ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 10 aprile 2016

Il vostro parlare sia no&si

L’Esortazione post-sinodale Amoris laetitia: prime riflessioni su un documento catastrofico

Con l’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia, pubblicata l’8 aprile, Papa Francesco si è ufficialmente pronunciato sui problemi di morale coniugale di cui si discute da due anni.
Nel Concistoro del 20-21 febbraio 2014 Francesco aveva affidato al cardinale Kasper il compito di introdurre il dibattito su questo tema. La tesi del card.  Kasper, secondo cui la Chiesa deve cambiare la sua prassi matrimoniale, ha costituito il leit motiv dei due Sinodi sulla famiglia del 2014 e del 2015 e costituisce oggi il cardine dell’esortazione di Papa Francesco.
Nel corso di questi due anni, illustri cardinali, vescovi, teologi e filosofi sono intervenuti nel dibattito per dimostrare che tra la dottrina e la prassi della Chiesa deve esistere un’intima coerenza. La pastorale infatti si fonda sulla dottrina dogmatica e morale. «Non vi può essere pastorale che sia in disarmonia con le verità della Chiesa e con la sua morale, e in contrasto con le sue leggi, e non sia orientata al raggiungimento dell’ideale della vita cristiana!» ha rilevato il cardinale Velasio De Paolis, nella sua Prolusione al Tribunale Ecclesiastico Umbro del 27 marzo 2014. L’idea di staccare il Magistero da una prassi pastorale, che potrebbe evolvere secondo le circostanze, le mode e le passioni, secondo il cardinale Sarah, «è una forma di eresia, una pericolosa patologia schizofrenica» (La Stampa, 24 febbraio 2015).
Nelle settimane che hanno preceduto l’Esortazione post-sinodale, si sono moltiplicati gli interventi pubblici e privati di cardinali e vescovi presso il Papa, al fine di scongiurare la promulgazione di un documento zeppo di errori, rilevati dai numerosissimi emendamenti che la Congregazione per la Dottrina dalla Fede ha fatto alla bozza. Francesco non è arretrato, ma sembra aver affidato l’ultima riscrittura dell’Esortazione, o almeno di alcuni suoi passaggi chiave, alle mani di teologi di sua fiducia, che hanno tentato di reinterpretare san Tommaso alla luce della dialettica hegeliana. Ne è uscito un testo che non è ambiguo, ma chiaro, nella sua indeterminatezza. La teologia della prassi esclude infatti ogni affermazione dottrinale, lasciando che sia la storia a tracciare la linee di condotta degli atti umani. Per questo, come afferma Francesco, «è comprensibile» che, sul tema cruciale dei divorziati risposati, «(…) non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi» (§300). Se si è convinti che i cristiani, nel loro comportamento, non devono conformarsi a princìpi assoluti, ma porsi in ascolto dei «segni dei tempi», sarebbe contradditorio formulare regole di qualsiasi genere.
Tutti aspettavano la risposta a una domanda di fondo: coloro che, dopo un primo matrimonio, si risposano civilmente, possono accostarsi al sacramento dell’Eucarestia? A questa domanda la Chiesa ha sempre risposto categoricamente di no. I divorziati risposati non possono ricevere la comunione perché la loro condizione di vita contraddice oggettivamente la verità naturale e cristiana sul matrimonio significata e attuata dall’Eucaristia (Familiaris Consortio, § 84).
La risposta dell’Esortazione postsinodale è invece: in linea generale no, ma «in certi casi» sì (§305, nota 351). I divorziati risposati infatti devono essere «integrati» e non esclusi (§299). La loro integrazione «può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate» (§ 299), senza escludere la disciplina sacramentale (§ 336).
Il dato di fatto è questo: la proibizione di accostarsi alla comunione per i divorziati risposati non è più assoluta. Il Papa non autorizza, come regola generale, la comunione ai divorziati, ma neanche la proibisce. «Qui – aveva sottolineato il card. Caffarra contro Kasper – si tocca la dottrina. Inevitabilmente. Si può anche dire che non lo si fa, ma lo si fa. Non solo. Si introduce una consuetudine che a lungo andare determina questa idea nel popolo non solo cristiano: non esiste nessun matrimonio assolutamente indissolubile. E questo è certamente contro la volontà del Signore. Non c’è dubbio alcuno su questo» (Intervista a Il Foglio, 15 marzo 2014).
Per la teologia della prassi non contano le regole, ma i casi concreti. E ciò che non è possibile in astratto, è possibile in concreto. Ma, come bene ha osservato il cardinale Burke: «Se la Chiesa permettesse la ricezione dei sacramenti (anche in un solo caso) a una persona che si trova in un’unione irregolare, significherebbe che o il matrimonio non è indissolubile e così la persona non sta vivendo in uno stato di adulterio, o che la santa comunione non è comunione nel corpo e sangue di Cristo, che invece necessita la retta disposizione della persona, cioè il pentimento di grave peccato e la ferma risoluzione di non peccare più» (Intervista ad Alessandro Gnocchi su Il Foglio, 14 ottobre 2014).
