ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 11 marzo 2017

Anomali si diventa

Dalla mondanizzazione alla laicizzazione
del cattolicesimo



Non si tratta di una grande novità, quanto piuttosto dalla normalizzazione di una anormalità; normalizzazione perché il fenomeno di cui parliamo si va diffondendo sempre più nelle diverse diocesi.

Qui segnaliamo il caso della diocesi di Ferrara, dove un parroco – di Santa Caterina e di San Giovanni Evangelista – comunica ai fedeli che la benedizione delle case, usuale in tempo pasquale, verrà effettuata indifferentemente da due preti e da tre laici.

E’ risaputo che i preti disponibili diventano sempre meno numerosi, ma questo non significa che possano essere rimpiazzati con dei laici, né significa che un prete, se costretto dalle circostanze, non debba impegnare tutta intera la sua giornata e farsi in quattro per compiere adeguatamente il suo ministero dei confronti dei suoi parrocchiani, pochi o molti che siano.





Nel volantino qui riprodotto, che ci è stato inviato da un amico del luogo, sta scritto che i tre laici sarebbero “collaboratori autorizzati”, e si presume che siano autorizzati dal vescovo, poiché l’autorizzazione del prete non è contemplata in alcuna normativa.

Quando parliamo dei documenti ufficiali ci riferiamo a quelli vigenti; dei documenti passati accenneremo a conclusione di questa breve nota.

La normativa vigente è stata stabilità dalla CEI in seguito all’aggiornamento seguito al Vaticano II, essa prevede che il rito della benedizione possa essere celebrato – oggi si dice “presieduto” – anche da “Laici con particolare incarico” (Benedizionale, Premesse generali, n° 18/d). E’ previsto che:
«Anche altri laici, uomini e donne, in forza del sacerdozio comune, … a condizione che esista un compito specifico … a determinate condizioni e a giudizio dell'Ordinario del luogo … possono celebrare alcune benedizioni con il rito e il formulario per essi previsto…»

Ora, la prima cosa che si deve far notare è che, a differenza del benedizionale tradizionale, questo moderno non prevede un “rito” e un “formulario” per la benedizione delle case in occasione della Pasqua, ragion per cui, nel caso che ci interessa, non si capisce bene in che modo il “laico con particolare incarico” debba “celebrare” questa benedizione.

Quando, ai nn° 35-38, il benedizionale moderno prescrive le vesti liturgiche da indossare, elenca quelle per il vescovo, per il prete, per il diacono e per i “ministri istituiti”, ma non parla dei “laici con particolare incarico”; ragion per cui, non solo non c’è un rito, ma manca anche il paramento liturgico per il caso che qui ci interessa.
Per quanto riguarda il prete e il diacono, è prescritto che «indossino il camice con la stola. Se si usa l’abito talare, il camice può essere sostituito dalla cotta»; il che significa che la benedizione richiede come minimo che si indossi la stola. Ma è ovvio che il “laico con particolare incarico” non può indossare la stola, prerogativa riservata agli ordinati.
Ne consegue che, di fatto, sono rese possibili almeno due tipi di benedizione: una compiuta dall’ordinato e un’altra compiuta dal laico. E ammesso, e non concesso, che si tratti di due benedizioni equivalenti, è evidente che ci si debba interrogare sulla efficacia di tali benedizioni, così che se ne deduce facilmente che, come minimo, siamo in presenza di una benedizione di prima categoria – più compiuta e certo efficace – ed una di seconda categoria – manchevole e di dubbia efficacia; o al limite: di una benedizione vera ed una benedizione falsa.
Di fronte a tale constatazione, quale sarà il criterio in base al quale in quella tal casa giungerà la benedizione di prima categoria fatta dall’ordinato, mentre in quella tal’altra casa giungerà la benedizione di seconda categoria fatta dal laico?
Non solo, ma i fedeli, non saranno posti di fronte alla condizione di dovere subire il tipo di benedizione che li lascia poco convinti sulla sua efficacia?

E’ ovvio che ogni considerazione di questo genere viene meno se si ritiene che, in realtà, non si tratterebbe di un sacramentale con la sua efficacia, ma di un’occasione “comunitaria” nella quale si ricorda la benevolenza di Dio, lasciando a Dio stesso l’intervento in termini di efficacia. Ma in questo caso non si dovrebbe neanche parlare di benedizione, e tutto il ragionamento crolla trascinando con sé la stessa benedizione così amministrata. Insomma, mentre si parla di benedizione, ma in realtà non c’è alcuna benedizione.
E purtroppo la cruda realtà attuale è che, in linea di principio, si mantiene la benedizione delle case nel tempo pasquale, solo perché non si può, ancora, eliminare un uso antico che i fedeli continuano a sentire come significativo e importante per le loro case e per le loro famiglie. Una sorta di formalità accomodante per far contenti quei fedeli che ancora “ci tengono”.

Il benedizionale tradizionale prevedeva la benedizione delle case sia nel tempo pasquale sia nel tempo non pasquale, e tale benedizione doveva essere impartita dal parroco o da un altro sacerdote da lui delegato, i quali dovevano indossare la cotta e la stola e portare con loro l’acqua esorcizzata e benedetta alla vigilia di Pasqua, con la quale aspergere il luogo.
Questa benedizione fatta solo da un ministro ordinato è scomparsa ed è subentrata la strana idea del “sacerdozio comune” dei fedeli, il quale anche dal nome stesso si rivela essere tutta un’altra cosa. E come il Vaticano II ha imposto la mondanizzazione della Chiesa, così oggi si pretende di laicizzare la liturgia, scivolando sempre più profondamente verso la protestantizzazione del cattolicesimo.

Questa vicenda della benedizione amministrata da un laico, uomo o donna, è il sintomo della volontà di mutare il sacramento dell’Ordine, nei confronti della quale lo stesso papa Francesco si sta muovendo lentamente: prima aprendo la porta al ministero delle donne, con le diaconesse; poi auspicando l’ordinazione di laici sposati, i cosiddetti viri probati; infine organizzando il prossimo Sinodo dei vescovi con in vista il sacerdozio alle donne e l’abolizione del celibato ecclesiastico.

Quando il veleno si assume a piccole dosi, l’organismo vi si abitua e non si avvertono con evidenza i sintomi dell’avvelenamento, ma alla fine l’organismo muore.








di Belvecchio

http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV1899_Belvecchio_Mondanizzazione_laicizzazione.html