ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 25 luglio 2017

Come viene stravolta la cultura della vita


La Nuova Bussola Quotidiana ha firmato stamani un’ articolo drammatico, leggi qui, nel quale comprendiamo quella “resa” che avrebbe spinto i genitori del piccolo Charlie ad arrendersi, a gettare la spugna e noi non siamo certo qui a giudicare la loro scelta, anzi, queste nostre riflessioni desiderano far emergere la gravità di un certo grado culturale della morte, al quale siamo arrivati, continuando a sperare, a pregare per questi due genitori affranti e davvero esausti, ma anche ingannati!
Che cosa hanno in comune queste due Anime e la famosa enciclica di Giovanni Paolo II, la Salvificidoloris? Certamente sono due casi completamente diversi, eppure condividono una similitudine che faremo bene a meditare: in Don Dolindo Ruotolo, nonostante la grettezza dei suoi genitori, la ruvidezza dei comportamenti di un padre autoritario e manesco, prevale quel senso della vita che era la nostra cultura di un tempo, il valore che si dava alla sofferenza e di conseguenza il valore che si dava alla vita umana, a prescindere da…. Nel caso di Charlie, pur emergendo l’amore di due genitori pronti a fare ogni sacrificio per il loro unico figlio, alla fine prevale quel senso di scoraggiamento che è la “cultura della morte” non in quanto essa sia un fattore del tutto naturale nel momento in cui nasce una vita, ma una “cultura” ingannatrice atta a capovolgere il senso stesso della vita e del suo valore a prescindere dal fatto, appunto, se uno nasce “malato” o meno.
Specifichiamo nuovamente che non stiamo qui a giudicare la scelta dei genitori di Charlie, ai quali continueremo a restare vicini con la preghiera, tuttavia è importante non trascurare le motivazioni avulse che dicono, palesemente, come viene stravolta la cultura della vita… in cultura della morte! Per questo abbiamo scelto come parallelo riflessivo (non come paragone) il caso di Don Dolindo Ruotolo, nato nel 1882 e quinto di undici tra fratelli e sorelle di cui tre morti durante il primo anno di vita, come era facile per l’epoca.
I genitori di Don Dolindo erano persone che, senza dubbio come i genitori del piccolo Charlie, amavano i loro figli. Non era solo “cultura del tempo” sfornare figli a gogò piuttosto era la normalità: fare figli e affidarsi (se cattolici) anche al Buon Dio per l’esito del loro sviluppo. Nell’autobiografia di Don Dolindo “fui chiamato Dolindo che significa dolore…” – vedi qui – il Santo Sacerdote ce lo spiega in alcuni meravigliosi passaggi che vogliamo condividervi, per comprendere proprio come siamo entrati, oggi, nella cultura della morte proprio perché stiamo eliminando il valore della SOFFERENZA.
Scrive Don Dolindo a riguardo del padre: “Il mio nome Dolindo significa “Dolore”, lo formò lui stesso e mi confidò, quando avevo 14 anni, che me lo aveva imposto con una previsione curiosa. Egli mi diceva “io sento che tu devi essere non già un Sacerdote comune, ma un apostolo, e sento che non per caso ti ho maltrattato tanto nell’infanzia…”. Egli, mio padre, mi aveva reso veramente “dolore”, come si rivelerà da quello che dirò”.
