l’Episcopio.
Il Vescovo martire non si fermava mai di fronte a nulla, neppure alle carestie, alle epidemie, alle sconfitte che si presentavano a lui e ai suoi collaboratori: apostasie, calunnie, abbandoni, incomprensioni, viltà… Tutto veniva superato e sublimato nei Sacramenti e nella preghiera. Egli teneva poi una corrispondenza epistolare con le monache Carmelitane di Firenze, domandando loro sostegno spirituale.
Leggiamo nell’ultima sua lettera inviata alla Superiora, scritta poche settimane prima della morte: «… solleviamo in alto i nostri cuori, dimentichiamo di più noi stessi e parliamo di più di Dio, del modo di servirlo di più, di consolarlo di più, del bisogno e del modo di guadagnargli delle anime. Voi, Sorelle, potrete più facilmente parlare a noi delle finezze dell’amore di Gesù, noi forse potremo parlare a voi della miseria di tante anime, che vivono lontano da Dio e della necessità di condurle a Lui; noi ci sentiremo elevati all’amore a Dio, voi vi sentirete maggiormente spinte allo zelo».
Fra i suoi collaboratori si aggiunse il giovane Don Callisto Caravario, nato a Cuorgnè (Torino) l’8 giugno 1903 e formatosi all’Oratorio di Valdocco e al Liceo classico dei Salesiani. Nel 1919, sedicenne, conobbe monsignor Versiglia, di passaggio a Torino, al quale rivelò: «La seguirò in Cina». Così avvenne. Si imbarcò a Genova a 21 anni.
Prima lavorò in Estremo Oriente, nell’isola di Timor, poi a Shangai e infine a Schiu Chow, dove fu ordinato sacerdote dallo stesso Versiglia nel 1929. Scriverà a sua madre: «Oramai il tuo Callisto non è più tuo, deve essere completamente del Signore, dedicato completamente al suo servizio! […] Sarà breve o lungo il mio sacerdozio? Non lo so, l’importante è che io faccia bene e che presentandomi al Signore io possa dire d’aver, col suo aiuto, fatto fruttare le grazie che Egli mi ha dato». Si presenterà al Signore con i suoi frutti già l’anno successivo, sacerdote da otto mesi.
La situazione politica in Cina era alquanto agitata: la Repubblica Cinese, nata il 10 ottobre 1911, con il generale Chiang Kai-shek, pose termine all’Impero e sconfiggendo nel 1927 i signori della guerra che tiranneggiavano varie regioni. La neonata Repubblica fu sconvolta dalle guerre civili fra i nazionalisti di Chiang Kai-shek e i comunisti di Mao Zedong (1927-1937 e 1945-1949); infatti, la pesante infiltrazione comunista nella nazione e nell’esercito, sostenuta dall’Unione Sovietica di Stalin, persuase il generale a dichiarare fuori legge i comunisti (aprile 1927).
La provincia di Shiu-Chow di monsignor Versiglia era territorio di passaggio e di sosta dei vari gruppi combattenti, e i cattolici vennero perseguitati, depredati, uccisi, mentre i missionari, definiti «diavoli bianchi», furono oggetto di inaudite violenze. I più temibili erano i cosiddetti “pirati” e la soldataglia comunista, per la quale la distruzione del Cristianesimo era un dovere programmato.
Da tempo il Vescovo attende tempi migliori per la sua visita pastorale a Lin Chow, ma alla fine del 1930 decide che i suoi fedeli non possono più aspettare e parte in treno, insieme a don Callisto: è il 24 febbraio. Con loro ci sono anche due allievi del Collegio Don Bosco, che tornano a casa per le vacanze, due loro sorelle ed una catechista insegnante. Il giorno 25 proseguono il viaggio in barca sul fiume Pak-kong, diretti a Li ThauTzeui.
