ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 16 settembre 2011

Chissà chi lo sa...


Quando Fellay disse: “Restiamo fuori”

Dopo aver letto il comunicato di ieri relativo all’incontro avvenuto in Vaticano tra la Dottrina della fede e i lefebvriani mi domando cosa succederà. E, soprattutto, mi chiedo: quanto i lefebvriani sono cambiati rispetto a quattro anni, fa quando per il Riformista intervistai il loro attuale capo, Bernard Fellay. Quanto sono disposti ad accettare il Concilio come la Santa Sede chiede loro?
Ecco di seguito l’intervista. Era il 25 ottobre 2007.
IL MOTU PROPRIO NON BASTA. I LEFEBVRIANI RESTANO FUORI

Econe. È qui, nel piccolo villaggio della valle del Rodano, sul versante svizzero delle Alpi Pennine, che nel 1969 Marcel Lefebvre si ritirò con un manipolo di seminaristi e fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X.
Lo scopo dichiarato era fuggire da Roma, la città che aveva aperto le sue porte al Concilio Vaticano II, la città dove, come disse lui stesso, «non era più possibile trovare un seminario che desse ai giovani aspiranti al sacerdozio la formazione che la Chiesa ha sempre dato loro e che sola può farne degli autentici sacerdoti cattolici».
Parole lapidarie e che, negli anni, portarono il vescovo francese a una sempre più netta presa di distanza da Roma. Fino a quel 30 giugno 1988 quando Lefebvre ordinò autonomamente quattro vescovi e si poneva, ipso facto, nella scomunica latae sententiae. Una scomunica ancora oggi in vigore.
A Econe, la sede della Fraternità ha mura alte e spesse. Dentro, non soltanto il vento dello Spirito del Concilio, ma lo stesso Concilio pare non sia mai riuscito a entrare. I battenti, qui, sono sempre rimasti chiusi per gli spifferi giudicati malsani. Fumo di Satana, li chiamava Paolo VI, e qui, a Econe, sono pronti a giurare che Montini si riferisse alla riforma della Chiesa inaugurata dal Vaticano II. E, infatti, il tempo, sulla valle del Rodano, sembra essere fermo a Eugenio Pacelli, all’ultimo Pontefice prima dello sbarco a Roma dei padri conciliari, prima dell’apertura della sacra assise, prima dell’arrivo nella Chiesa della “nefasta” brezza riformatrice.
Ma oggi alla guida della Chiesa di Roma c’è Joseph Ratzinger. Ed è su questa brezza, o meglio, sull’ermeneutica di questo anelito di novità, che egli ha deciso di giocare una buona fetta del proprio pontificato. Per lui, non esiste uno “spirito” del Concilio ma esiste il Concilio e basta. Esiste esclusivamente un avvenimento che ha voluto portare una riforma nella Chiesa in piena continuità col passato. La rottura, se c’è stata, è menzogna di una certa esegesi intra ecclesiale.
E, come ha ricordato più volte Ratzinger ai tempi del cardinalato, al centro di questo rinnovamento i padri conciliari vollero mettere innanzitutto quello che è il cuore della vita dei credenti, ovvero la liturgia.
Non fu un caso, infatti, che il primo documento vergato nell’assise 1962-1965 fu la costituzione Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia. Come a dire: è necessario prima d’ogni altra cosa riportare nel mezzo della vita di fede l’incontro col mistero espletato nella liturgia. Il resto, viene di conseguenza.
E oggi, parecchi anni dopo il Vaticano II, è il Motu Proprio Summorum Pontificum il biglietto da visita col quale Benedetto XVI vuole mettere nero su bianco la volontà di non tradire il passato, soprattutto in campo liturgico. Perché la liturgia è la Chiesa, e da come essa prega traspare ciò in cui crede.