Sottolineando – nuovamente – che non stiamo facendo paragoni, e neppure emettendo giudizi di sorta, ecco cosa accadde a Don Dolindo all’età di 11 mesi, raccontato da lui stesso. Una mattina comparvero sulle sue manine delle macchie rosse, le ossa delle mani erano “cariate” a tal punto da giustificare un immediato intervento “… fino alla perforazione dei dorsi”. Mentre veniva operato (siamo nel 1882-83 e non esisteva l’anestesia), il piccolo Dolindo veniva tenuto in braccio dalla nonna materna. Qualche mese avanti, mentre si constatava la riuscita dell’intervento, subentra un tumore facciale, alla guancia destra: “… e siccome erano impegnate le glandole, dovetti subire una operazione ancora più dolorosa… (..) Ho ringraziato sempre il Signore di aver ricevuto fin dai primi mesi della mia vita, i segni della Sua Passione sulle mani, e il segno della guanciata sanguinosa che Egli ricevette dal servo del sommo sacerdote… Così iniziò la mia vita di dolore, che poi doveva crescere sempre, e diventare tanto partecipe alla Passione adorata di Gesù Cristo. (..) Confesso che questa estrema severità (del padre – e i problemi legati allo stato di salute), questi dolori continui, sproporzionati all’età, che era così, senza alcun sorriso, con la fame e la povertà, mi resero completamente un cretino… (..) Quando ho risentito in me le spontanee ed inevitabili miserie del corpo, io ho esultato per la gloria che ne veniva a Dio dalla mia nullità, e da ogni infermità, e così la mia miseria non ha mai potuto trascinarmi lontano da Dio; è diventata una voce angosciata, che diceva a Dio: Tu solo sei grande, ed io non sono nulla..”
Don Dolindo, nello scrivere la sua autobiografia per obbedienza al confessore (era il 1923), sottolinea un’ aspetto che interessa maggiormente a noi in queste riflessioni, egli lamenta che, nonostante il clima e la cultura cattolica della famiglia e di quanti la circondavano, nessuno insegnava a loro, bambini, di “amare Gesù, fare tutto per Gesù”… e scrive: “Sono assai dolente che nessuno mi insegnò a conoscere e ad amare Gesù e la Vergine Santissima. Mi facevano dire le preghiere, un rosario strapazzato, ma nessuno ci istruiva. Il Catechismo per la Prima Comunione lo imparai da solo a memoria, ma senza capire il contenuto… Oh, perché non mi ti fecero amare, o Gesù buono?… (..) Sia benedetto Dio, anche in questo! Io non ero un fanciullo, ma un troglodita! Mi ricorderò di più dei poveri selvaggi, che lo sono stato anche io, pur vivendo nel secolo  decimonono! In realtà io non vissi in questi anni, fui annientato… e mi pare che tutta la mia vita sia stata più un annientamento che una vita… Sia benedetto Dio, anche in questo!”
Chi vuol comprendere, comprenda, non è difficile!
«Completo nella mia carne – dice l’apostolo Paolo spiegando il valore salvifico della sofferenza – quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa » (Col.1,24) con queste parole inizia, invece, la preziosa enciclica sul “valore della sofferenza” scritta da san Giovanni Paolo II nel 1984, quasi un presagio una profezia a riguardo poi alla messa in pratica proprio sulla sua pelle, sulla sua malattia. Il Papa “della sofferenza” spiegava come questa appartenga alla trascendenza dell’uomo: “essa è uno di quei punti, nei quali l’uomo viene in un certo senso «destinato» a superare se stesso, e viene a ciò chiamato in modo misterioso…”. A quanto abbiamo letto anche dalle confidenze di Don Dolindo, così spiega magnificamente Giovanni Paolo II nell’enciclica citata:
” L’uomo soffre in modi diversi, non sempre contemplati dalla medicina, neanche nelle sue più avanzate specializzazioni. La sofferenza è qualcosa di ancora più ampio della malattia, di più complesso ed insieme ancor più profondamente radicato nell’umanità stessa. Una certa idea di questo problema ci viene dalla distinzione tra sofferenza fisica e sofferenza morale. Questa distinzione prende come fondamento la duplice dimensione dell’essere umano, ed indica l’elemento corporale e spirituale come l’immediato o diretto soggetto della sofferenza. Per quanto si possano, fino ad un certo grado, usare come sinonimi le parole «sofferenza» e «dolore», la sofferenza fisica si verifica quando in qualsiasi modo «duole il corpo», mentre la sofferenza morale è «dolore dell’anima».
Imponente è quest’altro passaggio: “Perché il male? Perché il male nel mondo? Quando poniamo l’interrogativo in questo modo, facciamo sempre, almeno in una certa misura, una domanda anche sulla sofferenza.
