ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 22 febbraio 2017

Scrociati da Malta in su..

Il cardinale Burke è "di fatto sospeso dall'incarico di patrono dell'Ordine di Malta"

A dirlo è il Gran Cancelliere prima licenziato e poi reincaricato, Albrecht von Boeselager: "Non c'è stata alcuna intromissione della Santa Sede nei nostri affari interni"

Il cardinale Raymond Leo Burke (LaPresse)
Roma. Il cardinale Burke "è di fatto sospeso dall'incarico di patrono dell'Ordine di Malta". A dirlo è stato il Gran Cancelliere dell'Ordine, Albrecht von Boeselager, prima licenziato e poi riammesso per volontà papale al suo posto. Von Boeselager ha rilasciato tali dichiarazioni al sito dell'Arcidiocesi di Colonia, spiegando che "l'arcivescovo Becciu ha la totale fiducia del Papa ed è il suo portavoce". Von Boeselager punta il dito sulla gestione del Gran Maestro Matthew Festing, costretto a dimettersi dopo un'udienza con il Papa: "Negli ultimi tre o quattro anni, il Gran Maestro era stato allineato dal governo dell'Ordine, con il risultato che i suoi candidati preferiti non sono mai stati eletti. Quando altre persone sono state collocate in posizioni di rilievo, il Gran Mastro ha tentato di interferire e nel mio caso forzandomi ad andarmene".

Boeselager, poi, ha ribadito che non c'è stata alcuna intromissione della Santa Sede negli affari interni dell'Ordine di Malta: "E' un'accusa del tutto infondata. Il motivo addotto per farmi dimettere era che si trattava di una richiesta del Santo Padre. Il che non era vero. Si è trattato di un'accusa falsa. In secondo luogo, molti membri dell'Ordine si sono appellati proprio al Papa chiedendogli di agire e di mettere le cose a posto. E così il pontefice ha agito".


Nella lettera con cui nominava mons. Giovanni Angelo Becciu proprio delegato presso l'Ordine di Malta, il Papa scriveva: "Lei, in particolare, curerà tutto ciò che attiene al rinnovamento spirituale e morale dell'Ordine, specialmente dei Membri professi, affinché sia pienamente realizzato il fine 'di promuovere la gloria di Dio mediante la santificazione dei Membri, il servizio alla Fede e al Santo Padre e l'aiuto al prossimo', come recita la Carta costituzionale". Infine, Francesco chiariva: "Fino alla conclusione del Capitolo straordinario che eleggerà il Gran Maestro, Lei sarà il mio esclusivo portavoce in tutto ciò che attiene alle relazioni tra questa Sede Apostolica e l'Ordine. Le delego, pertanto, tutti i poteri necessari per decidere le eventuali questioni che dovessero sorgere in ordine all'attuazione del mandato a Lei affidato".
http://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/02/22/news/ordine-malta-cavalieri-santa-sede-papa-francesco-chiesa-cattolica-raymond-burke-121702/

