ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 4 aprile 2019

E di ciò che dice Gesù Cristo, importa ancora a qualcuno?...

GESU'CRISTO E'LO STESSO: E NOI?


Gesù Cristo è lo stesso: ieri, oggi e sempre! E noi? Oggi, cosa può pensare un buon cattolico: che si è sbagliato lui o che si è sbagliata la Chiesa per 1900 anni, oppure che quella di oggi non è più "la vera Chiesa di Cristo"? 
di Francesco Lamendola  

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Confrontando la santa Messa dei nostri giorni con quella di prima della cosiddetta riforma liturgica; paragonando il catechismo di oggi – non tanto quello scritto, ma quello praticamente insegnato, con le parole e anche con i silenzi – a quello di prima del Concilio; cercando una corrispondenza e una effettiva continuità fra le parole del clero odierno, dall’omelia domenicale del singolo sacerdote a documenti ufficiali che dovrebbero essere del Magistero, come Dignitiatis humanae o Amoris laetitia, si giunge facilmente alla scoraggiante conclusione che una rivoluzione è avvenuta nella Chiesa, senza che ce ne siamo praticamente accorti, tranne, forse – e comunque solo una minoranza – quando ormai era troppo tardi, se non per denunciare l’inganno, il tradimento e l’apostasia – per quello non è mai troppo tardi - per opporsi validamente ed efficacemente a una simile, disastrosa deriva lontano dalla Verità divina. 

È tristissimo, ma innegabile, e chiunque abbia una sessantina d’anni lo può testimoniare di persona: fra quel che insegnava la Chiesa fino al 1969 circa, e quel che sta insegnando oggi, ci sono ben pochi punti in comune. Si assiste in molti casi a strani silenzi, a inspiegabili reticenze, a imbarazzanti tortuosità verbali: si veda quel che hanno detto i vertici della Chiesa a proposito dell’appena concluso Congresso mondiale della Famiglia, e perfino quel che hanno detto in conclusione i relatori stessi, che pure erano portatori di una visione sinceramente cattolica, ma che hanno ceduto anch’essi al relativismo imperante. In altri casi si odono esponenti del clero, anche di spicco, per non parlare dei teologi, lanciarsi in affermazioni arrischiate, sconcertanti, non di rado francamente eretiche, senza che vengano richiamati o ripresi in alcun modo, anzi, con l’evidente incoraggiamento e la palese approvazione proprio di chi dovrebbe far rispettare l’unica verità della Parola di Dio. Quando si ode il “teologo” Enzo Bianchi parlare di Gesù come di un semplice profeta; e quando si ode il signore vestito da papa affermare che Bianchi è il suo teologo preferito, che cosa potrà mai pensare un buon cattolico che ha ricevuto i fondamenti della dottrina così come la Chiesa li ha insegnati per millenovecento anni, e poi ha cominciato a non insegnarli più, o ad insegnarne degli altri, totalmente diversi, a partire dalla ”stagione” del Concilio? Evidentemente, potrà pensare solo due cose: o che si è sbagliato lui, e si è sbagliata la Chiesa per millenovecento anni; oppure che quella di oggi, quanto meno quella che fa simili discorsi e compie simili gesti, non è più la vera Chiesa di Cristo, non è più la sua fedele Sposa, ma una prostituta imbellettata e priva di ogni senso del pudore. Una terza spiegazione non è possibile su ciò che emerge dal confronto fra l’ieri e l’oggi.

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“Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre!”