L’uno e l’altro interrogativo sono difficili, quando l’uomo li pone all’uomo, gli uomini agli uomini, come anche quando l’uomo li pone a Dio. L’uomo, infatti, non pone questo interrogativo al mondo, benché molte volte la sofferenza gli provenga da esso, ma lo pone a Dio come al Creatore e al Signore del mondo. Ed è ben noto come sul terreno di questo interrogativo si arrivi non solo a molteplici frustrazioni e conflitti nei rapporti dell’uomo con Dio, ma capiti anche che si giunga alla negazione stessa di Dio. Se, infatti, l’esistenza del mondo apre quasi lo sguardo dell’anima umana all’esistenza di Dio, alla sua sapienza, potenza e magnificenza, allora il male e la sofferenza sembrano offuscare quest’immagine, a volte in modo radicale, tanto più nella quotidiana drammaticità di tante sofferenze senza colpa e di tante colpe senza adeguata pena. Perciò, questa circostanza – forse ancor più di qualunque altra – indica quanto sia importante l’interrogativo sul senso della sofferenza, e con quale acutezza occorra trattare sia l’interrogativo stesso, sia ogni possibile risposta da darvi.
L’uomo può rivolgere un tale interrogativo a Dio con tutta la commozione del suo cuore e con la mente piena di stupore e di inquietudine; e Dio aspetta la domanda e l’ascolta, come vediamo nella Rivelazione dell’Antico Testamento. Nel Libro di Giobbe l’interrogativo ha trovato la sua espressione più viva…”
E ci fermiamo qui, lasciando ognuno di voi proseguire nelle riflessioni.
Ciò che vogliamo sottolineare ancora una volta, è questo diabolico scoraggiamento che è  figlio del demonio, è quel sentimento che investì Giuda il traditore il quale, pur essendosi pentito, si scoraggiò fino alla fine arrivando a togliersi la vita… “Per Charlie è troppo tardi…il danno è fatto…” ripete sconsolato l’avvocato riportando le parole dei genitori che “hanno gettato la spugna”… e giungono così alla convinzione di spegnere una vita… “Il tempo per Charlie è scaduto…” o santo cielo!!! e chi può mai dare una sentenza del genere?
Spaventa, dunque, non la malattia e la sofferenza di Charlie, ma i parametri – i “nuovi” parametri – attraverso i quali sarà decretato, in futuro, chi è degno di vivere e chi no…. spaventa questa nuova “cultura” della morte:  “Si è considerato che i muscoli di Charlie si sono deteriorati fino a un punto che è fondamentalmente irreversibile e, qualora il trattamento funzionasse, la sua qualità della vita non sarebbe quella che vorremmo per il nostro prezioso piccolo bambino. Entrambi hanno concordato che il trattamento sarebbe dovuto iniziare molto prima”….