Stanno recitando l’Angelus quando dalla riva esplode un urlo selvaggio. Una decina di uomini, con i fucili puntati, intimano all’imbarcazione di approdare alla riva. Due di loro si avventano sull’imbarcazione e scoprono le tre donne, che cercano di portare via, ma monsignor Luigi e don Callisto le difendono. I criminali urlano e brandiscono con violenza il calcio dei fucili sui loro corpi. Il Vescovo ha la forza di esortare Maria Thong: «Aumenta la tua fede», mentre don Callisto mormora: «Gesù… Maria!». I missionari vengono legati e trascinati in un bosco.
Uno del gruppo grida: «Bisogna distruggere la Chiesa Cattolica». Monsignor Luigi e don Callisto pregano ad alta voce, ma cinque colpi di fucile interrompono la loro lode estatica. Le spoglie dei martiri vengono sepolte a Schiu Chow per essere poi disperse, perché il sistema comunista, come suo uso, vuole cancellarne la memoria. Ma la Chiesa ricorda i suoi martiri intercedenti, che stanno in Paradiso, a fianco del mistico Agnello. (Cristina Siccardi)
https://www.corrispondenzaromana.it/martiri-salesiani-del-comunismo-cina/
Oppositori dell’Ostpolitik: mons. Pavol M. Hnilica (1921-2006)

(di Roberto de Mattei) La politica di collaborazione con la Cina comunista di Papa Francesco ha i suoi diretti antecedenti nell’Ostpolitik di Giovanni XXIII e Paolo VI. Ma ieri, come oggi, l’Ostpolitik ebbe forti oppositori, che meritano di essere ricordati. Uno di questi fu il vescovo slovacco Pavol Hnilica (1921-2006) che voglio ricordare basandomi, oltre che sui miei ricordi personali, su un’accurato studio, di prossima pubblicazione, dedicato alla sua figura dalla professoressa Emilia Hrabovec, a cui esprimo la mia gratitudine per avermi permesso di consultare e citare il suo manoscritto.
Quando, negli anni Sessanta, la diplomazia vaticana cominciò a mettere in atto l’Ostpolitik, in Cecoslovacchia, come oggi in Cina, erano presenti due chiese. Una era la Chiesa “patriottica”, rappresentata da sacerdoti sottomessi al regime comunista; l’altra era la Chiesa “clandestina”, fedele a Roma e al suo Magistero.
Mons. Pavol Hnilica, originario di Unatin, vicino Bratislava, dopo essere entrato nei gesuiti, fu ordinato clandestinamente sacerdote (1950) e consacrato vescovo (1951) da mons. Robert Pobozny (1890-1972), vescovo di Roznava. In questo modo egli poté a sua volta consacrare vescovo il ventisettenne Ján Chryzostom Korec (1924-2015), futuro cardinale, che dopo aver esercitato clandestinamente il suo ministero per nove anni, nel 1960 fu arrestato e condannato a dodici anni di carcere.
Quando, nel dicembre 1951, mons. Hnilica fu costretto ad abbandonare il suo paese e giunse a Roma, Pio XII approvò pienamente il modo di procedere della Chiesa in Slovacchia, confermando la validità delle consacrazioni clandestine e respingendo ogni collusione con il regime comunista. Nel Radio messaggio del 23 dicembre 1956, il Papa affermò: «A che scopo, del resto, ragionare senza un comune linguaggio, o com’è possibile d’incontrarsi, se le vie divergono, se cioè da una delle parti ostinatamente si spingono e si negano i comuni valori assoluti, rendendo quindi rinattuabile ogni “coesistenza nella verità?»