Osservava monsignor Giacomo Biffi (Milano, 13 giugno 1928-Bologna, 11 luglio 2015) - arcivescovo di Bologna dal 1984 al 2003, cardinale nel 1985 - nel corso delle sue Riflessioni introduttive al 23° Congresso Eucaristico Nazionale di Bologna del 20-28 settembre 1997 (in: Atti del 23° C. E. N., Bologna, Editrice Compositori, 2006, vol. 1, pp. 189-90; 192-93; ):
In questi settant’anni [dal 13° Congresso Eucaristico Nazionale, sempre a Bologna] tutto è cambiato. Ben diverse le condizioni economiche e sociali del nostro popolo. Altro il modo di pensare, di lavorare, di vivere; altre le ideologie dominanti, altre le potenze, altre le prepotenze, altri e non meno seri i guai che ci affliggono. Tutto è cambiato. Resta uguale a sé – nel suo Credo, nelle sue persuasioni fondamentali, nei suoi mezzi di santificazione, nel suo anelito a proporre la legge evangelica della carità – la Chiesa di Cristo, sempre fedele al suo Sposo, sempre lieta di elevargli il suo canto d’amore. La Chiesa è sempre uguale a sé, perché sempre vivo nella sua identità è il Salvatore che abita e opera in lei, come sta scritto nel libro di Dio: “Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre!” (Eb 13,8). E già qui possiamo misurare la nostra fortuna di credenti. In un tempo che vede il traballare di tutto, e niente dà garanzia di durare; in una cultura che sembra derubata di ogni certezza ideale e di ogni norma riconosciuta di comportamento, la saldezza di Cristo e della sua Chiesa è una grande misericordia di Dio e ci rasserena. Senza punti di riferimento non si può andare né avanti né indietro. Senza qualche principio sicuro non si può né ragionare né agire. Senza qualcosa di stabile a cui aggrapparsi, all’uomo, naufrago sballottato nel mare dell’esistenza, non è data speranza. A noi, proprio dal permanere di Cristo e della Chiesa entro l’universale mobilità delle cose e la fuggevolezza delle mode e delle opinioni, la speranza è data, e con la speranza la possibilità di una vita davvero umana(…)
“Se tu conoscessi il dono di Dio!” (Gv 4,10). La parola di Gesù alla Samaritana è rivolta anche a noi. Non è solo un sospiro accorato per la nostra fede torpida e stentata: ci propone anche uno dei traguardi spirituali da conseguire nell’anno di preparazione che oggi comincia. Dobbiamo primariamente recuperare la consapevolezza del “dono”: di tutto il dono esuberante e vario che ci viene dal “Padre della luce” (cfr Gc 1,17). (…)

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Attenzione perciò: tutto quello che incautamente “tende a equiparare o anche solo ad assimilare l’Eucaristia a una solita mensa, rimuove dalla Eucaristia Gesù Cristo, riducendolo al massimo a un invitato tra gli altri, sia pure il più degno… In realtà non è lui che è invitato da noi alla nostra festa, non è lui che riceve senso dalla nostra amicizia: è lui che crea la festa, che porta alla luce la convivialità in quel significato e in quella dimensione impensabile che è la convivialità della croce” (Inos Biffi, “Meditazione eucaristica”, Milano, 1982, p. 56).
Riprendere consapevolezza del ‘dono’ vuol dire reimparare a dire “grazie”. Se ci si percepisce destinatari della liberalità di chi ci vuol bene, ci si apre naturalmente al dovere della riconoscenza. E dal momento che nella creatura tutto è stato ricevuto – perché è stata tratta totalmente dal niente a opera dell’amore onnipotente di Dio – la gratitudine è in essa un atteggiamento fondamentale, quasi una dimensione intrinseca del suo essere. La creatura che non ringrazia esce dalla sua “verità”. Il mistero del “Corpo dato” e del “Sangue versato” non è solo ‘dono’, è anche azione di grazie: “Eucaristia”, come ci dice il nome che l’ha da sempre indicato. Vale a dire: è un gesto con cui noi – come singoli, come Chiesa e a nome dell’umanità intera – cantiamo con cuore lieto e commosso al Creatore, che sorprendentemente ha voluto effondere la sua bontà oltre la sua stessa infinità, fino a chiamare all’esistenza coloro che non sono; fino a fare di noi, che eravamo “non-popolo”, il popolo di Dio; fino a farci ottenere – a noi che eravamo “esclusi dalla misericordia” – una misericordia inaspettata (cfr. 1 Pt 2,9-10). L’Eucaristia, che è il sommo della magnanimità di Dio, è dunque anche la più alta, la più intensa, la più adeguata risposta a Dio del nostro animo grato. Tale è la fantasia dell’affetto divino per noi che, regalandoci tutto, ci regala anche il modo di sdebitarci con lui. Perfino l’atto con cui ringraziamo il Padre è un puro favore del Padre.

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 Sembra una domanda banale, ma è quella che oggi, ogni buon Cattolico dovrebbe farsi: "Quella di oggi è ancora la vera Chiesa di Gesù Cristo?".