Nessun genitore vorrebbe mai mettere al mondo un bambino malato!! Inoltre, quanti bambini nati sani si ammalano nel corso della loro crescita? E cosa faremo? Li elimineremo tutti perché “non è la sofferenza ciò che sognavamo per loro?” Vogliamo concludere con queste parole di san Giovanni Paolo II, dalla Salvifici doloris:
Cristo si è avvicinato soprattutto al mondo dell’umana sofferenza per il fatto di aver assunto egli stesso questa sofferenza su di se’. Durante la sua attività pubblica provò non solo la fatica, la mancanza di una casa, l’incomprensione persino da parte dei più vicini, ma, più di ogni cosa, venne sempre più ermeticamente circondato da un cerchio di ostilità e divennero sempre più chiari i preparativi per toglierlo di mezzo dai viventi. Cristo è consapevole di ciò, e molte volte parla ai suoi discepoli delle sofferenze e della morte che lo attendono.. (..) perciò Cristo rimprovera severamente Pietro, quando vuole fargli abbandonare i pensieri sulla sofferenza e sulla morte di Croce… (..) Il motivo della sofferenza e della gloria ha la sua caratteristica strettamente evangelica, che si chiarisce mediante il riferimento alla Croce ed alla risurrezione. La risurrezione è diventata prima di tutto la manifestazione della gloria, che corrisponde all’elevazione di Cristo per mezzo della Croce. Se, infatti, la Croce è stata agli occhi degli uomini lo spogliamento di Cristo, nello stesso tempo essa è stata agli occhi di Dio la sua elevazione. Sulla Croce Cristo ha raggiunto e realizzato in tutta pienezza la sua missione: compiendo la volontà del Padre, realizzò insieme se stesso. Nella debolezza manifestò la sua potenza, e nell’umiliazione tutta la sua grandezza messianica. Non sono forse una prova di questa grandezza tutte le parole pronunciate durante l’agonia sul Golgota e, specialmente, quelle riguardanti gli autori della crocifissione: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»? A coloro che sono partecipi delle sofferenze di Cristo queste parole si impongono con la forza di un supremo esempio. La sofferenza è anche una chiamata a manifestare la grandezza morale dell’uomo, la sua maturità spirituale…”
O ritorniamo a pensare, a ragionare come Gesù nei Vangeli, come Giobbe davanti alle sofferenze della vita, oppure saremo destinati all’autodemolizione, ad un suicidio di massache inizia nell’errata cultura della morte, nel presunto diritto che – vivere – spetta “solo” a chi è sano, a chi nasce senza complicazioni… perché, sia ben chiaro che, qualunque discorso disfattista che ha a che fare con la vita – dono di Dio – è in verità un tentativo contro Gesù Cristo, contro Dio, la cui immagine è impressa negli uomini da Lui creati, nella buona o nella cattiva sorte, imparando ad abbracciare la Croce non solo per dare l’unico vero senso alla sofferenza, ma anche per dare a questa la speranza e la certezza della vittoria finale nella beatitudine eterna.
Per questo condividiamo anche  le conclusioni dell’articolo de La Nuova Bussola: “Questo quotidiano ha scritto più volte che il trattamento sperimentale era una strada da tentare, ma che la vita di Charlie andava e va difesa in ogni caso, così come quella di qualsiasi malato capace di vivere grazie a una cura di base come la ventilazione assistita, la nutrizione o l’idratazione. La vita umana va protetta anche quando non esiste una terapia efficace, perché non è dalle condizioni fisiche che dipende la nostra dignità: è perché siamo esseri umani, con un corpo e un’anima, che la nostra dignità è incancellabile. Per questo ogni legge che apre le porte all’eutanasia è inaccettabile.”
Laudetur Jesus Christus
https://cooperatores-veritatis.org/2017/07/25/don-dolindo-ruotolo-salvifici-doloris-e-charlie-le-culture-della-vita-e-della-morte/

Il giudice Francis

̶  Benvenuto, giudice Francis.
̶  Grazie, Signore.
̶  Lei sa dove si trova?
̶  Beh, ecco, a dire il vero… Mi sembra un tribunale…
̶  In termini terreni, in effetti, è qualcosa di simile. Diciamo che qui noi valutiamo, giudichiamo. Mi capisce, giudice Francis?
̶  Credo di sì, Signore. Anche se mi sento un po’ confuso.
̶  È comprensibile. Dopo tutto lei è morto pochi istanti fa, ed ora eccola qui, davanti a noi. Per il giudizio. Tutti, a dire il vero, si sentono alquanto confusi in queste circostanze.
̶  Sì, io… ecco, io… non pensavo, non immaginavo…
̶  Che cosa, giudice Francis?
̶  Non immaginavo, beh, sì, insomma, che ci fosse veramente, questa cosa… questa cosa del giudizio. Laggiù, sulla terra, si diceva che fossero concetti al quanto superati, inconcepibili, se mi è concesso…
̶  Quindi lei è sorpreso, giudice Francis?
̶  Sì, decisamente…
̶  Eppure lei è un giudice, per tutta la vita non ha fatto che valutare i comportamenti dei suoi simili. Non dovrebbe stupirsi di trovarsi qui, in una situazione come questa.