Ecco manovre e subbugli in vista dei nuovi vertici dei Cavalieri di Malta 
        

La lotta per Roma dei Cavalieri di Malta è un caos tutt’altro che calmo. In attesa del “conclave” che dovrà eleggere il nuovo Gran maestro emergono sommesse staffilate tra i protagonisti della saga dell’antico Ordine nato ai tempi della prima crociata. Con un’agenda segnata chiaramente su un punto, la riforma della Costituzione; e altri aspetti sottotraccia. Dove una pretesa non osservanza della morale della Chiesa in una questione di profilattici si intreccia a sospetti di ambizioni e insinuazioni su lotte di potere e gestione finanziaria. Un duello che pare ancora aperto tra la leadership religiosa e i riformatori laici, soprattutto tedeschi.
A.A.A. CERCASI GRAN MAESTRO
Ad oggi solo dodici cavalieri hanno i requisiti per essere votati ed eletti alla suprema carica di Gran maestro. Dodici come gli apostoli, ma non ritenuti sufficienti a rappresentare tutto lo spettro degli oltre 13mila cavalieri e dame e dei 100mila volontari impegnati in qualcosa come 2000 opere di assistenza ai poveri, ai rifugiati e ai malati. Tra gli eleggibili, inoltre, alcuni sono molto anziani (uno ha 97 anni) o hanno motivi personali per non avere interesse ad accettare l’elezione. Lo rileva Ludwig von Hoffman-Rummerstein, capo ad interim dell’Ordine dopo le dimissioni del Gran maestro, Matthew Festingchieste da Papa Francesco al culmine della crisi.
COME CAMBIERÀ LA COSTITUZIONE
In un’ampia intervista concessa al quotidiano austriaco Der Standard, il Luogotenente internale chiarisce in che direzione andrà l’annunciata riforma della Costituzione. Secondo l’attuale Carta, per essere eletti a Gran maestro occorre essere cavalieri religiosi a tutti gli effetti, con i voti di povertà, castità e obbedienza, e dimostrare una linea nobiliare di almeno 150 anni. Inoltre, non sono previsti limiti di età. “E questa è una cosa che il Vaticano vuole giustamente cambiare” rivela Hoffman-Rummerstein. Un limite, ipotizza, andrà posto a 80 o 75 anni, così come per i cardinali elettori in conclave o i vescovi a capo delle diocesi. E si prevede un’apertura a cavalieri che non vantino una linea nobiliare. Ecco quindi che il 29 aprile, quando si riunirà il Consiglio Compìto di Stato, quasi certamente non sarà eletto un Gran maestro ma un Luogotenente temporaneo per un anno o poco più: il tempo necessario a modificare la Costituzione. Questa dovrà essere approvata dal Capitolo generale che è in agenda fra due anni, ma che potrebbe anche essere convocato anticipatamente per approvare le riforme. Uno dei punti in discussione non potrà non riguardare la questione dei cavalieri religiosi, gli unici che possono accedere alle cariche più alte. Ad oggi sono un’esigua minoranza. Sarebbe in particolare la componente tedesca dei cavalieri a lavorare per una modernizzazione dell’Ordine. Questo con la benedizione del Papa che, nominando un suo delegato speciale, l’arcivescovo Angelo Becciu, ha indicato la necessità di un “opportuno aggiornamento della Carta costituzionale”. L’aggiornamento non aprirà comunque le porte del vertice dell’Ordine alle donne, che ad oggi rappresentano circa il 30 per cento dei membri effettivi: “Questo punto non è in discussione”, chiarisce Hoffman-Rummerstein.
“NESSUNA INGERENZA DEL VATICANO”
L’attuale reggente dei cavalieri definisce una “sciocchezza” l’interpretazione di un’ingerenza del Vaticano nella vicenda di un Ordine sovrano che mantiene relazioni diplomatiche con 106 Paesi. Santa Sede compresa. Una rivendicazione di autonomia fatta propria dall’ex Gran maestro Festing quando la Segreteria di Stato in dicembre mandò una commissione di informazione dopo il siluramento del barone tedesco Albrecht von Boeselager dal ruolo di Gran cancelliere e dall’Ordine stesso. La vicenda si è poi conclusa con le dimissioni di Festing il 28 gennaio, chieste e ottenute da Francesco, che ha anche imposto l’immediato reintegro di von Boeselager. Hoffman-Rummerstein sottolinea la duplice natura dei cavalieri che, come ordine religioso, naturalmente dipendono dalla Santa Sede.
BURKE ANCORA NEL MIRINO
