ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 20 dicembre 2016

El cabron alterado

GIUDA SI E' PENTITO,O NO ?

    «Sarebbe stato meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!» sono parole terribili che fanno rabbrividire pronunciate da Gesù su Giuda Iscariota ma papa Francesco non è d’accordo non la pensa così: a cosa vuole arrivare? 
di Francesco Lamendola  



«Sarebbe stato meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Sono parole terribili, che fanno semplicemente rabbrividire. Di chi mai si potrà dire una cosa simile? Chi oserà esprimere un giudizio così radicale, così annichilente, a proposito di un essere umano, per quanto peccatore? Ebbene, queste parole atroci non sono uscite dalla bocca dei soliti “clericali”, come li chiama, ormai abitualmente, papa Francesco; non sono state pronunciate da qualche fariseo o dottore della Legge, e neppure da qualche moderno inquisitore, da qualche Torquemada, bramoso di persone da mandare al rogo; nossignori: sono parole pronunciate da Gesù Cristo. E sono parole che Egli ha pronunciato nei confronti di una persona ben precisa, in carne ed ossa, con un nome e un cognome, non nei confronti di una persona ipotetica; di una persona che Egli conosceva assai bene, perché era uno dei dodici apostoli, tutti scelti da Lui: Giuda Iscariota. Colui che lo avrebbe tradito e venduto al Sinedrio di Gerusalemme per trenta denari.
Vale la pena di riportare tutto il passo del Vangelo di Marco (14, 17-21):

Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse: «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l'altro: «Sono forse io?». Ed egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Bene per quell'uomo se non fosse mai nato!


E il Vangelo di Giovanni (26, 20-25):

Quando fu sera, Gesù si mise a tavola insieme coni dodici, discepoli. Mentre stavano mangiando disse:”Io vi assicuro che uno di voi mi tradirà”. Essi diventarono molto tristi e, a uno a uno, cominciarono a domandargli: “ Signore, sono forse io?”. Gesù rispose: “Quello che ha messo con me la mano nel piatto, è lui che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo sta per morire, così come è scritto nella Bibbia. Ma guai a colui per mezzo del quale il Figlio dell’uomo è tradito. Per lui sarebbe stato meglio di non essere mai nato! Allora Giuda, il traditore, domandò: “Maestro, sono forse io?”. Gesù gli rispose: “Tu l’hai detto”.

Una espressione così tremenda sottintende una sola cosa: che Giuda non si è salvato, che la sua anima è andata all’Inferno, come sempre hanno pensato tutta la Chiesa cattolica, tutti i Padri e i teologi che hanno trattato o sfiorato questo argomento (almeno fino al Concilio Vaticano II), nonché il gran padre Dante, che colloca Giuda nel più profondo dell’Inferno, eternamente divorato da Satana in persona. E lo hanno sempre pensato e insegnato per una ragione precisa: perché, come risulta chiaramente dal Vangelo, egli non si è pentito e non ha creduto che Dio, nella sua infinita misericordia, lo avrebbe potuto perdonare. Per questo si è tolto la vita, commettendo un altro peccato mortale; e così è morto disperato e impossibilitato a ricevere il perdono di Dio. Questo, almeno, a quel che ci è dato sapere: perché nulla vieta di pensare che, negli estremi attimi della sua vita, mentre già stava soffocando, appeso al laccio che si era stretto al collo con le sue stesse mani, il pentimento sincero e la richiesta di perdono non si siano formati nella sua anima. Di ciò, però, nulla risulta dalle Scritture; e la Tradizione cattolica, unanimemente, ha sempre pensato il contrario. Ecco che cosa dice il Vangelo di Matteo (27, 1-10):

Quando Giuda, il traditore, vide che Gesù era stato condannato, ebbe rimorso. Prese le trenta monete d’argento e le riportò ai capi dei sacerdoti  e alle altre autorità. Disse: “Ho fatto male, ho tradito un innocente”. Ma quelli risposero: “A noi che importa? Sono affari tuoi!”. Allora Giuda buttò le monete nel tempio e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti raccolsero le monete e dissero: “La nostra legge non permette di mettere questi soldi nel tesoro del tempio perché sono sporchi di sangue”. Alla fine si misero d’accordo e con quei soldi comprarono il campo di un fabbricante di vasi, per destinarlo a cimitero per gli stranieri. Perciò quel campo si chiama anche oggi: “Campo del sangue” Così si avverarono le parole del profeta Geremia: “Presero le trenta monete d’argento, prezzo che il popolo d’Israele aveva pagato per lui, e le usarono per comprare il campo del vasaio, così come il Signore mi aveva ordinato”.

