ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 21 luglio 2016

In un mondo senza Dio

UOMO MODERNO E MORTE DI DIO

    Se davvero Dio è morto muore anche l’uomo. Un mondo dove non c’è più la Grazia diventa l’Inferno: non più adatto ad essere abitato dagli uomini ma dai demoni e dalle anime dannate. La falsificazione sistematica delle parole 
di Francesco Lamendola   

Un mondo che annuncia la morte di Dio è un mondo in cui muore anche l’uomo, perché l’uomo non può sopravvivere in un mondo senza Dio, abbandonato dalla Grazia. Un mondo dove non c’è più la Grazia diventa l’Inferno: non più adatto ad essere abitato dagli uomini, ma dai demoni e dalle anime dannate. E forse è proprio questo che è diventato il mondo moderno: un mondo abbandonato dalla Grazia e consegnato alle potenze del Male; per dire meglio: un mondo che deliberatamente e scientemente ha voluto voltare le spalle a Dio, per consegnarsi da se stesso, caparbiamente, ostinatamente, pervicacemente, alle potenze delle tenebre.

Alcuni filosofi, annunciando la morte di Dio, hanno creduto di annunciare, nello stesso tempo, la nascita del “vero” uomo, o, addirittura, del superuomo. Hanno affermato che era necessario che Dio morisse, affinché l’uomo nuovo nascesse: e hanno immaginato e progettato un mondo rinnovato e vivificato da codesto uomo nuovo, intrepido, terrestre, del tutto sufficiente a se stesso; un mondo che ama la vita, che benedice la terra, che dice “sì”, infinitamente sì, mille e mille volte, in un circolo eternamente ruotante, alla propria condizione esistenziale, accettandola integralmente, morte compresa. Un mondo sereno, gaio, senza tristezze, né rimpianti.
Le cose, però, sono andate diversamente; e non era poi tanto difficile prevederlo. L’annunciata morte di Dio ha portato con sé una umanità disumana, incurante della vita, priva di senso del limite proprio perché priva di senso del mistero; una umanità ferocemente egoista, prepotente, frenetica, allucinata e disperata, in lotta con se stessa e col mondo, in conflitto con la natura, senza pietà, senza misericordia, incapace di amare. San Paolo lo aveva previsto, quasi due millenni prima che Nietzsche annunciasse la morte di Dio: basta leggere il bellissimo e tremendo capitolo primo della sua Lettera ai Romani, ove descrive gli effetti di una umanità abbandonata da Dio.
Poche pagine di riflessione teologica hanno raggiunta una tale intensità drammatica, una tale potenza profetica: nel descrivere la dissolutezza e l’istinto di morte degli uomini che hanno rifiutato Dio e che sono rimasti privi della sua Grazia, san Paolo tocca i vertici del genere apocalittico; eppure si vede, si sente, che egli non inventa nulla, non esagera, non forza le cose, si limita ad osservare ciò che è sotto gli occhi di chiunque lo voglia vedere. Lo stato dell’umanità senza Dio è lo stato del mondo pagano del suo tempo, con tutto il suo carico di violenza, di superbia, di lussuria: carico di morte, che è effetto della morte dell’anima. L’uomo, fatto da Dio e per Dio, cioè per la vita, senza Dio diventa una creatura perduta, che corre verso l’abisso, che si sprofonda nel male e prova la gioia satanica della profanazione e del compiacimento in essa.
Ebbene: è anche un ritratto fedele dell’umanità odierna, solo che si pensi alla nostra società in luogo di quella romana, e solo che si abbia abbastanza coraggio per guardare le cose in faccia, come sono realmente, strappandosi dagli occhi il velo dell’ipocrisia, e dalla mente e dal cuore le formule ideologiche che fanno schermo alla realtà e illudono i loro seguaci, mostrando loro non ciò che è, ma ciò che vorrebbero che fosse. Non uno dei grandi vizi dell’umanità si è attenuato, ma, al contrario, ciascuno di essi ha fatto dei progressi spaventosi, da quando Dio è stato cacciato insieme alla sua Grazia; qualunque persona intellettualmente onesta non può non notare che sono aumentate la cattiveria, la disonestà, la malizia, l’egoismo, l’ingratitudine, la slealtà, l’avidità, la crudeltà, la durezza di cuore, l’indifferenza al dolore altrui e, peggio ancora, il godimento infernale di fronte ad esso, il piacere satanico di vedere gli altri soffrire. Non occorre essere cristiani, o essere religiosi, o essere spirituali, per vedere tutto ciò: basta avere un minimo di onestà intellettuale, e il coraggio di vedere la realtà così com’è, e di chiamare le cose con il loro nome.