Oltre ai chiarimenti procedurali, il Luogotenente dà una versione nuova della riunione del 6 dicembre che ha portato al licenziamento di von Boeselager. Secondo Hoffman-Rummerstein non sarebbe stato Festing a chiedere al Gran cancelliere di dimettersi, ma il cardinale patrono in persona, Raymond Burke. Un punto non da poco. Tanto che immediatamente è arrivata la smentita del cardinale americano, che ha definito la ricostruzione del Luogotenente “imprecisa e calunniosa”: “Non avevo il potere di chiederne le dimissioni. Ho semplicemente affermato che la persona che consapevolmente ha permesso la distribuzione di contraccettivi doveva assumersi le sue responsabilità, e quindi il Gran maestro ha chiesto al Gran cancelliere di dimettersi. Questi si è rifiutato e Festing ha proceduto senza il mio coinvolgimento”. Stando a quanto scrive Austen Ivereigh per il magazine Crux, la posizione di Boeselager era sotto indagine da tempo, ma la svolta sarebbe arrivata con le prove raccolte da un istituto di New York al quale si era rivolto lo stesso Burke per ottenere un rapporto dettagliato sulla questione. Sabato scorso Boeselager ha nuovamente rigettato le accuse. In un dialogo con i giornalisti – riporta l’agenzia Kathpress – ha ribadito di non avere mai promosso la distribuzione di preservativi, di essersi sempre attenuto nel suo lavoro alla dottrina della Chiesa, e che la decisione di Festing nei suoi confronti era dovuta a falsi consulenti. Anche se non fa nomi, trapela un certo fastidio per Burke. Del cardinale, del resto, dice di non credere fosse in grado di riportare la pace nell’Ordine.
UN PORPORATO ESAUTORATO MA NON ESILIATO
Fatto sta che il delegato di Francesco di fatto esautora il cardinale patrono dal suo ufficio: a curare gli interessi spirituali dell’Ordine e i rapporti con il Papa è l’arcivescovo Becciu, non Burke, che rimane patrono solo nominalmente, almeno fino al termine della missione del delegato. Già da ottobre Burke è impegnato come presidente di un tribunale ecclesiastico costituito dalla Congregazione della dottrina della fede per giudicare una questione di pedofilia che vede coinvolto l’arcivescovo di Guam. Nei giorni scorsi il porporato è volato nell’isola del Pacifico per ascoltare i testimoni. C’è chi si è spinto a immaginare una punizione del Papa per il cardinale tradizionalista, firmatario dei dubia. Una sorta di esilio come fu per Napoleone a Sant’Elena. Un to burke The Burke. Un metterlo a tacere. Così non è. Intervistato da Fabio Marchese Ragona, lo stesso cardinale ha chiarito che la missione è nata per una richiesta della Congregazione – non del Papa – nella quale serve come preside del suo Tribunale. E anche se si prevede che per l’istruzione della causa ci vorrà fino all’estate, la sua missione nell’isola si è conclusa in un lampo: atterrato il 15 febbraio, il 17 era già sul volo di ritorno.
TRA PUNTI INTERROGATIVI E SMENTITE
Secondo il vaticanista Marco Tosatti, dalle recenti vicende dell’Ordine di Malta “promana sempre di più un profumo di soldi, più che di questioni dottrinali”. Tosatti ricorda che il Gran Cancelliere espulso e poi riammesso aveva legami con la Segreteria di Stato e che il delegato pontificio incaricato di rinnovare “spiritualmente” l’Ordine è il Sostituto della Segreteria. Becciu, appunto. Il collegamento con il denaro – stando alla ricostruzione del vaticanista Edward Pentin, del National Catholic Register – potrebbe essere riconducibile ad una disputa su come gestire un trust svizzero formato per liquidare un lascito ereditario di circa 120 milioni di franchi. E non è sfuggito a nessuno che il fratello di Albrecht, Georg, siede da poco nel board laico dello Ior. Secondo Pentin, inoltre, la questione della distribuzione dei profilattici era stata riferita da Burke al Papa il 10 novembre. Francesco, a voce e poi in una lettera, chiedeva al cardinale azioni appropriate, non solo nel richiamo alla morale per la questione contraccettivi, ma anche come pulizia dalla Massoneria. Pur raccomandando – scrive Andrea Tornielli, de La Stampa – di non fare saltare teste. Tornato in sellaBoeselager ha respinto ogni collegamento dell’Ordine con un trust svizzero. Ha negato che la nomina del fratello alla banca vaticana avesse qualcosa a che fare con la crisi nell’Ordine. Infine ha smentito che il Papa si riferisse alla necessità di ripulire l’ordine dalla Massoneria, in quanto per essere ammessi tra i cavalieri non si può essere massoni, precisando che Francesco auspicava invece che chi non condivide la dottrina cattolica non deve fare parte dell’Ordine.
BECCIU RICHIAMA ALLA CONCORDIA
Nella sua lettera inviata ai cavalieri qualche giorno fa, il delegato Becciu ricorda proprio questo: “Sono convinto che il dare e promuovere gloria a Dio debba essere la stella polare del nostro agire e l’unica giustificazione dell’essere membri dell’Ordine di Malta”. L’arcivescovo richiama poi, in un garbato ma fermo linguaggio, all’impegno “alla conversione sincera”, “all’esame di coscienza personale e comunitario per verificare se siamo capaci di posporre gli interessi personali o di gruppo, affinché prevalga il bene superiore dell’Ordine”. Suo compito – ricorda – “è la promozione della concordia tra le componenti religiose, clericali e laicali” dei cavalieri.


