Francesco e la pastorale di una telefonata

Papa Bergoglio quando era Arcivescovo di Buenos Aires
Papa Bergoglio quando era Arcivescovo di Buenos Aires
“Sì pronto?”
“Buongiorno, sono Papa Francesco. Vorrei parlare con …” e segue il nome di un direttore di un’importante rivista religiosa
Ne viene dal centralista un gentile invito in romanesco  ad andare – eufemisticamente – a quel paese e a non fare più di questi scherzi.
Cinque minuti e il telefono risuona. Nel momento in cui l’impiegato ha avuto modo di cogliere un marcato accento spagnolo accompagnato da “yo soy Francesco, il Papa” per il poveretto è pensabile una reazione pari a quella del mitico direttore de “L’Osservatore Romano” Giuseppe della Torre di Sanguinetto quando dall’altra parte del ricevitore si manifestava l’augusta voce di Papa Pio XII: mettersi in ginocchio e profondersi in scuse. Il Pontefice pare aver garantito in quel caso – con grande umorismo – “che non mangiava nessuno”. Il fatto è realmente avvenuto nei mesi scorsi.
E’ questa una delle tantissime chiamate che Papa Francesco sta effettuando direttamente a amici, conoscenti, sconosciuti da quando è stato eletto Sommo Pontefice.
Le occasioni sono le più svariate: ringraziare direttamente per un dono ricevuto, un messaggio di saluti o una richiesta di preghiera. Non manca giorno che la stampa non ne dia conto con grande sorpresa e meraviglia.
Domande che trovano risposta nella stessa formazione di Papa Bergoglio. Quella  scelta di continuare a risiedere presso la Casa di Santa Marta invece che in Vaticano è un chiaro segnale – lo ha detto lui stesso – di non voler perdere il contatto con la realtà.
Lo ha spiegato lui stesso agli studenti delle scuole rette dai suoi confratelli gesuiti subito dopo la chiamata al Soglio di Pietro. Nell’indicare  - con grande humor -che la sua era una scelta anche e soprattutto “psichiatrica” egli voleva indicare il problema che colpisce tutti i grandi: la solitudine.
Anche i Papi possono essere uomini soli e la solitudine, la mancanza di contatto con il mondo può essere alquanto nociva.
E’ risaputo che Paolo VI  da Arcivescovo di Milano chiamasse ogni sera la redazione di Milano dell’ANSA per farsi raccontare da un amico giornalista cosa realmente avveniva. Consuetudine per nulla persa da Pontefice.
Il telefono è lo strumento diretto che va oltre un messaggio scritto. E’ calore, è vicinanza, è abbattere barriere.
E’ entrata nella storia la telefonata che Giovanni Paolo II fece in diretta nel corso di una puntata di “Porta a Porta” a lui dedicata per ringraziare Bruno Vespa e gli ospiti presenti.
Nei primi anni di Pontificato di Wojtyla giravano voci di sue uscite notturne per le vie di Roma vestito da semplice prete. Pio IX – prima della Breccia di Porta Pia – amava girare per Roma, parlare con la gente.
Di Papa Mastai viene ricordato un fatto alquanto singolare: visto un ragazzetto che piangeva in quanto aveva rotto la damigiana di vino che i suoi genitori gli avevano ordinato di acquistare, fermò la carrozza parlò con il ragazzo e entrato dal bottegaio comprò con il suo denaro la nuova damigiana.
Un gesto da autentico Pastore “popolare”. Così è  anche Bergoglio: diretto, immediato, schietto, senza mediazioni. Ne viene la scelta di avvalersi sì di segretari, ma che non lo vadano completamente ad assorbire. Le chiamate non vengono filtrate: l’agendina e il telefono vengono da lui gestite direttamente. Ne viene che Papa Francesco cerca e vuole un contatto diretto, senza filtri.
Questi gesti tutto vogliono essere meno che l’inutile ricerca di visibilità. Non appartengono al personaggio. Sono solo atti di amore per i suoi fedeli, per far sentire a un singolo quanto egli sia vicino a tutti. Come raccontato nelle pagine evangeliche, quando il Pastore  va alla ricerca anche di una sola pecorella.
E’ forse anche una catechesi  per qualche suo collaboratore – in Vaticano o a livello di semplice Diocesi -che in fatto di certi barocchismi e  “muri di gomma” nel far mancare risposte  non scherza per niente.
