ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 13 aprile 2016

« Voi siete i tralci »

CRISTIANO, ALTER CHRISTUS

    Io sono la vite voi i tralci significa che il cristiano è già in Cristo e Cristo in lui. Non è unito a Cristo colui che si abbandona alle passioni vergognose che commette azioni turpi che inverte l’ordine della natura 
di Francesco Lamendola  


«Io sono la vera vite, voi siete i tralci, e il Padre mio è il vignaiolo»: con questa similitudine, splendente di bellezza e sorprendente per evidenza plastica e chiarezza concettuale, Gesù espone uno dei grandi misteri del Vangelo: che il cristiano, allorché si mette a disposizione di Cristo, diviene tutt’uno con Lui, ed Egli, a sua volta, diventa una cosa sola con il cristiano: come la vite e i tralci, appunto, che sono una cosa sola, viva e portatrice di frutti.
Le parole adoperate da Gesù nel corso dell’Ultima cena, e riferite nel Vangelo di Giovanni (15, 1-13), sono di una potenza e di un lirismo ineguagliabili:

Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.


Si dice che una volta, a Santa Caterina da Siena che tentava di esprimere al suo direttore spirituale, Raimondo da Capua, la bellezza e l’intensità della sua unione mistica con Cristo, questi rispose con una espressione d’incredulità e scetticismo; espressione che improvvisamente si trasformò in stupore, tremore, sconfinata ammirazione, allorché, alzando di nuovo lo sguardo sulla donna, non vide il suo viso mortale, il suo viso abituale, ma vide il volto stesso di Cristo.
Che cosa significa questo? Significa che il cristiano è una cosa sola con Cristo, beninteso non sempre, ma quando abbandona il suo piccolo io, meschino e perennemente bramoso e insoddisfatto, per lasciarsi andare nel gran mare dell’amore divino, adorandolo e contemplandolo nella sua eterna presenza: che si concretizza, sì, in modo pieno e perfetto, nel mistero dell’Eucarestia, ma anche, quotidianamente e incessantemente, nel rapporto di fedeltà, amore e devozione che lega i tralci alla vite, cioè i cristiani a Cristo, secondo le Sue stesse parole.
Tutti sanno che il Gesù storico, l’uomo Gesù, non è tutto il Cristo; che il Cristo, per usare le parole dell’evangelista, esisteva ancor prima che il mondo fosse creato; che egli è l’Alfa e l’Omega della creazione, e che tutte le cose sono state create per mezzo di Lui; però, sovente, i cristiani tendono a dimenticare, o a sottovalutare, la logica e inevitabile conseguenza di tale assunto: che là dove sono essi, c’è anche Lui; che là dove essi si amano, c’è la Sua luminosa presenza; che se essi rimangono uniti nel Suo amore, diventano una cosa sola con Lui.
Questo concetto è stato esposto in maniera limpida e chiara dal padre gesuita Rodolphe Plus (nato  a Boulogne-sur-Mer nel 1882 e morto nel 1958, a 72 anni di età, dopo una feconda vita di sacerdozio e di scrittura edificante) in uno dei libri più tipici della sua spiritualità, In Cristo Gesù (Roma, Marietti, 1949, pp. VII-IX  e X-XI):

