ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 5 gennaio 2017

Pugno nell’occhio

FIGLI DI DIO E FIGLI DEL DIAVOLO

    Figli di Dio e figli del diavolo: questo linguaggio è troppo duro per i vostri orecchi? il Vangelo non è più uno, quello di Gesù ma si direbbe che ve ne siano molti: tipico riflesso della protestantizzazione del cattolicesimo 
di Francesco Lamendola  





Che cosa significa, per un cristiano, vivere da figlio di Dio? Ce lo spiega, con molta semplicità e con estrema chiarezza – oltre a Gesù stesso nel Vangelo, e san Paolo nelle sue splendide lettere -, anche San Giovanni, nella prima delle tre epistole che portano il suo nome (3, 1-16; traduzione della Bibbia di Gerusalemme):

Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato.  Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro. Chiunque commette il peccato, commette anche violazione della legge, perché il peccato è violazione della legge. Voi sapete che egli è apparso per togliere i peccati e che in lui non v’è peccato. Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non  lo ha visto né l’ha conosciuto.
Figlioli, nessuno v’inganni. Chi pratica la giustizia è giusto com’egli è giusto. Chi commette peccato viene dal diavolo, perché il diavolo è peccatore fin dal principio. Ora il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo. Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio.
Da questo si disinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, né lo è chi non ama il suo fratello.
Poiché questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello. E per qual motivo l’uccise? Perché le opere sue erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste.
Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia.  Noi sappiano che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna.
Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli…
Ecco qui, messe in fila una dietro l’altra, una serie di affermazioni – ovvie, in verità, per un cristiano, o che tali dovrebbero essere – che certamente hanno un suono, per i delicatissimi orecchi dei tanti cattolici progressisti e modernisti, diciamo pure estremamente sgradevole; di più ancora: del tutto inaccettabile. Un cattolico progressista e modernista, tutto pervaso di buonismo e di umanismo, non potrà mai accettare un concetto come questo, per quanto assolutamente limpido e coerente con tutto il Vangelo di Gesù Cristo: che  il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo, e non per predicare un vangelo all’acqua di rose.
Allo stesso modo, senza dubbio, egli non potrà mai digerire una affermazione, ancor più categorica, come la seguente: Chi commette peccato viene dal diavolo, perché il diavolo è peccatore fin dal principio. E neppure questa, che ne è la logica conseguenza:  Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio. Figli di Dio, figli del diavolo: tali sono gli uomini; e Gesù è venuto a far da discrimine, con la sua vita e la sua morte, e a separare il buon grano dal loglio.
Per un cattolico progressista e modernista, c’è da saltar sulla sedia: ma come, Gesù Cristo non è forse venuto sulla terra per confermare gli uomini nella loro naturale bontà? Per dir loro, sostanzialmente: Così va bene, così mi piace: restate nel mio amore? E come al solito, prendendo una parte della verità racchiusa nel Vangelo; perché è vero che Gesù ha detto: Rimanete nel mio amore (Giovanni, 15, 9); tuttavia, la frase competa suona così (15, 10-11): Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e  rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Dunque, per “rimanere” nell’amore di Cristo, non è sufficiente stare fermi e non far nulla; non è vero che gli uomini sono già di per se stessi, automaticamente, salvati dall’amore di Cristo: se così fosse, allora nulla verrebbe chiesto loro, e la salvezza sarebbe data ad essi indipendentemente dalla loro volontà. A quel punto tanto varrebbe dire che la salvezza è per tutti, buoni e cattivi, giusti e ingiusti, indipendentemente dalla volontà e dalle opere; che gli uomini, insomma, sono solo dei burattini nelle mani di Dio, e che il libero arbitrio è stato dato loro per scherzo; e che non c’è alcun bisogno di modificare la propria vita, di convertirsi, perché gli uomini sono già buoni e giusti, e Dio chiede loro solamente di restare così come sono.
