ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 24 febbraio 2017

Keep calm and go to Guam!

Rivisitazioni. Dodici anni fa Bergoglio non aveva i dubbi di oggi  
           
Libro
Dei cinque "dubia" sottoposti a papa Francesco e resi pubblici da quattro cardinali riguardanti la retta interpretazione di "Amoris laetitia", tre fanno riferimento a un precedente documento papale, l'enciclica di Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" del 1993. E chiedono se continuano a valere tre verità di fede riaffermate con forza da quell'enciclica.
Nel dubbio numero due è questa la verità di cui i cardinali chiedono conferma:
- l’esistenza di norme morali assolute, valide senza eccezioni, che proibiscono atti intrinsecamente cattivi (Veritatis splendor, 79).
Nel dubbio numero quattro è quest'altra la verità su cui chiedono lumi:
- l'impossibilità che "le circostanze o le intenzioni" trasformino "un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto soggettivamente onesto o difendibile come scelta" (Veritatis splendor, 81).
E infine, nel dubbio numero cinque è quest'altra ancora la verità su cui attendono un chiarimento:
- la certezza che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto (Veritatis splendor, 56).
A nessuno di questi "dubia" Jorge Mario Bergoglio ha finora dato risposta. Ma se tornasse indietro nel tempo, a quando era arcivescovo di Buenos Aires, le risposte le darebbe. Sicure e rassicuranti.

Nell'ottobre del 2004 si tenne a Buenos Aires, in occasione dell’inaugurazione della Cátedra Juan Pablo II presso la Pontificia Universidad Católica Argentina, un congresso teologico internazionale di approfondimento proprio della "Veritatis splendor".
Attenzione. La "Veritatis splendor" non è un'enciclica minore. Nel marzo del 2014, in uno dei suoi rari e meditatissimi scritti da papa emerito, Joseph Ratzinger, nell'indicare le encicliche a suo giudizio "più importanti per la Chiesa" delle quattordici pubblicate da Giovanni Paolo II, ne citò dapprima quattro, con poche righe ciascuna, ma poi ne aggiunse una quinta, che era proprio la "Veritatis splendor", alla quale dedicò un'intera pagina, definendola "di immutata attualità" e concludendo che "studiare e assimilare questa enciclica rimane un grande e importante dovere".
Nella "Veritatis splendor" il papa emerito vedeva restituito alla morale cattolica il suo fondamento metafisico e cristologico, l'unico capace di vincere la deriva pragmatica della morale corrente, "nella quale non esiste più quel che è veramente male e quel che è veramente bene, ma solo quello che, dal punto di vista dell'efficacia, è meglio o peggio".
In altre parole, bersaglio della "Veritatis splendor" era l'etica "della situazione", la corrente lassista in auge tra i gesuiti nel secolo XVII e poi mai scomparsa, anzi, oggi ancor più diffusa nella Chiesa.
Ebbene, tra i relatori di quel congresso il primo era Bergoglio. E il suo intervento si può rileggere negli atti pubblicati nel 2005 dalle Ediciones Paulinas di Buenos Aires, in un volume dal titolo: "La verdad los hará libres".
Un intervento, quello di Bergoglio, di forte, indubitabile adesione alle verità riaffermate dalla "Veritatis splendor" e in particolare alle tre sopra richiamate, cioè proprio a quelle che oggi sembrano traballare, dopo la pubblicazione di "Amoris laetitia".
Ad esempio, a pagina 34 del libro, l'allora arcivescovo di Buenos Aires scrive che "solo una morale che riconosca norme valide sempre e per tutti, senza alcuna eccezione, può garantire il fondamento etico della convivenza sociale, tanto nazionale quanto internazionale", in difesa degli uguali diritti tanto dei potenti quanto degli ultimi della terra, mentre il relativismo di una democrazia senza valori porta al totalitarismo.
E sarebbe questa una risposta al secondo dubbio dei quattro cardinali.
A pagina 32 Bergoglio scrive che la comprensione dell'umana debolezza "mai può significare un compromesso e una falsificazione del criterio del bene e del male, così da volerla adattare alle circostanze esistenziali delle persone e dei gruppi umani".
E sarebbe una risposta al dubbio numero quattro.
A pagina 30 respinge infine come una "grave tentazione" quella di ritenere impossibile per l'uomo peccatore l'osservanza della legge santa di Dio, e quindi di voler "decidere lui su ciò che è bene e ciò che è male" invece di invocare la grazia, che sempre Dio concede.
E sarebbe una risposta al quinto dubbio.
Ma poi che cosa è successo, dopo quel congresso del 2004 a Buenos Aires?
È successo, tra l'altro, che in reazione al congresso un teologo argentino di nome Víctor Manuel Fernández scrisse nel 2005 e nel 2006 un paio di articoli in difesa dell'etica della situazione.
Fernández era il pupillo di Bergoglio, che lo voleva rettore della Universidad Católica Argentina e che in effetti riuscì nel 2009 a ottenerne la nomina, piegando le comprensibili resistenze della congregazione vaticana per l'educazione cattolica.
Non solo. Quando nel 2013 Bergoglio divenne papa, promosse immediatamente Fernández ad arcivescovo e lo volle vicino a sé nella stesura del documento programmatico del suo pontificato, l'esortazione "Evangelii gaudium", come pure di altri suoi discorsi e documenti di spicco.
Con l'effetto che si è visto in "Amoris laetitia", ampiamente permeata di morale lassista e perfino con alcuni paragrafi copiati da precedenti scritti di Fernández.
Copiati in particolare dai suoi due articoli del 2005 e del 2006 sopra citati:
Come pure da altri suoi articoli del 1995 e del 2001:
E la "Veritatis splendor", così vigorosamente esaltata dal Bergoglio del 2004?
Dimenticata. Nelle duecento pagine di "Amoris laetitia" non vi è citata nemmeno una volta.


