ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 2 luglio 2017

“Majora premunt”?

DE MINIMIS NON CURAT PRAETOR

Questa anonima massima giuridica medievale significa che un magistrato – il praetor – deve trascurare particolari di poco o punto rilievo per occuparsi delle questioni veramente cogenti. Essa è di uso comune, per lo più con valenza generica e non prettamente giuridica: significa, infatti, che non bisogna perdersi dietro alle piccolezze. Questo si legge, a un dipresso, ad locum 1137, in “Dizionario delle sentenze latine e greche”, di Renzo Tosi, ed. Bur.
A fianco di tale brocardo può collocarsi, per corrispondenza inversa,  altra espressione di analogo messaggio, passata in sentenza, che dice: “Majora premunt” (Lucano, I, 673), cioè, urgono cose più importanti di cui è necessario stilare una graduatoria, una scala delle priorità, come amano recitare i grandi soloni della politica quando discettano delle problematiche sociali assai spesso concludendo col porre le questioni minori in cima alla scala.



Pilato se ne lava le mani, Fredrich Overbeck - Musei Vaticani


Una delle più note applicazioni comportamentali di dette massime è il gesto di Pilato che ritenne più importante lavarsi le mani – de minimis - che sentenziare sul caso del Cristo di Galilea – de maximis. Un gesto di significato olistico, polisemantico, dacché nel ritenere superfluo interessarsi del Galileo si infilò nella nassa della viltà paludata da scelta razionale rendendosi, così, complice del deicidio con buona pace di quanti sostengono essere stata, la sua decisione, in perfetta consonanza col diritto romano.
A Pilato, infatti, premeva maggiormente starsene in buona con Caifa che rendersi giusto col Re dei Giudei.



Ci vien da scrivere queste note riflettendo sul caso del piccolo Charlie Gard – di cui piene son le odierne cronache – un bimbetto affetto da rara patologìa genetica degenerativa che non lascia, umanamente, scampo. Su questa creatura di Dio, sul suo diritto di vita e di cura, si sta esercitando il massone Moloch europeo che stabilisce chi deve vivere e chi deve morire.
La scienza umana, dicono i Minosse della Corte Europea dei Diritti Umani, non ha al momento conoscenze e strumenti idonei ad assicurare un’esistenza dignitosa al piccino che, pertanto, deve morire, in ciò violando il suo diritto personale a vivere, quello genitoriale e, soprattutto, ignorando con scherno e supponenza i comandi di Dio, padrone della vita e della morte: “Non uccidere” (Es. 20, 13), “Io volgerò la mia faccia contro costui e lo farò sparire di mezzo al suo popolo, perché avendo egli sacrificato uno dei suoi bambini a Moloch, ha contaminato il mio Santuario e profanato il mio santo nome” (Lev. 20, 3), “Son Io che faccio morire e resuscito, son Io che ferisco e risano, e non c’è chi possa liberare dal mio potere” (Deut. 32, 39).

Ma non è questo l’aspetto che vorremo evidenziare né tanto meno soffermarcisi per polemizzare contro una diffusa, dominante cultura che “considera indegne di essere vissute le vite degli uomini che non producono e non consumano. Le vite che non possono ardere nella passione faustiana, che sola sembra aver senso per i moderni” (Piero Vassallo: Ritratto di una cultura di morte – i pensatori neognostici. D’auria Ed. 1994, pag. 16) per cui “mentre una schiera di scienziati si impegnava efficacemente nella difesa della vita, un’altra, non meno folta, ma più agguerrita, lavorava per una logica di segno opposto e produceva instancabilmente metodi sempre più sofisticati per la contraccezione, l’aborto cruento e l’aborto chimico” (op. cit. pag. 15) e l’eutanasìa infantile, come in questo caso.

Non ci interessano, al momento, le dichiarazioni, ad esempio, del genetista Edoardo Boncinelli che, dopo un ampio giro di parole, sul valore della vita, sul dovere di tutelarla conclude che, davanti a una via senza uscita “lo scienziato accetta”, (Il Giornale, 1 luglio 2017), vale a dire: sì alla soppressione. Parola di ex Direttore del Laboratorio di biologia molecolare al San Raffaele.
 