̶  Beh, ecco, Signore, non è tanto la situazione, quanto che… insomma… laggiù si diceva: o lassù non c’è niente oppure, se qualcuno c’è, non può che essere buono, comprensivo. Se posso essere sincero, Signore, al giudizio, a questo tipo di giudizio, proprio non pensavo.
̶  Capisco. Ma ora veniamo a noi. Mi permetta, prima di tutto, una verifica di ordine, diciamo così, un po’ burocratico.
̶  Prego.
̶  Nome, professione, nazionalità ed età, per favore.
̶  Nicholas Francis, magistrato, suddito di sua maestà britannica, novantanove anni e due mesi.
̶  Bene. Giudice Francis.  Non starò a ripercorrere in dettaglio l’intera sua vita, che è stata lunga, a quanto vedo. Mi limito a osservare che per tutti lei è sempre stato un giudice alquanto oculato, un professionista preparato ma soprattutto uomo giusto, si direbbe.
̶  Grazie, Signore.
̶  D’altra parte, se queste non fossero state le sue peculiarità lei certamente non avrebbe potuto far parte della Suprema Corte britannica, tribunale alquanto prestigioso.
̶  Già, già…
̶  Dunque, giudice Francis, andrò dritto al punto. «Child best interest». Che cosa le dicono questa parole?
̶  …
̶  Nulla?
̶  Così, di primo acchito, nulla di particolare, Signore.
̶  Le darò un aiuto. È una formula. Il criterio a cui si attenne la Suprema Corte a proposito di un caso che fece scalpore.
̶  Non credo di ricordare, signore.
̶  In effetti in termini terreni stiamo parlando di molti anni fa. Per aiutarla le darò un nome: Charlie Gard. Le dice niente, giudice Francis?
̶  Ah sì, certo, ora ricordo: il caso Charlie Gard. Alquanto complesso, e doloroso, devo dire.
̶  Infatti. Ma io non lo chiamerei «un caso». Charlie era un bambino, una persona. Correva l’anno 2017 e lei, giudice Francis, si trovò a dover esprimere un giudizio su questo bimbo affetto da una rarissima malattia encefalica.
̶  Sì, è così.
̶  E quale fu il suo giudizio?
̶  Sia pure a malincuore, dovetti concludere che per il piccolo Charlie non c’era speranza. Nessuna cura avrebbe potuto salvarlo. Andare avanti con le terapie avrebbe soltanto aumentato la sua sofferenza. Per questo parlammo di «child best interest», ovvero il miglior interesse per il bambino.
̶  E di qui, giudice Francis, la vostra decisione di decretare la sospensione delle cure, dico bene?
̶  Sì, è così, Signore. Il diritto alla vita non può essere imposto a un essere vivente al prezzo di unitili sofferenze. Anche se l’essere vivente in questione ha solo dieci mesi. Si tratterebbe di accanimento terapeutico.
̶  Tuttavia, giudice Francis, mi risulta che i genitori di Charlie, Chris e Connie, avessero individuato una possibilità: una cura sperimentale negli Stati Uniti, e avevano anche raccolto il denaro necessario per il viaggio.
̶  Sì, confermo. Ma ritenni quella possibilità del tutto illusoria.
̶  Giudice Francis, posso farle una domanda?
̶  Certo, Signore.
̶  Lei vide Charlie?
̶  Sì, lo vidi, Signore. Mi recai al Great Ormond Hospital di Londra e fu proprio lì che ne constatai le condizioni cliniche irrecuperabili.
̶  Irrecuperabili, dice lei.
̶  Certo, irrecuperabili. Alla luce della scienza medica dell’epoca, s’intende. Parliamo di più di trent’anni fa, se non ricordo male.
̶  E i genitori che cosa le dissero?
̶  Beh, ecco, loro… loro non volevano arrendersi, Signore. Nonostante il verdetto dei medici, coltivavano la speranza di salvare il bambino con quella cura negli Stati Uniti.