Il suicidio di Giuda è ricordato anche nel libro degli Atti degli Apostoli, attribuito all’apostolo Luca, nel quale si nota una lieve discrepanza a proposito del campo comprato coi trenta denari del tradimento, perché, qui, l’acquisto è stato fatto da Giuda in persona; per cui il suo suicidio non può essere avvenuto contemporaneamente alla morte di Cristo, o subito dopo, ma, evidentemente, qualche tempo più tardi (1, 15-20):

In quei giorni, le persone radunate erano circa centoventi. Pietro si alzò in mezzo a tutti e disse: “Fratelli, era necessario che si realizzasse quello che lo Spirito Santo aveva detto nella Bibbia. Per mezzo di Davide egli aveva parlato di Giuda, che divenne la guida di coloro che arrestarono Gesù. Giuda era uno di noi, e come noi era stato scelto per questa missione. Con i soldi ricavati dal suo delitto, Giuda comprò un campo e vi ha trovato la morte precipitando a capofitto; il suo corpo si è squarciato e le sue viscere si sono sparse. Il fatto è così noto a tutti gi abitanti di Gerusalemme che quel campo , nella loro lingua, essi lo chiamano Akeldamà, cioè campo del sangue. Ricordate ciò che sta scritto nel libri dei Salmi: “La sua casa diventi un deserto e nessuno più vi abiti”. Sta pure scritto: “Il suo incarico lo prenda un altro”.

Rimorso, dunque, e non pentimento, che è cosa ben diversa, provò Giuda, quando seppe che Gesù era stato condannato a morte e condotto al supplizio, per morire sulla croce; se si fosse pentito, non avrebbe disperato di essere perdonato da Dio e, soprattutto, non si sarebbe suicidato, caricando di una colpa ulteriore, gravissima, la sua coscienza già sporca per il tradimento nei confronti del divino Maestro. Provare rimorso non è la stessa cosa che pentirsi: provare rimorso del male fatto è cosa naturale, anche se alcuni lo sanno tacitare assai bene; pentirsi, significa comprendere il proprio peccato, desiderare di porvi rimedio, se possibile, e, se no, di espiare; in ogni caso, significa desiderare sinceramente il perdono di Dio.
A quanto pare, tuttavia, papa Francesco non è d’accordo; lui non la pensa così. E, stando alla frequenza con cui ritorna su questo tema, si direbbe che la sua sia più che una semplice opinione; egli presenta le sue congetture come cosa assolutamente certa, le insegna dal pulpito come fossero verità del Magistero: ma questo non corrisponde al vero, semmai è vero il contrario. Nelle Messe officiate nella Domus romana di Santa Marta, nel corso delle sue omelie, non si è stancato di ribadire il concetto che Giuda si è pentito e che, pertanto, non può essere andato all’Inferno, perché Dio non può non perdonare il peccatore che si pente.
Ecco cosa aveva detto in proposito il 10 aprile 2016, davanti a nove cardinali che lo affiancavano nello studio per la riforma della Curia Romana:

Il Vangelo dice che Giuda è tornato pentito. Poi, riferendosi a coloro i quali giudicano il prossimo o applicano la Legge in modo letterale:  Non importa a loro la vita di una persona, non gli importa il pentimento di Giuda.. Mi fa male quando leggo quel passo piccolo del Vangelo di Matteo, quando Giuda pentito va dai sacerdoti e dice “Ho peccato” e vuol dare… e da’ le monete. “Che ci importa!? Te la vedrai tu!”, dicono loro. Un cuore chiuso davanti a questo povero uomo pentito che non sapeva cosa fare. “Te la vedrai tu”. E andò ad impiccarsi. E cosa fanno loro, quando Giuda se ne va ad impiccarsi? Parlano e dicono “Ma, povero uomo?”. No! Subito le monete: “Queste monete sono a prezzo di sangue, non possono entrare nel tempio”: la regola tale, tale, tale, tale. I dottori della lettera!”.