“Spifferi parte VII: il ‘dopo Müller’, la Chiesa filocomunista e la Vera Chiesa” di Fra Cristoforo
Ormai i giorni del Cardinale Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sarebbero contati.
La mia fonte mi confida che Muller all’interno della Congregazione, mentre è da alcuni ancora rispettato, da molti altri è da diverso tempo che subisce
una sorta di mobbing.
E’ ammirabile che un uomo di tale calibro abbia saputo resistere ed ingoiare tutto questo veleno per tanto tempo.
E sembra stia cominciando a girare qualche nome come suo sostituto.
Si parla di due Cardinali.
Uno potrebbe essere il Cardinale Schonborn. Bergoglio disse che l’unica interpretazione giusta di Amoris Laetitia l’aveva data lui (ovviamente aperture a tutto
spiano: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351305.html), umiliando ancora pubblicamente  Müller, e in modo così spietato.
L’altro nome che gira, e che potrebbe prendere il posto di Prefetto, è proprio quello del Cardinal Maradiaga: il responsabile del C9.
E anche qui le cose non vanno di certo meglio.
(https://www.riscossacristiana.it/maradiaga-contro-muller-nella-chiesa-e-esploso-alla-fine-il-conflitto-dottrinale-di-paolo-pasqualucci/).
La riforma della Curia prende ogni giorno di più una brutta piega.
Assistiamo ogni giorno a veri e propri assalti di regime, che contribuiscono a demolire ogni giorno la Chiesa Di Gesù.
Il dittatore Bergoglio non vuole assolutamente voci fuori dal coro. E’ un uomo vendicativo, rancoroso. La mia fonte mi dice che a Santa Marta, oltre
la fila dei lecca calzini che ogni giorno si presentano davanti a lui (a riferire chiacchiere, fare la spia, ecc…) vige un clima di terrore.
Quelli che che la pensano diversamente da lui, anche i laici che svolgono servizi, si guardano bene dal confidarsi l’uno con l’altro.
Pare abbiano messo praticamente tutto il territorio vaticano e limitrofo sotto stretta e riservata sorveglianza.
Anche dopo aver scritto il mio articolo “Spifferi III”, si sono notati alcuni “bravi di manzoniana memoria”…”in borghese” passare mattine intere nei bar
accanto al vaticano per cercare di captare qualche dissidente.
Per non parlare poi di quest’ultimo comunicato della Segreteria di Stato
(http://ilsismografo.blogspot.it/2017/02/vaticano-comunicato-della-segreteria-di_22.html).
Notare bene la frase: “Per rendere la propria azione di tutela sempre più efficace rispetto agli scopi indicati, e interrompere situazioni di illegalità
eventualmente riscontrate, la Segreteria di Stato effettuerà sistematiche attività di sorveglianza volte a monitorare le modalità con cui l’immagine
del Santo Padre e gli stemmi della Santa Sede vengono utilizzati, intervenendo all’occorrenza con opportuni provvedimenti”.
Mi sembra che in confronto Caeusescu fosse un apprendista. Ci capiamo? Nessuno si deve permettere di “ledere” l’immagine del dittatore!
Pena…seri provvedimenti!
Mi sembra di leggere comunicati del leader della Corea del Nord, o di Fidel Castro.
Bravo Bergoglio. Bravi tutti. Queste -sì!- che sono testimonianze concrete di “misericordia”.
Ma per favore, non venitemi a dire che questa è la Chiesa di Cristo. Perché Gesù Cristo ha istituito un’altra Chiesa.
Di cui il Papa è ancora Benedetto XVI.
Fra Cristoforo
Vescovi, ecco le recenti nomine super bergogliane di Papa Francesco



