Molti fedeli italiani hanno accolto con favore la ripresa delle Messe pubbliche a Roma e nel resto d’Italia oggi (lunedì scorso, ndr), due mesi dopo che le celebrazioni pubbliche dell’Eucaristia sono state sospese in tutto il Paese a causa del coronavirus. Ma molte sono ancora le controversie.
Ce ne parla Edward Pentin nel suo articolo pubblicato sul National Catholic Register. Eccolo nella mia traduzione.
Sacerdote distribuisce la Comunione con guanti e mascherina, coronavirus, messa


Molti fedeli italiani hanno accolto con favore la ripresa delle Messe pubbliche a Roma e nel resto d’Italia oggi (lunedì scorso, ndr), due mesi dopo che le celebrazioni pubbliche dell’Eucaristia sono state sospese in tutto il Paese a causa del coronavirus.
Ma alcuni cattolici continuano ad avere forti riserve sulle restrizioni per la “Fase 2” dell’isolamento di Covid-19, mentre altri hanno accusato i vescovi italiani di usare la pandemia come scusa per “smantellare la liturgia”.
In molte delle basiliche più grandi, come San Pietro o il Duomo di Milano, i fedeli sono stati sottoposti a test termici prima di entrare. In una chiesa è consentito l’ingresso in numero limitato a seconda delle dimensioni, le maschere sono obbligatorie e il distanziamento sociale è consigliato attraverso cartelli sui banchi. Per garantire che non venga superata una quota per il numero di fedeli, sono state messe a disposizione prenotazioni online.
“È reale, sono felice, anche commovente”, ha detto Sonia Mauro mentre assisteva alla messa in Duomo a Milano. “Mi è mancata l’Eucaristia anche se l’ho seguita in TV”, ha detto al quotidiano episcopale italiano Avvenire. “C’è bisogno di sentirsi anche fisicamente Chiesa”.
Il 7 maggio, il capo della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, e il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte hanno firmato un protocollo congiunto che consente la ripresa delle Messe pubbliche. Tra le disposizioni del decreto c’è quella che prevede che i sacerdoti e i ministri straordinari della Comunione distribuiscano la Santa Comunione con maschere e guanti usa e getta.
L’articolo 3.4 del protocollo, firmato dopo lunghi colloqui con il governo, stabilisce:
“La distribuzione della Comunione avverrà dopo che il celebrante e l’eventuale ministro straordinario avranno provveduto all’igiene delle mani e indossato guanti monouso; la stessa persona – indossando la maschera, avendo cura di coprirsi il naso e la bocca e mantenendo un’adeguata distanza di sicurezza – avrà cura di offrire l’ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli”.
“Le maschere e i guanti? Quasi non te ne rendi conto”, ha detto Mauro. “Dopo qualche minuto scompaiono dalla tua mente, non te ne accorgi più”.
Ma la vista dei sacerdoti che distribuiscono la Santa Comunione con guanti e maschere usa e getta ha causato un po’ di costernazione sui social media e altrove. Alcuni l’hanno sostenuta, accogliendo le nuove misure come “meravigliose” e aggiungendo che era “così bello ricevere i sacramenti e garantire la protezione della vita”.
Ma altri si sono fortemente opposti. “Che tristezza”, ha commentato uno. “Questa è una totale mancanza di rispetto e di fiducia in Nostro Signore”, ha detto un altro. Altri hanno scritto per ricordare alla Chiesa in Italia che “l’Eucaristia è Dio”, e che è “uno spettacolo così spaventoso! Che Dio ci perdoni”.
Simona, cittadina romana, ha espresso la sua disapprovazione e ha chiesto perché la regola vale per ricevere l’Ostia, ma “la stessa regola non si applica nelle drogherie e nelle pasticcerie”. Argomentazioni simili sono state fatte per la sospensione delle messe pubbliche mentre i supermercati sono stati autorizzati ad essere aperti per tutta la durata dell’isolamento.