Inoltre l’eccezione è destinata a diventare una regola, perché il criterio dell’accesso alla comunione è lasciato in Amoris laetitia, al “discernimento personale” dei singoli. Il discernimento avviene attraverso «il colloquio col sacerdote, in foro interno» (§300), “caso per caso”. Ma quali saranno i pastori di anime  che oseranno vietare l’accesso all’Eucarestia, se «il Vangelo stesso ci richiede di non giudicare e di non condannare» (§308) e se bisogna «integrare tutti» (§297), e «valorizzare gli elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più al suo insegnamento sul matrimonio» (§292)? I pastori che volessero richiamare i comandamenti della Chiesa, rischierebbero di comportarsi, secondo l’Esortazione, «come controllori della grazia e non come facilitatori» (§310). «Pertanto, un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa “per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite”» (§305).
Questo inedito linguaggio, più duro della durezza di cuore che rimprovera ai “controllori della grazia”, è il tratto distintivo dell’Amoris laetitia che, non a caso, nella conferenza stampa dell’8 aprile, il cardinale Schönborn  ha definito «un evento linguistico». «La mia grande gioia per questo documento», ha detto il cardinale di Vienna, sta nel fatto che esso «coerentemente supera l’artificiosa, esteriore, netta divisione fra regolare e irregolare». Il linguaggio, come sempre, esprime un contenuto. Le situazioni che l’Esortazione post-sinodale definisce «cosiddette irregolari» sono quelle dell’adulterio pubblico e delle convivenze extramatrimoniali. Per la Amoris laetitia esse realizzano l’ideale del matrimonio cristiano, sia pure «in modo parziale e analogo» (§292). «A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (§305), «in certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti» (nota 351). 
Secondo la morale cattolica, le circostanze, che costituiscono il contesto in cui si svolge l’azione non possono modificare la qualità morale degli atti, rendendo buona e giusta un’azione intrinsecamente cattiva. Ma la dottrina degli assoluti morali e dell’intrinsece malum è vanificata dalla Amoris laetitia, che si uniforma alla “nuova morale” condannata da Pio XII in numerosi documenti e da Giovanni Paolo II nellaVeritatis Splendor. La morale della situazione lascia alle circostanze e, in ultima analisi, alla coscienza soggettiva dell’uomo, la determinazione di ciò che è bene e ciò che è male. L’unione sessuale extraconiugale non è considerata intrinsecamente illecita, ma, in quanto atto di amore, valutabile secondo le circostanze. Più in generale non esiste il male in sé così come non esiste peccato grave o mortale. L’equiparazione tra persone in stato di grazia (situazioni “regolari”) e persone in stato di peccato permanente (situazioni “irregolari”) non è solo linguistica: ad essa sembra soggiacere la teoria luterana dell’uomo simul iustus et peccator, condannata dal Decreto sulla giustificazione del Concilio di Trento (Denz-H, nn. 1551-1583).
L’Esortazione post-sinodale Amoris laetitia, è molto peggiore della relazione del card. Kasper, contro cui sono state giustamente rivolte tante critiche in libri, articoli, interviste. Il card. Kasper aveva posto alcune domande; l’Esortazione Amoris laetitia, offre la risposta: apre la porta ai divorziati risposati, canonizza la morale della situazione e avvia un processo di normalizzazione di tutte le convivenze more uxorio.
Considerato che il nuovo documento appartiene al Magistero ordinario non infallibile, c’è da augurarsi che sia oggetto di un’analisi critica approfondita, da parte di teologi e Pastori della Chiesa, senza illudersi di poter applicare ad esso l’“ermeneutica della continuità”. 
Se il testo è catastrofico, più catastrofico ancora è il fatto che sia stato firmato dal Vicario di Cristo. Ma per chi ama Cristo e la sua Chiesa, questa è una buona ragione per  parlare, non per tacere. Facciamo nostre dunque le parole di un vescovo coraggioso, mons. Atanasio Schneider: «“Non possumus!”. Io non accetterò un discorso nebuloso né una porta secondaria abilmente occultata per profanare il Sacramento del Matrimonio e dell’Eucaristia. Allo stesso modo, non accetterò che ci si prenda gioco del sesto Comandamento di Dio. Preferisco esser io ridicolizzato e perseguitato piuttosto che accettare testi ambigui e metodi non sinceri. Preferisco la cristallina “immagine di Cristo Verità all’immagine della volpe ornata con pietre preziose” (S. Ireneo), perché “conosco ciò in cui ho creduto”, “Scio cui credidi”» (II Tm 1, 12)» (Rorate Coeli, 2 novembre 2015) (Roberto de Mattei)
http://www.corrispondenzaromana.it/lesortazione-post-sinodale-amoris-laetitia-prime-riflessioni-su-un-documento-catastrofico/

