ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 12 gennaio 2018

NonJorgetown and country

Alla cattolica e gesuita Georgetown arrivano le camere no gender
Nella prestigiosa università arrivano gli spazi neutri per chi non si riconosce nelle categorie uomo-donna
L'Università di Georgetown
Roma. Saranno pure gesuiti, ma i discorsi di Papa Francesco sul “gender sbaglio della mente umana” (marzo 2015), sulla “cosiddetta teoria del gender espressione di una frustrazione e di una rassegnazione” (ottobre 2016), sulla “utopia del neutro che rimuove la dignità umana della costituzione sessualmente differente” (ottobre 2017), evidentemente non arrivano sul tavolo degli augusti vertici della prestigiosa Georgetown University di Washington, la più antica università cattolica d’America retta da sempre dalla Compagnia di Gesù. 

A fine dicembre, la lieta novella comunicata via mail: dall’anno accademico 2018-2019 saranno predisposti degli spazi abitativi all’interno del campus riservati agli studenti e alle studentesse interessati a esplorare “il gender e la propria sessualità”. Uno spazio neutro, insomma, per chi non si riconosce nelle categorie uomo-donna e non vuole essere costretto a scegliere in quale alloggio sistemarsi, perché oltre al binomio uomo-donna c’è di più. Il tutto, spiegano dall’ufficio residenziale dell’Ateneo, in nome “dei nostri valori cattolici e gesuiti” che prevedono “un linguaggio, una prospettiva e un senso di inclusione votati ad approfondire il nostro senso di cura personalis”. Grace Smith, la studentessa che aveva richiesto di predisporre le stanze da letto gender e che guida il gruppo Lgbtq+ della Georgetown, esulta su Facebook e a caratteri maiuscoli scrive che trattasi di “un grande risultato per un’università gesuita”. 
La decisione della direzione del campus –  aggiunge Mrs Smith –  “fa sì che gli studenti ora avranno accesso a uno spazio residenziale dedicato a esplorare se stessi e gli altri in relazione al gender e alla sessualità”, come se questo fosse lo scopo di un’università. “E’ brutto trovarsi in una situazione dove è considerato implicito il tuo appartenere a un determinato genere con il quale però non ti identifichi”, ha detto Aaron Warga, che si è proposto come assistente del piano abitativo appena approvato.

I richiedenti c’avevano già provato ad aprile, ma allora la risposta fu negativa: difficile conciliare la domanda con i princìpi cattolici cari pure a sant’Ignazio. Persa una battaglia, ma non la guerra, s’erano detti subito, anche perché la Georgetown aveva già provveduto – prima e unica università gesuita d’America – a istituire un centro risorse Lgbtq+ e ad allestire i bagni no gender. Così, pochi mesi dopo, quel no si è trasformato in un sì. Una svolta che però non sorprende, se è vero che già nel 2013 fu annunciato che l’Ateneo avrebbe attivato dei corsi rivolti ai giovani desiderosi di approfondire i contenuti della riforma sanitaria voluta da Barack Obama; corsi organizzati dal National Women’s Law Center, da tempo impegnato a combattere chi “minaccia il diritto della donna di decidere se abortire o meno”. All’epoca, i vertici minimizzarono, spiegando che il tutto rientrava in un “libero scambio d’idee” peculiare della vita universitaria. 
Nel 2013, William Peter Blatty, già studente della Georgetown e diventato celebre a ogni latitudine per aver scritto “L’Esorcista” (fu anche produttore dell’omonimo film del 1973) scrisse una petizione al Vaticano – spedita all’arcivescovo della capitale americana, il cardinale Donald Wuerl – perché spogliasse l’ateneo dei titoli di “cattolico” e “gesuita”, visto che di entrambi, lì a Washington, c’era ormai ben poco. I firmatari furono circa duemila, tra cui molti ex studenti. La Santa Sede rispose, attraverso una lettera del segretario della congregazione per l’Educazione cattolica, mons. Angelo Zani, il quale pur ammettendo di non poter intervenire nei modi invocati da Blatty, sosteneva che le notizie segnalate costituiscono “un reclamo fondato” e che “la nostra congregazione sta considerando seriamente la questione e sta cooperando con la Compagnia di Gesù a questo riguardo”.



https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2018/01/12/news/alla-cattolica-e-gesuita-georgetown-arrivano-le-camere-no-gender-172673/
Perché Francesco non è profeta in patria. I suoi improvvidi amici argentini