"In Christo Jesu. In Cristo Gesù". Non c'è nel Nuovo Testamento formula più spesso ripetuta: centosessantaquattro volte in San Paolo, ventiquattro volte in San Giovanni. Non vi è in tutto il dogma cristiano formula più piena. E non vi è neppure formula più incompresa, almeno nei suoi aspetti profondi. [...]
Un giorno Saulo di Tarso andava a Damasco per perseguitare i cristiani; ma una luce l'atterra sulla via, e dall'alto una voce gli grida: "Io sono Gesù che tu perseguiti".
Chi è questo Gesù? Paolo perseguita i cristiani, è vero, ma che cosa può fare a Cristo, crocifisso già da molti mesi e risalito al Cielo?
Eppure, la voce che non inganna ha detto: "Io sono Gesù che tu perseguiti".
"Cristo" e "i cristiani" sarebbero forse la medesima cosa? 
- Appunto! I cristiani perseguitati da Saulo sono Gesù.
E noi vorremmo parlare di questo Gesù, del Gesù che siamo noi. Troppo pochi sanno che egli esiste.
Si dice: "christianus, alter Christus", "il cristiano è un altro Cristo" e nulla è più vero. Ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno. "Altro" qui non significa "diverso". Noi non siamo un Cristo diverso dal Cristo vero. Siamo, per destinazione, il Cristo, il solo che esista, il Cristo unico: "Christo facti sumus", come dice San'Agostino. Non dobbiamo divenire una cosa diversa da Lui; dobbiamo divenir Lui. [...]
Dottrina audace, senza dubbio. Ma l'audacia non è nostra, bensì del testo ispirato, della Chiesa che ce la dà e ce l'interpreta, di qualcuno insomma molto bene indicato per saperlo, e cioè del Maestro stesso, Gesù Cristo. [...]
Il cristiano forma una sola cosa con Gesù. Gesù non è tutto Lui, senza di noi; non è tutto Lui se non siamo una sola cosa con Lui. Incorporati  a Lui, formiamo parte integrante della sua unità totale.
Corollario immediato: non formando se non una sola cosa con Gesù, non formiamo, noi, gli uniti a Gesù, se non una sola cosa tra di noi. [...]
Nella "casa del Padre" ci sono molte mansioni. Gli uni scelgono come virtù principale da praticare la povertà, l'umiltà, la carità, e questo con innumerevoli sfumature. Gli altri invece, preferiscono adottare, come incitamento alla loro ascesi, una verità dottrinale. il dogma Eucaristico, per esempio, o il Sacro Cuore, oppure l'imitazione di Cristo o della Vergine in questo o quel mistero. Qui si darà la precedenza le considerazioni di ordine pratico; là alle considerazioni speculative. Non si trovano due Istituti religiosi che non differiscano almeno nei particolari, e neppure due anime che vadano per vie assolutamente identiche.
Ma sopra alle realissime diversità dei particolari, che dimostrano l'incomparabile ricchezza della Chiesa di Dio, non bisogna dimenticare il comune punto d'origine, qui più apparente, là meno visibile, ma sempre e da per tutto necessariamente esistente: ossia quel complesso di verità dogmatiche, dalle quali sgorgano tutte le spiritualità particolari. Qualunque sia la sfumatura o la profondità o l'estensione delle diverse vene d'acqua, a cui vanno attingere le differenti scuole spirituali, la sorgente ultima che alimenta tutte queste vene è una: "la sorgente che zampilla sino alla Vita eterna".
Santa Teresa, come Santa Geltrude e Margherita-Maria, sono compagne della Samaritana; tutti i maestri della vita spirituale, nel corso dei secoli, si sono seduti accanto al pozzo simbolico, donde sgorga l'Acqua Viva.
Non c'è al mondo se non un solo pozzo di Giacobbe.

Naturalmente, l’unione con Cristo si realizza solo quando i cristiani – lo abbiamo già detto – abbandonano la loro parte egoisticamente umana (fin troppo umana, direbbe il vecchio Nietzsche) e si abbandonano pienamente a Lui; il che non avviene per un atto della loro volontà – che è, appunto, una volontà umana, per quanto bene orientata – ma mediante il dono soprannaturale della Grazia. Per il cristiano, dunque, essere un tralcio di vite fedele alla sua vocazione equivale ad aprirsi al mistero della Grazia, a riceverlo degnamente, a rimanere fedele ad essa. Incorporarsi in Cristo, allora (per usare l’espressione di padre Plus), equivale a incardinarsi nella Grazia: ciò che richiede un superamento dell’uomo vecchio, della sua prospettiva tutta umana, fatta di brame e di timori, di passioni disordinate e di superbia intellettuale, per divenire un uomo nuovo, fatto a immagine di Cristo e unito a Lui da un vincolo profondo, che nessuna forza umana potrebbe spezzare o anche solamente incrinare.
San Paolo ribadisce continuamente questo aspetto, questo mistero luminoso: l’incorporazione dell’uomo nuovo in Cristo. Nella Prima epistola ai Corinzi (6, 12-20), afferma:

«Tutto mi è lecito!». Ma non tutto giova. «Tutto mi è lecito!». Ma io non mi lascerò dominare da nulla. «I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi!». Ma Dio distruggerà questo e quelli; il corpo poi non è per l'impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo.  Dio poi, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due saranno, è detto, un corpo solo. Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito.  Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l'uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!

