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venerdì 14 settembre 2012

Il rimedio al veleno modernista: S. Tommaso d’Aquino


Tolle Thomam et dissipabo Ecclesiam
Tomismo contro Modernismo
Premessa
I Padri ecclesiastici - nel III secolo - iniziano ad approfondire le verità di fede e a presentarle in maniera scientifica. S. Agostino (+430) riassume e sistematizza la patristica orientale e latina in una sintesi grandiosa; con lui ha inizio la teologia sistematica. L’epoca patristica si chiude con S. Giovanni Damasceno (+749). Con la successiva scolastica si raggiunge la piena sintesi sistematica tra fede e ragione: «la teologia nata con la patristica ha la sua prima pietra miliare con l’opera di S. Agostino; con la scolastica raggiunge i sommi vertici della speculazione acuta e serena, in piena armonia della ragione con la fede»[1].

La “prima scolastica” inizia con S. Anselmo d’Aosta (XI secolo) e trova il suo vertice in S. Tommaso d’Aquino (+1274). Vi sono in essa due correnti: quella principalmente mistica platonico-agostiniana, propria dei Francescani, con S. Bonaventura e quella più speculativa, propria dei Domenicani, che, fondandosi sui “Quattro Libri delle Sentenze” di Pietro Lombardo da Novara (+1160)[2], con l’Aquinate unisce platonismo, agostinismo e aristotelismo in una sintesi suprema: la metafisica dell’essere come atto supremo di ogni essenza.
L’umanesimo, il rinascimento e il protestantesimo cercano di screditare la scolastica, che era decaduta nel Trecento, ma ottengono il risultato opposto: essa rivive con Jean Capreolus (+1444), che ha polemizzato contro Scoto per difendere il tomismo (tanto che si dice “si Scotus non scotasset, Capreolus non saltasset”) e con i grandi commentatori della “Somma Teologica” come il card. Tommaso de Vio detto Cajetanus (+1534) e della “Somma contro i Gentili” come Francesco de Silvestris detto Ferrarensis (+1528). Essi segnano il passaggio dalla “prima” alla “seconda scolastica” del Seicento, la quale è soprattutto spagnola e diventa analitica con Francisco da Vitoria, Melchior Cano, Domingo Soto, Domingo Bañez e il portoghese Giovanni da S. Tommaso, tutti Domenicani, ed inoltre i gesuiti Francisco Suarez, Ludovico Molina, Gabriel Vàsquez, Roberto Bellarmino, suarezisti più che tomisti. Questa, chiamata in senso stretto “seconda scolastica”, ha sviluppato la filosofia morale sociale o politica e la polemica antiluterana.
Nel Settecento vi è un altro periodo di stasi della scolastica dovuto all’irrompere della filosofia moderna e soggettivista (Cartesio +1650 e Malebranche +1751), con la quale polemizza la “terza scolastica” o neotomismo, che va dal gesuita tedesco Joseph Kleutgen (+1883)[3] a Leone XIII (Aeterni Patris, 1879) e scolastici italiani  sino ai giorni nostri.
Il cosiddetto ritorno alle fonti, ovvero ai Padri, promosso dalla “nuova teologia” è servito a mettere da parte la sistematica chiarezza senza ombra di dubbi e tentennamenti del tomismo per poter riprendere vecchi errori che in qualche Padre, ancora “pioniere in teologia”[4], era scusabile, ma oggi non lo è più. Per esempio l’apofatismo e l’apocatastasi di S. Gregorio di Nissa ed Origene sono stati ripresi, facendo astrazione dalla confutazione fattane dall’ Aquinate e scolastici successivi, dai neomodernisti, in particolare da Jean Daniélou (Origène, Parigi, 1948; voce Gregorio Nisseno, in “Enciclopedia Cattolica”) e da Hans Urs von Balthasar nelle cui opere l’ apocatastasi di Origene è il motivo conduttore.
Resta così dimostrato che la sola patristica senza la scolastica non basta, ma occorre accompagnare la prima con la seconda, come scrive S. Ignazio da Loyola nelle “Regole per sentire con la Chiesa” dei suoi “Esercizi Spirituali”. Si capisce allora l’adagio succitato: “Tolle Thomam et dissipabo Ecclesiam”; “Togli Tommaso e distruggerò la Chiesa”. È quello che ha cercato di fare con gran successo la “nuova teologia” con le sue “sources chrétiennes”. Però, “le porte dell’inferno non prevarranno!”. I “nuovi teologi” hanno vinto una battaglia ma non vinceranno la guerra.

