ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 10 febbraio 2017

Ciascuno ha le sue "auctoritates" !?

Auctoritates



Sull’ultimo numero della Civiltà Cattolica (quaderno 3999) il Vicedirettore Padre Giancarlo Pani ha pubblicato un articolo su “La donna e il diaconato” (abstract; parzialmente citato dal blog Settimo cielo), nel quale si avventura su un terreno insidioso, in cui, a mio parere, avrebbe fatto meglio a non inoltrarsi: la questione del sacerdozio femminile, definitivamente risolta con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis di Giovanni Paolo II del 22 maggio 1994.

L’Autore riferisce fedelmente l’insegnamento della lettera apostolica («la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale»), insegnamento da tenersi in modo definitivo; come pure riporta correttamente la successiva risposta, data il 28 ottobre 1995 dalla Congregazione per la dottrina della fede (CDF), a un dubium circa la dottrina di Ordinatio sacerdotalis (si veda pure la nota della CDF emanata contestualmente alla pubblicazione del responsum), secondo la quale tale dottrina è da considerarsi appartenente al deposito della fede e perciò infallibile. Padre Pani, bontà sua, riconosce la chiarezza di tali pronunciamenti; ma, a quanto pare, non ritiene tale chiarezza sufficiente a chiudere ogni discussione. Con affettata nonchalance, butta là affermazioni, apparentemente innocue, che però finiscono per riaprire il dibattito su un insegnamento dichiarato e riconosciuto come definitivo:

— il dubbio posto alla CDF era dovuto «non tanto [alla] dottrina quanto [alla] forza con cui essa era presentata»;

— in un paragrafo non proprio lineare e piuttosto involuto, si addebita alla dichiarazione pontificia di non tener «conto degli sviluppi che nel XXI secolo hanno avuto la presenza e il ruolo della donna nella famiglia e nella società»;

— si esprime meraviglia, non si capisce bene perché, per il fatto che la risposta della CDF (per “la prima volta nella storia”!) faccia appello al n. 25 di Lumen gentium (che tratta del munus docendi dei Vescovi e dell’infallibilità del magistero ordinario e universale, oltre che dell’infallibilità personale del Pontefice Romano);

— non si mette in discussione (vorrei ben vedere) «il fatto storico dell’esclusione della donna dal sacerdozio»; ma a tale constatazione si contrappone quanto, nel 1948 («quindi molto prima delle contestazioni degli anni Sessanta»!), affermava Padre Yves Congar: «L’assenza di un fatto non è criterio decisivo per concludere sempre prudentemente che la Chiesa non può farlo e non lo farà mai», dimenticando (o fingendo di dimenticare) che certi “fatti” non hanno un carattere puramente fenomenico, ma possiedono per noi valore normativo. Dio, per rivelarsi, si è servito non soltanto di parole, ma anche di fatti: «Questa economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto» (Dei Verbum, n. 2). È proprio per questo che il responsum della CDF può considerare l’esclusione della donna dal sacerdozio — un fatto — come appartenente al deposito della fede;

— infine si riporta un passaggio del volume di Alberto Piola, Donna e sacerdozio(Effatà Editrice, Cantalupa, 2005), nel quale si lamenta una  carenza di rationes a sostegno dell’esclusione della donna dal sacerdozio; salvo poi, vista l’impossibilità di negare l’abbondanza di motivazioni portate dai recenti interventi del magistero in materia, con non poca incoerenza, liquidare sbrigativamente tali rationes, senza portare alcuna giustificazione: «piú che espressione di autorità, paiono significare autoritarismo».

Anche Piola è costretto a riconoscere la chiarezza dell’insegnamento della Chiesa: «Oggi nella questione del sacerdozio femminile sono chiare le “auctoritates”, cioè le posizioni ufficiali del Magistero». Ma, ancora una volta, da tale chiarezza non si traggono le conseguenze che ci si aspetterebbe. 

Personalmente, aggiungerei che le auctoritates sono non solo chiare, ma anche di notevole prestigio:
— la testimonianza inequivocabile della Scrittura;
— l’ininterrotta tradizione della Chiesa;
— la dichiarazione formale di un Sommo Pontefice che, nell’esercizio del suo ministero di confermare i fratelli, afferma che tale dottrina «deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa»;
— l’intervento della CDF, con cui si dichiara che la dottrina di Ordinatio sacerdotalis è espressione del magistero infallibile della Chiesa e pertanto «si deve tenere sempre, ovunque e da tutti i fedeli, in quanto appartenente al deposito della fede». 


Padre Pani, mentre fa sua la richiesta di rationes contro le succitate auctoritates, non so se si avveda che, nel farlo, si appella, anche lui, a due auctoritates: i teologi Yves Congar e Alberto Piola. Evidentemente, ciascuno ha le sue auctoritates di riferimento: La Civiltà Cattolica si tenga pure le sue; noi continueremo a tenerci le nostre.
Q



http://querculanus.blogspot.it/2017/02/auctoritates.html


Sì alla donna prete, basta che ......