Dopo la morte di Pio XII, il 9 ottobre 1958, il clima cambiò e Agostino Casaroli divenne il protagonista principale della politica orientale della Santa Sede, promossa da Giovanni XXIII, ma attuata sopratutto da Paolo VI. In quegli anni mons. Hnilica ebbe occasione di incontrare spesso papa Montini e di presentargli vari pro-memoria in cui lo metteva in guardia dalle illusioni, avvertendolo che i regimi comunisti non rinunciavano al loro disegno di liquidare la Chiesa e accettavano il dialogo con la Santa Sede unicamente per ottenere vantaggi unilaterali, grazie a cui recuperare credibilità all’interno e all’esterno die loro Paesi, senza cessare la loro politica antireligiosa.
«Hnilica – scrive Emilia Hrabovec – invitava a non accontentarsi di concessioni cosmetiche, a chiedere la liberazione e la riabilitazione di tutti i vescovi, religiosi e fedeli ancora in carcere e l’effettivo riconoscimento della libertà di professare la fede, e a non acconsentire mai all’allontanamento die vescovi impediti che sarebbe “la peggiore umiliazione delle loro persone e in loro dell’intera Chiesa martire di fronte ai traditori, nemici e di tutta l’opinione pubblica”. Il vescovo esule temeva che trattative condotte sopra le teste della parte più eroica dell’episcopato e un accordo chiuso senza concessioni rilevanti avrebbero suscitato nei cattolici, soprattutto quelli migliori che con forza e fedeltà resistevano all’oppressione, un disorientamento e la sensazione di essere stati abbandonati persino dall’autorità ecclesiastica».
Mentre si svolgeva il Concilio Vaticano II, il 13 maggio 1964, Paolo VI rese pubblica la condizione di vescovo di mons. Hnilica, fino ad allora tenuta in segreto. Il nuovo status permise al vescovo slovacco di partecipare all’ultima sessione del Concilio, dove intervenne per associarsi ai Padri Conciliari che chiedevano la condanna del comunismo.
Mons. Hnilica affermò in aula che ciò che lo schema della Gaudium et Spes diceva sull’ateismo era così poco «che dire soltanto quello è lo stesso che dire niente». Aggiunse che una larga parte della Chiesa soffre «sotto l’oppressione dell’ateismo militante, ma ciò non si ricava dallo schema che pure vuole parlare della Chiesa nel mondo odierno!». «La storia ci accuserà giustamente di pusillanimità o di cecità per questo silenzio», proseguì l’oratore, ricordando che egli non parlava in astratto, poiché era stato in un campo di concentramento e di lavoro con 700 preti e religiosi. «Parlo per mia diretta esperienza e per quella dei preti e religiosi conosciuti in prigione e con i quali ho sopportato i pesi e i pericoli della Chiesa» (AS, IV/2, pp. 629-631).
In quel periodo, mons. Hnilica ebbe numerosi colloqui con Paolo VI, per cercare invano di dissuaderlo dall’Ostpolitik. Nel febbraio del 1965 fu liberato e giunse a Roma l’arcivescovo di Praga, Josef Beran (1888-1969), che Paolo VI creò cardinale. Mons. Hnilica avvertì il Papa che il presunto successo della diplomazia vaticana era stato invece un successo del regime comunista che, con l’esilio dell’arcivescovo, si era sbarazzato di un problema internazionale sempre più sgradevole, senza dover temere alcunché dal nuovo amministratore praghese, considerato un timido membro del Movimento del clero per la pace.
Emilia Hrabovec ricorda che si era riusciti nel 1964 a firmare un accordo con l’Ungheria, al quale sarebbe succeduto, nel 1966, un accordo con la Jugoslavia, e si era avviata una diplomazia di incontri ad alto livello persino con i vertici sovietici, mai colloqui con la Cecoslovacchia si presentavano più difficili e i loro risultati più scarsi che mai. «I rappresentanti cecoslovacchi – ricorda la storica – si sedevano al tavolino diplomatico con l’esplicita istruzione di giocare a tempo, rifiutare qualsiasi concessione e accettare soltanto quello che prometteva vantaggi unilaterali a loro e danni alla controparte, cosicché le trattative si limitavano spesso alla formulazione dei rispettivi punti di vista poco conciliabili e la promessa di voler proseguire con gli incontri».