Dunque, i cristiani diventano il corpo di Cristo, e le  loro membra diventano le Sue membra: essi sono diventati una cosa sola con Lui. Il cristiano, la cui vita è illuminata dalla Grazia, non è più l’uomo vecchio che era prima: è divenuto un uomo nuovo, un alter Christus, un altro Cristo, unito a Lui con lo stesso vincolo tenace con cui il tralcio resta unito alla vite. Il vignaiolo, poi, che è Dio Padre, pota la vite e recide i tralci secchi, poi li getta via, nel fuoco, a bruciare: perché il tralcio, da solo, non serve a nulla, non produce frutto, è assolutamente inutile. Ma per dare molto frutto, i tralci devono restare attaccati alla vite, cioè a Cristo: questo è il segreto che rende loro possibile anche l’impossibile, che moltiplica le forze a colui che è sfinito, che rinnova la speranza in colui che è scoraggiato. E tutto questo non lo fa l’uomo da se stesso, egli non si dà la speranza, il coraggio, la forza da sé: li riceve dal vignaiolo, cioè dal Padre; perché quando l’uomo si decide per Cristo e Gli si affida, allora Cristo è in lui ed essi diventano una cosa sola.
Ciò avviene quando il cristiano è fedele a Cristo e quando è in grazia di Dio; perché, se si allontana da Lui, non serve più a nulla, è come il tralcio secco: una cosa inutile, che si vanta senza ragione e che presume di essere quel che non è. Non è una cosa sola con Cristo, colui il quale si abbandona all’avidità, alla cattiveria, all’invidia, all’assassinio, all’inganno, al tradimento; che è maligno, traditore, calunniatore, nemico di Dio, violento, superbo, presuntuoso,  inventore di mali, ribelle ai genitori; colui che è disonesto, che non mantiene le promesse, che non conosce la pietà ed è incapace di amare (cfr. Romani, 1, 30-31). Non è una sola cosa con Cristo colui che si abbandona alle passioni vergognose, che commette azioni turpi, che inverte l’ordine della natura e si sprofonda nella concupiscenza, uomo con uomo e donna con donna (idem, 1, 26-27). E non è unito a Cristo neppure colui che, dicendosi cristiano, predica e mette in pratica ciò che è l’esatto contrario del Vangeloche è favorevole al divorzio, all’aborto e all’eutanasia; che nega l’indissolubilità dei sacramenti, nega il peccato originale, nega il peccato individuale; colui che nega l’anima immortale, o che la mette in dubbio; che nega o mette in dubbio il Giudizio finale, la vita eterna, l’Inferno e il Paradiso; che nega o mette in dubbio la divinità di Cristo, la sua morte e Resurrezione, la Verità da Lui insegnata, o che la relativizza, equiparandola a tante altre ”verità” contingenti; che vorrebbe fare di Cristo uno dei tanti agitatori politico-sociali, e mettere l’Uomo in trono, al posto di Dio… 

Io sono la vite, voi i tralci, significa che il cristiano è già in Cristo, e Cristo in lui

di Francesco Lamendola
http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=8440:cristiano-alter-christus&catid=70:chiesa-cattolica&Itemid=96

CROCIFISSO E LAICITA' DELLO STATO


    A chi dà fastidio il crocifisso? Nella nostra cultura il crocifisso è simbolo non solo di pace e fratellanza ma anche di garanzia dei diritti della persona e dello stesso principio di laicità inteso come tutela di tutte le religioni di F. Lamendola  