No, non è questo che interessa al nostro intervento. C’è qualcosa di molto più grave e imperdonabile. C’è, appunto, la logica della massima messa a titolo, quella che stabilisce di trascurare le cose ‘trascurabili’.

Noi vogliamo, infatti, sottolineare e stigmatizzare la debole e disinteressata voce  di chi, da una elevatissima posizione, ha il dovere e il potere assoluto di intervenire con parole e atti di forte richiamo. 

Diciamo di Papa Bergoglio, di colui che si è prodotto nella difesa dell’ambiente, addirittura con un’enciclica, la torrentizia Laudato Si’che, per  246  paragrafi, trascorre su lavoro, industria, flora, fauna, raccolta differenziata, politica, capitalismo, corruzione, riscaldamento globale, niente trascurando delle tematiche care alla dirigenza ONU; 
diciamo di colui che ha minacciato, con voce stentorea, di comminare la scomunica a mafiosi e corrotti; 
diciamo di colui che ha definito la disoccupazione giovanile il più grave problema della Chiesa; 
diciamo di colui che ha, recentemente, discettato di pensioni e turni di lavoro;
diciamo di colui che ha accettato la nomina dell’abortista Nigel Biggar – paraninfo mons. V. Paglia - a membro della Pontificia Accademia Per La Vita (una faina nel pollaio – un lupo nell’ovile!); 
diciamo di colui che s’è profuso in sperticati quanto vergognosi elogî nei confronti di noti atei, nemici di Dio, id est: Scalfari, Pannella, Bonino, Napolitano; 
diciamo di colui che tanto stima, ricambiato, i gruppi di potere NOM, quali il Bilderberg, il Davos Forum, il B’naï B’erith; 
diciamo di colui che sceglie e adotta – si fa per dire! – famiglie islamiche, rifiutando quelle cristiane perché “ non in regola coi documenti”. 





Insomma, diciamo di colui che, a proposito di un bimbo, prossima e certa vittima degli erodiani di Bruxelles, se ne esce con un flebile quanto codardo cinguettìo, un  querulo tweet, in cui, con parole stereotipate, anodine e per niente fulminanti come il caso richiede, dichiara che “Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita, è un impegno di amore che Dio affida ad ogni uomo”. Capirai che pensiero forte! Già il termine ‘impegno’ non è ‘dovere’ così come depistante è il mescolare l’amore che, in questo caso, diluisce il concetto di difesa rendendolo semplice morbido moto affettivo.

Se al mafioso, che uccide e scioglie nell’acido i bambini, per niente più disumano dei giudici e dei medici che uccideranno Charlie; se al corrotto, che ruba il bene pubblico o sottrae la mercede all’operaio rendendosi così  imperdonabile davanti allo Spirito Santo, se a costoro Bergoglio  minaccia la scomunica, che cosa dovrebbe dire e fare,  in simile frangente, contro arroganti  giudici, contro sedicenti medici? Ci saremmo aspettati che brandisse come spada il monito “Amate la giustizia, voi che giudicate i popoli” che campeggia ad apertura del libro della Sapienza. Ci saremmo aspettati che ricordasse di “non affliggere il misero in tribunale, perché il Signore difenderà la sua causa e spoglierà della vita coloro che lo hanno spogliato” (Prov. 22, 23).
Invece no! non grida, non inveisce, non giudica – figuriamoci! Uno che si schermisce domandandosi : “chi sono io per giudicare?” -  non lancia interdetti a difesa dell’innocente figlio della biblica Rachele (Mt. 2, 28) ma twitta anodino, flebile e indolente tanto per dire la sua. Perché, diamine! “non si può sempre parlare di aborto e di autanasìa”. E come dicevamo all’inizio: “De minimis non curat praetor”.
La lacrimevole e pietosa vita di Charlie è, per il pretore di Santa Marta, una quisquilia, un’inezia, una cosa minima così come minimo è un  bambino ed anche perché, nelle sacre stanze, premono questioni maggiori.