L’originalità e il merito di S. Tommaso
San Tommaso, “il massimo Dottore comune o ufficiale della Chiesa cattolica”[5], nel De ente et essentia, cap. 5 spiega che ogni ente o è Atto puro da ogni composizione con la potenza o è composto di atto e potenza.
L’Atto puro (detto anche “perfezione pura”) è unico e infinito, poiché non è ricevuto, moltiplicato e limitato da nessuna potenza. L’atto misto alla potenza è, invece, molteplice e finito. Poi, siccome ogni ente o è da sé quel che è, oppure lo è ab alio, l’Atto puro è un Ente da sé (Aseitas: Essere ciò che si è a se e non ab alio), ossia non dipende da nessuna causa per essere ciò che è. Onde l’Atto puro è incausato mentre gli atti misti a potenza sono molteplici, finiti e causati dall’Atto puro, causa prima incausata. L’essere è l’atto ultimo/supremo di ogni essenza, la quale sta all’essere come la potenza all’atto. L’Atto puro è detto anche Dio o Colui che è per sua essenza (“Jhawhè o “Ego sum qui sum, Exod., III, 15): «Solo Dio può dire non solamente “Io ho l’essere, la verità e la vita”, ma “Io sono l’Essere, la Verità e la Vita”. […] Solamente in Dio l’essenza e l’essere sono identici: In solo Deo essentia et esse sunt idem. Dio solo è l’Essere mentre invece ogni essere limitato e finito è di suo solo capace di ricevere l’essere per partecipazione[6], e di fatto esiste solo se Dio liberamente lo crea e lo conserva. […] L’essenza finita non è il suo essere ed è realmente distinta da esso. Dio solo, quale Atto puro, è il suo essere, Egli è l’ipsum Esse subsistens irreceptum et irreceptivum»[7].
Il merito e la originalità filosofica di S. Tommaso è stata quella di aver considerato sin dalla sua gioventù (il “De ente et essentia” lo completò nel 1255 a soli 30 anni, essendo nato nel 1225) l’essere come atto ultimo/supremo di ogni essenza, la quale è riconducibile alla potenza. Onde, mentre Aristotele si era fermato alla composizione di materia/forma, potenza/atto, il “Dottore comune” o ufficiale della Chiesa lo sorpassa e innova con la composizione di essenza/essere[8]. In seguito nel 1266, a 41 anni, egli ritornerà sul concetto di essere e specificherà che “l’esse è atto di ogni atto e perfezione di ogni perfezione” (con la “Questione disputata” De potentia, q. 7, a. 2, ad 9; e la Summa Theologiae, I, q. 4, a. 1 ad 3). “L’essenza non sarebbe nulla se l’essere non la rendesse tale” (De Pot., q. 3, a. 5, ad 2), ossia è l’essere che fa uscire (“ex-sistere”) l’essenza fuori dal nulla e dalla sua causa e le dà l’esistenza. Ogni atto che non è puro è composto di una potenza che partecipa dell’essere o Atto puro.
Solo Dio è Atto puro da ogni potenza o l’Essere per se sussistente, l’Essere a se, l’Ipsum Esse o quell’ Ente la cui essenza è l’essere; tutte le altre essenze non sono il loro essere ma lo ricevono o lo hanno; Dio solo è il suo stesso essere, Deus solus est suum esse; tutte le creature sono enti per partecipazione in quanto la loro essenza partecipa l’essere e quindi la loro essenza è in potenza rispetto all’essere che è l’atto ultimo di ogni realtà: in breve esse sono essenze che hanno o partecipano l’essere: “Deus est ens per essentiam, et alia per partecipationem”; “Dio è l’ente per essenza; gli altri enti lo sono per partecipazione” (S. Th. I, q. 4, a. 3, ad 3). Perciò in ogni ente creato vi è composizione di essenza/essere come di potenza/atto. In breve, se Dio è l’Atto puro di essere (“Actus separatus”) e le creature sono enti composti di essenza/essere, significa che Dio solo è l’essere infinito, perfettissimo (De pot., q. 7, a. 2, ad 9; S. C. Gent., lib. I, c. 28; S. Th., I, q. 4, a. 2), mentre le creature sono finite e imperfette[9].

Il tomismo antidoto alla modernità e post-modernità
segue sull'edizione cartacea....