Queste parole, piene di fede e di cristiana saggezza, suonano tuttavia terribilmente malinconiche oggi, pensando che ancora nel 1997, poco più di venti ani fa, un uomo del valore e della lucidità di monsignor Giacomo Biffi poteva osservare che, sebbene nella società civile sia cambiato tutto, compresi i modi di pensare e d’intendere la vita, la Chiesa, resta uguale a sé – nel suo Credo, nelle sue persuasioni fondamentali, nei suoi mezzi di santificazione, nel suo anelito a proporre la legge evangelica della carità – la Chiesa di Cristo, sempre fedele al suo Sposo, sempre lieta di elevargli il suo canto d’amore. Come vorremmo poter dire la stessa cosa, adoperare le stesse espressioni per descrivere la Chiesa dei nostri giorni! Oppure anche il cardinale Biffi s’ingannava, certamente in buona fede, e non si rendeva conto che già nel 1997 la Chiesa era effettivamente cambiata, e cambiata in modo radicale, allontanandosi da se stessa e dalla fedeltà al suo divino Sposo? Sia pure con sofferenza, noi propendiamo per questa alternativa: quando egli faceva la sua diagnosi della malattia chiamata modernità, e proponeva l’eterno rimedio del Vangelo, descrivendo la Chiesa come sempre uguale a sé e fedele a Cristo, probabilmente si sbagliava: neppure lui si era accorto che il cambiamento c’era già stato, anche se graduale e dissimulato con una certa abilità, perlomeno considerando il ridottissimo livello di consapevolezza dei sedicenti cristiani. Non vogliamo fissare una data, né un evento preciso, anche se il triennio del Concilio, 1962-65, con la pubblicazione di documenti difformi dal Magistero perenne, come Nostra aetate e Dignitatis humanae, e l’imposizione – non è possibile adoperare un’atra parola - del Novus Ordo Missae nel 1969, nello spazio di pochi mesi appena, rappresentano senza dubbio delle tappe decisive; ma è tutto l’insieme dello stile ecclesiale che è cambiato, dalla liturgia alla pastorale, dal modo di parlare e di scrivere al modo di ragionare e di sentire, e soprattutto è cambiato l’atteggiamento di fondo: non più abbandono incondizionato in Dio, ma affermazione orgogliosa di una “fede” che appare molto, troppo umana e ben poco orientata verso la trascendenza. Prendiamo il caso della Messa e di ciò che è il cuore della Messa, il Sacrificio Eucaristico: non si tratta solo dei cambiamenti negli atti liturgici e nelle parole del sacro rito; e non è nemmeno l’espunzione di una preghiera, come quella rivolta a San Michele Arcangelo, contro le insidie di Satana, che da Leone XIII in poi faceva parte integrante della santa Messa (e che quel papa aveva voluto per una ragione precisa e molto seria). 

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 La massoneria ha preso il controllo dei vertici della chiesa ed è riuscita a travisarne l’orientamento complessivo? Che tristezza, sentire questo clero infedele che starnazza: Francesco ha detto questo; Francesco ha detto quest’altro. E di ciò che dice Gesù Cristo, importa ancora a qualcuno?...
  
Gesù Cristo è lo stesso: ieri, oggi e sempre! E noi?

di Francesco Lamendola
 continua su:
IL SACRIFICIO DELLA MESSA

Il Sacrificio della santa Messa perché? Per Tommaso d’Aquino il maestro di tutti i teologi il miracolo dell’Eucarestia è perfino più grande del miracolo della Passione Morte e Risurrezione di Gesù essendo un miracolo senza fine 
di Francesco Lamendola  