Ha detto al National Catholic Register che probabilmente era perché stavano “pensando alle precauzioni che i medici prendono a causa del loro contatto con i corpi”. Ma applicata qui, ha detto, “una tale precauzione nega effettivamente la sacralità dell’Eucaristia, nega il suo Corpo e il suo Sangue”.
I sacerdoti di Roma hanno detto in privato di essere molto insoddisfatti della regola dei guanti usa e getta, ma si preoccupano di andarci contro per paura di sanzioni da parte della polizia. Di particolare preoccupazione è ciò che accade ai guanti usa e getta dopo che hanno toccato il Signore nella Sacra Ostia.
Anche i vescovi italiani stanno anche suggerendo di usare le pinzette, ma una possibile alternativa, e probabilmente più accettabile, è quella di tagliare le grandi ostie pre-consacrate in strisce, piuttosto che distribuire le solite ostie a forma di disco, e far ricevere la Comunione sulla lingua al comunicando. Ciò impedirebbe sia al ministro della Comunione di entrare in contatto con il comunicando, sia di evitare che quest’ultimo debba toccare le mani o la bocca e il viso.
La Comunione sulla mano ritorna in discussione dopo che era stata sollevata all’inizio della pandemia come possibile soluzione per prevenire il contagio.
Andrea Zambrano, giornalista del quotidiano cattolico online La Nuova Bussola Quotidiana, ha detto che le prove suggeriscono che la pandemia viene usata come “scusa per smantellare la liturgia”, a cominciare dal “divieto della Comunione sulla lingua” che, secondo lui, non era nel protocollo congiunto con il governo ma che i vescovi italiani “hanno aggiunto in seguito” in ogni decreto episcopale per le singole diocesi. La notizia è stata riportata per la prima volta sul sito MiL – Messainlatino
Il sito spiegava che gli ortodossi, nei loro protocolli firmati con il governo il 15 maggio, si assicuravano di poter ricevere la Comunione come prima, purché prendessero le precauzioni di non entrare in contatto con i fedeli.
Il relativo protocollo, l’articolo 2.4, è quasi identico all’articolo 3.4 per la Chiesa cattolica, ma senza alcun riferimento al contatto con le “mani” dei fedeli. Esso afferma semplicemente che il celebrante deve “avere cura di offrire l’Eucaristia a conclusione della Divina Liturgia senza entrare in contatto con i fedeli”.
Lo stesso vale per i protocolli luterani e metodisti, ma agli ortodossi è permesso di continuare a ricevere la Santa Comunione a modo loro e sulla lingua, alcuni anche da un comune cucchiaio.
Secondo Avvenire, i comunicandi devono ora ricevere l’ostia consacrata “esclusivamente sulle mani” e non devono neppure dire la parola “Amen” dopo aver ricevuto l’Eucaristia. Anche altri articoli di altre pubblicazioni cattoliche italiane, insieme alle diocesi di tutto il Paese, insistono per la Comunione sulla mano, compresa l’arcidiocesi metropolitana di Milano.
“Si vede che per certe confessioni la Comunione sulla lingua non comporta alcun rischio di contagio”, ha scritto in maniera sardonica Zambrano. “O forse si vede che certe confessioni non sono – per usare un’altra parola magica di questi tempi – responsabili”.
La Comunione sulla mano è stata al centro di un lungo e appassionato dibattito all’interno della Chiesa, con la preoccupazione che si tratti di un atto di irriverenza verso la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. La questione è venuta alla ribalta a marzo, quando i vescovi hanno cominciato a insistere sul fatto di ricevere in mano per evitare il contagio, anche se gli studi hanno dimostrato che la Comunione sulla lingua non presenta rischi maggiori se effettuata correttamente.
Nei commenti al National Catholic Register, il portavoce della Conferenza episcopale italiana Vincenzo Corrado ha detto che il protocollo del 7 maggio “non specifica un modo di ricevere l’Eucaristia, ma piuttosto la preoccupazione di ‘non venire a contatto con le mani dei fedeli’”.
Dopo aver recitato domenica  il Regina Caeli, Papa Francesco ha detto per la seconda volta in meno di due settimane che i fedeli avrebbero dovuto accettare i protocolli. “Per favore, andiamo avanti con le regole, le prescrizioni che ci danno, in modo da salvaguardare la salute di tutti e del popolo”, ha detto in commenti non scritti.