[1] P. Parente, Dizionario di teologia dogmatica, Roma, Studium, IV ed., 1957.
[2] Una summa del fior fiore della patristica, scritta attorno al 1148-1152, in cui è raccolta la dottrina dei Padri su Dio Trino come fine ultimo nel primo libro; sulla creazione dell’uomo e degli angeli e sulla grazia nel secondo; nel terzo sul Verbo Incarnato, le virtù e i comandamenti; sui sacramenti e i novissimi nel quarto. Cfr. J. De ghellineck, Le mouvement théologique du XIIme siècle, 2a ed., Bruges-Parigi, 1948; Id., voce “Pierre Lombard”, in D. Th. C.
[3] Contrario ad ogni Tomismo trascendentale o mescolato spuriamente coll’apriorismo kantiano ed addirittura con l’hegelismo; egli scrisse un manuale Die Philosophie der Vorzeit vertheidgt in 2 volumi (Münster, 1860-63; rist. Francoforte, 1966), tradotto in italiano (nel 1866-68) col titolo La filosofia antica esposta e difesa, per significare che esso conteneva non solo la confutazione dei falsi sistemi filosofici ma anche la esposizione sistematica della verace filosofia tomistica.
[4] A. Piolanti, Dizionario di teologia dogmatica, Roma, Studium, IV ed., 1957.
[5] P. Parente, Dizionario di teologia dogmatica, Roma, Studium, IV ed., 1957.
[6] “Partecipazione” da partem capere, significa ricevere o avere una parte limitata di essere dall’Essere stesso sussistente ossia il mondo creato è ilpartecipante o l’effetto di Dio. La “Partecipazione” fonda anche la “Analogia”, in quanto si basa sulla somiglianza/dissomiglianza tra causa ed effetto (partecipante/partecipato). Gli enti creati (o per partecipazione) partecipano ossia hanno una parte di essere da Colui che è l’Essere per essenza o impartecipato in atto necessariamente, ma partecipabile in potenza se vuole esserlo o condizionatamente. (In Johannem, Prol. n° 5).
[7] R. Garrigou-Lagrange, La sintesi tomistica, Brescia, Queriniana, 1953, p. 393 e 405.
[8] Si noti che sino alla fine del Quattrocento il testo base per lo studio della teologia, anche presso i Domenicani, era il “Libro delle Sentenze” di Pietro Lombardo da Novara (+1160). Solo nel Cinquecento la “Somma Teologica” di S. Tommaso diventa testo ufficiale di scuola. Tuttavia una certa mancanza di metodo critico faceva attribuire all’Angelico degli opuscoli spuri. Onde per la distinzione reale di essere e essenza ci si rifaceva all’agostiniano Egidio Romano (che la negava contrariamente a quanto scritto dall’Aquinate, e molti tomisti, ma non tutti lo seguirono, cfr. C. Fabro,Neotomismo e Suarezismo, [1941], rist. Segni, Edizioni Verbo Incarnato, 2005, pp. 95-103). Malgrado ciò, i grandi commentatori dell’ Aquinate (Capreolo +1444, Ferrarense +1528, Gaetano +1534, Bañez +1604, Giovanni da S. Tommaso + 1644) hanno affermato la distinzione reale tra essere ed essenza (negata da Suarez), pur senza approfondire il concetto di atto d’essere, realmente distinto dall’essenza come atto supremo di ogni atto, essenza e perfezione di ogni perfezione (cfr. C. Fabro, “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, vol. XII, 1954, voce “Tommaso d’Aquino”, coll. 285-286).
[9] Cfr. E. Hugon, Cursus philosophiae thomisticae, Parigi, Lethillieux, 1903, forse il miglior manuale di filosofia e specialmente di metafisica tomistica.
F. Olgiati, L’anima di San Tommaso, Milano, Vita e Pensiero, 1924.
G. Mattiussi, Le XXIV tesi della filosofia di San Tommaso d’Aquino, Roma, Gregoriana, 1924.
M. L. Guérard Des Lauriers, La preuve de Dieu et les cinq voies, Roma, Lateranense, 1966.
Cornelio Fabro, La nozione metafisica di partecipazione secondo S. Tommaso d’Aquino, Milano, Vita e Pensiero, 1939.
Id., Partecipazione e causalità in S. Tommaso, Torino, SEI, 1961.
Tomas Tyn, Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis, Bologna, ESD, 1991; rist. Verona, Fede e Cultura, 2009.

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