È da quasi cinque anni che Jorge Mario Bergoglio è papa. Ma non ha ancora rimesso piede nella sua patria, l'Argentina, nonostante si sia già recato in sette paesi latinoamericani e nei prossimi giorni visiti anche il Cile e il Perù.
Lunedì 15 gennaio, in volo verso Santiago del Cile, l'Argentina si limiterà a vederla dall'alto. E dal cielo invierà il telegramma con il quale sempre saluta i presidenti dei paesi che sorvola, in questo caso Mauricio Macri.
Che il peronista Bergoglio non ami il liberale Macri non è un mistero. Ed è in buona misura proprio questo dissidio, moltiplicato in incessanti e accalorate dispute tra gli argentini, dispute molto più politiche che religiose, a dissuadere Francesco dal tornare nel suo paese natale, ad accendere ulteriori discordie.
Ma se lui vuol tenersi fuori dalla mischia, non altrettanto fanno certi suoi amici argentini, etichettati non sempre a torto come prestatori di voce del papa. Loquacissimi e battaglieri.
È contro questi improvvidi trombettieri che due giorni fa, a pochi giorni dal viaggio di Francesco in Cile e Perù, la conferenza episcopale argentina ha emesso un duro rimprovero:

> Francisco, el Papa de todos

La "fatwa" dei vescovi è scritta in linguaggio cifrato. Difficilmente i non argentini possono capire chi prende di mira. E ancor meno lo si può capire nella traduzione italiana che il sito paravaticano "Il Sismografo", diretto dal cileno ultrabergogliano Luis Badilla, ha prontamente messo in rete da Roma, purgandola però di un paio di righe tra le più esplicite, le ultime di questo paragrafo, qui sottolineate:
"Accompagnare i movimenti popolari nella loro lotta per la terra, il tetto e il lavoro è un compito che la Chiesa ha sempre fatto e che il Papa stesso promuove apertamente, invitandoci a prestare le nostre voci alle cause dei più deboli e dei più esclusi. Ciò non implica in nessuna maniera che si attribuiscano a lui le proprie posizioni ed azioni, siano esse corrette od erronee".
A indurre i vescovi argentini a prendere posizione sono state da ultimo le dichiarazioni rilasciate al quotidiano "Página 12" da Juan Grabois (nella foto), personaggio talmente vicino a Bergoglio da far pensare che ogni sua parola effettivamente rifletta il reale pensiero politico del papa.
Grabois, 34 anni, figlio di uno storico dirigente peronista, ha fondato il Movimiento de Trabajadores Excluidos e dirige oggi la Confederación de Trabajadores de la Economía Popular, ed è vicinissimo a Bergoglio dal 2005, cioè da quando l'allora arcivescovo di Buenos Aires era alla testa della conferenza episcopale argentina. Divenuto papa, Francesco l'ha nominato consultore del pontificio consiglio della giustizia e della pace, oggi assorbito nel nuovo dicastero  per il servizio dello sviluppo umano integrale. Ed è sempre lui, Grabois, a tirare le fila delle spettacolari adunate attorno al papa dei "movimenti popolari", una rete di un centinaio di combattive formazioni sociali anticapitaliste e no-global, di tutto il mondo ma per lo più latinoamericane.
Non sorprende quindi che nell'opposizione popolare alle misure liberiste del presidente Macri, come anche nei blocchi stradali, nel picchetti alle fabbriche, nelle occupazioni di case, Grabois sia un "lider piquetero" tra i più in vista. Nell'intervista a "Página 12" ha rinfacciato a Macri che "il suo vizio è la violenza" e, alludendo al suo ruolo di imprenditore, l'ha squalificato con parole sprezzanti: "Non è uno che si è fatto da sé ma un ereditiero della fortuna di suo padre, che fu un beneficiario della corruzione dello Stato".
Il guaio è che queste e altre parole incendiarie di Grabois, puntualmente attribuite in Argentina anche a Bergoglio, sono uscite proprio alla vigilia dell'arrivo del papa nel confinante Cile, dove lo stesso Grabois sta organizzando la trasferta di cinquecento membri dei "movimenti popolari", che assisteranno in prima fila alla messa che Francesco celebrerà mercoledì 17 gennaio a Temuco, 600 chilometri a sud di Santiago, a sostegno delle popolazioni indigene "Mapuche", le più povere ed emarginate del Cile, da decenni in conflitto con le autorità politiche centrali e in attrito anche con la Chiesa. Dopo la messa, Francesco pranzerà con un gruppo di loro, che si aspettano dal papa una denuncia del "genocidio" di cui si dicono vittime.
Un motivo in più, per Francesco, per tenersi alla larga dalla sua Argentina. Dove però il suo amico Grabois un ennesimo danno glielo ha servito.
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Sull'esito delle recenti elezioni presidenziali in Cile, con l'avvento al potere del liberale moderato Sebastian Piñera, si veda l'acuta analisi di Marco Olivetti, esperto di costituzioni e sistemi politici comparati:

> Così la democrazia cilena dà il la all'America latina
E sempre del professor Olivetti, ecco una panoramica sulla svolta politica in senso liberale dell'America latina nel suo insieme, con le sconfitte a catena delle sinistre populiste care a papa Francesco e ai suoi amici argentini:





Settimo Cielo di Sandro Magister 12 gen 


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