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La liturgia ruota intorno alla santa Messa e la santa Messa ruota intorno al Sacrificio Eucaristico. Ma che cos’è, esattamente, il Sacrificio Eucaristico? È il sacrificio di riparazione che gli uomini offrono a Dio, per espiare le conseguenze dei loro peccati particolari e anche le conseguenze del Peccato originale. Tuttavia, non esiste alcun sacrificio umano che possa soddisfare all’enormità dello scopo: le colpe degli uomini, davanti a Dio, sono tali che essi, da soli, non se ne possono giustificare. È quindi necessario che offrano qualcosa di assai più grande, di assai più prezioso di qualsiasi sacrificio possa venire da loro stessi: e ciò è appunto il Sacrifico eucaristico. Nel Sacrificio eucaristico, essi offrono al Padre il Sacrificio del suo stesso Figlio: e il Figlio accetta di rinnovare incessantemente il proprio Sacrificio, già consumato sul legno della croce, ogni volta che un sacerdote celebra la santa Messa, fosse pure davanti a due fedeli, a un solo fedele, e persino senza la presenza di alcun fedele, anche da solo: perché quando il sacerdote, nel corso della santa Messa, invoca la Presenza Reale nel pane e nel vino, questi diventano la Carne e il Sangue di Cristo, e il divino Sacrificio di quel giorno, a Gerusalemme, giorno buio, avvolto dalle tenebre, in cui si consuma il peccato più orrendo, ma anche giorno di salvezza che prepara la Redenzione finale e la vittoria sul male, si rinnova. E questo rinnovarsi continuo, miracoloso, inesauribile, del Sacrificio di Cristo, questo mistero abissale, questo atto d’amore infinito, è ciò che ha fatto scrivere a san Tommaso d’Aquino, il maestro di tutti i teologi, che il miracolo dell’Eucarestia è perfino più grande del miracolo della Passione, Morte e della Risurrezione di Gesù, al termine della sua missione terrena: perché esso ebbe luogo una volta sola, mentre l’Eucarestia èun miracolo che si rinnova senza fine e che sempre proseguirà, fino a quando ci sarà anche un solo sacerdote in tutto il mondo a celebrarlo.

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La Messa è il rinnovarsi del Sacrificio di Cristo, fatto per amor nostro. Noi pero' non offriamo qualcosa che è nostro, ma qualcosa che è Suo: noi offriamo al Padre il Corpo di Suo Figlio!

Scriveva don Gaspare de Stefani, con quella chiarezza e con quella semplicità che sono tipiche della pastorale pre-conciliare, nel libroLa Santa Messa illustrata e spiegata (Torino, R. Berruti & C., 1950, pp. 8-9):
Le conseguenze della colpa d’Adamo furono incalcolabili come gravità e come estensione. Tutto l’edificio soprannaturale di grazia e di privilegi, di cui Dio aveva dotato Adamo, crollò, e l’uomo d’un tratto si trovò ridotto alle sole condizioni naturali. Non più figlio di Dio, ma una povera ribelle creatura; non più la partecipazione della vita divina con tutti i diritti che gli conferiva; non più l’esenzione dalla morte, dalle sofferenze, dall’ignoranza; non più l’armonia tra corpo e spirito e la perfetta sottomissione di questo a quello, ma lo scatenamento degli istinti, la lotta incessante tra la carne e la mente. Per soprappiù, quale capo di tutta l’umanità, e nell’ordine naturale ed in quello soprannaturale, Adamo trascinava nel suo disastro tutti i suoi discendenti, i quali non avrebbero più ricevuto da lui che una vita naturale spoglia di ogni dono superiore. Così tutta l‘umanità veniva in un attimo degradata: gli uomini da figli di Dio, come avrebbero potuto e dovuto essere, divennero dei reietti, che aggiungendo ancora ribellioni a ribellioni, scavarono vie più l’abisso in cui erano caduti.
Evidentemente nasceva per l’umanità intera un altro grave obbligo: quello della riparazione e dell’espiazione del peccato. Se prima il sacrificio era la semplice risposta della creatura umana al Creatore, un atto pubblico e sociale di riconoscimento della suprema Maestà, un atto di gratitudine per gli innumerevoli e smisurati benefici fatti da Dio all’uomo, e un atto di impetrazione di tutti i favori divini di cui abbisogna, ecco che col peccato il sacrificio veniva ad avere una nuova ragion d’essere e ad assumere un nuovo aspetto:diveniva necessario per riparare le umane colpe ed implorarne perdono.
Ma così decaduti e degradati per le colpe del primo uomo e per le proprie, che cosa avrebbero potuto offrire gli uomini che potesse pagare tanti enormi debiti? Che razza d’omaggio gradito a Dio avrebbe potuto partire da creature divenute odiose a Dio e una massa di dannazione? Guai a noi, se la infinita misericordia di Dio non avesse steso la mano all’uomo, dandogli il mezzo di risollevarsi dal fango in cui era caduto, di riabilitarsi e di riprendere il suo posto tra i figli di Dio!
Ed infatti, ecco che Dio, prima di infliggere all’uomo la minacciata punizione, promette e predice la liberazione e la salvezza. Se il demonio ha voluto prendersi gioco dei disegni della bontà divina verso l’uomo, Dio saprà nella sua potenza far servire l’opera del demonio a maggior scorno e confusione di questi, nello stesso tempo che a maggior salvezza dell’uomo. Poiché il demonio ha creduto di rovinar l’uomo, ingannando la donnaDio maledice il tentatore e gli assicura che gli farà mordere la polvere del suolo: “Io metterò un’inimicizia fra te e le donne, tra il tuo genere ed il suo genere; questo genere ti schiaccerà il capo”. Prima di punire i due ribelli, condannandoli alla more, alle miserie della vita, e cacciarli dal paradiso terrestre, Iddio lascia loro balenare in un lontano avvenire una salvezza; lascia intravvedere Qualcuno che, con un atto di eroica obbedienza, offrirà sull’altare della Croce un tale sacrificio da cancellare sovrabbondantemente tutte le colpe degli uomini, e restituire a costoro grazia su grazia. Quindi fin dai primordi dell’umanità, e prima ancora che sia intimato il castigo ai due disubbidienti, è promesso che, quando siano compiuti i tempi preordinati da Dio, Qualcuno “nato da una donna”, verrà su questa terra a riscattare gli uomini dalla schiavitù del peccato e del demonio ed a restituire loro la figliolanza divina. Dopo il fallo originale i cherubini impediranno ai progenitori il ritorno nel paradiso terrestre e l’accesso all’albero della vita, i cui frutti li avrebbero resi immortali; ma un secondo Capo dell’umanità, Capo non soltanto umano, bensì umano-divino, al tempo stabilito, riaprirà le porte del Paradiso celeste, ridarà la vita eterna e procurerà un Pane che lo nutra.