Certo, possiamo sempre barare con le parole, e, di conseguenza, tratteggiare un quadro fasullo della realtà. Se, per esempio, non abbiamo il fegato di chiamare le cose con il loro nome, o vogliamo rendere omaggio alle ideologie politicamente corrette, possiamo sempre chiamare l’aborto “interruzione volontaria della gravidanza”: suona bene, fa effetto, e, soprattutto, espunge dall’immagine ogni idea di violenza. Se, poi, chiamiamo la guerra un “intervento umanitario”, o, addirittura, una “operazione di pace” (peace-keeping), l’uccisione di migliaia o milioni di esseri umani, in maggioranza – come sempre – donne e bambini innocenti, acquista una coloritura più che accettabile, addirittura simpatica e quasi festosa. Chi non vorrebbe procurare la pace all’umanità? Chi sarebbe così egoista da negare un intervento umanitario, a fin di bene, destinato a salvare tante vite e a metterci in pace con la nostra coscienza?
Una volta imboccata questa strada – la falsificazione sistematica delle parole – si può andare molto, molto lontano; si può andare dove si vuole e come si vuole, e rappresentare un mondo che non è affatto quello reale, ma quello che si ha il desiderio, e l’interesse, di rappresentare, a seconda delle circostanze. L’unione di due omosessuali diventa un “matrimonio” (cosa perfettamente assurda anche solo dal punto linguistico ed etimologico). La pratica dell’utero in affitto diventa una “maternità surrogata”, una cosa del tutto normale e civile, nonché portatrice di effetti altamente positivi, come l’adozione del bambino, artificialmente ottenuto, da parte dei suoi “genitori”, la stepchild adoption. Poveri bambini, perché lasciarli soli e abbandonati, se il genitore naturale non c’è più, quando esistono altre figure amorevoli, che sarebbero pronte e desiderose di far loro da papà o da mamma? Davanti a questa orrenda e crudele prospettiva di abbandono e solitudine, che spezzerebbe il cuore ad un’anima di sasso, diventa ininfluente il fatto che la mamma non ci sia più, perché suo padre se n’è andato a vivere con un altro uomo; o che il papà non ci sia più, perché la mamma se n’è andata e si è messa insieme ad un’altra donna. Il bambino, così, crescerà con due papà o con due mamme: bello, vero?
Dunque: la morte di Dio porta con sé la morte dell’uomo; e la morte dell’uomo si accompagna all’accecamento, al delirio, alla follia, alla manipolazione delle parole e dei concetti, allo stravolgimento di ogni legge naturale, di ogni senso del limite, di ogni distinzione fra il bene e il male, fra il vero e il falso. Ci si vanta di ciò di cui ci si dovrebbe vergognare e si riceve in se stessi, per opera delle proprie mani – dice ancora san Paolo -, il meritato castigo della propria presunzione, della propria arroganza e della propria perversione. E tutto questo è logico: l’uomo, creatura razionale e spirituale, fatta a immagine di Dio, se sceglie di vivere ribellandosi alla propria natura, non potrebbe sopportare lo spettacolo della propria auto-degradazione, ed è fatalmente costretto a barare sulle parole, a stravolgere il vocabolario, ad auto-ingannarsi nel guardare se stesso ed il mondo: perché chiamare le cose con il loro nome, e contemplare lo spettacolo del proprio abbrutimento, con tutti i suoi effetti, sarebbe per lui qualcosa d’intollerabile, di atroce. Meglio fingere, meglio illudersi; meglio raccontarsi una versione addomesticata della realtà.
Ci piace riportare qui una riflessione di un fine esegeta e conoscitore delle Sacre Scritture, don Carlo De Ambrogio (Arsiero, Vicenza, 25 marzo 1921-Torino, 7 novembre 1979), un grande biblista e mariologo, fondatore del movimento d’ispirazione eucaristica della Gioventù Ardente Mariana, a proposito del capitolo primo della Lettera ai Romani (da: C. De Ambrogio, Tutto San Paolo, Caselette, Torino, G. A. M., 2007, pp. 166-169):

