ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 6 gennaio 2016

Gli specolatori tutto credono fuorché a Dio!

Bergoglio reintepreta la figura dei pastori: "Erano dei briganti"

Per Bergoglio i pastori forse erano briganti

Non è la prima volta che Papa Francesco incorre in una gaffe. Questa volta lo strafalcione riguarda i pastori che, a detta di Bergoglio, erano "uomini umili e disprezzati, alcuni dicono briganti".
La frase incriminata, pronunciata ieri nel corso della sua omelia durante l'Angelus in piazza San Pietro, ha così adombrato un nuova e suggestiva interpretazione della figura dei misteriosi pastori che, per primi, andarono ad adorare il Bambino Gesù.
"Ora giungono - ha poi aggiunto Papa Bergoglio rivolgendosi ai fedeli riuniti in piazzai Magi da terre lontane, anch'essi attratti misteriosamente da quel Bambino. I pastori e i Magi sono molto diversi tra loro; una cosa però li accomuna: il cielo. I pastori di Betlemme accorsero subito a vedere Gesù non perché fossero particolarmente buoni - ha insistito Francesco - ma perché vegliavano di notte e, alzando gli occhi al cielo, videro un segno, ascoltarono il suo messaggio e lo seguirono. Così pure i Magi: scrutavano i cieli, videro una nuova stella, interpretarono il segno e si misero in cammino, da lontano".
 Mer, 06/01/2016
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/bergoglio-reintepreta-figura-dei-pastori-erano-dei-briganti-1210618.html
Gli astronomi e l’Epifania. Magi o pastori?
 L'Osservatore Romano 
(Guy Consolmagno, Direttore della Specola vaticana) La festa dell’Epifania è speciale per noi astronomi. Tra tutte le persone accorse per vedere il Salvatore appena nato, solo i pastori e gli astronomi sono ricordati in modo specifico. Naturalmente questa fama ha un costo. L’Epifania è anche un tempo in cui noi astronomi siamo bersagliati da richieste di “spiegare” la stella di Betlemme. Giovanni Keplero cercò, com’è noto, di spiegare la stella come una “nova” prodotta dalla congiunzione di pianeti. 
Il 9 ottobre 1604 calcolò una congiunzione di Marte, Giove e Saturno; la notte seguente, all’improvviso in quella parte del cielo, tra Giove e Saturno, apparve una stella luminosa. Keplero giunse alla ovvia, ma errata, conclusione che in qualche modo era la congiunzione di pianeti a causare la nuova stella. Oggi identifichiamo quella nuova stella come una supernova, l’ultima avvistata nella nostra galassia.
Tra le altre cose, questa supernova ha ispirato a Galileo una serie di lezioni sull’astronomia e alla fine lo ha portato al primo utilizzo di un telescopio per studiare le stelle. Era il 1609, lo stesso anno in cui Keplero pubblicò la prima delle sue famose leggi sul moto planetario. L’idea di utilizzare questa supernova per spiegare la stella di Betlemme venne a Keplero dopo essersi imbattuto in un libro del polacco Laurentius Suslyga, che collocava la nascita di Gesù intorno al 4 prima dell’era cristiana. Presumendo che le grandi congiunzioni come quella che aveva appena osservato portassero a “nuove stelle” luminose, decise di cercare una tale congiunzione nel tempo indicato per la nascita di Gesù. Non c’è da stupirsi che l’abbia trovata. E non è stato l’ultimo a farlo. Da allora, migliaia di studiosi dilettanti hanno esaminato le tavole delle congiunzioni — e oggi i programmi planetari dei computer — per trovare probabili spiegazioni. Il fatto è che esiste un numero infinito di disposizioni planetarie possibili o di comete o di stelle che esplodono, che possono coincidere con i calcoli (altrettanto numerosi) per determinare la vera data di nascita di Gesù. Il risultato di una ricerca recente per “stella di Betlemme” lanciata su amazon.com è stato di oltre quattromila libri e video in vendita sull’argomento. E praticamente tutti sono convinti che la loro argomentazione sia quella corretta. Senza dubbio la maggior parte di queste spiegazioni — e forse anche tutte — sono mere coincidenze, proprio come la fortuita disposizione dei pianeti e della supernova che nel 1604 ha ingannato Keplero. Un libro che espressamente non cerca di dare una spiegazione astronomica è quello scritto dal collega gesuita alla Specola vaticana, Paul Müller, e da me. Invece di discutere su quale congiunzione funzioni meglio, poniamo una domanda diversa: perché è tanto importante? Non lo intendiamo in maniera impertinente. È interessante osservare che cosa esattamente in questa storia ha tanto affascinato numerose generazioni di astronomi e di appassionati. Forse in parte si tratta della speranza che la scienza possa “dimostrare” che la Bibbia dice il vero; si tratta di una falsa speranza, poiché, parlando da