ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 6 dicembre 2016

Il brodo primordiale argentino

CATTOPROGRESSISMO RANCOROSO

    Rancorosi, meschini, intolleranti: la (trista) querelle tra la Rosa Bianca e Il Sabato. Vengono in mente le parole pronunciate da Paolo VI poco prima di morire: C’è un pensiero non cattolico che si fa strada nel cattolicesimo 
di Francesco Lamendola  



Se è vero ciò che dicevano i latini, ossia che historia magistra vitae, c’è stata una vicenda, diciamo così, esemplare, nell’ormai lontano 1987, nella quale il cattoprogressismo nostrano ha mostrato,  beninteso a quanti sono capaci di vedere, quanto sappiano essere rancorosi, vendicativi, meschini e intolleranti i suoi adepti: quella che ha contrapposto i nobili scudieri del defunto Giuseppe Lazzati ai due giornalisti Antonio Socci e Roberto Fontolan. Una vicenda, in sé e per sé modesta, e  tutta interna al mondo cattolico: mondo in cui le insofferenze tra chi sta a destra e chi un po’ meno, possono raggiungere temperature da calor bianco, con buona pace delle anime belle le quali, ignorando come sia, dall’interno, l’universo dei cattolici, s’immaginavano forse che certe asprezze possano riguardare, tutt’al più, i cattolici stessi e i loro aperti e dichiarati avversari, per esempio i radicali, ma non le discussioni fra di loro. Un nido di vipere, proprio il mondo dei cattolici…
La vicenda si svolse così.

