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domenica 9 ottobre 2016

Al clero intellettuale

Giovanni Lindo Ferretti, quando la musica incontra la mistica

di Roberto Vivaldelli - 25/09/2016
Giovanni Lindo Ferretti, quando la musica incontra la mistica
Fonte: Azione Culturale
Prendendo in esame la figura di Giovanni Lindo Ferretti anche solo da una mera una prospettiva artistico-musicale, ci troveremmo di fronte a uno dei personaggi più emblematici e significativi mai apparsi in Italia dagli anni ’80 in poi. L’aver infatti saputo padroneggiare una materia angloamericana come quella del punk e della new wave – le cui capitali erano Londra e New York – facendola propria e proponendola in una chiave nazionale, come quasi mai nella storia della musica popolare è accaduto, è già qualcosa di incredibile.

Come scrive il noto critico musicale Alberto Campo, infatti, “del punk i CCCP accoglievano in sé l’indole sediziosa e l’approccio situazionista al mondo circostante, più che gli schemi musicali e il corredo estetico. Proprio l’idea di riposizionare quell’attitudine indipendente dalla sua origine geografica e antropologica, negando cioè la centralità di Londra e New York, per collocare viceversa l’Emilia – la più filosovietica tra le province dell’Impero Americano – al centro di un mondi in cui i confini erano Berlino, a occidente Barcellona, a sud-est la galassia islamica e a oriente l’Unione Sovietica e la Cina, fu l’intuizione più illuminata e illuminante dei CCCP. Una rivoluzione copernicana rispetto alle convenzioni del rock nazionale di allora, indolentemente succubo dei modelli angloamericani.”
CCCP Fedeli alla Linea nascono all’alba degli anni ’80 proprio a Berlino, in un periodo in cui il punk è quasi un ricordo e l’underground musicale è in piena effervescenza: le ispirazioni, oltre ai modelli angloamericani, sono infatti gli Einstürzende Neubauten, i D.A.F., i Clock DVA e tutto il filone «industrial» che si diffonde nelle discoteche alternative berlinesi. I primi lavori, in particolare l’EP Compagni, cittadini, fratelli, partigiani e, soprattutto, l’album 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggiore età, segnano un’epoca.
Il carisma endemico di brani come Io sto Bene, Emilia ParanoicaMorireLive in Pankow lo si deve principalmente alla voce sciamanica di Ferretti, figura atipica e quasi mistica, autore di testi incredibilmente evocativi, ricchi di citazioni colte e immagini poetiche. Canzoni in cui viene narrata l’alienazione tipicamente provinciale nel culmine dell’edonismo reaganiano che negli anni’80 è imperante. «Esiste una sconfitta pari al venire corroso che non è mia ma dell’epoca in cui vivo» cantava nella leggendaria Morire: Ferretti, ben lontano da quel nichilismo oltranzista che contraddistinse il movimento punk londinese e americano, divenne «profeta» di un modello di vita e società che guardava a Oriente e al di là della Cortina di Ferro, oltre che alla tradizione agricola italica in cui era nato e cresciuto, divenendo così un perfetto «eroe antimoderno».
Forse per questo i benpensanti di oggi lo tacciano di «incoerenza» viste le sue ultime scelte politiche ed esistenziali, ignorando totalmente che Giovanni Lindo Ferretti non ha mai avuto nulla a che vedere con l’eurocomunismo berlingueriano e il «progressismo di sinistra», e la poetica delle sue canzoni è lì a dimostrarlo. In un’intervista rilasciata nel 2013 a Il Fatto Quotidiano, dove gli viene chiesto qual è il filo conduttore tra il punk degli anni ’80 e la conversione cattolica degli ultimi 15 anni, risponde: «La mia vita. Sono nato in una casa antichissima di pastori e montanari con alterne vicende. Erano cattolici e tradizionalisti, votavano tutti Dc in un’epoca nella quale non c’erano ancora la televisione e la strada asfaltata. La modernità è arrivata nel 1953, esattamente quando sono nato. La mia educazione è stata da bimbo cattolico».