A chi dà fastidio il crocifisso nelle aule scolastiche, e perché?
Prima di tentare di rispondere, ricordiamo che le risposte alle domande dipendono non solo dal genere delle domande, ma anche dal modo in cui queste vengono formulate.
Proviamo a formulare la domanda di cui sopra in un’altra maniera, molto più “politicamente corretta”; ad esempio questa: Il crocifisso a scuola è contrario al principio della laicità dello Stato? Scommettiamo che, posta in questi termini, la domanda troverebbe una facile risposta sul piano giuridico: sì, tale presenza è contraria alla laicità dello Stato; e tutto quel che si può sperare, se si desidera che il crocifisso, nonostante tutto, rimanga appeso alla parete sopra la cattedra, è di trovare un tribunale civile che si adoperi a mettere una pietosa foglia di fico sulle pudenda dalla laicité democratica e giacobina, offesa da quel simbolo religioso che sa tanto di Medioevo, oltre a rappresentare uno sgradevole memento della condizione umana, irta di sofferenze e destinata alla morte fisica.
Cominciamo col  dire che non c’è una legge che prescriva di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche italiane. Esistono due regi decreti, uno del 1924, l’altro del 1928, che raccomandano di esporlo, rispettivamente, nelle scuole elementari e in quelle medie; ma non si parla esplicitamente né degli asili, né delle scuole superiori o delle università. Nondimeno, la consuetudine era quella di esporlo, accanto al ritratto del Re (e, dal 1946, del Presidente della Repubblica); sebbene il Concordato del 1929, rivisto nel 1984, non ne facesse esplicita menzione. Nel 1988 e nel 2006 il Consiglio di Stato, interpellato, ha espresso parere favorevole al mantenimento di quanto stabilito dai due regi decreti e ha sostenuto che la laicità dello Stato non è sminuita dalla esposizione del crocifisso, il quale, nella nostra cultura, è simbolo non solo di pace e fratellanza, ma anche di garanzia dei diritti della persona e, quindi, dello stesso principio di laicità, inteso come rispetto e tutela di tutte le opinioni religiose.
Tanto non è bastato, nel 2002, ad una signora italiana di origini finlandesi e domiciliata in Veneto, una certa Soile Tulikki, la quale, da Abano Terme (provincia di Padova), ha sollevato la questione del crocifisso nelle aule scolastiche frequentate dai sui figli, chiedendone la rimozione., in quanto sarebbe lesivo dei sentimenti degli studenti non cattolici. Il Tribunale Amministrativo Regionale, investito della faccenda, dapprima ha cercato di scaricare la patata bollente, rivolgendosi alla Corte costituzionale, la quale, però, ha rispedito la causa al mittente; sicché, letteralmente costretto ad esprimersi in prima persona, nel 2005 ha sentenziato in senso sfavorevole alla querelante. Questa, lungi dal ritenersi soddisfatta, si è allora rivolta ad una istanza superiore per avere “giustizia”, niente di meno che alla Corte europea per i diritti dell’uomo; da cui ha ricevuto piena soddisfazione, perché la Corte europea, con una sentenza del 2009, ha riconosciuto la fondatezza della sua richiesta e ha condannato l’Italia, rea di non rispettare le opinioni dei fanciulli assisi sui banchi di scuola, i loro sentimenti e quelli delle loro famiglie, una multa di 5.000 euro “per danni morali”: cifra che non rappresenta certo un grave danno finanziario per lo Stato italiano, ma che suona come un sonoro ceffone impartito dagli irreprensibili e integerrimi signori di Strasburgo, ove ha sede la Corte europea, ad uno Stato così barbaro e troglodita da imporre un obsoleto simbolo del cattolicesimo alle nuove generazioni, turbando i loro sonni laici e aconfessionali con fastidiose immagini evocanti chissà quali scene raccapriccianti di Giudizio universale e di peccatori puniti nelle fiamme eterne. Il quale Stato, pur così arretrato e troglodita, non si è dato per vinto e ha fatto a sua volta ricorso contro la severa sentenza, ottenendo che venisse ribaltata, nel 2011, da una nuova sentenza che assolveva pienamente l’Italia, in quanto non esistono prove del fatto che l’esposizione del crocifisso eserciti effettivamente un condizionamento sugli alunni. Una foglia di fico, dicevamo: perché, se il principio della laicità statale deve essere assoluto, allora aveva ragione la signora.
E adesso torniamo a fare la domanda in termini schietti e diretti, così come la farebbe non un laicista arrabbiato e mosso da sentimenti anti-cristiani, ma come la farebbe qualsiasi persona di buon senso, purché non ottenebrata da pregiudizi illuministi e massonici: dal momento che siamo in Europa, e precisamente in Italia, e non in Arabia Saudita, o in Israele, o in India; dal momento, cioè, che siamo in un Paese di antichissima civiltà cattolica, e non islamica, o giudaica, o induista, il quale si è storicamente configurato, anzi, come centro del cattolicesimo stesso: a chi e per quale ragione dà tanto fastidio la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche?
Ma prima di dare una nostra risposta, vediamo come affronta la questione un manuale di Storia e Geografia per il biennio delle scuole superiori, scelto a caso (Dorotea Cotroneo, I luoghi della storia, Milano, Sansoni, 2014, vol. 2, pp. 146-148):