Sono affermazioni gratuite, sbalorditive, prive di qualsiasi fondamento e peggio, perché falsificano apertamente la lettera e il senso del Vangelo. Dal Vangelo, non risulta alcun pentimento di Giuda. Secondariamente, sono discorsi che vanno contro il più elementare buon senso: come avrebbero potuto, i sacerdoti del Sinedrio, quelli stessi che avevano voluto il processo e la condanna a morte di Gesù Cristo, rimettere a Giuda il suo peccato, anche se lo avessero voluto? Gli assassini di Cristo avrebbero mai potuto perdonare il tradimento nei confronti di Cristo? E anche se avessero speso qualche parola buona per il traditore pentito, che valore avrebbero avuto le loro rassicurazioni? Tutto questo è semplicemente folle.
Ma non basta. Il 6 dicembre, il papa è tornato sul tema, imperterrito, roccioso, forse rafforzato nelle sue convinzioni dal silenzio/assenso di quei nove cardinali, nessuno dei quali, a quel che pare, aveva trovato nulla da obiettare alla sua strana omelia:

La pecora smarrita più perfetta nel Vangelo è Giuda: un uomo che sempre, sempre aveva qualcosa di amarezza nel cuore (sic), qualcosa da criticare degli altri, sempre in distacco (sic). Non sapeva la dolcezza della gratuità di vivere con tutti gli altri. E sempre, siccome non era soddisfatta questa pecore – Giuda non era un uomo soddisfatto! – scappava. Scappava perché era ladro, andava per quella parte (sic), lui. Altri sono lussuriosi, altri… Ma sempre scappano perché c’è quel buio nel cuore che li distacca dal gregge (sic). È quella doppia vita, quella doppia vita di tanti cristiani, anche, con dolore, possiamo dire preti, vescovi… E Giuda era vescovo, era uno dei primi vescovi, eh? (sic). La pecora smarrita. Poveretto! Poveretto questo fratello Giuda come lo chiamava don Mazzolari, in quel sermone tanto bello: “Fratello Giuda, cosa succede nel tuo cuore?”. Noi dobbiamo capire le pecore smarrite. Anche noi abbiamo sempre qualcosina, piccolina o non tanto piccolina, delle pecore smarrite.

Ah, be’, se lo ha detto don Mazzolari… Non lo ha detto mica un sant’Agostino, o un san Tommaso d’Aquino; lo ha detto don Mazzolari, e allora va bene. Peraltro, papa Francesco si è spinto assai più in là di don Mazzolari: non si è limitato a deplorare l’infelice destino delpovero fratello Giuda, si  è detto certissimo del suo pentimento e, quindi, anche della sua salvezza. Inoltre, paragonando il tradimento di Giuda a un comune peccato di lussuria, o allo smarrimento che chiunque di noi può provare, ha relativizzato alquanto quel supremo tradimento; lo ha, per così dire, abbassato e banalizzato. Un peccato come tanti; un peccato di quelli che si possono commettere ogni giorno. Anzi, lo chiama peccato, ma con un tono leggero, mondano, quasi scherzoso: ha peccato di brutto, eh! Ha peccato forte; che toglie al fatto la sua estrema drammaticità e lo mette sul piano di una conversazione brillante.
Quanto a quel discorso su coloro i quali hanno una doppia vita, avremmo preferito che non lo avesse mai fatto. In altra occasione, infatti, Francesco aveva detto che i cristiani “rigidi”, cioè, nel suo linguaggio, coloro i quali restano fedeli alla Tradizione e non capiscono, né approvano, la sua “svolta” liberale e progressista, sono persone che hanno una doppia vita, nonché malati o disturbati. Dispiace che un papa profitti della omelia della santa Messa per lanciare i suoi strali contro quanti lo criticano; e che lo faccia in questa maniera subdola, distorcendo le parole e il significato dei passi evangelici, pur di farli servire al suo scopo. Non è una bella cosa. Se ha delle critiche da fare a coloro che lo criticano, non è quella la sede, e non è quello il modo. Che parli apertamente e non schizzi allusioni velenose, in perfetto stile gesuitico.
E magari fosse finita. Nossignori; il 13 dicembre, appena qualche giorno dopo, è tornato alla carica:

Dopo aver stigmatizzati di nuovo lo spirito del “clericalismo”, una cosa molto brutta, che abusa del  popolo umile e povero che ha fede nel Signore, che lo bastona e che lo scarta, ha detto che Giuda è stato un traditore, ha peccato di brutto, eh! Ha peccato forte; però si è pentito ed è andato a ridare loro le monete; ma essi non gli hanno detto: Ma tu sei stato il nostro socio, stai tranquillo… Noi abbiamo il potere di perdonarti tutto! “. No, hanno piuttosto risposto: “Arrangiati come tu puoi. È un problema tuo!”. E lo hanno lasciato solo: scartato!... Il povero Giuda traditore e pentito non è stato accolto dai pastori. Questi avevano dimenticato cosa fosse un pastore. Erano gli intellettuali della religione, quelli che avevano il potere, che portavano avanti la catechesi del popolo con una morale fatta dalla loro intelligenza e non dalla rivelazione di Dio. Essi avevano l’autorità giuridica, morale, religiosa. Decidevano tutto…

E via di questo passo, per evidenziare quanto fossero ipocriti e indifferenti i sacerdoti, e come Gesù sia venuto proprio per andare incontro al popolo povero, bastonato, scartato, eccetera. È una interpretazione stupefacente, da teologia della liberazione. Sorge il sospetto – come ha notato Maurizio Blondet – che, di nuovo, il papa abbia colto al volo l’occasione per lanciare una stoccata ai suoi “nemici”: i quattro cardinali – Burke, Brandmüller, Caffarra, Meisner – i quali hanno osato porre i loro dubia sulla Amoris laetita, e ai quali non si è degnato di rispondere, a quasi tre mesi di distanza. Sono loro, e quelli come loro, i pastori dimentichi del loro dovere, malati d’intelligenza, privi di misericordia? Invece i Kasper, i Bianchi, i Rahner, quelli no, non sono malati d’intelligenza, non antepongono la loro intelligenza alla carità del Vangelo? E il non rispondere neppure alle legittime perplessità di quattro pastori, i quali domandano lumi per il loro gregge turbato e confuso (non ha forse dichiarato Gesù che il matrimonio è categoricamente indissolubile?), questa, invece, sarebbe carità cristiana? Oltretutto, sulla base di una invenzione bella e buona: che Giuda si sia pentito. Che ci si mostri il passo del Vangelo in cui si parla del pentimento di Giuda, e allora crederemo a tutte queste affermazioni di papa Francesco.
Sorge, piuttosto, un altro sospetto, ancor più grave: che il papa voglia erodere la nozione dell’Inferno. Se perfino Giuda non è andato all’Inferno, allora all’Inferno non ci va nessuno: Giuda, infatti, è sempre stato considerato dal Magistero come il peggior peccatore di tutti. La stampa laica si è affrettata a tirare questa conclusione (e papa Francesco si è ben guardato dallo smentirla), riprendendo le vecchie ipotesi del teologo Hans Urs von Balthasar: l’Inferno esiste, ma forse è vuoto. Il che è come dire che non esiste. Tipico giochetto gesuita: c’è, ma è vuoto, perché Dio perdona tutti; ma allora, non sarebbe assai più semplice e schietto dichiarare che l’Inferno, per gli uomini, di fatto non esiste? Ma questo, almeno per ora, neppure papa Francesco osa dirlo apertamente. È probabile che lo pensi, ma non osa contraddire due millenni di teologia cristiana e di Magistero della Chiesa. Da sempre la Chiesa ricorda a tutti i fedeli la necessità di prepararsi ai Novissimi: la morte, il giudizio, l’Inferno e il Paradiso. Forse che papa Francesco ne sa una più del Magistero, così come finora è stato sempre insegnato? Forse che vuol preparare il terreno per eliminare l’idea dell’Inferno, e, un poco alla volta, anche l’idea del peccato? Perché se qualsiasi peccato, alla fine, verrà perdonato da Dio, pentimento o non pentimento, allora non è la stessa cosa che dire che il peccato non esiste più, che è stato abolito, che si è sempre trattato di uno spiacevole malinteso? Ma questa sarebbe una enormità: tolto il fatto del peccato, si toglie anche la necessità della Redenzione; e tolta la necessità della Redenzione, si toglie la necessità della Incarnazione del Verbo, della sua Passione, Morte e Resurrezione: insomma, si toglie Cristo e si toglie il suo Vangelo.
È a questo, che si vuole arrivare? 
Giuda si pentì d’aver tradito Cristo?

di Francesco Lamendola