scienziato, io stesso so quanto queste prove possano essere esili (né mi fiderei di una qualsiasi religione per la sola ragione che la scienza l’ha “dimostrata”). Ma in parte sicuramente dev’essere per il nesso tra la gloria delle stelle di notte e la gloria del Salvatore in mezzo a noi. È questo, ne sono sicuro, il collegamento che Matteo cercava di stabilire. Di fatto, la mia esperienza di scienziato mi fa avvicinare al racconto dei magi con una serie completamente diversa di domande prive di risposta. Cosa li ha spinti a mettersi in viaggio e ad allontanarsi tanto dalle comodità delle loro case? Che cosa cercavano in realtà? Osservando le motivazioni che animano molti miei colleghi scienziati, non mi è difficile credere che i magi potrebbero essere stati mossi da diverse ragioni, sia profonde sia profane. Forse cercavano di verificare l’accuratezza delle loro previsioni astrologiche. Forse volevano allontanarsi da un capo irritante e da una vita familiare infelice. Forse cercavano un re degno della loro venerazione. Un altro mistero per me è come hanno riconosciuto Gesù quando lo hanno trovato. Allora, come anche adesso, le persone immerse negli studi, secondo uno stereotipo, tendevano e tendono a essere meno in sintonia con le realtà della vita comune. Almeno per me, un neonato sembra uguale all’altro. E tuttavia essi seppero lasciare i loro doni a un bambino povero in una mangiatoia. E forse la parte più importante del racconto dei magi non ha nulla a che vedere con la stella stessa. Dopo aver lasciato le loro case, qualunque fosse la ragione, e dopo aver incontrato colui che riconobbero come re, fecero una cosa del tutto inattesa: tornarono a casa. Da quel capo irritante o alla vita familiare infelice. A quei noiosi calcoli astronomici. Tornarono, dalla loro ricerca di un re, pur avendolo trovato. Ma, come ci dice Matteo, tornarono per un’altra strada. L’incontro li cambiò. Eppure non cambiò la loro vita o il loro lavoro, né il modo in cui scoprivano la verità. I “saggi” erano studiosi, proprio come quelli che oggi lavorano nell’osservatorio vaticano. Ma lo studio non è l’unica via verso la verità. Anche i pastori scoprirono il bambino nella mangiatoia. Furono ispirati dal canto degli angeli. Ed è strano che oggi nessuno chieda ai pastori di “spiegare” quel canto! Padre James Kurzynski, prete della diocesi di La Crosse, nel Wisconsin, ha scritto di questo contrasto nel blog della Specola vaticana (www.vofoundation.org/blog). Padre Kurzynski è un astronomo dilettante, cioè un saggio, ma anche un sacerdote, un pastore di anime. Alla fine della sua riflessione domanda ai lettori: «Voi come arrivate alla verità? Siete uno dei “magi” che gravita verso la ragione naturale? Siete un “pastore” sottomesso alla rivelazione divina? O magari un po’ di entrambi?». Il racconto dei magi ci ispira a guardare al nostro cammino. Che stiamo cercando? Perché lo cerchiamo? Come lo riconosceremo quando lo troveremo? E siamo abbastanza coraggiosi da riportarlo a casa quando lo avremo trovato?
L'Osservatore Romano, 06 gennaio 2016.
L'angelo sveglia i Re magi che devono andare a Betlemme. Cattedrale di San Lazzaro, Autun, Francia. Opera di Giselbertus
(Fabrizio Bisconti) È estremamente complessa la decodificazione della personalità dei magi, la cui definizione greca, presumibilmente proveniente dal persiano o dal sanscrito, come ricorda Erodoto quando li considera appartenenti a una razza asiatica, serve a definire sacerdoti, astrologi e interpreti di sogni. Nell’Antico Testamento i “maghi” spuntano alla corte del Faraone di Egitto, ma anche a quella di Nabucodonosor, sempre con l’accezione di chiromanti e ipnotizzatori. Solo nel Nuovo Testamento la sfera semantica della figura dei magi cambia voltaggio per connotare la pietà e la sapienza di questi eccellenti sacerdoti persiani che, per il tramite della stella della Natività, che individuano come astro nascente, assurgono ad attori protagonisti della profezia messianica.
Il cammino dei magi verso Betlemme e l’adorazione del Bambino vengono rievocati soltanto nel vangelo di Matteo (2, 1-12), anche se il racconto non si ferma a ricordare i nomi, il numero o la presunta regalità, che spuntano solo negli scritti apocrifi, che si diffondono a partire dal VI secolo, o forse già nel V, con il Vangelo dell’Infanzia Armeno. Nello stesso frangente cronologico il Libro della Caverna dei Tesori, che trova la sua genesi in ambito orientale, narra il curioso e fantasioso “nascondimento” dei doni dei magi in una grotta segreta, scavata nel monte del Paradiso e individuata dai protoparenti. Nell’alto medioevo possiamo collocare la Cronaca di Zuqnin che traghetta in occidente quest’ultima narrazione, facendo trasparire lo scioglimento simbolico dei doni, ossia la regalità dell’oro, la divinità dell’incenso, la fine terrena, identificabile con il sacrificio del Cristo, della mirra. Anche alla stella viene attribuito un risvolto simbolico, che può essere riassunto con il corrispettivo teologico della grazia, che trasmette il senso cosmico, universale ed epocale del messaggio suggerito dal Vangelo, secondo quanto puntualizza Gregorio Magno.