di L. P.
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV2048_L-P_De_minimis_non_curat.html
Charlie, i medici sono benefattori? La trappola corre anche sui media cattolici. Ma resta eutanasia
di Renzo Puccetti02-07-2017
Su alcuni media cattolica avanza l'idea di medici cattolici che i medici dell'ospedale inglese decisi a porre fine alla vita di Charlie siano dei benefattori interessati ad evitare l'accanimento terapeutico del povero bambino. Se la qualità della vita è il criterio, perché non concederla a chi sente di avere esaurito il proprio percorso esistenziale? Ma Dio non è un "tipino" formalista che si fa prendere per il naso da chi pensa di fare il furbacchione nascondendosi dietro ai sofismi.

Adesso gira e gira su mezzi d'informazione cattolica, ed è avanzata da medici cattolici, l'idea che i medici dell'ospedale inglese decisi a porre fine alla vita di Charlie siano dei benefattori interessati ad evitare l'accanimento terapeutico del povero bambino. Analizziamo con calma i fatti. Che cosa vogliono i medici di Charlie? Non ho motivi per dubitare che desiderino porre fine alla sofferenza del bambino.
Come intendono farlo è evidente, interrompendo un sostegno vitale come la ventilazione. Ora che abbiamo raccontato il fatto andiamo a leggere la definizione di eutanasia presentata dal magistero della Chiesa: "Per eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati" (S. Congr. Dottrina Fede, Dichiarazione sull'eutanasia, 5 maggio 1980).
Descrizione fisica dell'azione: interruzione della ventilazione di Charlie. Oggetto morale dell'azione: procurare la morte di Charlie. Intenzione: eliminare la sofferenza di Charlie. Dunque quello che alcuni commentatori cattolici lodano è nient'altro che l'eutanasia. Ovviamente è nella libertà essere favorevoli all'eutanasia, ritengo però intellettualmente disonesto presentare come cattolica tale posizione. Se è la morte di Charlie quello che si vuole ottenere e la si ottiene mediante un atto, la rimozione del tubo endotracheale, vi sarebbe differenza etica se la morte fosse procurata con l'iniezione letale?
Quanta differenza morale vi è tra omettere di soccorrere il profugo in mare e affondargli la barca con una cannonata? Certo, nel primo caso si dirà che l'uomo è stato ucciso dal mare, nel secondo dal cannone. Ma questo modo di ragionare ho l'impressione che non si discosti molto dall'espediente di Davide per fare fuori il marito di Betsabea. Ma Dio non è un "tipino" formalista che si fa prendere per il naso da chi pensa di fare il furbacchione nascondendosi dietro ai sofismi.
Davanti al proprio peccato messogli davanti dal profeta Natan, Davide ammette la propria colpa in quello che diventerà il salmo 50.
Ma procediamo facendo un altro piccolo passo. Si sostiene che la ventilazione di Charlie costituisce un accanimento terapeutico, se così fosse, allora essi avrebbero ragione e l'interruzione dei trattamenti sarebbe addirittura doveroso. Primum non nocere è un caposaldo dell'etica medica. È la ventilazione in un caso come questo un atto sproporzionato? Ritengo di no. La ventilazione raggiunge l'obiettivo che si prefigge, assicurare l'ossigenazione del sangue e dunque dei tessuti di Charlie.
Che le cose stiano così lo attesta il fatto che interrompendola i medici si attendono che insorgano i sintomi dell'asfissia e per evitare che il bambino li percepisca hanno pianificato di sedarlo preventivamente. Non è futile, giacché è ordinata a consentire una terapia sperimentale che seppure con scarsissime probabilità di successo rappresenta comunque una possibilità, quantunque flebilissima. Ed è proporzionata, giacché tentare una cura disperata in un caso disperato non è mai un atto sproporzionato, come attestato dal fatto che di fronte ai casi senza speranza le clausole di salvaguardia per la sperimentazione umana si abbassano enormemente.
E non è neppure intollerabilmente gravosa, grazie alla possibilità di sedazione. Dunque la ventilazione non ha per il piccolo paziente inglese nessuna caratteristica di ciò che possiamo indicare come accanimento terapeutico.
