ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 29 dicembre 2016

Confusi sulla via da seguire..

Alcune noterelle riguardo al ‘pamphlet’ di Aldo Maria Valli sul magistero papale dal marzo 2013. Il vaticanista del TG 1 espone con schiettezza le sue perplessità in materia, fondandosi sia sulle testimonianze a getto continuo dello stesso Francesco che su valutazioni critiche di provenienza diversa. Lette con attenzione le circa duecento pagine, difficile non porsi domande fondamentali sull’evoluzione dell’identità del cattolicesimo. 
Stile colloquiale e nel contempo sobrio e ficcante, il pamphlet del vaticanista del TG1 (“266. Jorge Mario Bergoglio. Franciscus P.P. , edizione liberilibri, Macerata) si legge d’un fiato. Alla fine delle circa 200 pagine (ricche di testimonianze sia papali che di osservatori di provenienza diversa) la domanda fondamentale inevitabilmente resta, molto inquietante – meglio: drammatica - per chi è cresciuto a pane e dottrina sociale della Chiesa e si ritrova confrontato con il magistero perlomeno curioso dell’odierno inquilino di Santa Marta: “Se la Chiesa non giudica, non distingue e non valuta, qual è la sua funzione?” Ovvero: “Francesco, con il paradigma pastorale della misericordia, sembra rispondere che lo scopo della Chiesa è quello di consolare e accompagnare, ma può esserci consolazione senza valutazione?” Ovvero ancora: “La ‘trasmissione di Gesù si esaurisce nel prestare occorso o implica anche la trasmissione di norme morali imprescindibili”, senza le quali la Chiesa sarebbe solo una grande ONG, slegata dalla testimonianza della Verità?