Il cardinale Korec, dopo la sua liberazione dalle catene del comunismo, ricordò da parte sua: «La nostra speranza era la Chiesa clandestina, che silenziosamente collaborava con i preti nelle parrocchie e formava giovani pronti al sacrificio: professori, ingegneri, medici, disposti a diventare preti. Queste persone lavoravano in silenzio tra i giovani e le famiglie, pubblicavano di nascosto riviste e libri. In realtà l’Ostpolitik vendette questa nostra attività in cambio delle promesse vaghe e incerte dei comunisti. La Chiesa clandestina era la nostra grande speranza. E, invece, le hanno tagliato le vene, hanno disgustato migliaia di ragazzi e ragazze, di padri e madri, e tanti sacerdoti clandestini pronti a sacrificarsi. (…)Per noi fu veramente una catastrofe, quasi come se ci avessero abbandonato, spazzato via. Io ho obbedito. Però è stato il dolore più grande della mia vita. I comunisti, così, hanno avuto nelle loro mani la pastorale pubblica della Chiesa» (Intervista a Il Giornale, 28 luglio 2000).
La Segreteria di Stato, intanto, sotto le pesanti pressioni del governo di Praga, cominciò a frenare le attività pubbliche del vescovo slovacco e, nel 1971, lo invitò persino a lasciare Roma e a trasferirsi oltremare. Come ricorda la Hrabovec, l’accusa di essere divenuto l’ostacolo alle trattative e implicitamente la ragione della perdurante persecuzione della Chiesa e di agire contro la volontà del Papa toccò il vescovo, che si dichiarò pronto a lasciare Roma, ma soltanto se il Pontefice oppure il Generale del suo ordine glielo avrebbero esplicitamente ordinato.
Non essendo arrivato un tale ordine da nessuna delle due autorità, Hnilica rimase nella Città eterna e proseguì le sue attività, anche se cessarono i contatti con la Segreteria di Stato. Gli anni dell’Ostpolitik erano anche quelli del compromesso storico.
Quando a tanti sembrava che il sistema persecutorio comunista fosse ormai un capitolo chiuso, e il Partito comunista italiano celebrava vittorie elettorali prima sconosciute, «l’instancabile vescovo cercava di persuadere il suo pubblico che i regimi comunisti avevano soltanto cambiato la loro tattica, scegliendo metodi più raffinati, senza retrocedere un passo dal loro programma antireligioso e antiumano, e che la Chiesa era obbligata in coscienza a non arrangiarsi con il sistema comunista e con la sua legalità, ma a continuare a denunciare i suoi crimini e il pericolo che rappresentava». Come ricorda ancora la Hrabovec, «con la radicalità evangelica delle persone profondamente religiose, Hnilica era convinto che nell’epoca della “decisione finale per la Verità o contro la Verità, per Dio o contro Dio”, una neutralità era impossibile e chi non si metteva dalla parte della Verità, diveniva il complice della Menzogna e corresponsabile della diffusione del Male. In questo spirito, Hnilica criticava aspramente la politica occidentale della distensione e die compromessi nelle trattative con i regimi comunisti, la debolezza e l’indifferenza die cristiani occidentali troppo concentrati su di sé, troppo tesi a mantenere il proprio benessere materiale e troppo poco disposti a interessarsi e a impegnarsi sia per i confratelli dietro la cortina di ferro sia per la difesa die propri valori cristiani. Richiamandosi alla nota espressione di Pio XI degli anni Trenta, Hnilica denunciava il silenzio della politica, die media e dell’opinione pubblica anche cattolica nei confronti del regime comunista e delle persecuzioni die cristiani d’Oltre cortina come “la congiura del silenzio”, osservando, che mentre prima era consueto parlare della “Chiesa del silenzio” oltre la cortina di ferro, adesso sarebbe più appropriato usare questo nome per definire la Chiesa (le Chiese) d’Occidente».