Questo, però, non è affatto il Vangelo di Gesù Cristo; ma è, semmai, il vangelo di Jean-Jacques Rousseau. Purtroppo, oggi va assai di moda, da parte di numerosi sacerdoti e anche vescovi o cardinali, annunciare non già il Vangelo secondo Cristo, ma il vangelo secondo me; e non parliamo dei tanti, troppi personaggi che si spacciano per teologi, e per teologi cattolici, mentre sono soltanto dei teologi secondo me. Da Walter Kasper a Enzo Bianchi, è tutto un pullulare di strane esegesi, di contorti stravolgimenti della chiara, limpida parola di Gesù Cristo; il Vangelo non è più uno, quello di Gesù, come dice anche san Paolo, ma si direbbe che ve ne siano molti, chissà quanti: uno per ciascun lettore. Tipico riflesso della protestantizzazione del cattolicesimo avvenuta negli ultimi decenni, dopo il Concilio Vaticano II: i cattolici hanno placato il loro sentimento d’inferiorità verso i protestanti, a causa di una supposta maggiore “libertà” e “indipendenza” di questi ultimi, negli studi biblici e teologici, adottando, sostanzialmente, ma surrettiziamente, il loro approccio e la loro prospettiva: non si attengono più alla Tradizione, né al Magistero; bensì, smaniosi di novità, di audaci “svolte antropologiche”, pretendono di rifare ogni cosa, dopo aver gettato nel cestino della carta straccia molti secoli di buona teologia, quella tomista in primo luogo, per sostituirla con i loro penosi balbettii e con le loro fantasiose e spericolate elucubrazione nei regni, incerti e confusi, del relativismo e del soggettivismo, dove l’importante  non è ciò che Dio ha detto all’uomo, ma ciò che l’uomo pretende che Dio gli abbia detto.
L’espressione figli del diavolo, per costoro, è un vero e proprio pugno nell’occhio. Prima di tutto, perché al diavolo, lorsignori, hanno smesso di credere da un pezzo, e sono ceri, certissimi, che un cristiano “adulto”, un cristiano “moderno”, non può, non deve indugiare in simili concezioni antiquate, oltretutto sgradevoli, perché ispirate (lo ha detto padre Ermes Ronchi, e non in una parrocchia qualunque, ma facendo gli esercizi spirituali nella Curia romana) ad una pedagogia della paura, insomma quel che si dice facendo del terrorismo psicologico; abitudine che la Chiesa, secondo lui, ha praticato fin troppo a lungo. In secondo luogo, secondo loro, è inconcepibile che si possano definire a quel modo degli esseri umani, e sia pure peccatori, e sia pure peccatori maligni e recidivi, assolutamente refrattari alla Verità, e impenitenti. E qui viene acconcio il discorso del papa su Giuda Iscariota, da lui sviluppato in diverse occasioni, segno che gli sta particolarmente a cuore. Secondo la teologia morale di papa Francesco, Giuda non si è dannato, perché, dopo aver tradito, si era pentito: il fatto di essere tornato dai sacerdoti e di aver restituito loro i trenta denari ne sarebbe la prova. Peccato che il Vangelo (quello vero, non quello secondo me) non dica affatto così; non parli affatto del pentimento di Giuda, semmai del suo rimorso, che è il primo passo verso il pentimento, ma che non è la stessa cosa del pentimento, e che, da solo, non può salvare proprio nessuno, perché provare rimorso non è ancora provare pentimento, non è riconoscere il male fatto, ma solo soffrire per un disagio della coscienza; e tanto meno corrisponde a una effettiva volontà di emendarsi; ma soprattutto perché al pentimento manca la cosa essenziale: la richiesta di perdono a Dio. Giuda non chiese perdono a Dio: se lo avesse fatto, sarebbe stato perdonato; ma, in tal caso, non si sarebbe ucciso, né sarebbe morto disperato, come di fatto avvenne. Oppure il suo suicidio è stato solo il frutto di un tragico equivoco? Dio lo aveva perdonato, ma Giuda si è ucciso perché non lo sapeva, o non lo aveva capito? Stranissimo modo d’intendere il cristianesimo: eppure Gesù è sempre stato chiarissimo nel suo parlare, non ha mai lasciato spazio a possibili equivoci, specialmente così grossi, e su un terreno così terribilmente serio: quello della salvezza o della dannazione eterna. Morire disperati, e morire di propria mano, dopo aver commesso un peccato gravissimo, significa dannarsi, perché la disperazione consiste, appunto, nella incredulità circa l’infinito amore di Dio per gli uomini, e il rifiuto di accettare il suo perdono.