Non sono pochi i cattolici che dopo tre anni e mezzo di magistero bergogliano si ritrovano confusi sulla via da seguire. E gli incensi dei turiferari, le trombe della sgangherata orchestra di corte, le scomuniche ‘misericordiose’ dei nuovi inquisitori producono soltanto un crescere esponenziale delle perplessità. A livello di gerarchie, come dimostrano i dubia espressi pubblicamente (dopo che privatamente non era giunta risposta) con un atto di forte responsabilità da parte di quattro cardinali, appoggiati poi da altri. Un gesto, è bene ricordarlo, preceduto da altri fatti significativi, come ad esempio a ottobre 2015 la stesura della ‘Lettera’ di 13 cardinali al Papa, preoccupati per la conduzione del secondo Sinodo della famiglia. Ma le perplessità dilagano anche a livello di vescovi, sacerdoti e fedeli, che – pur con tutta la buona volontà di non alimentare una sorta di ‘guerra’ interna – non riescono più a evitare di porsi le domande fondamentali di cui sopra.
Certo il pamphlet del collega vaticanista non lascia scampo al lettore, costringendolo a mettere in moto il cervello (sempre che non sia già atrofizzato dai fumi dell’incenso turiferario, come capita per alcuni dalle parti delle propaggini galantine ‘Avvenire’ e ‘TV 2000’). Il volume si apre con due citazioni non casuali. La prima, di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (“Apparecchio alla morte. Considerazioni sulle verità eterne)”: “Dio usa misericordia con chi lo teme, non con chi si serve di essa per non temerlo” (e qui già si potrebbe aprire un capitolo assai doloroso). La seconda, dell’allora cardinale Joseph Ratzinger (Omelia in ricordo di Paolo VI, 10 agosto 1978, Monaco di Baviera): “ Ma un Papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo”.
Partendo dal titolo di una copertina di Newsweek (settembre 2015), l’A. annota che “c’è un caso Francesco”. E la legna per questo ‘caso’ è fornita incessantemente dallo stesso Jorge Mario Bergoglio. Valli esemplifica abbondantemente e ne trae alcune conclusioni, che sono nel contempo fonte di gravi preoccupazioni.
Qualche citazione.
Nell’insegnamento di Francesco (…) l’attenzione posta alla misericordia e alla tenerezza di Dio non è accompagnata da un impegno altrettanto assiduo nel sottolineare la questione della verità, del vero bene e del modo di ottenerlo. 
. La questione della verità e del vero bene richiama necessariamente quella della legge e dell’autorità, ma su questo fronte Francesco non insiste. Possiamo anzi dire che da parte sua c’è una reticenza che dà luogo a uno squilibrio, sia concettuale sia narrativo. Quando accenna alla dottrina, Francesco lo fa per lo più per stigmatizzare il comportamento degli esperti della legge, identificati con gli ipocriti farisei, interiormente corrotti(NdR: qui ci sarebbe molto da dire a proposito di una lettura così semplicistica e fuorviante dell’attività dei farisei…), e per mettere in guardia dai sofismi dei teologi, la cui principale occupazione – fa capire il Papa – sembra essere quella di rendere più difficile l’accesso alla Parola di Dio. 
. Francesco ha detto molte volte che la Chiesa deve assomigliare a un ‘ospedale da campo’, dove si curano le ferite più profonde e mortali dell’umanità contemporanea. Immagine che ha suscitato numerosi entusiasmi. Nondimeno resta un’immagine problematica. Curare in che senso? Guarire come? Per approdare a che cosa? In un ospedale può lasciarsi curare e guarire chi non crede nei medici e nelle medicine? Bergoglio sul punto è sfuggente. 
. Ecco la domanda delle domande: l’antropologia relativista, tenacemente combattuta fino al pontificato di Benedetto XVI, ha forse inglobato la Chiesa, e per mano del Papa in persona? 
Non si può negare che le domande poste con molta razionalità da Valli siano tali da far tremare le vene e i polsi di chi cerca di essere cattolico. Una “certa liquidità” del pensiero papale emerge per l’A. anche se si pon mente a modi e contenuti della sua comunicazione. “La questione è senza precedenti” e Valli ne trae una conclusione amara:
La tragedia, che forse il Papa sudamericano non percepisce, è che una domanda come “Chi sono io per giudicare?” e una frase come “Non ho mai compreso l’espressione ‘valori non negoziabili’ “, entrambe pronunciate probabilmente con l’intenzione di presentarsi come uomo semplice e dialogante, una volta assorbite e fatte proprie dalla mentalità soggettivista, vengono immediatamente rielaborate e tradotte così: “Io non sono nessuno per giudicare. Tutto è relativo. Lo dice anche la Chiesa, lo sostiene anche il Papa”. E io credo, con dolore, che la mentalità dominante, in questo caso, abbia ragionesotto sotto, le radici di tali formulazioni papali, che Francesco ne sia cosciente o meno, non affondano nel nobile terreno dell’umiltà, ma nelle infide sabbie mobili del relativismo. 
Insomma:
Se anche la Chiesa proclama la negoziabilità totale, vuol dire che l’ultima barriera è abbattuta: la questione della verità non è più di pertinenza della ragione umana, ma ormai è soltanto un sogno, un’illusione perduta, il lontano retaggio di un passato morto e sepolto. 
Ovvero – postilliamo - per riandare a una battuta conclusiva di Kristen Stewart in un bel film visto di recente, Café Society di Woody Allen, “I sogni?... sono sogni…
Crediamo che ce ne sia a sufficienza per invogliare il lettore a prendere in mano il pamphlet di Valli (vedi anche in questo stesso sito www.rossoporpora.org , rubrica: Interviste a personalità, una lunga e sostanziosa conversazione con lui).
Non vogliamo però dimenticare di citare i titoli dei capitoli, già di per sé tanto eloquenti quanto frizzanti: Ma il papa è cattolico? Misericordia űber alles (Ndr: c'entrerà magari il cardinal Kasper?). Nessuno mi può giudicare. In amore niente regole? Una forzatura? (NdR: che si parli delle noterelle a piè di pagina del capitolo VIII dell’Amoris laetitia?). E’ approssimativo? Eccesso di Realpolitik? (NdR: forse con la Cina? con l’Islam? Mi mischio o non m’immischio?). Piace (troppo) alla gente che piace? ( NdR: qui sentiamo profumo di ecologia e populismo peronista…). Comunicazione: tutto bene? (NdR: chissà se vi si ritrova la lettura fuorviante di don Camillo?). Temere Dio e dargli gloria.
Buone riflessioni di fine anno!
ALDO MARIA VALLI:  “266. JORGE MARIO BERGOGLIO. FRANCISCUS P.P.”– di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 28 dicembre 2016
http://www.rossoporpora.org/rubriche/papa-francesco/656-aldo-maria-valli-266-jorge-mario-bergoglio-franciscus-p-p.html