Mon. Pavol Hnilica era un uomo profondamente buono, ma talvolta ingenuo. Quando io lo conobbi, nel 1976, era sempre accompagnato dal suo segretario Witold Laskowski (1902-1993), un aristocratico polacco, poliglotta e dalle maniere impeccabili, che nei tratti del volto e nella figura massiccia assomigliava in maniera sorprendente a Winston Churchill.
Laskowski era emigrato in Italia negli anni Venti, aveva fatto parte dell’armata del generale Anders e aveva dedicato la sua vita alla lotta contro il comunismo. Era una specie di “angelo custode di mons. Hnilica, perché lo aiutava a sventare le manovre deiservizi segreti comunisti che avevano infiltrato il suo gruppo, servendosi non solo di una fitta rete di agenti, ma anche dell’aiuto del Partito comunista italiano.
Se Laskowski fosse stato vivo, mons. Hnilica non sarebbe stato coinvolto, negli anni Novanta, in una brutta vicenda, quando si fece convincere dal faccendiere massone Flavio Carboni, a versare del denaro per raccogliere documenti che avrebbero potuto provare l’innocenza del Vaticano nel fallimento del Banco Ambrosiano. Mons. Hnilica fu un ardente devoto della Madonna di Fatima, convinto che quest’apparizione rappresentasse uno degli interventi più forti di Dio nella storia umana dall’epoca degli apostoli.
In tutti i rapporti che ebbe con i Pontefici insisté sempre perché fosse attuata la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria richiesta dalla Madonna il 13 luglio 1917. Giovanni Paolo II, dopo essere stato drammaticamente ferito il 13 maggio 1981, attribuì alla Madonna di Fatima una miracolosa protezione e fu spinto ad approfondirne il messaggio. Perciò, mentre era in convalescenza al Policlinico, chiese a mons. Hnilica una completa documentazione su Fatima.
Poi, il 13 maggio 1982, il Papa si recò pellegrino a Fatima, dove affidò e consacrò alla Madonna «quegli uomini e quelle nazioni che di questo affidamento e di questa consacrazione hanno particolarmente bisogno».
Il giorno successivo, suor Lucia incontrò mons. Hnilica, accompagnato da don Luigi Bianchi e da Wanda Poltawska, e quando essi le chiesero se ritenesse valida la consacrazione, fatta dal Pontefice, la veggente fece segno di no con un dito e poi spiegò loro che mancava l’esplicita consacrazione della Russia. Una seconda consacrazione fu fatta da Giovanni Paolo II il 25 marzo 1984, in piazza San Pietro, alla presenza della statua della Vergine giunta appositamente dal Portogallo. Neanche in questa occasione fu espressamente nominata la Russia, ma ci fu solo un riferimento «ai popoli di cui tu ti aspetti la nostra consacrazione e il nostro affidamento».
Il Papa aveva scritto ai vescovi di tutto il mondo chiedendo di unirsi a lui. Tra i pochi che corrisposero, fu monsignor Pavol Hnilica, che dall’India, dove si trovava, era riuscito ad ottenere un visto turistico per la Russia e, quello stesso 25 marzo, all’interno del Cremlino, nascondendosi dietro i grandi fogli della Pravda, pronunciò le parole della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria.
Il 12 e il 13 maggio del 2000 fui con mons. Hnilica a Fatima, in occasione del viaggio di Giovanni Paolo II per la beatificazione die pastorelli Giacinta e Francesco. Non condividevo il suo eccessivo ottimismo sul pontificato di Giovanni Paolo II, ma il ricordo che ho di lui, dopo averlo frequentato per venticinque anni, è quello di un uomo di grande fede, che oggi sarebbe al fianco di chi combatte contro quella che il cardinale Zen definisce «la svendita della Chiesa». (Roberto de Mattei)

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