̶  Dunque una speranza c’era…
̶  C’era solo per i genitori, ma non per i medici, purtroppo.
̶  Eppure, giudice Francis, risulta che anche altre persone coltivassero qualche speranza. Un ospedale di Roma, per esempio, si disse disponibile ad accogliere Charlie.
̶  Sì, è così, ma a Londra furono constatate le condizioni cliniche irrecuperabili ed io mi basai su quella valutazione.
̶  La scienza prima di tutto, non è vero?
̶  La scienza e le leggi. Che cos’altro?
̶  Mai sentito parlare di miracoli, per esempio?
̶  Andiamo, Signore, con tutto il rispetto. Laggiù… ecco… noi… io non credevo ai miracoli, e di certo non potevo fondare le mie valutazioni su speranze immotivate.
̶  Ma il bambino, giudice Francis, non le apparteneva: non era sua la vita del piccolo Charlie. Potrei dire che era mia, ma ora non voglio entrare in polemica. Una cosa è certa: i genitori avevano il diritto di coltivare la speranza. O no?
̶  Vede, Signore, noi non dovevamo occuparci del diritto di coltivare la speranza, ma delle condizioni oggettive del bambino, e su quelle ci basammo. Per esercitare la nostra giurisdizione abbiamo… avevamo bisogno di dati certi.
̶  Dunque, secondo lei è naturale che un tribunale statale, come la Suprema Corte, decida la sorte di una vita. Ed è naturale che il parere di tale organismo abbia la precedenza sulla volontà dei genitori.
̶  Vede, Signore, i genitori possono agire in modo irrazionale. Per questo ci siamo noi, noi giudici: è una questione di oggettività, di logica, direi.
̶  Di logica, dice lei. E l’amore? Perché non ha lasciato spazio all’amore dei genitori?
̶  Amore? Ma tutto sarebbe stato inutile!
̶  Giudice Francis, lasci che le spieghi. Io qui accolgo molte persone, moltissime, ogni santo giorno, se mi passa la battuta. E sapesse quanti racconti mi fanno. Se lei potesse ascoltarli, si renderebbe conto di un fatto incontestabile: ciò che muove il mondo non è la scienza. E non sono nemmeno i codici escogitati dall’uomo. Certo, questi strumenti sono importanti. Ma il vero motore di tutto quanto è l’amore, è la dedizione che nasce dall’amore, è lo spirito di sacrificio motivato dall’amore. Ecco che cosa permette alle persone di andare avanti, di superare ostacoli apparentemente insuperabili. Ha mai considerato le cose da questo punto di vista?
̶  Non so, non saprei… Non era questo il mio compito…
̶  Ora, giudice Francis, risponda a questa domanda: perché non ha autorizzato la cura sperimentale negli Stati Uniti? Perché, a causa della sua opposizione, ha lasciato trascorrere tempo prezioso, impedendo di fatto ai genitori di Charlie di coltivare un’ultima speranza?
̶  L’ho già detto, Signore: perché tutto sarebbe stato inutile! In questi casi parliamo… parlavamo di accanimento terapeutico.
̶  E non ha mai pensato che lei si opponeva all’accanimento terapeutico in nome di un altro accanimento, che potremmo chiamare accanimento giudiziario?
̶  No, non l’ho mai pensato.
̶  Ora sia sincero, giudice Francis. Guardi dentro se stesso. Che cosa voleva, veramente? Forse lei voleva essere Me?
̶  Ma io… ecco, io…
̶  Ci pensi. Dall’alto del suo scranno poteva decidere i destini delle persone. E nel caso del piccolo Charlie pensò davvero di avere in mano la sua vita. Per questo non si aprì alla speranza alimentata dall’amore. Pensò di essere Dio!
̶  Signore, io… io…
̶  Giudice Francis, vedo che una lacrima sta spuntando dai suoi occhi. Qui succede spesso. Ed è già qualcosa. Ma Io devo giudicare. E siccome lei è un giudice le chiedo un aiuto: lei come si giudicherebbe? E come chiamerebbe il suo peccato?