Edoardo Caprino
Quel telefono nella stanza 201 filo diretto di Francesco col mondo 
di Paolo Rodari
in “la Repubblica” del 28 agosto 2013
C'era il tempo della comunicazione di massa. Wojtyla che parlava alle folle, coi grandi eventi 
ritenuti un mezzo per arrivare al cuore della gente. Oggi Francesco parla all’individuo per 
raggiungere l’umanità. Alza la cornetta del telefono fisso e dalla stanza 201 di Santa Marta, 
consultando un’agenda ingiallita dagli anni, chiama chi gli si è rivolto per una parola di conforto o 
un confronto intimo.
Sono migliaia le lettere che il servizio di posta interna del Vaticano gli recapita ogni giorno. Don 
Alfred Xuereb, il suo segretario, non può fare filtro. È il Papa ad aprire le buste una dopo l’altra, 
spesso nelle ore pomeridiane. E a scegliere chi chiamare.
L’ultima telefonata è di domenica scorsa, ore 15.50. «Quando ho sentito la voce del Papa al telefono
mi è sembrato di essere stata toccata dalla mano di Dio», ha raccontato l’argentina Alejandra 
Pereyra, 44 anni, vittima di uno stupro da parte di un poliziotto. Francesco le ha parlato per trenta 
minuti. «Lei non è sola», le ha detto. Altri tempi rispetto agli algidi radio messaggi di Pio XII, o alla
telefonata in diretta di don Stanislao Dziwisz a Bruno Vespa durante Porta a Porta:«Le passo il 
Santo Padre».
Un balzo indietro, quello di Francesco, che sorpassando decenni di comunicazione erga omnes 
riporta le lancette della Chiesa all’epoca del dialogo senza mediazioni tra Giovanni XXIII e i singoli
fedeli. Come Angelo Roncalli, Francesco sa bene, dagli anni a Buenos Aires, che nulla avvicina 
quanto una parola amica. Per questo già al primo contatto chiama l’interlocutore per nome. Non 
solo, il pontefice telefona senza passare dal centralino vaticano, ponendo così una certa distanza fra 
sé e la struttura pontificia. «Dobbiamo essere normali», disse di ritorno dal viaggio in Brasile ai 
giornalisti. Marcando con poche parole il tratto di un pontificato che cerca nella quotidianità una 
sua straordinarietà. «Qual è stato il momento peggiore del suo pontificato? », gli hanno chiesto. «La
sciatica, colpa della sedia inadatta », ha risposto con un sorriso.
Ogni giorno, dopo la sveglia il mattino presto e le due ore trascorse da solo a pregare, Francesco 
presiede una messa dove l’omelia è rivolta a braccio ai fedeli. Quindi la vita a Santa Marta, i pranzi 
e le cene spesso in compagnia degli ospiti di turno. Anche le udienze sono all’insegna della 
normalità. La maggior parte delle persone vengono fatte accomodare in una stanza dove il Papa 
entra bussando, senza farsi annunciare da nessuno. Da Santa Marta Francesco esce spesso a piedi, 
improvvisando visite agli operai dell’area industriale del Vaticano (9 agosto) e ai fedeli giunti nelle 
grotte vaticane per pregare sulla tomba di Paolo VI (6 agosto).
Roncalli arrivò dopo Pio XII. La prima novità fu di stile. Ricevette in udienza il vice direttore 
dell’Osservatore romano. Questi davanti a lui s’inginocchiò. Il Papa rimase perplesso e gli disse: 
«Si sente male?». Come Francesco, egli voleva una curia del servizio e non dei privilegi. Era fine 
maggio scorso, quando in Vaticano si riunivano i vescovi italiani per l’annuale assemblea generale. 
Il Papa spiegò loro che i vescovi non debbono essere «chierici di Stato», preoccupati solo di se 
stessi e della propria carriera, ma pastori disposti a camminare «in mezzo e dietro algregge». Una 
preoccupazione che per paradosso accomuna Francesco al primo presidente dei vescovi italiani e 
per tre volte in pole position per il pontificato, il cardinale Giuseppe Siri. Quando negli anni della 
Guerra fredda qualcuno da sinistra si vantava d’essere anticlericale, rispondeva: «Bene, lo sono 
anche io». A significare che pure per il conservatore per antonomasia Siri, l’anticlericalismo era una
virtù.