Settimo Cielo di Sandro Magister 23 feb


http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/02/23/rivisitazioni-dodici-anni-fa-bergoglio-non-aveva-i-dubbi-di-oggi/

Non tutti i Guam vengono per nuocere


di Satiricus 

Siamo a 5! No, in realtà il numero è anche più alto, ma non importa mettersi a fare la conta, del resto in teologia i numeri non contano (cit. Spadaro), contano i contenuti e le personalità. La quinta personalità è quella del card. Zen, il quale, “in una intervista con EWTN di Raymond Arroyo ha espresso il suo appoggio ai Dubia dei quattro cardinali che chiedono chiarimenti sulla esortazione apostolica Amoris Laetitia - Capitolo 8, ha detto: "Credo che sia una richiesta molto rispettosa, da parte di quei vescovi e cardinali, di avere chiarimenti"”. Meno male che Zen è un vecchio bauco, altrimenti c’era il rischio che qualcuno lo spedisse a Guam, nell’arcipelago della Misericordia. Guam è divenuta improvvisamente celebre dopo il periodico incarico quivi affidato al card. Burke, ma a ben vedere, e a voler fare della dietrologia gratuita e infondata - del resto essere Campari significa concedersi talvolta anche questi sfizietti e queste ragazzate - la mossa Guam avrebbe un precedente (almeno uno). Si tratta, così malignano i Pasquini, del vescovo Savio Hon Tai-Fai. Protetto di Bertone e successore di Sarah alla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, mons. Savio sarebbe stato spedito a Guam dal 6 giugno al 31 ottobre scorso. Qui la sua missione, ma non la sua permanenza, parrebbe essersi conclusa con la nomina ad Arcivescovo Coadiutore con facoltà speciali di S.E. Mons. Michael Jude Byrnes. Ma perché Guam? Perché davvero c’è un caso spinoso di pedofilia che richiede l’intervento di prelati dal cuore retto e dal pugno di ferro? Oppure perché il viaggetto a Guam va pensato come un’occasione per rivedere eventuali propensioni politiche non abbastanza franceschiane? Non so dirlo, fatto sta che, a ben vedere, simili propensioni non mancherebbero nella carriera di mons. Hon Tai-Fai, in quanto “in passato ha avuto a criticare l’incoerenza fra i proclami liberali del governo cinese e le azioni dell’Associazione patriottica in merito alle ordinazioni episcopali”. Un degno figlio di Zen, insomma, e un personaggino non troppo comodo da avere tra i piedi in quel del Vaticano, specie in questo new deal di politiche sinofile. Sia come sia, nell’attesa di chiarirsi il giusto ordine delle cose, consiglio di leggere il discorso di congedo presentato dal vescovo cinese al termine del proprio mandato in quel di Guam, soffermandosi in particolare sui saluti finali. Poche e semplici parole, che sarebbe curioso sentir risuonare anche da altri pulpiti: “I take the opportunity to express my sincerest heartfelt gratitude to all my dear brothers and sisters for all the support, affection, and fraternal corrections to me”. Keep calm and go to Guam! 
http://www.campariedemaistre.com/2017/02/non-tutti-i-guam-vengono-per-nuocere.html