Sulle Tracce di Lutero

Non capirò mai come funziona la psicologia dei formatori di seminario, i quali temono come la scabbia qualsiasi riferimento alla Tradizione nella sua forma propria (liturgica e teologica in primis), mentre non avvertono alcun rischio nel mettere i loro studenti alla mercé di pesanti influssi ereticali (i convegni su Lutero riempiono i seminari ormai vuoti): o sono imprudenti, o sono malevoli, oppure non credono essi stessi che Lutero e soci valgano alcunché, né dunque che influenzino alcunché. Non lo capirò mai.

Più facile comprendere come mai un teologo o un dotto possa comportarsi similmente nei confronti del popolo cattolico, in sé poco preparato e facilmente influenzabile, posso comprendere che un cattedratico sia lontano dal cogliere le dinamiche di fede concreta e ordinaria e posso comprendere che a un cattedratico non interessi una mazza delle sorti del popolino (Marx salvaci tu, questi al popolo manco più l’oppio: la cicuta direttamente!).

Capirò sub condicione la presa di posizione di CL, movimento accattivante che mi sfugge e del cui lessico interno non riesco a decifrare mezza sillaba: mi sono pippato tutta la filippica di Carròn sulla “forma della testimonianza”, ma non ci ho cavato un ragno dal buco. Però sono sicuro che, condotto da un buon ermeneuta dell’Era Giussanica, potrò capire il loro linguaggio e dunque potrò capire certe linee seguite, per esempio, da Tracce.

Non fosse così, sarei obbligato a ritenere che il mensile ciellino sia scaduto ai livelli di Jesus e Famiglia Cristiana. Apro il numero di ottobre e trovo l’intervista al simpatico don Franco Buzzi. Buzzi è un ottimo studioso, ma appunto è uno studioso, uno che deve miscelare le sue conoscenze coi luoghi comuni dell’Accademia e della piega di decadenza ad essa connaturale. Il tema trattato è il rapporto Chiesa-luterani e i mantra sciorinati sono i soliti: i cattolici erano barricati e ora non più; i processi storici di cui fu protagonista Lutero non erano irreversibili; la politica ha piegato la teologia; ora siamo diventati amiconi; se Roma non avesse fatto la ‘fighetta’ avremmo evitato la spaccatura; in fondo tutti testimoniamo Cristo; io ho ragione e se qualcuno non è d’accordo è perché è carente di autostima (ha “paura”) e perché non ha fede (“la fede vissuta apre”).

Partiamo dal fondo: ma perché tutte le volte che coi progressisti parli di questioni storiche o dogmatiche e insomma teoretiche, hanno sempre bisogno di buttarla sul personale o sullo psicologico o sull’etico e insomma deviano il discorso (la fanno fuori dal vaso, per dirla in termini freudiani)? Io ritengo che si debba avere le palle di scegliere il campo di battaglia: l’offesa personale o il confronto teoretico; una volta scelto, i concorrenti sono pregati di non sottrarsi alle regole pattuite.

In attesa della scelta, considero più importante la ratifica tridentina e il sostegno di schiere di santi alla Controriforma rispetto alle chiacchiere da salotto di un qualsivoglia accademico, per cui, dovendo giudicare qualcuno, non giudicherò i santi riformatori carmelitani di non aver “assimilato fino in fondo l’appartenenza a Cristo”, né infamerò quanti di tali santi si fanno imitatori, ma al massimo - se mi costringete - accuserò i dotti poltroni contemporanei di aver perso lo smalto della prima e vera fede, in fondo a noi peccatori, dottorati o meno, valgono sempre ed ugualmente i moniti di Apocalisse: “Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima” (Ap 2,4).
Che poi si possa affermare una “comune testimonianza da rendere a Cristo” è vero quanto inutile: anche i mormoni la rendono e anche, in certo senso, i teosofi alla Gurdjieff. Ma cosa si testimonia? L’amore ai poveri e la cura del malato? Questo lo sanno fare anche atei e mangiapreti. Cosa? La Risurrezione? Sì, ma senza tanti e tanti elementi della fede che per un cattolico sono determinanti e non negoziabili. La verità è che per mettersi insieme, fianco a fianco, a dar una scodella di minestra ai poveri, non serve certo esser tutti cattolici, ma soprattutto - e qui sta il punto - non serve nemmeno fare alcun tipo di ecumenismo: ci si dona alla causa e basta.