La scelta del successore di mons. Luigi Negri a Ferrara certifica quanto era chiaro già da anni. La vera rivoluzione di Papa Francesco, ben più che le riforme del settore economico-finanziario, dello Ior e della curia romana, è quella che ha a che fare con la nomina dei vescovi. E’ il modo più semplice, più rapido e più “conveniente” per portare la chiesa a sintonizzarsi sulle frequenze impostate dal nuovo corso. Una chiesa che, riassumendo, diventi ospedale da campo perenne.
IL GRANDE RICAMBIO DEI PASTORI
In quasi quattro anni di pontificato, Bergoglio ha provveduto al ricambio di un terzo dei vescovi italiani. Quasi tutti in discontinuità, come profilo, con i predecessori. Pochi trasferimenti di sede episcopale, molti uomini pescati tra i semplici sacerdoti. Tutti con una precisa vocazione pastorale sociale. La nomina di mons. Giancarlo Perego, già direttore della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana, lo conferma. Attento ai migranti, ai profughi, fautore dell’accoglienza, Perego rappresenta una netta discontinuità rispetto a Negri.
I PROFILI PRESCELTI
Guardando la mappa del nostro paese, gli esempi sono molteplici. Rimanendo al nord, si segnala Padova, dove da un anno e mezzo vescovo è Claudio Cipolla. Lombardo, senza esperienza episcopale pregressa, anch’egli attento al sociale. Schema identico a Palermo, dove per succedere al cardinale Paolo Romeo, Francesco ha chiamato il giovanissimo Corrado Lorefice, parroco a Modica. A Bologna, invece, ha trasferito il già vescovo ausiliare di Roma, mons. Matteo Zuppi, apprezzato anche da settori cosiddetti conservatori, molto vicino a Sant’Egidio.
PROMOSSI E BOCCIATI
Lo schema risulta confermato anche guardando alle scelte che il Papa ha fatto riguardo le creazioni cardinalizie. Scartati i pastori delle “tradizionali” Torino e Venezia (niente porpora né al ruiniano mons. Cesare Nosiglia né al patriarca Francesco Moraglia), Francesco ha scelto Edoardo Menichelli, (vescovo di Ancona), Francesco Montenegro (Agrigento), Gualtiero Bassetti (Perugia).
COSA SUCCEDE ALL’ESTERO
All’estero, pur con qualche eccezione, il canovaccio è il medesimo: a Madrid con mons. Carlos Osoro Sierra (il “Francesco di Spagna”) e ancor di più negli Stati Uniti, dove forse la “rivoluzione” è ancora più evidente: tutto è cominciato a Chicago con la nomina di Blase Cupich a sostituto del conservatore di ferro Francis Eugene George, quindi con la creazione cardinalizia dello stesso Cupich e di mons. Tobin, protagonista del contenzioso tra il Vaticano e la grande associazione delle religiose americane (Leadership conference of women religious) messe sotto inchiesta da Roma per alcune inclinazioni “liberal” contestate dalla congregazione per la Dottrina della fede e dalla congregazione per i religiosi dove Tobin fungeva da segretario (cioè da numero due).
LE PORPORE MANCATE
E che si tratti di precisa linea, anche qui lo dimostrano le esclusioni di lusso: niente porpora a mons. Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, ma – e questo non è passato inosservato – neppure a mons. Horacio Gomez, arcivescovo di Los Angeles: cioè della più grande diocesi d’America. Elemento interessante è che Gomez è pure ispanico e oppositore della linea trumpiana su muri e politiche migratorie.
LA SUCCESSIONE A SCOLA
Tornando in Italia, ci sono due appuntamenti attesi per i prossimi mesi che potrebbero confermare la rotta intrapresa. Innanzitutto la nomina del nuovo arcivescovo di Milano, la seconda diocesi più grande del mondo. Il cardinale Scola, che ha compiuto 75 anni lo scorso 7 novembre, sarà sostituito con ogni probabilità in primavera. Tanti i nomi che circolano, da mons. Franco Giulio Brambilla all’attuale vicario Mario Delpini, fino alle opzioni prese da lontano, come quella che porta all’attuale arcivescovo di Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte.
IL PROSSIMO PRESIDENTE DELLA CEI
Quindi, la nomina del nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana, visto che a maggio si concluderà il doppio mandato del cardinale Angelo Bagnasco. Per la prima volta, i vescovi della Cei eleggeranno una terna, dalla quale poi il Pontefice (primate d’Italia) sceglierà il nuovo numero 1. Naturalmente, per lui nessun vincolo: il Papa potrà sempre scegliere al di fuori dei nomi proposti.