Maturato nella crisi gàlata, il pensiero missionario di Paolo offre nella “Lettera ai Romani” il suo miglior frutto: la meditazione dell’Apostolo ai piedi della Croce. Gesù in croce è il Salvatore di un mondo peccatore: si può forse immaginare un’espressione più forte dell’amore di Dio per noi? Non è forse in Gesù crocifisso che si realizza il disegno redentore sull’uomo? LA CROCE È LA RIVELAZIONE DELL’AMORE. […]
Ora, GESÙ CRISTO IN CROCE È LA SUPREMA MANIFESTAZIONE, LA PIENA RIVELAZIONE DELLA GIUSTIZIA DI DIO. È VENUTO “A COMPIERE OGNI GIUSTIZIA” REALIZZANDO LE PROMESSE DI GIUSTIZIA FATTE AD ABRAMO E ALLA SUA DISCENDENZA. Tutto consiste nel dono, fatto dal Padre, del Figlio prediletto. Così in Gesù, “noi diventiamo giustizia di Dio” (2 Cor 5, 21), perché i beni della salvezza ci vengono comunicati; noi beneficiamo “del ministero della giustizia” (2 Cor 3, 9) che Paolo oppone a “quello della condanna”; abbiamo “rivestito l’uomo nuovo che è stato creato secondo Dio nella giustizia e santità della verità” (Ef 4, 24). Da quando Cristo si è immolato sulla croce, la salvezza non è più una realtà da aspettare, un bene del mondo futuro, è una realtà attuale: la giustizia di Dio è presente, rivelata, partecipata sempre più dalla fede […]
Un mondo in cui la grazia di Dio è assente, è un mondo in cui “si rivela la collera di Dio”. Ecco un’altra espressione biblica che va capita bene! Ceto, per l’uomo biblico, Dio è prima di tutto Dio di misericordia. Ma se “è tutto tenerezza e pietà, lento all’ira, ricco in grazia e fedeltà” (Es 34, 6), ripreso da Neemia (9, 17) e Giona (4, 2), è anche Dio in collera. I profeti non cessano di avvertire Israele che “il giorno del Signore”, da cui aspettano la salvezza, potrebbe essere invece “giorno dell’ira” (Sof 1, 15-18; Ez 22, 22) e Giovanni Battista minaccia i suoi ascoltatori “dell’ira ventura” (Lc 3, 7). Solo Cristo, dirà san Paolo, può “salvarci dall’ira” (Rm 5, 9).
Occorre guardare con gli occhi del cuore l’ira di Dio: è ben altro che la reazione definitiva e inevitabile di ogni amore schernito! Dio non può che amare, e ci ha creati perché ci ama. In questa luce, la collera di Dio diventa il segno più eloquente che non ci ama “per scherzo”. L’ostinazione ad amarci senza pentimento, assume agli occhi di chi resiste il volto dell’ira: “Maledetti da Dio! Da Dio che sa soltanto benedire!”, diceva il Curato d’Ars. LA MALEDIZIONE È IL VOLTO STESSO DELLA BENEDIZIONE PER LO SVENTURATO CHE LA RIFIUTA. L’amore di Dio non disarma mai: simile ostinazione, secondo il modo in cui l’accogliamo, assume il volto della collera o della misericordia. Fuori del Cristo - scopre