Se papa Francesco si fosse preso la briga di leggere il Vangelo, quello vero, di Gesù Cristo, e non il suo personale, avrebbe scoperto che, nel Vangelo di Matteo (26, 24; e cfr. Marco, 14, 21, e Luca, 22, 22, che adoperano quasi le stesse parole), Gesù disse, rivolto ai dodici, e specialmente a Giuda, il quale, ipocritamente, gli chiedeva se fosse lui il traditore preannunciato: Il Figlio dell’uomo se ne va, come è stato scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato! Orbene, si possono immaginare delle parole più chiare, più severe, più terribili di queste? Gesù, solitamente così dolce e pronto al perdono (così, almeno, ci piace immaginarlo, accogliendo dalle Scritture solo i tratti che ci fanno comodo, perché rassicurano la nostra indolenza e la nostra propensione a lasciar le cose come stanno, nella nostra vita, senza affrontare una vera conversione), disse testualmente: sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato! E dell’uomo di cui Gesù Cristo ha detto queste parole, si può immaginare che si sia realmente pentito e che, di conseguenza, abbia evitato la dannazione? Perché pentirsi equivale ad essere perdonati; ma se, per Giuda, sarebbe stato meglio non esser mai nato, come pensare che la sua anima abbia potuto evitare l’inferno? Ah, già; ma qui entra in ballo un’altra difficoltà, anzi, la vera difficoltà, per i cattolici buonisti, progressisti e modernisti: che essi non possono, né vogliono, assolutamente, ammettere l’esistenza dell’inferno. Al massimo, ma proprio come sforzo supremo, arrivano ad ipotizzare – come fece Hans Urs von Balthasar – che l’inferno esiste, ma che sia vuoto, perché l’amore di Dio è talmente grande, da strappare al diavolo tutte le anime (e poco cambia la questione se si parla di una impossibile possibilità dell’inferno, come fece il teologo svizzero). Però, se così fosse, si ricadrebbe nelle insormontabili aporie di cui sopra: se tutti gli uomini si salvano, a che scopo averli dotati del libero arbitrio? E perché mai Gesù avrebbe parlato così spesso dell’inferno e dei suoi tormenti, ove finiranno le anime impenitenti? Perché avrebbe raccontato ai suoi discepoli la parabola del ricco Epulone? E perché avrebbe detto (Matteo, 25, 41): Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno?
Il Vangelo di Giovanni, per buona misura, dice che, quando Giuda intinse il boccone nel piatto di Gesù, durante l’Ultima Cena, satana entrò in lui (13, 27). Giuda, pertanto, quando volle tradire il suo Maestro, era sotto il potere del demonio, perché lui stesso gli si era consegnato: e come potrebbe salvarsi colui che è posseduti da satana? Poi, sempre in Giovanni (17, 12), leggiamo che Gesù, pregando il Padre per i suoi discepoli, disse: Quand’ero con loro, io conservavo nel tuo nome coloro che mi hai dato e li ho custoditi; nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si adempisse la Scrittura (e quest’ultimo è un riferimento al Salmo 40, 10: Colui che  mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno). Perciò, che si mettano il cuore in pace tutti quei cattolici che vorrebbero il vangelo, ma non il Vangelo di Cristo, bensì il vangelo secondo loro, tanto più facile da leggere, tanto più accomodante e accondiscendente verso l’umanità peccatrice. Si convincano che l’inferno esiste, che il diavolo esiste, e che esiste anche il peccato da cui non si può essere perdonati; lo dice Gesù in persona (Marco, 3, 28-29): In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna.
A questo punto, bisogna pur dire che vi è realmente qualcosa di diabolico nella pretesa di cambiare la lettera e lo spirito del Vangelo, per trasformarlo secondo la mentalità del mondo. Eppure, è proprio quel che stanno facendo certi teologi, certi cardinali, vescovi e sacerdoti, a partire dal Vaticano II: stanno tentando di adattare il Vangelo allo spirito del mondo. Quanto a noi, fedeli al solo modello autorevole, quello di Gesù, ascoltiamo le sue parole:  (Giovanni, 16, 33):
Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia:  io ho vinto il mondo!
Gesù, dunque, non ha promesso applausi e sorrisi da parte del mondo; non ha esortato i suoi seguaci a trovare un modus vivendi con il mondo, magari con la scusa dell’apertura, dei dialogo e del gettare ponti invece che alzare muri; no, niente affatto: ha detto che vi è guerra fra il Vangelo e il mondo, e che Lui, col suo sacrificio d’amore sulla croce, ha vinto il mondo, e aperto, così, la strada di una eguale vittoria a tutti quelli che seguiranno la sua Via. Questo ha detto, e non altro. E san Giovanni, nella prima epistola – come abbiamo già visto - lo ribadisce con forza: Non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia. 
Pertanto, chi pretende di fargli dire dell’altro; chi pretende di stravolgere a suo talento la Parola di Dio, si rende colpevole del peccato più grave: quello contro lo Spirito Santo, per il quale – sono parole di Gesù, e sono parole terribili – non esiste possibilità di perdono…

Figli di Dio e figli del diavolo: questo linguaggio è troppo duro per i vostri orecchi?

di Francesco Lamendola

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