I Farisei e il matrimonio

Francesco Agnoli10 aprile 2016
Non ho letto Amoris Laetitia, troppe pagine e troppe note.
Da cattolico, mi basta il Vangelo, e il Magistero millenario della Chiesa. Troppe parole offuscano la verità. La lunghezza del Vangelo, al riguardo, la dice lunga.
Mi dicono che la tesi di Kapser, respinta dai padri sinodali, è rientrata, come se il Sinodo fosse stata solo una parata inutile.
A quel Sinodo abbiamo visto persino relazioni inventate… e tante altre cose piuttosto scandalose. Anche nella Chiesa c’è molto marciume, purtroppo. Anche se ben lustrato e impacchettato.
Mi dicono anche che la tesi di Kasper c’è, ma è in 3 note a piè di pagina. Se così fosse, si può immaginare che a ribaltare il Vangelo e il magistero sulla famiglia di Pio XII, Giovanni Paolo II, Benedetto XVi, si provi un po’ di vergogna. Si può cambiare il magistero in nota?
Come contributo, riporto solo ciò che scrissi alcuni mesi fa su Gesù e il matrimonio.
Si è letto spesso, di questi tempi, che tra i difensori dell’indissolubilità del matrimonio ci sarebbero molti farisei, i quali sceglierebbero una posizione “rigorista” perché, privi di misericordia, vorrebbero così affermare una loro superiorità morale sul prossimo, chiudendogli così la porta. Una Chiesa “aperta” sarebbe dunque una Chiesa che rifiuta il legalismo farisaico e sancisce una nuova visione della misericordia e, nel caso del matrimonio, della fedeltà e dell’adulterio.
Certamente vi sono, tra coloro che si professano difensori della verità, dei farisei. La verità può, infatti, diventare un idolo, e un manganello da usare contro gli altri.Non lo è quando chi la afferma, lo fa con amore, anzitutto per sé, e convinto che essa vada testimoniata e annunciata, con umiltà, per il bene di tutti (né come un privilegio, né come motivo di orgoglio). Ma a parte i giudizi, spesso temerari, sui motivi che muoverebbero molti padri sinodali a mantenere la dottrina tradizionale rispetto alle tesi di parte degli episcopati dell’Europa del nord, è interessante andare al Vangelo, e osservare davvero il comportamento dei farisei.
Li troviamo intenti a difendere l’indissolubilità matrimoniale, così chiaramente annunciata
da Cristo, nel nome della legge? No, accade l’esatto contrario. I farisei sono proprio gli oppositori della dottrina matrimoniale evangelica. Sono loro che si avvicinano a Gesù e cercano di scalfire la sua chiarezza, domandandogli «se è lecito rimandare la propria moglie per qualsiasi cosa?» (Matteo 19,3). Per la legge di Mosè, infatti, era concesso all’uomo il libello del ripudio, cioè il divorzio e la relativa possibilità di risposarsi. Gesù non entra nella casistica rabbinica, non si perde nei singoli casi, lui che certo li ha presenti, nella sua misericordia, ma ricorda che «in principio non era così»; che Mosè «a cagione della vostra durezza di cuore vi concesse di rimandare le vostre mogli» e che il disegno originario di Dio è che gli sposi siano «una sola carne».