san Paolo - non può esserci che collera di Dio, perché l’uomo, nato nel peccato, ha soltanto il potere di ratificare di per se stesso questo stato originario e subirne le conseguenze. Staccato dalla fonte luminosa, non può che errare nella notte e compiere le opere della notte. Senza Cristo, sia il mondo pagano sia quello ebraico sono irrimediabilmente perduti, chiusi nella prigione del male. Fuori del Cristo non vi è salvezza per nessuno. Agli occhi dell’Apostolo ciò è chiaro.  […]
C’è un principio che Paolo legge nella prima pagina della Genesi: la VOCAZIONE DIVINA DELL’UOMO, creato per conoscerlo e amarlo. Dio si rivela a ogni uomo attraverso l’universo, segno della “sua potenza e della sua divinità”. La ragione è atta a cogliere Dio, a condizione però che non interrompa il suo volo.
Ora, è un fatto storico, piuttosto che adorare Dio, l’uomo ha preferito inginocchiarsi davanti alla creatura, si è sostituito a Dio. Ha voluto assicurare da solo la propria riuscita; ha persino negato la necessità di una salvezza negando la sua condizione di peccatore. Sventurato!  In che condizione si è messo! Povero prodigo! Paolo non ha che da aprire gli occhi per valutare le devastazioni degli sviluppi del male.
Paolo scrive a Corinto e ha viaggiato abbastanza nel mondo romano per constatarne il marciume, sino alla nausea. Inoltre, come missionario assillato dal problema della salvezza, senza pregiudicare i casi individuali, si dedica all’autopsia del mondo pagano e osserva “lo spettacolo tedioso dell’immortale peccato” (Baudelaire).
Annientando Dio, l’uomo ha provocato un pullulare di idoli: UN UOMO SENZA DIO NON È MAI UN UOMO SENZA DÈI. Anzi, gli idoli si moltiplicano, assumendo le forme più grossolane e più seducenti. Ma l’uomo non giunge mai a cancellare in se stesso una certa immagine che un Dio d’amore vi ha impresso. Potrà anche credere di aver ridotto Dio in polvere; di fatto, sarà la sua intelligenza a finire polverizzata, resa incapace di cogliere il suo vero oggetto. Esistono malattie morali dell’intelligenza!
Con un triplice periodo che incomincia ogni volta con la formula biblica “Dio li abbandonò”, Paolo pone in evidenza la verità che la morte dell’uomo è la conseguenza ineluttabile della “morte di Dio”; ma più oltre affermerà che noi cristiani, poiché crediamo nel Dio vivo e salvatore, crediamo pure nell’uomo vivo e salvato. Un’umanità senza Dio finirebbe con l’essere un’umanità senza costumi (24-25), senza pudore (26-27); sena coscienza (28-32), capace di giustificare persino le peggiori aberrazioni. Paolo è contemporaneo di Ovidio, la cui “Ars amatoria” era il best seller dell’epoca.