La prima rappresentazione dei magi compare nella sommità dell’arcone centrale della cappella greca delle catacombe romane di Priscilla, negli anni centrali del III secolo, e mostra i tre uomini eccellenti, rappresentati mentre si recano verso la Madonna in trono con il bambino sulle ginocchia, adottando uno schema tanto semplice quanto incisivo che denuncia le peculiarità dell’abbreviazione iconografica, declinando il linguaggio figurativo verso i territori del repertorio simbolico, allusivo e docetico.
Nel patrimonio pittorico delle catacombe romane l’episodio dell’adorazione dei magi ritorna varie volte, ma propone un numero di magi variabile: agli esordi del IV secolo, nelle catacombe di Domitilla, diventano quattro, mentre nel cimitero dei Santi Pietro e Marcellino sono due e sono raffigurati in maniera speculare e simmetrica, dando luogo ad una sorta di “stemma iconografico”, di manifesto figurativo, ora meglio leggibile dopo un accurato restauro.
Questo solenne schema iconografico trae origine dal cerimoniale imperiale tardoantico e recupera la memoria figurativa dei popoli vinti che recano doni al principe, raffigurato come un personaggio avvolto da un’aura apoteotica e vittoriosa. I magi appaiono vestiti all’orientale, con berretto frigio, una breve tunica manicata e molto aderente, pantaloni stretti, definiti anaxyrides, e il corto mantello, secondo lo stesso abbigliamento che interessa i tre giovani ebrei nella fornace, condannati al vivicomburium dal re Nabucodonosor. I tre magi, definiti re, o meglio reges fere già da Tertulliano, nelle più antiche rappresentazioni catacombali, ma anche nei sarcofagi del IV secolo, recano i doni, spesso posati su piatti circolari, nella forma di corone o monete d’oro, di piccoli globi e in una pisside l’incenso, in un vasetto la mirra. La rappresentazione più singolare abbina, in una lastra incisa di età tetrarchica ora ai Musei Vaticani, l’adorazione alla profezia messianica. Qui, in questo epitaffio, dedicato alla defunta Severa, di cui viene riportato anche il ritratto, i tre re e un profeta indicano una stella, facendo dialogare la prefigurazione veterotestamentaria e il mistero del Natale.
Uno straordinario monumento della fine del IV secolo, conservato in situ in un mausoleo di Tolentino dedicato al nobile romano Catervio, propone uno schema alternativo, l’incontro dei magi con Erode, secondo una composizione, che prende spunto dalla storia dei fanciulli ebrei di Babilonia al cospetto di Nabucodonosor. In questo quadro i magi, vestiti all’orientale e provvisti di aste-scettro, additano la stella, mentre Erode, barbato, è in piedi tra due militi, dinanzi al suo busto sistemato su un pilastrino scanalato. Nello stesso frangente cronologico possiamo collocare un prezioso cratere in marmo nero di Palazzo Massimo a Roma, che mostra, nella decorazione a rilievo, oltre a un collegio apostolico, Maria regina tra i magi e i pastori, secondo uno schema che ricorda una delle facce della cappella argentea di san Nazaro, dello stesso periodo, presumibilmente sistemata da Ambrogio sotto l’altare della basilica cruciforme, fatta costruire come memoria apostolorum sulla via porticata, che conduce verso Roma, nell’hinterland milanese.
Se i temi dell’adorazione e del teso colloquio con Erode tornano nello splendido manifesto efesino commissionato da Sisto III (432-440) per il santuario romano di Santa Maria Maggiore, l’apice iconografico e storico-artistico del tema dell’ossequio dei tre re della terra al piccolo re del mondo trova la sua manifestazione solenne e sontuosa nei mosaici della parete sinistra della basilica ravennate di Sant’Apollinare Nuovo, da riferire al VI secolo e ormai provvista dei nomi Balthasar, Melchior, Gaspar che definiscono i tre uomini santi, che mostrano i caratteri somatici delle razze e delle età dell’uomo. Tutto ciò attribuisce al tema, che si diffonderà nell’arte di ogni epoca e territorio, la responsabilità narrativa, ma anche allegorica, della prima manifestazione esplicita, ma pure dell’incipiente ed esponenziale espressione divina del bambino di Betlemme e della sua Epifania.
L'Osservatore Romano, 5 gennaio 2016.