«Ciò che dunque Dio congiunse», afferma Gesù ben sapendo che la sua parola risulterà dura e difficile da capire, «l’uomo non separi». Viene così archiviata la legge di Mosè, che aveva generato una grande casistica (aprendo al discernimento dei rabbini su quale fosse l’elenco possibile delle cause del ripudio) e viene enunciata la nuova legge dell’amore. «Terminata la lezione ai farisei», scrive Giuseppe Ricciotti, nella sua Vita di Gesù, «i discepoli tornano sulla questione dolorosa della moglie, interrogandone privatamente Gesù in casa». Sì, l’indissolubilità non piace tanto neppure a loro, ma Gesù non trova parole diverse, meno chiare, più accomodanti, per evitare che qualcuno esclami: «Se in tal modo è la condizione dell’uomo con la moglie, non conviene sposarsi».
Se tutto questo è vero, per un cattolico rimane una sola possibilità: riconoscere che l’adulterio e la casistica, amata dai farisei, non hanno spazio nella visione evangelica, di cui la dottrina tradizionale è semplice trascrizione, perché appartengono al regno della legge, su cui i farisei hanno sempre fatto leva per attaccare Gesù. L’unica legge di Cristo, invece, è l’amore, così come Dio lo ha voluto dal principio. Quest’amore, sta qui lo scandalo, per tutti, anche per i discepoli, contempla anche la presenza della croce: ed è per questo che al mondo e a molti uomini di Chiesa la “buona novella” sembra troppo dura, e si vorrebbe introdurre l’eccezione, la casistica, in una religione in cui Dio va sino in fondo, con la sua fedeltà e il suo amore, sino a essere accusato di violare la legge di Mosè; sino a essere messo in croce, perché dice cose incomprensibili, e non vuole ammorbidirle.
Cristo manifesta così la sua misericordia: non venendo incontro alle pretese dei Farisei, né a quelle degli apostoli (alcuni dei quali, sposati, non sono contenti di vedersi togliere la tradizionale possibilità del ripudio), quali esse siano, né agli aggiustamenti che diminuirebbero il numero dei suoi nemici, ma dando tutto il suo cuore all’umanità (misericordia, deriva infatti da miseris cor dare: dare il cuore ai miseri): affinché gli uomini imparino a dare il loro ai propri cari, ai propri figli, alle proprie moglie, ai propri amici.  Se i cristiani annunciano la possibilità di un amore così, annunciano non la legge, ma l’amore di Cristo.
E a quanti ripetono che l’amore indissolubile è un annuncio non realistico, nell’Occidente di oggi, si può ricordare anzitutto che non sembrava realistico neppure duemila anni fa, quando il divorzio e il ripudio, nell’Impero romano, erano la normalità, e in secondo luogo che Cristo non è Machiavelli: non è venuto a spiegarci la “realtà effettuale”, né a ricordarci quanto l’uomo sia debole e fragile (ci arriviamo da soli), ma a indicarci le vette della santità, la via per la felicità. É venuto a dirci: «Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro che è nei cieli» (Matteo, 5,48): volava troppo alto anche lui? Ogni annuncio che non ricordi all’uomo questa sua figliolanza con Dio, questa possibilità di grandezza e di amore totale, è un annuncio umano, troppo umano; non è la “buona novella”.
da La Nuova Bussola
http://www.libertaepersona.org/wordpress/2016/04/i-farisei-e-il-matrimonio/