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Per San Tommaso d’Aquino il maestro di tutti i teologi il miracolo dell’Eucarestia è perfino più grande del miracolo della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù essendo un miracolo senza fine!

La banalizzazione liturgica del Sacrificio eucaristico è una delle forme più esplicite e sconcertanti della desacralizzazione della fede cattolica cui stiamo assistendo nel corso degli ultimi decenni, cioè dopo il Concilio Vaticano II e la riforma liturgica, in realtà una rivoluzione liturgica, diretta e firmata dall'arcivescovo massone Annibale Bugnini. E poiché il Sacrificio eucaristico è il cuore della Messa, banalizzare e desacralizzare quel momento equivale a smantellare tutta la Messa e colpire al cuore la fede cattolica. Mi sia permesso, a questo punto, un ricordo personale che varrà a chiarire meglio il senso del discorso. Poco dopo la prima Comunione, durante una funzione pomeridiana, un anziano prelato, non ricordo se il vescovo o un vescovo emerito, somministrava a noi bambini la santa Eucarestia. L'emozione mi giocò un brutto scherzo e, accostando incerto le labbra alla sua mano, mi lasciai sfuggire la particola dalle labbra, ed essa cadde a terra. Il mio istinto fu quello di chinarmi a raccoglierla, sia per rimediare al guaio da me causato, sia perché, intuitivamente, non mi pareva giusto che quell'uomo venerando dovesse piegare la schiena a causa di una mia goffaggine. Ma lui, con gesto fermo e deciso, mi fece intendere di restar lì, fermo; che ci avrebbe pensato lui. Nessun rimprovero, nessuna occhiataccia; egli si abbassò fino a terra, raccolse l'ostia con gesto composto, quasi solenne, e poi mi diede la Comunione, e i miei compagni la ricevettero dopo di me. Nessuno mi parlò più del piccolo incidente, né allora, né in seguito; io, però, non l'ho mai scordato. Non ricordo tutti i particolari; non ricordo se mi diede proprio la particola raccolta da terra, o se la mise da parte (ma dove, poi?), o la posò insieme alle altre; è molto probabile che non si sia preoccupato dell'igiene, mentre era evidente la sua preoccupazione per la santità dell'atto liturgico e il suo timore che fosse profanato, sia pure involontariamente. Oggi il neoclero della contro-chiesa si preoccupa molto dell'igiene, oltre che del clima, dell'ambiente e di tante altre belle cose; il signor Bergoglio sottrae l'anello piscatorio al bacio dei fedeli perché - così ha spiegato poi - i microbi non si diffondano attraverso tutte quelle bocche.

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La riforma/rivoluzione liturgica della Nuova Messa del 1969? Il fatto di ricevere l'ostia in piedi e di prenderla con le proprie mani e portarsela alla bocca, ha un sapore profano; meglio, un sapore protestante!

Il Sacrificio della santa Messa, perché?

di Francesco Lamendola
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