Dice padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica: «Papa Francesco ritiene che il 
contatto diretto con le persone sia fondamentale. Anche quando è davanti a masse enormi, come 
abbiamo visto in Brasile, la sua attenzione è sempre rivolta alle singole persone che vede davanti a 
sé, ai loro volti. Basta guardare i suoi gesti e il movimento dei suoi occhi. E così la sua 
comunicazione è sempre stata diretta anche grazie al telefono. È sempre stato così anche quando il 
Papa era arcivescovo di Buenos Aires: aveva un rapporto diretto, anche telefonico, con molti. Anche da Papa vuole che sia così, per cui prende la cornetta del suo telefono fisso e chiama. Il motivo che 
lo spinge a comportarsi così ha due radici: una remota e una più legata alla sua esperienza. Quella 
remota è la sua visione della Chiesa come “madre”. E la madre ha rapporti diretti con i suoi figli. Il 
Papa non può averli con tutti, ovviamente, ma cerca comunque di far emergere questa dimensione 
personale diretta, spesso fisica con i suoi abbracci. Il motivo più personale è legato al fatto che, 
come religioso, lui avverte molto il voto di castità come voto di “fecondità”. Capita spesso che i 
giovani gli scrivano avvertendo in lui una figura paterna e in lettere molto belle aprono a lui il 
cuore. E questa paternità spirituale, seppure espressa con semplicità, anche con una semplice 
telefonata, per lui è importante».
Aggiunge Spadaro: «Il desiderio di Francesco è comunque che nessuno resti senza risposta, al di là 
del fatto che sia lui direttamente a rispondere o che lo faccia tramite i suoi collaboratori. Colpisce 
che il Papa trovi tempo per queste telefonate. Si è più volte autodefinito come un “indisciplinato” 
nel suo viaggio in Brasile. Tuttavia ha una precisa percezione della disciplina del tempo. Non lo 
spreca, ma lo ordina secondo quel che lui ritiene importante. E tra questa cose importanti c’è 
certamente il fatto di poter avere da pastore un rapporto diretto, così come può, col popolo di Dio».
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201308/130828rodari.pdf

Papa: il sociologo, telefonate rientrano nella sua strategia 'politica'

Città del Vaticano, 27 ago. (Adnkronos) - "Le telefonate impreviste, improvvise e dirette del Papa alla gente comune sono la prosecuzione logica dell'impostazione 'politica' di questo pontificato". E' quanto sottolinea all'Adnkronos Franco Ferrarotti, il decano dei sociologi italiani, nel giorno in cui si è resa nota la chiamata di Francesco a una donna argentina vittima di stupro ad opera di un agente di polizia; ultima telefonata di una serie già cospicua iniziata fin dai primi giorni in Vaticano di Jorge Mario Bergoglio. "Alla scelta del nome di Francesco, primo nella bimillenaria storia della Chiesa, ha fatto seguito anche l'adozione di un linguaggio coerente con quella scelta", osserva. "Ho la forte impressione che le telefonate del Papa altro non siano che la prosecuzione di un'opera di de-burocratizzazione del papato e della stessa immagine della Chiesa. Francesco - spiega Ferrarotti - si riconosce come un uomo in tutto simile alla gente comune e si comporta con grande coerenza in questo senso, sfidando anche i relativi pericoli. Mi ha molto colpito il rovesciamento di posizioni, per cui non è mai l'uomo di cultura teologica che parla ma il padre, il fratello più anziano. Questa, usando il termine nella sua accezione più positiva e benevola, è una grande 'astuzia' teologica di Bergoglio". Per Ferrarotti, "siamo di fronte a un fatto straordinario: l'ortodossia non viene mai invocata, ma rovesciata dall'interno attraverso una nuova forma di comunicazione diretta e di semplicità del linguaggio, di cui sono testimonianza anche queste telefonate 'a sorpresa' del Papa. Un atteggiamento, direi una scelta niente affatto improvvisata, ma ben ponderata, al di là del reale desiderio di 'consolazione degli afflitti' che Francesco cristianamente opera, che con la sua estrema semplicità sta spiazzando un po' tutti, all'interno come all'esterno delle mura del Vaticano, con spallate tremende a quello che si poteva definire fino a ieri come il prevedibile comportamento di un Papa".