̶  Non lo so Signore, non me lo chieda. Sono troppo confuso.
̶  Bene, l’aiuterò. Pretesa di onnipotenza. Ecco il nome del suo peccato. Lei pensava di essere onnipotente. Non è così? Riteneva di essere al di sopra di tutti e di tutto, perfino dell’amore. Peccato comune, devo dire, ma non per questo meno grave.
̶  Dunque, per me è la condanna?
̶  Vede, giudice Francis, se Io qui valutassi esclusivamente in base alla logica terrena, quella che lei teneva in così grande considerazione, sarebbe inevitabile applicare nei cuoi confronti una pena pesante. Ma la mia valutazione non è ancora terminata.
̶  Non credo di capire…
̶  Voglio dire che con il suo atteggiamento lei ha negato un posto all’amore, ma anche alla speranza, che con l’amore ha strettamente a che fare. E non lasciare spazio alla speranza, giudice Francis, è un peccato ancora più grave.
̶  Ma io… il mio dovere era…
̶  Lo so, lo so, il suo dovere era giudicare in base ai codici e alla scienza.
̶  Esatto, Signore.
̶ Ma credo di averle spiegato a sufficienza che c’è dell’altro, c’è ben altro. Mi segue?
̶  Le confesso che faccio fatica, Signore.
̶  Posso capirla. Ma ora, giudice Francis, guardi, guardi qui. Venga, venga. Dalla mia posizione può dare un’occhiata giù, sulla terra. Ecco, così. Li vede quei due anziani genitori? Li vede bene?
̶  Sì Signore.
̶  Lo sa chi sono?
̶  No Signore, non lo so.
̶  Sono Chris Gard e Connie Yates, i genitori di Charlie.
̶  Oh!
̶  Sono cambiati, non è vero? Dopo tanti anni. Comunque, sa che cosa stanno facendo?
̶  No.
̶  Li guardi bene.
̶  Mi sembrano… mi sembrano, ecco… in raccoglimento.
̶  Stanno pregando, giudice Francis. E sa per chi?
̶  Per il loro Charlie, immagino.
̶  Certamente. Ma non solo per lui. Stanno pregando anche per tutte le persone, come medici e magistrati, che  non consentirono loro di coltivare la speranza. Stanno pregando anche per lei, giudice Francis.
̶  Per me?
̶  Certo! Ed è proprio grazie alle loro preghiere che lei, giudice Francis, ora avrà la possibilità di riflettere sulla forza dell’amore.
̶  Signore, non so che dire. Mi sento così confuso… Grazie…
̶  Non deve ringraziare Me, ma loro: Chris e Connie. E anche Charlie.
̶  Charlie?
̶  Sì! Anche Charlie, da quando è arrivato qui, non ha fatto che pregare per lei, oltre che per tanti altri, s’intende. E le preghiere di un bambino, glielo posso assicurare, sono potentissime.
̶  È incredibile!
̶  Incredibile! Ecco la parola che volevo sentirle pronunciare. Forse incomincia  a capire.
̶  Signore, in realtà non capisco. Le ripeto che mi sento tanto confuso…
̶  Comprensibile. Ma lasci che le ponga un’ultima domanda: quando di fatto impedì ai coniugi Gard di coltivare la speranza, come si sentì?
̶  Come mi sentii?
̶  Sì, dentro il suo cuore. Che cosa avvertì?
̶  Pensai di aver fatto il mio dovere.
̶  Giudice Francis, non le ho chiesto di dirmi che cosa pensò. Voglio sapere che cosa avvertì nel profondo del suo cuore. Perché anche i giudici della Suprema Corte, in fondo, hanno un cuore, o sbaglio?
̶  Beh, ecco… Io mi sentii… come dire? Triste. Ecco, sì: direi così: provai tristezza.
̶  Perché?
̶  Per quel bambino, per i suoi genitori, per quel dolore.
̶  E basta?
̶  E poi, forse.. anche… anche per me.