Nel settembre del 1987, sul settimanale cattolico Il Sabato, con sedi a Roma e Milanofondato nel 1978 da alcuni giornalisti aderenti o simpatizzanti di Comunione e Liberazione, ma non espressione ufficiale del movimento, e che allora era diretto da Luigi De Fabiani, pubblicava, in tre puntate, una inedita e grintosa ricostruzione della presenza dei cattolici nella politica italiana dal 1974 al 1987, firmata da Antonio Socci e Roberto Fontolan. Il primo, senese, classe 1959, aveva incominciato a lavorare per Il Sabato nel 1984, poi vi era tornato dopo un’assenza di tre anni, dovuta a ragioni di lavoro, appunto per accendere le polveri della futura querelle con i cattolici progressisti, ai quali non piacque la sua lunga e impietosa inchiesta. Il secondo, classe 1956, destinato a una prestigiosa carriera nella Rai, proveniva, come l’amico, dalle file di Comunione e Liberazione, l’associazione fonata nel 1954 dal teologo don Luigi Giussani. Precisiamo qui che Il Sabato non era un giornaletto a bassa tiratura, come allora ce n’erano tanti: al principio degli anni ’80 tirava la bellezza di 60.000 copie, e si calcola che avesse qualcosa come 200.000 lettori. Stiamo parlando di numeri piuttosto importanti, dunque, e non di gruppetti marginali e ininfluenti.
Nel loro lavoro, i due giovani giornalisti ricostruivano puntualmente le vicende che avevano portato i cattolici, pur maggioritari nella società italiana, a perdere sempre più consensi e, soprattutto, credibilità,  a causa di scelte e comportamenti discutibili di alcuni importanti esponenti dell’area politica cattolica. Non si risparmiavano le critiche a Giuseppe Dossetti e a Giuseppe Lazzati, individuati come coloro che avevano “distorto” la naturale evoluzione politica del mondo cattolico dall’area moderata a quella di sinistra, sempre più velleitaria e sempre più succube dell’ideologia marxista, pur non avendo mai riconosciuto tale influenza. Anche la Democrazia Cristiana era soggetta a dure critiche, specialmente nella sua componente di sinistra; ma l’analisi più severa era riservata a quella borghesia cattolica benpensante che si era avvicinata all’ideologia comunista, non tanto per intima convinzione, quanto per tutelare i suoi interessi immediati, così come, a suo tempo, aveva fatto col fascismo, offrendo un desolante esempio di gattopardismo.
Il reportage era molto ben articolato e meriterebbe di essere letto integralmente (in rete è disponibile la terza e ultima parte, pubblicata sul numero 38 del 29 settembre 1987). Comunque, ciò che fece infuriare alcuni cattolici progressisti, ex discepoli ed estimatori di Lazzati, furono soprattutto i giudizi rivolti non alla sua figura, che è, incontestabilmente, irreprensibile (nel 2013 papa Francesco lo ha “promosso” da servo di Dio a venerabile, accelerando la sua marcia verso la probabile canonizzazione), ma al suo disegno politico. La prima parte dell’inchiesta, apparsa il 29 agosto 1987, mentre era in corso il meeting di Rimini di Comunione e Liberazione, essi videro con orrore e indignazione che Socci e Fontolan si permettevano di dare una interpretazione fortemente critica dell’operato del loro maestro e nume tutelare, già rettore dell’Università Cattolica di Milano, ove moti di essi avevano studiato. In particolare, i due giornalisti puntavano il dito contro il ruolo estremamente spregiudicato, quasi da doppiogiochista, che, secondo loro, Lazzati aveva assunto nella vicenda del referendum sul divorzio, a causa del quale era iniziata la disfatta morale che avrebbe portato i cattolici, nell’arco, appunto, di tredici anni, a diventare una minoranza politica (e non solo politica) nel nostro Paese.
Quelli che più si arrabbiarono, per la serie di articoli di Socci e Fontolan, furono i cattolici della Rosa Bianca, che trovarono intollerabili le valutazioni espresse intorno alla figura di Giuseppe Lazzati. Ma che cos’era la Rosa Bianca? Era, ed è, un’associazione fondata nel 1979, a Limone sul Garda, sotto il patrocinio del noto giornalista Paolo Giuntella (uomo di punta della Rai) da giovani provenienti dal mondo dello scoutismo e del volontariato, dalla F.U.C.I. (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) e dalla Azione Cattolica; il suo nome era ripreso da quello del gruppo tedesco antinazista Die Weiβe Rose, che fu perseguitato a morte dai boia hitleriani. Sorge spontanea la domanda: perché un nome così combattivo, così militante? L’Italia del 1979 (e del 1987) aveva qualcosa a che fare con il Terzo Reich? E i cattolici italiani avevano qualche mortale nemico da cui difendersi, e da cui difendere la dignità umana? Se lo avevano, o se ritenevano di averlo, certo non era quello che avrebbero dovuto avere: il comunismo, che stava ancora perseguitando, in Unione Sovietica, in Cina, in Albania e in altri Paesi, milioni di cattolici: ma no, non era con essi che i membri della nostrana Rosa Bianca si sentivano solidali e pronti a far sentire la loro voce. Al contrario: i comunisti, per loro, non erano affatto degli avversari, semmai dei validi interlocutori e dei possibili compagni di strada per attuare le riforme che essi ritenevano necessarie (in nome del Vangelo, si badi!); e pazienza se Pio XII, fin al 1949, li aveva scomunicati, così come Pio X, nel 1907, già aveva scomunicato i modernisti. I nemici con cui i membri della Rosa Bianca se la presero, erano due giornalisti cattolici, Socci e Fontolan. Del resto, la rosa bianca è simbolo di purezza: loro erano i puri, i veri seguaci di Cristo: e infatti, fra i loro collaboratori “fissi” si può notare tutto il Gotha del cattoprogressismo nazionale, da Enzo Bianchi a David Maria Turoldo, da Giuseppe Dossetti a Luigi Ciotti, e così via; gli “altri”, i cattolici che hanno il peccato originale di non strizzare l’occhio a sinistra, di non confondere Marx e Cristo, sono i “neri”, gli “oscuri”. Ora, è giusto e doveroso che il biancore della purezza prevalga sulle tenebre dell’iniquità: per cui i ragazzi della Rosa Bianca non persero tempo in chiacchiere e denunciarono Socci e Fontolan direttamente al Tribunale ecclesiastico della diocesi di Milano, retta, allora, da un personaggio assai vicino alle loro idee e alla loro sensibilità, e assai lontano da quelle di don Giussani e di Comunione e Liberazione (o, almeno, quella di allora): il cardinale Carlo Maria Martini, molto benvisto anche negli ambienti della Milano bene, nonché in quelli massonici, ufficiali e ufficiosi. Per afferrare tutta la gravità di quel gesto, è bene sapere che una simile procedura non era mai stata più avviata da nessuno, dopo il Concilio Vaticano II; ed era un caso particolarmente increscioso, perché dei cattolici denunciavamo altri cattolici davanti al loro arcivescovo, invocando severe sanzioni contro di essi. Ciò sia detto a prescindere da ogni considerazione morale circa l’opportunità, per dei cattolici, di mostrare così poca carità cristiana verso i loro fratelli, non colpevoli di atti contrari alla morale o alla religione, ma, semplicemente, di avere delle opinioni politiche diverse.