Amoris laetitia e gli orientamenti del Cardinale Burke su Repubblica

Su Repubblica di ieri il cardinale Raymond Leo Burke risponde ad alcune domande e ribadisce luminosi principi sulla nuova Esortazione post-sinodale, che sta suscitando un motivato scalpore ed altrettanto motivati timori che le proposizioni ambigue delle due successive assemblee sinodali potessero esservi riprese. In realtà non solo ciò è avvenuto, ma si è andati ben oltre.

Anche se il documento, già nel suo esordio, ammette la libera discussione circa le applicazioni in alcuni casi e dunque si colloca fuori dal campo degli interventi magisteriali, ciò non toglie che esso pone il problema di una prassi confusionaria e disarticolata, basata sul "discernimento personale e pastorale dei casi particolari". C'è da dire che questo non è mai mancato nella pastorale ordinaria della Chiesa, ma non senza l'aggancio indispensabile ai principi che, oltre all'accoglienza devono poi fungere da orientamento, da guida e sostegno. Mentre ora, dove vengono meno le norme generali, regna il relativismo.

Di fatto l'impianto dell'Esortazione è nettamente psico-sociologico, che ha i suoi pregi in sede di analisi, ma non è supportato dalla lettura teologica e spirituale dell'uomo e della realtà che, sole, possono fornire l'indirizzo pastorale uscendo dall'orizzonte fenomenologico al quale viene così a mancare l'innesto della grazia (“gratia non tollit naturam, sed perficit”) e cioè dell'opera di Cristo Signore, del Soprannaturale. Si annulla la responsabilità individuale e la chiamata alla santificazione.
Oggi siamo di fronte ad un documento anomalo e rivoluzionario nei suoi effetti applicativi frutto di una strategia ormai evidente, che non solo oltrepassa ma cita addirittura strumentalmente e fuori contesto persino le disposizioni conciliari e post- conciliari.
Qui un magistrale intervento 
C'è quindi da chiedersi se basti, da parte dei pastori illuminati, limitarsi a pubblicare libri e ad affermare sulla stampa o da tribune più o meno mediatiche ciò di cui il corpo mistico di Cristo ha necessità estrema per non rimanere invischiato nella fluidità ambigua di discorsi che non saranno mai più definitori, ma continueranno a sommergerci nella fumosa deformante "doppia verità" che pretendono celare.
Se ciò non è evidente ai più sprovveduti, non possiamo ignorarne gli effetti fuorvianti e dunque demolitori della dottrina e, con essa, dell'ordine mirabile nel quale la retta dottrina ci struttura traducendosi in insegnamento e guida che, insieme all'impianto sacramentale che ci nutre e ci sostiene, rappresentano la primaria funzione della Chiesa, oggi così compromessa nell'intero suo triplice munus: docendi, regendi, sanctificandi. 
In soldoni: demolita la dottrina, demoliti i sacramenti, Eucaristia in primis, cosa resta? (M.G.)

Raymond Leo Burke: "L'eros non è il male
ma non deve mai essere in contrasto con la procreazione"
Il canonista statunitense: "Rifiuto di essere classificato come membro di un partito nella Chiesa. Vorrei essere soltanto un buon cattolico, un fedele sacerdote"
ROMA. "Amoris laetitia non ha lo scopo di cambiare la pastorale della Chiesa per quanto riguarda quelli che vivono in una unione irregolare, ma di applicare fedelmente la pastorale costante della Chiesa, quale espressione fedele della pastorale di Cristo stesso, nel contesto della cultura odierna".