Di Sabino Paciolla
Francia, ci pensano i giudici a ripristinare le Messe
Il Consiglio di Stato francese sconfessa il governo che lo scorso 11 maggio aveva mantenuto il divieto di celebrazioni religiose nel Decreto che riapriva molte attività dopo il lockdown. Ora il governo dovrà provvedere entro una settimana.
                                La cattedrale di Reims
Qui dira tout ce qu'il voudra, ouïra ce qui ne lui plaira. E così il governo francese, che per settimane ha rifiutato di ascoltare gli appelli dei vescovi e di 67 parlamentari dell'Assemblée nationale, preferendo proseguire sulla strada della proibizione delle celebrazioni religiose, si è ritrovato ad ascoltare ciò che non avrebbe voluto sentirsi dire. Il Consiglio di Stato gli ha infatti ordinato di revocare il divieto generale e assoluto di riunione nei luoghi di culto.
Secondo il più alto tribunale amministrativo - che ha esaminato il ricorso presentato da movimenti cattolici tradizionali -, lo stop alle cerimonie prolungato nel decreto dell'11 maggio 2020 "viola in modo grave e manifestamente illegale" la libertà di culto e necessità e va sostituito con una misura meno restrittiva da adottare "entro otto giorni". Per il giudice che ha emesso la sentenza, il divieto governativo sarebbe "sproporzionato rispetto all'obiettivo di preservare la salute pubblica" e pregiudicherebbe una libertà fondamentale come quella di culto che "tra le sue componenti essenziali include anche il diritto di partecipare collettivamente alle cerimonie".
Il Consiglio di Stato, dunque, ha riservato una sonora bocciatura alla linea tenuta dal primo ministro Édouard Philippe che nel suo piano di déconfinement - l'equivalente della nostra Fase 2 - aveva voluto mantenere l'interdizione assoluta per le celebrazioni religiose, rimandando la ripresa al 2 giugno. 
La Conferenza episcopale transalpina ha accolto con soddisfazione la sentenza, ricordando come sia in sintonia con quanto richiesto in una lettera inviata lo scorso 15 maggio al primo ministro e rimasta, però, inascoltata. I vescovi francesi hanno dichiarato di attendere ora la revisione delle misure restrittive che dovrà avere luogo entro otto giorni dal verdetto. Monsignor Eric de Moulins-Beaufort, presidente della Conferenza episcopale, si era augurato la ripresa delle Messe aperte ai fedeli già con la fine del lockdown e in videoconferenza aveva detto a Macron che la vita ecclesiale avrebbe dovuto "ritrovare il suo carattere pienamente comunitario a partire dall'11 maggio". Il decreto sulla ripartenza, però, era stato una doccia gelata per la Chiesa d'Oltralpe, avendo escluso a sorpresa le cerimonie religiose dal déconfinement. 
Il governo di Philippe è stato ricondotto al buon senso dal Consiglio di Stato che sempre nella stessa giornata ha messo un freno ad un altro comportamento sproporzionato, andando a vietare alla polizia l'utilizzo di droni per la sorveglianza dei cittadini nel periodo post-lockdown. L'emergenza coronavirus e le misure disposte per il contenimento della sua diffusione avevano fatto nascere anche nell'opinione pubblica francese un dibattito sul pericolo di possibili svolte autoritarie sull'onda della crisi sanitaria in corso.
Dibattito alimentato anche da episodi inquietanti che avevano visto le chiese come protagoniste: ad aprile, la polizia armata aveva fatto irruzione nella chiesa parigina di Saint-André-de-l'Europe per interrompere una funzione in corso davanti a sei persone. Il blitz aveva fatto infuriare l'arcivescovo, monsignor Michel Aupetit che si era lamentato: "Non c'erano terroristi! Bisogna mantenere il sangue freddo e finirla con queste sceneggiate. Altrimenti prenderemo la parola e stavolta alzeremo la voce!". 
Nico Spuntoni