Papa Francesco: "La Chiesa non fa proselitismo e non brilla di luce propria"

Il Pontefice durante la messa dell'Epifania: "Annunciare Cristo non è una professione, come i re Magi dobbiamo alzare lo sguardo al cielo"

 - "Annunciare il Vangelo di Cristo non è una scelta tra le tante che possiamo fare, e non è neppure una professione". E' questo il messaggio lanciato da Papa Francescodurante la santa messa dell'Epifania. "Per la Chiesa essere missionaria non significa fare proselitismo, ma equivale ad esprimere la sua stessa natura: essere illuminata da Dio", ha aggiunto. E ancora: "La Chiesa non brilla di luce propria, ma è Cristo che la illumina".
"Come Magi, tanti col cuore inquieto" - Durante la sua omelia nella basilica di San Pietro, Bergoglio ha poi paragonato la condizione dell'umanità odierna a quella dei Magi: "Come loro tante persone, anche ai nostri giorni, vivono con il cuore inquieto che continua a domandare senza trovare risposte certe. Sono anche loro alla ricerca della stella che indica la strada verso Betlemme".

"Nessuna razza di fronte a Gesù" - "I Magi - ha proseguito il Pontefice - rappresentano gli uomini di ogni parte della terra che vengono accolti nella casa di Dio. Davanti a Gesù non esiste più divisione alcuna di razza, di lingua e di cultura: in quel bambino, tutta l'umanità trova la sua unità". E ancora: "La Chiesa ha il compito di riconoscere e far emergere in modo più chiaro il desiderio di Dio che ognuno porta in sé".

"Alzare lo sguardo al cielo" - Citando il brano del profeta Isaia proposto dalla liturgia, Francesco ha invitato i cristiani "ad uscire, uscire dalle nostre chiusure, uscire da noi stessi, e a riconoscere lo splendore della luce che illumina la nostra esistenza". "Dobbiamo alzare lo sguardo al cielo, abbiamo bisogno di questa luce che viene dall'alto - ha poi aggiunto Papa Francesco - per corrispondere in maniera coerente alla vocazione che abbiamo ricevuto".

Epifania, il Papa: la Chiesa non fa proseliti
di Alessandra Buzzetti

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