Nel 1989 il Muro di Berlino cade, i CCCP si sciolgono e diventano C.S.I (Consorzio Suonatori Indipendenti, poi PGR) ma a lo sguardo di Ferretti volge sempre ad est; dalle riflessioni sulla guerra in Jugoslavia (Linea Gotica) ai viaggi in Mongolia (Tabula Rasa Elettrificata). Di quel periodo creativo Alberto Campo scrive: «Insieme alla musica mutuavano gli scenari geografici e mentali in cui essa trovava ambientazione: non più Berlino, l’Unione Sovietica e il mondo islamico, bensì la Bretagna, l’ex Jugoslavia e la Mongolia. Minimo comune denominatore comune la piccola patria emiliana in cui tutto è nato e tutto ritorna, l’austera ed elegante morfologia dell’Appennino tosco-emiliano, le architetture antiche ed accoglienti che ospitano i protagonisti della vicenda».
Dopo la fine dei C.S.I e l’avventura nei PGR, Giovanni Lindo Ferretti taglia i ponti con il passato e si ritira tra i monti dell’appennino reggiano, a Cerreto Alpi. Qui riscopre proprio uno stile di vita austero lontano dalla luce dei riflettori. Le sue dichiarazioni di profonda ammirazione verso Papa Bendetto XVI e la recente ospitata ad Atreju – l’incontro annuale organizzato da Fratelli d’Italia – a Roma, scatenano tuttavia l’ira di buona parte dell’opinione pubblica di sinistra. Il suo percorso viene visto come un «tradimento» inammissibile e le sue critiche all’immigrazione selvaggia fanno imbestialire il popolo progressista, che dal canto suo non si sottrae a insulti e offese di ogni genere verso colui che, un tempo, veniva considerato una sorta di «mentore».
Ferretti viene bollato con il consueto vocabolario riservato a chi non si adegua al pensiero unico dominante mondialista: «fascista», «rincoglionito» ,«xenofobo», gli epiteti più usati, a dimostrazione di quanto un certo tipo di pubblico sia irrimediabilmente malato di conformismo. In realtà, a ben leggere ciò che dichiara a pochi giorni da quella polemica, si evince che l’artista emiliano è uno dei pochi ad aver profondamente compreso la complessità di quel fenomeno, per buona pace degli stolti:
«Cosa penso dei profughi? – scrive Ferretti -. È un dolore immane, non può essere lenito da alcuna parola emotiva. Si può, si deve, evidenziare il taciuto: l’Islam politico, il terrore imposto nel Vicino Oriente, lo stato di timore che avvolge l’Europa. I profughi ne sono ostaggio e conseguenza. Di questo bisognerebbe discutere per poter operare il prima e meglio possibile. Che il Signore protegge lo straniero e che la carità è pilastro della socialità sta scritto ovunque e sta inciso nel cuore dell’uomo, anche nel mio. Di che stiamo parlando? Quello che sta succedendo è per certi versi una invasione, per altri una deportazione di masse umane gettate nella disperazione. Poi restano storie individuali comunque tragiche, a ricordarci che il male, il dolore, sono quota inalienabile dell’umanità, vanno combattuti, contenuti e arginati per quel che si può».
Parole che hanno il sapore rivoluzionario dei bei tempi del punk e dei CCCP. Nella decadenza del contemporaneo clero intellettuale – come diceva Costanzo Preve – Giovanni Lindo Ferretti rappresenta una delle nostre poche certezze. Un bene prezioso da preservare.
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=57221

Il regime nichilista ha in Jovanotti il suo perfetto “luminare”. Invece per chi cerca la verità e la felicità ecco la storia di due ragazze eccezionali…

suor-marianne-stoeger-e-suor-margaret-pissarNon è facile convincere i giovani che è necessario studiare sodo, imparare, sudare sui libri, fare master e tirocini sottopagati… Quando poi nelle università italiane non ci sono spazi e così nei centri di ricerca ed è difficilissimo inserirsi nelle “corporazioni” professionali dei propri sogni. Che molti vanno ad inseguire all’estero.
Per capire qual è la considerazione del lavoro intellettuale, in Italia, oggi, forse basta un flash, un piccolo episodio che mi ha colpito in questi giorni: il magazine culturale del Corriere della sera, che si chiama La Lettura, questa settimana si apre con quattro paginone (quattro!) dedicate a… Jovanotti.