Analizziamo infine un ultimo aspetto. Alcuni affermano che la qualità della vita di Charlie è a tal punto compromessa da fare preferire la morte. A livello teorico la qualità della vita per potersi esprimere non può prescindere dalla presenza della vita e dunque una qualità di vita bassa è sempre superiore ad una qualità di vita assente per assenza del suo presupposto, la vita. Peraltro la qualità della vita non è altro che misurazione di benessere e di capacità di attuare determinate funzioni; pensare che un punteggio di qualità della vita al di sotto di una certa soglia sia ragione sufficiente per porre fine alla vita di una persona non può che sollevare una serie di domande a cui i sostenitori cattolici dei medici inglesi hanno il dovere di dare risposta: su quali parametri quantificare la qualità di vita? Chi pone la soglia di qualità della vita sotto la quale è meglio la morte? Quanto livello di errore siamo disposti ad accettare? Quanto lungo deve essere il periodo di valutazione? Si effettueranno stime per chi non è capace di esprimere un'autovalutazione?
Intervento all'XI assemblea generale della Pontificia Accademia per la vita il medico, bioeticista, nonché frate francescano padre Maurizio Faggioni disse: "Affermare la sacralità di ogni vita umana e dedurne l’eguaglianza di dignità e l’intangibilità non nasconde che le diverse esistenze manifestano qualità diverse, alcune desiderabili ed indesiderabili, non nasconde che per alcuni e, forse, molti la vita non sia felice, compiuta e realizzata, ma non per questo ritiene diminuita la dignità e il valore di quelle esistenze fragili e dolenti.
L’agente morale è, dunque, chiamato non ad attribuire valore, ma a riconoscere il valore intrinseco di ogni vita umana in quanto umana". Il problema non è negare la qualità della vita, non si può negare il reale, ma affermare che una qualità di vita ritenuta scadente trasformi i sostegni vitali in un accanimento terapeutico. Come osservava il bioeticista Paul Ramsey "Un approccio fondato sulla qualità della vita sposta erroneamente il centro dal se i trattamenti sono di beneficio al paziente al se la vita del paziente sia di beneficio ad essi".
Il medico di origine ebrea Leo Alexander aveva conosciuto da vicino questo giro mentale come capo del collegio di accusa nel processo ai medici nazisti di Norimberga, 9 dei quali furono condannati alla pena di morte. Nel 1949 sul prestigioso New England Journal of Medicine con queste parole ammoniva i colleghi: "Gli inizi sono stati dapprima solo un sottile cambiamento nell’atteggiamento di base dei medici. È cominciato con l’accettazione, alla base del movimento eugenetico, che esiste una cosa come una vita non meritevole di essere vissuta. Questo atteggiamento riguardava all’inizio solo i malati gravi e cronici. Gradualmente la sfera di coloro da includere in questa categoria è stata allargata per comprendere i socialmente improduttivi, i non desiderati ideologicamente e alla fine tutti i non tedeschi. È però importante rendersi conto che il cuneo infinitamente piccolo che ha funzionato da leva perché questa intera linea di pensiero ricevesse impeto è stata l’atteggiamento nei confronti del malato non recuperabile. La categoria vite immeritevoli di essere vissute è sufficientemente vaga da consentire una graduale estensione a nuovi e meno chiari casi, una volta che il principio di base sia stato assicurato".
In Olanda è andata proprio così: dall'eutanasia volontaria su paziente in fase terminale all'eutanasia volontaria su paziente cronico, poi estesa all'eutanasia involontaria, all'eutanasia per i pazienti psichiatrici, fino all'eutanasia neonatale su decisione dei medici. Se la qualità della vita è il criterio, perché non concederla a chi sente di avere esaurito il proprio percorso esistenziale?
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-charlie-i-medici-sono-benefattori-la-trappolacorre-anche-sui-media-cattolici-ma-resta-eutanasia-20346.htm