Nel 1861, con lo Statuto Albertino, la religione cattolica è riconosciuta come religione di Stato. La presenza della massima autorità cattolica all’interno del territorio italiano, però, procura continue ingerenze reciproche tra Stato e Chiesa. Solo con i Patti Lateranensi del 1929 si giunge a un accordo con cui la Chiesa cattolica rinuncia, in cambio di un contributo finanziario dello Stato, al potere temporale esercitato sul proprio territorio, ma conserva il privilegio d veder riconosciuto il cattolicesimo come religione di Stato.
Nel 1948 la Costituzione tratta la materia in modo contraddittorio. Per un verso, infatti, vieta ogni forma di discriminazione  basata sulla religione (art. 3) e riconosce l’uguaglianza di tutti i credi religiosi.  Per un altro, tramite l’articolo 7, assorbe i Patti Lateranensi in cui la religione cattolica è definita religione di Stato e quindi privilegiata rispetto alle altre. La questione  risolta nel 1984, quando una modifica dei Patti, condivisa tra Stato e Chiesa, elimina definitivamente il riferimento alla religione cattolica come religione di Stato e riscrive di conseguenza i rapporti tra i due enti.
Tale innovazione è stata resa possibile proprio dall’articolo 7, in quanto rimette ai Patti Lateranensi la definizione dei rapporti e delle relazioni tra Stato e Chiesa, senza però rendere il loro contenuto parte integrante della Costituzione. Di conseguenza, le due istituzioni possono, di comune accordo, modificare i Patti, senza con questo dover cambiare la Costituzione.
IL PRINCPIO DI LAICITÀ. Lo Stato e la Chiesa cattolica, secondo quanto afferma l’articolo 7, “sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Una tale affermazione serve a suggellare il reciproco riconoscimento delle due autorità, ma anche a sottolineare che Stato e Chiesa agidcono su piani distinti e sono per questo nettamente separati.
Ciò equivale a dire che la Repubblica non fa propria nessuna morale religiosa, considerandola estranea all’ordine dello Stato.
Tale posizione sancisce un altro principio essenziale della Costituzione, vale a dire la laicità. Contrariamente allo Stato clericale, lo Stato laico non abbraccia alcuna confessione religiosa, anche se – come aggiunge l’articolo 8 – le definisce tutte “egualmente libere davanti alla legge”. Per lo Stato, cioè, tutte le religioni sono uguali e per questo vanno analogamente tutelate. Tale uguaglianza si esprime in due modi:
1) nella libertà concessa a ogni religione di aprire luoghi di culto e di organizzarsi in totale autonomia, incontrando come unico limite il rispetto delle norme costituzionali (una religione non può, ad esempio, praticare riti in grado di mettere a repentaglio il diritto alla salute o di chiedere agli studenti in età dell’obbligo di non frequentare la scuola);
2) nella possibilità per ogni religione di stringere intese con lo Stato per regolare, analogamente a quanto avvenuto per la Chiesa cattolica con i Patti Lateranensi, i rapporti reciproci tra le due entità.
LA DOMANDA: IL CROCIFISSO IN CLASSE È CONTRARIO ALLA LAICITÀ DELLO STATO? La risposta corretta a questa domanda è “in teoria sì, anche se al’atto pratico può essere considerato un simbolo incapace di creare condizionamenti”. Questa, almeno, è la risposta fornita dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, chiamata a giudicare sul ricorso di una signora italiana nata in Finlandia, che chiedeva di rimuovere i crocifissi dalle aule scolastiche frequentate dai figli, giudicandoli incompatibili con la libertà di pensiero e con diritto a un’educazione conforme alle convinzioni religiose dei genitori.
In realtà, nel 2009 la Corte dette ragione alla signora. Soltanto ne processo di appello del 2011 ha modificato il proprio pensiero stabilendo che la presenza del crocifisso nelle scuole non viola i diritti umani, in quanto non esistono elementi sufficienti  per provare influenza sugli alunni del simbolo della religione cattolica. In pratica, lo Stato che sceglie di affiggere un crocifisso, non perde la sua laicità, in quanto di per sé la semplice affissione non può essere considerata  un indottrinamento, né paragonata all’attività didattica degli insegnanti.