E’ un simpatico ragazzone, ma non credo che – lui stesso – si ritenga un gigante del pensiero universale. Eppure si trova su un tale palcoscenico culturale per il solo fatto che compie 50 anni, un evento – a quanto pare – superiore al 750° anniversario della nascita di Dante, che non ricordo sia stato celebrato così.
Non ho nulla contro il cantante e trovo del tutto normale che se ne parli in una pagina di “spettacoli”. Ma un tempo sulla “terza pagina” del “Corriere” – che era il salotto del pensiero nazionale – trovavi gli scritti di Luigi Pirandello, Grazia Deledda, Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda, Gianfranco Contini, Giovanni Gentile, Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, Giovanni Testori, Franco Fortini, Oriana Fallaci, Lucio Colletti, Mario Luzi.
Oggi apri La Lettura e trovi Jovanotti che – sotto la didascalia: “Il dibattito delle idee” (nientemeno) – viene interrogato da Sandro Veronesi con queste argute domande: “Allora Lorenzo. Cinquant’anni. Com’è potuto succedere?”. Risposta di Jovanotti: “Assurdo, eh? Anche pensando al nome d’arte che mi sono scelto”.
Ripresa dell’intervistatore: “Come la mettiamo?”. Pensosa replica del cantante: “Eh, non lo so. E’ un problema”.
Non siamo proprio ad alti livelli… Queste battute ricordano quasi i dialoghi teatrali di Samuel Beckett e Ionesco. Ma involontariamente…
E’ solo un esempio di ciò che i media offrono in pasto al pensiero nelle pagine culturali.


SOTTO VUOTO SPINTO
Le pagine di cronaca, poi, ce ne forniscono molti altri. Da giorni – per esempio – sappiamo tutto della separazione di Angelina Jolie e Brad Pitt e c’è da prevedere che ancora molte puntate ci aspettano per il futuro.
Siamo stati accuratamente informati sulle foto di Diletta Leotta e sulla spesa domenicale di Gianni Morandi che ha scatenato tante accese discussioni.
Sappiamo tutto sulla dotazione fisica di Rocco Siffredi la cui foto, da nudo, ha conquistato addirittura la copertina del magazine di Le Monde, mentre il festival del cinema di Venezia lo ha celebrato presentando un film a lui dedicato: “Rocco”.
Potremmo aggiungere altri fondamentali personaggi che riempiono quotidianamente le cronache con le loro forme, come Kim Kardashian.
E poi gli attuali protagonisti del Grande fratello e tutta la galleria di “miti” fabbricati dal circo mediatico (ultimo arrivato è un certo Gianluca Vacchi, assurto a gran notorietà non so perché).
Si potrebbe poi parlare del fenomeno degli youtuber, una celebrità-fai da-te spesso raggiunta da baldi giovanotti con esibizioni assurde o infantili o goliardiche su youtube, ma con ricadute economiche talora notevoli.


ESSERE O APPARIRE?
In questo turbinio di figurine che poi riempiono anche l’immaginario dei ragazzi – già popolato di cantanti, attori e calciatori –passa un messaggio: la cosa più importante della vita è apparire.
Comunque e ad ogni costo. Se appari, esisti e puoi pure far soldi. L’ideale della vita è “essere qualcuno”, non “essere se stessi” (che è un percorso durissimo, solitario e nella notte oscura).
Eppure, fuori dal mondo virtuale, fuori dalla caciara del teatro mediatico, la realtà ne avrebbe di storie da raccontare, che meriterebbero qualche attenzione. Potrebbero perfino incitare i ventenni di oggi a seguire il sentiero faticoso che porta in alta quota, piuttosto che discendere nell’ampia discesa delle apparenze o nella palude della rassegnazione.
Sono storie di ingegno, di lavoro duro, storie di gente semplice e storie di geni, storie – anche – di eroismo quotidiano.
A volte capita perfino che il mondo se ne accorga, sebbene si tratti di persone che hanno vissuto la loro vita in angoli sperduti del pianeta. E allora è una felice eccezione che merita di essere segnalata.