Veniamo ora alle colpe di Roma. Buzzi sostiene: “Lutero si trovò nella situazione di dover ordinare pastori prescindendo completamente dalla Chiesa cattolica. La Chiesa di Cristo va avanti attraverso i Sacramenti e, non trovandosi nella condizione di poter procedere con il consenso di Roma, sono andati avanti senza”. Io mi chiedo se questa frase sia detta per scherzo o meno. Lutero non si trovò nella situazione di dover ordinare nessuno, Lutero al massimo si incaponì con superba testardaggine di dover ordinare preti. Nessuno mi costringe a divenire milionario, per cui non posso dirmi “costretto” a rubare e frodare a fini di lucro personale. Ecco un caso in cui calzava l’accusa di cui sopra: Lutero non ha avuto “fede”, ha avuto “paura” che il suo show decadesse, non ha saputo “appartenere a Cristo” e quindi si è ostinato nel disastro. No, ma la logica è un souvenir in certe aule e biblioteche. E Lutero è un santo. E io un astemio.

Di qui si passa al rapporto politica-fede: un intreccio mai banale, lo riconosco, ma che mi risulta piegato a una retorica troppo bolsa, se si vuole nascondere il trauma del credere imputando sempre tutto ai prìncipi e così nascondere la polvere dell’eresia formale sotto il tappeto dell’ambizione imperiale, a meno di ammettere che Lutero sia stato uno stolido imprudente, un guru improvvido, uno che pretendeva di “ministrari” e si è trovato - ahilui - a “ministrare” (l’opposto del Divin Maestro).

Quanto all’irreversibilità dei processi storici - quinto punto - concordo in pieno: poteva essere evitata la sciagura luterana, proprio per questo bisogna fare di tutto per evitare che gli influssi sterili di tale pianta si innestino nel cuore del cattolicesimo oggi.
Quanto alla comune amicizia, direi che è un puro nome. C’è un’amicizia di utilità, dovuta all’impostazione dello Stato di diritto, in cui si vive la pace contrattuale, mettendo tra parentesi l’opzione religiosa personale. Altro non vedo. Se devo dedicarmi alla fede, ho davvero poco da spartire col luterano. Anzi, dato che il credere è un fenomeno complesso, potrei trovarmi di fatto ad avere più punti di sintonia con l’islamico moderato che non con l’eretico ostinato. In ogni caso, non ci sgozziamo più a vicenda, questo sì, però non mi è chiaro se ciò sia l’effetto dell’ecumenismo o non invece, al contrario, ne sia la causa (da cui la semi-inutilità del medesimo).

E infine chiudo con la chicca del professore: “non esistono le basi per una reciproca scomunica”. Gran frase, peccato che la scomunica vige nella sua forma più alta: la negazione dell’intercomunione. Ma lui lo sa e infatti intendeva dire altro; ma anche io so che lui sa e che voleva dire altro ed è qui il problema: è giustappunto il momento di dire quell’unica cosa, che non c’è intercomunione perché c’è la scomunica (fatti salvi i documenti ecclesiali depositati), perché allora ci intratteniamo a parlare d’altro?

Una cosa ci giova a tirare le fila: la rivista che riporta l’articolo bomba è Tracce, mica il Timone, e allora mi spiego un po’ di più com’è che di tante cose ha lasciato un’impronta in questa sede, ma con nessuna di esse ci ha indicato una rotta affidabile. Oppure sarà che sono un pessimo segugio?
di Satiricus

   
http://www.campariedemaistre.com/2016/12/sulle-tracce-di-lutero.html