̶  Anche per lei, giudice Francis?
̶  Sì.
̶  E perché?
̶  Perché fu come se… come se…
̶  Avanti, giudice Francis, non abbia paura.
̶  Fu come se avesse vinto la morte. Come se la morte avesse avuto la meglio sulla vita.
̶  Giudice Francis, la ringrazio. Ora può accomodarsi.
̶  E… e il giudizio, Signore?
̶  Oh, per quello c’è tempo. Ne abbiamo tanto, qui. Intanto le consiglio di meditare. Gli argomenti non mancano, mi sembra.
̶  Certo, Signore. Grazie, Signore.
̶  Non c’è di che. Avanti un altro!
Aldo Maria Valli
http://www.aldomariavalli.it/2017/07/25/il-giudice-francis/

Due parole sul piccolo Charlie – di Alfonso Indelicato

Redazione25/7/2017
di Alfonso Indelicato  (*)

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Mentre la vicenda di Charlie sembra volgere tristemente al suo termine, si può tranquillamente affermare che la discussione che si sta sviluppando sui media sta prendendo una piega erronea, e oltre che erronea tendenziosa. Si legge cioè che, poiché l’atteggiamento dilatorio delle istituzioni inglesi (magistratura e ospedale) ha provocato un grave ritardo sul protocollo di cura sperimentale che sarebbe stato applicato negli Stati Uniti, quest’ultimo ora non potrebbe più avere efficacia. Avrebbe potuto averne, ma ora non più. Il successivo passaggio logico di questo ragionamento viziato nelle premesse è che, considerata l’impossibilità di intervenire efficacemente, tanto vale sospendere le cure. Manca però l’ultimo passaggio, che è quello decisivo: tra le cure da sospendere è compresa anche la nutrizione, cioè, per parlare in concreto, il cibo che sfama e l’acqua che disseta.
Si tratta di un ragionamento che depista la verità e confonde le idee, e che merita di conseguenza alcune precisazioni.
Il cuore del problema non è mai stato – ed è dolorosissimo ammetterlo – quello della guarigione di Charlie. Questa era, ed è, da tutti auspicata, per efficacia della terapia o per miracolo divino. Ma la vera questione è se lo stato – attraverso il sistema sanitario o la magistratura o altri organi e istituzioni – abbia il diritto di decidere quando porre termine alla vita di un cittadino, e per meglio dire di un essere umano, giudicandola inutile oppure eccessivamente onerosa, oppure inutile ed eccessivamente onerosa allo stesso tempo. E, nel caso di un soggetto malato come il piccolo Charlie, se abbia il diritto di porre termine alla sua vita in modo attivo e diretto, cioè non semplicemente sospendendo delle cure delle quali si è constatata l’inefficacia, ma sospendendo la stessa nutrizione, la quale non costituisce una cura, ma un’azione di naturale sostentamento dell’organismo, sano o malato che esso sia.
Nelle scorse settimane abbiamo registrato commenti molto discutibili sul caso del piccolo Charlie. Commenti assai cauti, fin troppo cauti, pieni di distinguo e permeati della preoccupazione di non andare contro lo “spirito del tempo”, che è spirito di confronto e di mediazione. Spesso si è trattato di capolavori di bizantinismo, letti i quali neppure si comprendeva quale fosse l’intendimento degli autori. Commenti espressi anche da soggetti i quali – per l’alto ufficio che ricoprono – avrebbero dovuto mostrare maggior rispetto per il requisito della chiarezza (“Sia il vostro parlare sì sì, no no: tutto il resto viene dal maligno”).
Ora, questa nuova strategia vuole mettere a posto tutto. Non è che siamo cattivi, essa ci dice, non è che siamo gli eredi della rupe Tarpea, non è che siamo assassini in camice o in toga, non è che vogliamo decidere noi chi ha diritto di vivere e chi no: se ci fosse stato il tempo, credete, il bambino lo avremmo curato. Ma, ahinoi, il tempo è mancato …
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(*)  Consigliere comunale eletto a Saronno