L’uomo si è scordato del suo fine soprannaturale: conoscere, amare e servire Dio che l’ha creato. A partire da quel momento, ha sottoscritto la propria condanna: tutti i suoi doni si sono trasformati in maledizioni; la sua intelligenza si è mutata in follia; il suo desiderio d’amore, in lussuria; la sua sete di conoscenza, in superbia. Niente va più secondo i suoi progetti: fallisce nella vita privata e affettiva, fallisce nella vita professionale; tenta di rimediare con le astuzie, gli inganni e, sovente, con la disonestà; ma fallisce ugualmente. È pieno di amarezza, ma non osa confessarlo neppure a se stesso, se non quando è ormai troppo tardi: allora, disperato, si toglie la vita. Altrimenti, si affida a dei “sapienti” che non sanno curarlo, che lo illudono di stare meglio e che peggiorano il suo malessere, la sua sofferenza. Non lo aiutano a guardare sino in fondo dentro a se stesso, perché non sanno farlo neppure per loro: sono gonfi di una “scienza” materialista e raziocinante, ma sono analfabeti della vera sapienza, che non è conquista dell’uomo, ma scende dall’alto e inonda di pace e serenità i miti e gli umili di cuore.
Queste sono le conseguenze dell’aver tradito la propria vocazione divina: l’uomo, abbandonato a se stesso, si smarrisce nella mancanza di senso; non c’è da stupirsi che la civiltà moderna veda un pullulare di comportamenti autodistruttivi, il proliferare della droga, l’incrudelire dell’aborto, il vano tentativo di stordirsi e ottundere la propria intelligenza e il proprio senso morale con ogni sorta di deviazioni e di perversioni. Poi, per tacitare il proprio senso di colpa, l’uomo si vanta delle sue prodezze, inventa per esse dei nomi menzogneri, le presenta sotto una luce falsa ed ipocrita, intesa a nobilitare le nefandezze più ripugnanti. La pedofilia, per esempio, viene presentata sotto la luce rassicurante, si fa per dire, di una risposta dell’adulto al desiderio di “amore” del bambino. Tuttavia, neppure operando simili sofismi egli riesce a placare del tutto la sua coscienza offesa: al fondo di essa, qualcosa si nuove, inorridisce, protesta. Ed ecco allora la rabbia, l’aggressività, la volontà di “punire” coloro i quali osano ricordargli la bruttezza del suo modo di vivere. L’uomo perverso che ha la legge dalla sua parte, a causa del generale traviamento intellettuale e spirituale dell’intera società moderna, diventa sospettoso e vendicativo: è sempre pronto a sfidare, a provocare i “benpensanti”, a querelare chi non rispetta i suoi “diritti”. Ha il coltello dalla parte del manico, lo sa e ne abusa largamente. Si sente addirittura il campione di una battaglia per la “civiltà”, contro l’oscurantismo e il bigottismo degli altri, dei “borghesi”. Pensa e s’illude di essere il portatore di una nuova civiltà, l’operaio di un mondo migliore.
Il Diavolo che ha dentro, però, non va mai in vacanza; non lo lascia solo neppure un momento. Lo vessa, lo tormenta, lo spinge a discendere sempre più in basso, lungo la scala della sua auto-degradazione. Perché, sia chiaro, in un mondo abbandonato dalla Grazia, non rimane il “vuoto”: lo spazio rimasto incustodito viene occupato dal Diavolo. La civiltà moderna è figlia del Diavolo e i suoi campioni, sono i suoi agenti, che lo sappiano o no. E ognuno di essi è in grado di corrompere cinque, dieci, venti altre anime, fin dalla più giovane età: vi sono ormai dei bambini, degli adolescenti, che svolgono la funzione di operai del Diavolo in mezzo ai loro compagni.Fa impressione vedere come dei bambini o delle bambine siamo già maestri di sottile e consumata malizia verso i loro coetanei più “ingenui”. Con i loro malvagi esempi, li attirano sulla via del male. Fra l’indifferenza o peggio degli adulti. E, cosa orribile a dirsi, con una sorta di tacita, o talvolta esplicita, approvazione, da parte di certi sacerdoti indegni e di taluni vescovi impazziti. Basta sfogliare certa stampa cattolica, che va per la maggiore, per rendersi conto fino a che punto è penetrato il male. Basta leggere certe interviste o guardare certe pubblicità: vi è ben poca differenza con le brutture che si vedono e si leggono sulla stampa profana. E intanto quei preti e quei vescovi si fanno beffe della possessione diabolica, irridono gli esorcismi, non vogliono neanche sentir parlare dell’esistenza del Diavolo.
Che altro dire? O si ritorna a Dio, o ci perde del tutto. C’è sempre una possibilità di salvezza, per l’uomo, a patto che ritorni in sé: il che è lo stesso che ritornare a Dio. Altrimenti, come diceva Jean-Marie Vianney, il santo Curato d’Ars, la stessa benedizione di Dio si trasforma, per lui, in maledizione; e la giustizia di Dio, fatta in primo luogo di amore e di sollecitudine infinita, si trasforma in ira ed in condanna definitiva, senza appello.
Questo, i teologi progressisti modernisti non vogliono dirlo.
È possibile che ciò accada perché hanno in se stessi proprio quel Diavolo di cui non vogliono nemmeno sentir parlare? Domanda più che mai indiscreta e politicamente scorretta…

Se davvero Dio è morto, muore anche l’uomo

di Francesco Lamendola


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