Bernard Fellay è dal 1994 (e lo sarà ancora fino al 2018) superiore generale della Fraternità San Pio X. Consacrato vescovo da Lefebvre nel 1988, ascese in pochi anni ai vertici della Fraternità. Lui, Lefebvre, lo ha visto morire dopo una settimana di coma incosciente. «Morì sereno – dice al Riformista – e mai, nonostante alcune voci leggendarie intorno agli ultimi giorni della sua vita terrena, si pentì di quanto aveva in precedenza fatto. La scomunica nei suoi confronti, insomma, rimase tale fino all’ultimo né lui fece nulla perché gli venisse ritirata».
Fellay, a torto, è stato più volte definito come il capofila dell’anima più moderata dei lefebvriani. Il contrario di monsignor Richard Williamson che invece, della Fraternità, rappresenterebbe l’ala più intransigente, quella insomma del “mai e poi mai” un compromesso con Roma.
«Niente di più falso – spiega in merito Fellay – io e Williamson siamo sulla stessa linea, quella che ritiene che in una Chiesa siffatta noi difficilmente potremo rientrare. E i motivi sono molto semplici. Benedetto XVI ha sì liberalizzato l’antico rito, ma non mi spiego per quale motivo ha fatto una scelta del genere se poi permette alla maggioranza dei vescovi di criticarlo e di disobbedire a quanto egli ha stabilito. Cosa dovremmo fare noi? Rientrare nella Chiesa e poi farci insultare da tutta questa gente?».
E ancora: «Al di là dell’antico rito, il problema per noi risiede nelle parole che Benedetto XVI dedica al Vaticano II. Abbiamo letto la sua volontà di porre in essere un’esegesi della continuità. Ma a questa volontà mi sembra non seguano azioni concrete. Perché la rottura col passato, purtroppo, riguarda direttamente alcuni testi del Vaticano II ed è questi testi che, in qualche modo, bisognerebbe rivedere. Egli, nell’intervista che apre il libro del cardinale Leo Scheffczyk, “l mondo della fede cattolica. Verità e Forma” dichiara che dopo il Concilio fu troppo timoroso coi colleghi votati a una linea decisa di apertura al mondo. Va bene, ma concretamente quali azione egli intende porre in essere per riparare?».
Cioè a dire: Ratzinger dovrebbe adoperarsi per una revisione diretta dei testi conciliari e non soltanto per denunciare una loro scorretta ermeneutica. «Prendiamo, ad esempio – dice Fellay -, la dichiarazione Dignitatis Humanae dedicata alla libertà religiosa. In essa la Chiesa si pone in uno stato di sudditanza rispetto a un’autorità civile che le deve garantire il diritto della libera espressione. Ma a mio avviso dovrebbe essere il contrario: è lo Stato che deve sottomettersi alla fede cattolica e riconoscerla come religione di Stato».
Se la liturgia è il cuore del dissenso dei lefebvriani nei confronti di Roma, le divergenze sembrano avere un respiro più ampio che il Motu Proprio Summorum Pontificum non può da solo risolvere. «Io – conclude Fellay – ho incontrato Benedetto XVI una sola volta, nell’estate del 2005. Da quel giorno ho avuto un intenso scambio di lettere con il cardinale Darío Castrillón Hoyos, presidente dell’Ecclesia Dei. Ma ancora non c’è un documento di lavoro comune. Sono però fiducioso perché nonostante tutto i nostri rapporti sono ottimi».
Scambio di lettere. Rapporti comunque ottimi. Conclude lasciando un filo di speranza, monsignor Fellay, anche se il giorno del rientro dei lefebvriani nella Roma di Benedetto XVI, il Pontefice che parecchio si sta spendendo per ridare alle conquiste della Chiesa il loro corretto valore, sembra ancora di là da venire. Se la cosa accadesse Fellay riporterebbe a casa un gruppo di 200 seminaristi e 450 preti. E in un periodo di magra vocazionale, non sarebbe poca roba.
Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 15 settembre 2011

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