DUE RAGAZZE
E’ il caso di due donne, oggi ottantenni e finora sconosciute a tutti. Due persone semplici che si trovano – inaspettatamente – candidate al Premio Nobel per la pace, ma che – essendo veramente grandi – sono profondamente umili e, stupite, affermano di “non aver mai fatto nulla di straordinario”.
Si tratta di due suore austriache, suor Marianne Stoeger e suor Margaret Pissar, che hanno passato la loro vita ad assistere e curare i lebbrosi in un Paese – la Corea – dove questa terribile malattia colpisce duramente.
La loro vicenda è stata raccontata due giorni fa in un bell’articolo di Vincenzo Faccioli Pintozzi sull’Osservatore romano.
Nei Paesi dell’Oriente siamo di fronte a civiltà che non hanno avuto l’influsso millenario del cristianesimo, ma del buddismo e altre filosofie simili, quindi hanno un approccio molto diverso alla malattia e alla sofferenza.
“In Corea, così come in Giappone e in Cina”, scrive l’Osservatore “la malattia di Hansen (la lebbra) porta con sé uno stigma sociale connesso all’idea che si tratti di una sorta di punizione divina. Ancora oggi il lebbroso è considerato — in una società fortemente permeata dal concetto del karma — come una persona che in qualche modo ‘si merita quello che ha’.
Per decenni, e in modo particolare durante gli anni dell’invasione giapponese, nell’Asia orientale sono sorti dei veri e propri lager dove venivano rinchiusi i malatiAbbandonati a loro stessi, sterilizzati per impedire loro di procreare, circa ventimila persone hanno vissuto come reclusi senza alcuna colpa. Incalcolabile invece il numero di coloro che sono morti per scarsità delle cure, isolamento e forse violenza. L’isola di Sorok è stata per anni uno di questi lager”.
Le due suore, poco più che ventenni, arrivarono lì nel 1962 trovando una situazione terribile: “Le botte erano la regola, così come gli aborti forzati e le sterilizzazioni. Ci sono voluti decenni per cambiare le cose”.
Anzitutto le due giovani religiose cominciano a rifiutare l’uso di mascherine, guanti e tute protettive, adoperate dal personale dell’ospedale.
Preferiscono esporsi senza difesa, “persino quando sangue e pus dalle ferite infette le colpiscono in faccia”, perché quei poveri malati non si sentano più dei reietti, ma esseri umani amati e assistiti.
Insieme con le cure – che iniziano a guarire quegli infelici – l’obiettivo principale delle due religiose è ridare loro dignità di uomini: “Cercavamo di visitarli al mattino presto, quando non c’era nessuno, e parlavamo con loro”.
Poi mangiavano con loro, quindi cercavano e ottenevano, dalla loro patria, l’Austria, aiuti per migliorare la situazione.
A poco a poco quell’inferno fu cambiato dall’esempio e dal lavoro delle due donne. A cui oggi tanti malati, che sono guariti, e i loro figli, sono infinitamente grati. Capire che la lebbra è una malattia da cui è possibile guarire è un passo avanti enorme per una società.
Così oggi l’ospedale pubblico coreano ha candidato al Nobel le due suore austriache perché il loro lavoro quarantennale – hanno spiegato i dirigenti dell’ospedale – “dovrebbe divenire una pietra di paragone per questa nostra era, incentrata sul materialismo”.
Le due giovani suore arrivarono in quell’inferno a un’età in cui oggi i nostri figli cercano ancora, faticosamente, la loro strada.
Quelle due ragazze austriache erano mosse da un grande ideale, innamorate di un grande Amore e di sicuro non inseguivano il successo mondano. Ma di solito chi è come loro e ha lo sguardo fisso al Cielo, fa anche grandi cose su questa terra.

Antonio Socci
Da “Libero”, 25 settembre 2016


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