Il cardinale Raymond Leo Burke, canonista statunitense, autore de La santa Eucaristia sacramento di Carità (Cantagalli), ritiene che "l'unica chiave giusta per interpretare Amoris laetitia sia "la costante dottrina e disciplina della Chiesa per quanto riguarda il matrimonio".
Papa Francesco ricorda "Evangelii gaudium" che dice che la comunione non è un premio per i perfetti. Come interpreta questa frase?
"La comunione non è un premio per i perfetti nel senso che nessun uomo è degno del dono della vita propria del Dio Figlio incarnato offerta nel sacrificio eucaristico. Per questa ragione, prima di ricevere la comunione preghiamo: "O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dì soltanto una parola e io sarò salvato." Ma, allo stesso tempo, come anche esprime la preghiera, per accedere alla comunione dobbiamo essere rettamente disposti, cioè pentiti ed assolti dei nostri peccati con la risoluzione di non peccare più. Dobbiamo essere sulla via di perfezione, come il Signore stesso ci insegna nel Discorso sulla Montagna: "Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste"".

Francesco ricorda che il sesso non è un male ma un dono di Dio. Cosa pensa in merito?
"È chiaro che il sesso è un dono di Dio come Dio stesso rivela nel Libro della Genesi. Il sesso è integro alla nostra identità personale. Il male negli atti sessuali viene dal cuore dell'uomo che non rispetta la sua propria natura ma utilizza il dono del sesso in un modo che contraddice il buono e giusto ordine della creazione. Il Signore ci insegna questo nel Vangelo secondo Matteo".

Schönborn ha detto che la dottrina è sempre stata rinnovata nella Chiesa. Ha citato Giovanni Paolo II che legò l'amore fra uomo e donna all'immagine di Dio.
Lei è difensore del rito antico e critico verso le novità del Concilio. Non ritiene la sua visione figlia di una Chiesa impaurita e che vede nel mondo sempre e soltanto un nemico?
"Non commento sull'affermazione del cardinale Schönborn, che merita una accurata e profonda risposta, ma rispondo alla sua domanda. Io ho fatto tutti i miei studi teologici in base agli insegnamenti del Concilio e mi riferisco ai testi del Concilio. Quello che io critico non è l'insegnamento del Concilio ma la manipolazione di quell'insegnamento per avanzare idee e proposte, secondo il cosiddetto "Spirito del Concilio", che non hanno niente a che fare con l'insegnamento del Concilio e spesso lo contraddicono. Come mai la Chiesa possa essere impaurita quando è il Corpo Mistico di Cristo che è solo la nostra salvezza? La Chiesa non vede il mondo come il nemico. Infatti, la Chiesa deve lavorare giorno per giorno a servire il mondo, trasformandolo secondo il disegno eterno di Dio e così servendo il bene comune, la pace nel mondo che è il frutto della giustizia. Il nemico è il secolarismo, la visione mondana del mondo che esclude Dio ed è infatti ostile a Lui e al Suo disegno".

Il Sinodo è stato descritto come un momento di confronto fra due anime della Chiesa. Lei è stato più volte inserito fra i cosiddetti conservatori e antagonisti alle riforme. Si sente tale?
"Rifiuto di essere classificato come membro di un partito nella Chiesa. Vorrei essere soltanto un buon cattolico, un fedele sacerdote. Con tutti i miei difetti, ho provato sempre di avanzare la vera riforma della Chiesa, secondo il magistero. È infatti una prospettiva mondana, che è entrata nella Chiesa, che vuol dividere vescovi, sacerdoti e laici in campi politici. La vera prospettiva si trova nel Vangelo quando il Signore ci dichiara: "Io sono la vite, voi i tralci", o nell'analogia ispirata della Chiesa quale Corpo mistico di Cristo, proposta da san Paolo". 

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