A nostro modo di vedere, il male non sta nella sentenza di primo grado della Corte europea, ma nel principio stesso dalla laicità, benché esso non sia più contestato nemmeno dai cattolici: tanto è vero che nel 1984, quando il vecchio Concordato fu riesaminato, dalle due parti contraenti, mediante l’accordo di Villa Madama, e parzialmente modificato, il Vaticano, nella persona del Segretario di Stato, Agostino Casaroli, non si oppose alla eliminazione di qualsiasi riferimento al cattolicesimo quale “religione di Stato” della Repubblica italiana. Craxi, insomma, fece quel che né Cavour, o Crispi, o Giolitti, avevano osato fare, manemmeno Mussolini: tirò un colpo di spugna su duemila anni di cultura cattolica italiana, e fece come se lo Stato italiano non avesse niente a che fare con la tradizione religiosa dei suoi abitanti. E aveva ragione, dal suo punto di vista. Un Paese serio deve essere coerente.
In Francia, il crocifisso a scuola è stato rimosso da più di un secolo: lo fece la Terza repubblica, ai primi del Novecento, nel contesto della generale offensiva anti-religiosa tesa ad affermare l’assoluta laicità dello Stato. Ragion per cui, nelle scuole francesi, una apposita legge, voluta dall’ex Presidente Nicolas Sarkozy, ha vietato di indossare il burqa alle studentesse islamiche di stretta osservanza; e la Corte dei diritti umani, con una sentenza del 2014, l’ha assolta dall’accusa di violazione dei diritti medesimi, sostenendo che la proibizione del velo integrale non lede né il diritto alla libertà di religione, né il rispetto dovuto alla vita privata delle persone. Nella Repubblica italiana di Pulcinella, invece, quella scaturita nel 1945 dalla liberazione/conquista anglosassone, e che degli Anglosassoni è rimasta una colonia per tutti questi decenni, le cose vanno un po’ diversamente: si preferisce salvare capra e cavoli, aver la moglie ubriaca e la botte piena, per non urtare le suscettibilità di nessuno. Una normativa generale per dare il contentino ai laicisti, e una serie di eccezioni procedurali per rassicurare i credenti: fatta la legge, trovato l’inganno. Tanto per non smentire mai la propria fama di machiavellici furbetti.
Il male, ripetiamo, non sta nelle sentenze di questo o quel giudice, ma nel principio stesso. Si dirà che esso è uno pei principi fondanti della modernità: ed è vero. La modernità è male. La modernità è la negazione delle radici, della tradizione, dell’identità, dell’anima dei popoli, dei valori spirituali; è appiattimento, omologazione, massificazione, alienazione, spoliazione di ogni patrimonio storico e ideale. La modernità è il deserto che avanza; deserto riempito dai beni di consumo che la Coca-Cola, la Ford e la Monsanto si affrettano a riempire di ogni sorta di delizie usa e getta, per la gioia di adulti e di piccini. Altro che crocifisso: dovrebbero esporre, sui muri di tutte le aule scolastiche, l’immagine del vero patrono del consumismo oggi imperante: il Diavolo. Il consumismo, infatti, viene dal Diavolo: esso fa leva su quanto c’è di peggio, di più basso, di più sordido, nelle cantine oscure e maleodoranti dell’anima umana: l’egoismo, l’avarizia, la cupidigia, la brama, il narcisismo, la superbia, l’invidia, la lussuria.
Crediamo che da ciò scaturiscano logicamente le risposte alle due domande iniziali: il crocifisso dà fastidio ai massoni (e ai radicali), in primo luogo, desiderosi d’instaurare in terra la nuova religione dell’Uomo, anzi, dei Diritti dell’Uomo (perché, per costoro, un uomo senza diritti riconosciuti a norma di legge è come un consumista senza un quattrino in tasca da spendere: ossia un poveraccio che non vale nulla e del quale non importa a nessuno); a tutti quanti odiano il cristianesimo, in secondo luogo; a quanti vorrebbero sostituire alla croce la mezzaluna, in terzo luogo. Ma c’è una quarta categoria che si unisce a queste prime tre, e non è la meno zelante nella sua imbecillità: quella dei cattolici “progressisti” e di sinistra, smaniosi di farsi vedere più laicisti dello Stato laico...

 
A chi dà fastidio il crocifisso a scuola?

di Francesco Lamendola

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