Il dilemma della chiesa americana sul credito da concedere a Trump

I dubbi all'interno della Conferenza episcopale americana. Mons. Chaput: “Dovremmo sostenere il presidente”
L'arcivescovo di Philadelphia Charles Chaput con Papa Francesco (foto LaPresse)

Roma. Da una parte il Papa che chiede di costruire ponti e non muri, dall’altra Donald Trump. In mezzo, la Conferenza episcopale americana. Strattonata da una parte da chi la vorrebbe in prima fila nel condannare le politiche poco aperturiste del presidente e dall’altra da chi invece punterebbe a farne l’alfiere del nuovo corso che seppellirà gli otto anni obamiani a trazione liberal. Finora, i vescovi se la sono cavata plaudendo alle misure che vanno in direzione dell’agognata libertà religiosa (che non è mera libertà di culto, come la intendeva il democratico Barack Obama) e criticando l’approccio verso le masse di migranti che premono alle frontiere meridionali del paese. Il gioco è risultato facile, soprattutto se a farsi portavoce dello schema è stato mons. José Horacio Gómez, arcivescovo di Los Angeles (la più grande diocesi d’America) che ha due vantaggi nello specifico contesto storico e sociale in cui ci si trova: è ispanico e conservatore.

Una linea che grosso modo ha tenuto insieme una conferenza episcopale dove sì i conservatori sono in netta maggioranza, ma dove i pastori vicini all’agenda e alle priorità bergogliane sono in ascesa, soprattutto per quanto attiene alla contabilità numerica e al peso specifico all’interno della situazione ecclesiale, dovuto principalmente al ricambio che il Papa sta effettuando anche lì e non solo in Italia: non è un caso che tra i più duri nel contestare le misure trumpiane riguardanti l’immigrazione vi siano stati i neocardinali Blase Cupich e Joseph William Tobin, apprezzati da Francesco e meno dai confratelli americani, risultando esclusi lo scorso novembre dalle short-list per gli incarichi di peso nella conferenza episcopale. Un equilibrio instabile, ha osservato la scorsa settimana sul New York Times l’editorialista Ross Douthat, che prendendo spunto dalla querelle riguardante i rapporti datati 2014 tra Steve Bannon e il cardinale Raymond Leo Burke, ha scritto che “a Roma il populista non è un presidente di destra, bensì un Papa radicale”.

La copertura mediatica “amica”, ha proseguito Douthat, “rappresenta il Pontefice come un uomo di centro, un equivalente ecclesiastico di Angela Merkel, Barack Obama o David Cameron, minacciato da chi sta alla sua destra”. Peccato che le cose stiano diversamente, chiosa l’editorialista: Francesco “è un trumpiano: infrange le norme, trascura le tradizioni, governa per decreto quando esistono regole e strutture che resistono alla sua volontà”. Chi ora esce dal tracciato seguito dalla Conferenza episcopale americana – seppur non con i toni usati da Douthat – mostrandosi propenso a dare credito a Trump, è mons. Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia. Conservatore tenace e grande organizzatore dell’Incontro mondiale delle famiglie del 2015, Chaput ha accusato la stampa locale di essere “troppo ostile” nei confronti di Trump, “ridicolizzando” costantemente la fede religiosa. “E’ incredibile per me vedere quanto la stampa sia ostile a tutto ciò che il presidente fa. Non voglio essere di parte, ma mi pare che se noi davvero siamo seri circa le nostre responsabilità come cittadini, dovremmo sostenere il presidente e augurargli il successo piuttosto che tentare di azzopparlo”. Sia chiaro, dice Chaput: “Naturalmente si può non essere d’accordo, e penso sia importante farlo, in particolare sulle questioni che contano, le questioni morali”.

L’arcivescovo di Philadelphia lancia anche un appello all’Università di Notre Dame, che ha scelto di non invitare Trump per il tradizionale discorso inaugurale, una prassi (e un onore) di solito riservato ai presidenti neoeletti. Il magazine dei gesuiti America ricorda che Chaput non è mai stato trumpiano, anzi: durante la campagna elettorale “è stato un critico sia di Trump sia della sua sfidante, Hillary Clinton” e alla vigilia delle elezioni di novembre ha preso posizione contraria alle proposte politiche del candidato poi risultato vittorioso riguardo l’immigrazione e il divieto all’ingresso di rifugiati. Poi però, finita la campagna elettorale, è il momento del realismo. Il presidente è Trump, piaccia o no, sembra dire Chaput. Ed è con lui che bisogna fare i conti, cercando di guardare anche al lato positivo di quel che potrà fare nel corso del suo quadriennio. Un indizio in tal senso, rimarcato dall’arcivescovo di Philadelphia, è stata la nomina (assai gradita) di Neil Gorsuch a giudice della Corte suprema.
http://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/02/22/news/trump-dilemma-chiesa-americana-121658/