Lo scandalo fu enorme, e, come prevedibile, e forse come previsto, la stampa laicista e filo-massonica vi si gettò sopra, ben decisa a sfruttare al massimo il ghiotto boccone e ad allargare quanto più possibile il solco che si stava creando all’interno del mondo cattolico. L’ineffabile La Repubblica non perse tempo ad impugnare lancia e spada e a partire al galoppo in soccorso della povera Rosa Bianca, offesa nella sua onorabilità dallo scarso rispetto mostrato verso Lazzati; si veda in proposito l’articolo, consultabile in rete, di Silvia Giacomoni, e datato 3 agosto 1988. Chi voglia seguire la vicenda in tutti i particolari, può trovare un ampio materiale, per cui ci limiteremo a dire che, alla fine, non si giunse affatto ad una “condanna” di Socci e Fontolan, come qualcuno ancora oggi sostiene, ma ad una soluzione di compromesso (Martini era volpe troppo furba per cascare nella trappola di prender posizione contro gli “eredi” di don Giussani). Semplicemente, Il Sabato ripubblicò l’inchiesta “incriminata”, ma con una prefazione del filosofo Augusto del Noce, il quale, peraltro, diceva ciò che avrebbe dovuto essere già evidente a chiunque: che in quello scritto nessuno metteva in discussione la staturamorale di Lazzati, ma, semmai, si criticava la sua impostazione politica della presenza cattolica in Italia.
Pace fatta, quindi, e incidente chiuso? Non proprio. A partire da quel momento, da quell’episodio, il solco fra cattolici di opposto orientamento politico non ha fatto altro che allargarsi: i progressisti hanno guadagnato parecchie posizioni, una dopo l’altra, e ora dominano gran parte del sistema dell’editoria e della stampa cattoliche; gli altri, hanno dovuto ritirarsi passo a passo, e, al presente, appaiono decisamente più deboli. Stiamo parlando di dati quantitativi, ovviamente, e non di giudizi di valore. E stiamo parlando anche di stile, di modi, di atteggiamenti caratteristici: la scalata verso il successo non ha ammorbidito le asprezze dei progressisti, anzi, li ha resi sempre più aggressivi. È di pochi giorni fa la presa di posizione del Decano della Rota Romana, monsignor Pio Vito Pinto, secondo il quale i quattro cardinali che hanno osato esprimere pubblicamente le loro perplessità a proposito della esortazione apostolica di papa Francesco, Amoris laetitia, ispirata dal gesuita Antonio Spadaro, attuale direttore de La civiltà cattolica, non solo non meritano alcuna risposta (che, infatti, non hanno mai avuta, a oltre due mesi di distanza da quando si sono rivolti alla Congregazione per la Dottrina della Fede, esponendo i loro legittimi dubia), ma meriterebbero di essere privati del cardinalato, perché, con il loro gesto, hanno dato un vero “schiaffo” al pontificato di papa Bergoglio. Di nuovo: un cattolico che invoca i fulmini della Chiesa contro altri cattolici; in questo caso, addirittura un monsignore contro altri quattro cardinali, perché si sente forte della protezione del sommo pontefice, del quale è un fidatissimo e indefettibile zelatore. Non è un bello spettacolo, comunque lo si valuti, né per chi sta dentro la Chiesa, né per chi osserva le cose dall’esterno. Ma fa il paio con quanto diceva Enzo Bianchi (non padre Enzo Bianchi, perché è giusto ribadire che costui non è prete, anche se qualcuno lo vorrebbe vedere direttamente cardinale), secondo il quale nei prossimi tempi il Diavolo sferrerà la sua offensiva contro le “riforme” di papa Francesco, proprio per mezzo dei suoi oppositori interni.
Qualcuno, molto, ma molto ingenuamente, potrebbe chiedesi da dove nascano un così grande astio, un così profondo risentimento, una tale propensione alla vendicatività, visto che, dopotutto, se proprio un cattolico, e un uomo di Chiesa, deve odiare qualcosa o qualcuno, tale sentimento dovrebbe essere riservato ai diavoli dell’Inferno, o, al massimo (anche se non sarebbe comunque una bella cosa) ai nemici aperti e dichiarati della Chiesa e del Vangelo. A quei terroristi islamici che tagliano le teste dei cristiani in Libia, in Iraq, in Siria e altrove, per esempio; o che sgozzano i preti cattolici fin dentro le loro chiese, qui, nella stessa Europa. Strano, ma per costoro i cattoprogressisti hanno poche parole di rammarico o di condanna da spendere. Papa Francesco, per esempio, non si è mai degnato di condannare l’estremismo islamico: per lui, la stessa espressione, “terrorismo islamico”, è impronunciabile, e infatti non l’ha mai voluta pronunciare, e ciò mentre in Africa e in Asia perseguitano milioni di cattolici e ne ammazzano a migliaia. Quando proprio si è trovato a dover parlare della cosa, se ne è uscito con un paragone esplicito fra i terroristi che uccidono in nome di Allah e… quei cattolici che uccidono le mogli o le suocere per ragioni private: paragone assurdo, inverosimile, totalmente sballato. In tal modo, il papa Francesco ha mostrato non solo una grande povertà teologica e intellettuale, ma perfino una grande povertà umana. Povertà intellettuale che non significa affatto povertà dell’intelligenza: l’intelligenza non gli manca, ma la realtà che è disposto a vedere, è solo quella che passa attraverso le lenti (rosse) della sua ideologia di sinistra. La stessa che lo ha portato a incontrare trionfalisticamente Fidel Castro, e a ignorare l’opposizione cubana; la stessa che lo ha spinto ad accettare, con un sorriso compiaciuto, il dono sacrilego, dal presidente boliviano Morales, della falce e martello intrecciate alla santa Croce.
I nodi arrivano al pettine. Bisognava che i cattolici riflettessero di più su vicende come quella della Rosa Bianca, quasi trent’anni fa. Ora, forse, è troppo tardi. Vengono in mente le parole pronunciate da Paolo VI poco prima di morire: C’è un pensiero non cattolico che si fa strada nel cattolicesimo...

Francesco Lamendola


Rancorosi, meschini, intolleranti: la (trista) querelle tra la Rosa Bianca e Il Sabato

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Francesco Lamendola