Nonostante Papa Bergoglio abbia  dichiarato, nella solita aero-intervista, che «sull’ordinazione di donne nella Chiesa cattolica, l’ultima parola chiara è stata data da San Giovanni Paolo II, e questa rimane», la questione in realtà è ancora, come si dice, aperta. Anzi, apertissima, sottolinea sagacemente Magister. Quindi, abbiate fede: la “donna prete”, in un modo o nell’altro si farà, e sarà un altro grande dono di Petrus Romanus al pari della comunione ai divorziati e delle unioni civili.
Volendo anche sorvolare completamente sugli obblighi imposti dalla tradizione (che sarebbe tuttavia fonte dogmatica, ma che importa), l’origine dell’esclusione è di diritto positivo divino. Dunque le “carte” per porre immediatamente fine a ogni sceneggiata ci sarebbero, ma mica vorremmo finire in tribunale? Che poi sappiamo esser ora controllati da quella che il Bonifacio chiamava la setta de’ diabolici, «che si fecero altrimenti intitolare falsamente gesuiti».
No, è meglio far buon viso a cattivo gioco. Nei confronti della “donna prete” suggeriamo di accogliere l’invito del Dalai Lama: «Deve essere molto, molto attraente e con una bella faccia». Così infatti ha parlato l’Oceano di Sapienza, con una noncuranza e una franchezza delle quali l’attuale Pontefice, sempre timoroso di scontentare i media, pare difettare: «Una Dalai Lama femmina con una brutta faccia non servirebbe a molto (mi permetto di rimandare chi volesse approfondire al mio Un Lama alla fine del mondo).

I cattolici dovrebbero umilmente far propria la proposta di Sua Santità Tenzin Gyatso (anche per favorire il dialogo tra le religioni): donna prete sì, ma che sia figa. Perché alla fin fine, è solo su questo punto che si potrà raggiungere un compromesso dignitoso per tutti: da una parte si accetterà l’“implementazione” (come oggi si suol dire) del ruolo delle diaconesse nella liturgia (almeno fin dove essa lo consente) e dall’altra dovrà esser garantita anche all’occhio la sua parte.

Gli anglicani del resto ci hanno già preceduto, proponendo come immagine della loro liberalità Joanna Jepson, che allo scopo di diventare una delle sacerdotesse più attraenti d’Inghilterra si è sottoposta a un’operazione per correggere un difetto alla mascella. Per grazia sovrabbondante, la reverenda Jepson è anche un’intransigente anti-abortista e il fatto di esser donna (donna-prete, per giunta) non l’ha comunque protetta dall’assalto mediatico.
Tale vicenda può aiutarci a elaborare le linee guida del sacerdozio femminile cattolico: l’illibatezza è chiaramente il primo requisito. Trovandoci in tempi di gesuitismo universale, sarebbe ammissibile una deroga per le candidate che si sono sottoposte a imenoplastica oppure per quelle che sono riuscite a mantenere integra la propria verginità anatomica.
Il secondo requisito è, appunto, l’avvenenza, la fatidica “bella presenza” che essendo richiesta a vigilesse e poliziotte, tanto più dovrebbe essere pretesa anche da una potenziale vescova. Si può discutere sui dettagli, ma credo che sul capello biondo non si possa che convenire all’unanimità, anche in base alla saggezza popolare che ricorda “Gli uomini preferiscono le bionde ma sposano le more” (il celibato ecclesiastico, almeno quello, rimane).
Il tipo di biondo “ideale” potrebbe essere quello di cui parla Raymond Chandler in Addio mia amata: «A blonde to make a bishop kick a hole in a stained-glass window» (così tutto torna).

Naturalmente si possono anche prendere in considerazione le finte bionde, perché, come dice Papa Francesco, la Chiesa è la casa di tutti.
Per quanto riguarda invece le donne con una “brutta faccia”, che come ricorda il Santo Padre (il Dalai Lama, s’intende), “non servono a molto”, qualora venisse riscontrata un’invincibile esigenza al sacerdozio, allora sarebbe auspicabile un ricorso alla chirurgia plastica, anche senza giungere ai livelli della Jepson di cui sopra, ma assestandosi, per esempio, agli standard di un reverendo Kathryn Percival.
Consentitemi, infine, qualche considerazione più “filosofica”: affermare che la bellezza esiste, in tempi di dittatura del relativismo, non è cosa da poco. Anche la bellezza minuta, quotidiana, transitoria, può evidentemente contribuire alla nostra salvezza: qualsiasi fisionomia ci rimanda a una perfezione ideale, archetipica, che la nostra mente costruisce talvolta a dispetto dei dati materiali. Tale misterioso “riflesso” induce a meditare sulla resurrezione della carne, quando i salvati saranno trasfigurati, ovvero accresciuti in moralità e bellezza. Perciò, almeno da questo punto di vista, il discorso è teologicamente fondato.

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