ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 14 giugno 2018

Punto nave

FARE IL PUNTO PER RIPARTIRE


Fare il punto per riprendere la rotta. La situazione drammatica dei credenti. Quel che fino a ieri era certo ora non lo è più: si è capovolto. Stiamo andando alla deriva, dobbiamo cercar di capire ad ogni costo dove ci troviamo 
di Francesco Lamendola   


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Fare il punto, nel linguaggio marinaresco, ha un significato ben preciso: significa determinare, sulla carta nautica, la posizione esatta della propria nave in quel dato momento, in modo da verificare con certezza se stia seguendo la giusta rotta o se ne sia allontanata per cause accidentali. Oggi, con il radar, il radiogoniometro e ogni sorta di trovato tecnologico, la cosa è piuttosto semplice; non lo era affatto al tempo della navigazione a vela, di notte, o col cielo coperto, e specialmente con la nebbia, perché, in assenza del sole o delle stelle, era difficilissimo, per non dire impossibile, stabilire con sufficiente precisione dove ci si trovasse a un dato momento, tenendo anche conto delle correnti marine che tendevano a portare fuori rotta anche la nave che si atteneva alle regole della navigazione nel modo più scrupoloso. Se, poi, l’ago della bussola veniva manipolato, o subiva un incidente, o veniva comunque smagnetizzato, o se andava perduto il sestante, ecco l’equipaggio, dal più giovane mozzo fino al capitano più esperto e più prudente, con anni e anni di navigazione sulle spalle, veniva a trovarsi in una situazione molto simile a quella di un uomo che venga condotto, con gli occhi bendati, in un luogo sconosciuto, e poi abbandonato a se stesso, a brancolare tentoni, senza potersi levare la benda e senza avere la minima idea di dove si trovi e quali ostacoli possano trovarsi davanti ai suoi passi. Ebbene, la nostra situazione di uomini del terzo millennio somiglia terribilmente a quella di un tale, ipotetico equipaggio. 

Anche noi stiamo andando alla deriva, a bordo di una nave della quale abbiamo perso il controllo; anche noi siamo come ciechi in un ambiente sconosciuto, e andiamo a casaccio, tastando qua e là, e rischiando continuamente di fare la fine del Titanic: urtare contro un grosso ostacolo e andare a picco. Tale è la cosiddetta civiltà moderna, alla quale ci siamo affidati, convinti della sua inaffondabilità: un  mito di cartapesta, che a nulla ci giova, ora che possiamo misurare tutta l’angoscia, il pericolo e la disperazione di essere trascinati alla deriva, impotenti e prigionieri di circostanze che sfuggono al nostro volere, su mari sconosciuti, con la prospettiva sempre più probabile di andare incontro a un naufragio disastroso, dal quale nessuno, forse, riuscirà a salvarsi.
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L'illusione della modernità e' crollata: gli uomini del terzo millennio sono solo dei  "poveri disperati"?

E dunque, proviamo a fare il punto: dobbiamo cercar di capire, ad ogni costo, dove ci troviamo; ne va della nostra vita e di ogni eventuale speranza di salvezza. Invano ci sporgiamo dalle murate per scandagliare, con lo sguardo, la profonda oscurità che ci avvolge, e che è scesa su di noi come un sudario: è impossibile trovare qualche indizio che possa rivelarci la nostra vera posizione. Siamo in un puto sperduto nell’immensità del mare. Tutto quel che credevamo di sapere, tutto ciò che i nostri genitori e i nostri nonni ci hanno insegnato, con le parole e soprattutto con l’esempio, sembra essere scivolato via, nella nebbia, come se un vortice misterioso l’avesse risucchiato chissà dove, lasciandoci nudi e abbandonati alle nostre sole risorse individuali. Sentiamo di non avere più alle spalle una tradizione, una cultura, una civiltà; constatiamo che i puntelli della morale sono crollati, e che una gran quantità di persone se ne fanno apertamente beffa; cerchiamo le risposte nel nostro bagaglio concettuale, nel nostro codice morale, nell’insegnamento che abbiamo ricevuto, dai genitori, dalle maestre, dai sacerdoti, e non riusciamo a trovare nulla che faccia al caso nostro. Ci sentiamo soli, avvolti da una solitudine innaturale, che ha qualcosa di surreale, come la scomparsa subitanea del sole nel corso di una eclissi, a mezzogiorno di una bella giornata d’estate. Un’ombra è calata sulle cose, uno strano silenzio si è disteso sul cinguettio degli uccelli, sullo stormir delle foglie nei giardini: pare che la  natura trattenga il fiato. E così noi, il nostro mondo, il nostro orizzonte: pare che sia subentrato un fenomeno inspiegabile, che ha messo fuori uso la bussola e gli altri strumenti di bordo. Quel che fino a ieri era certo ed evidente, ora non lo è più; al contrario, ora si è capovolto, ora è diventato sbagliato ciò che fino a ieri era giusto, e giusto quel che era sbagliato. Quel che era universalmente considerato brutto, ora viene esaltato e celebrato come se fosse bello; e ciò che è bello, viene disprezzato e denigrato come se fosse brutto. Ciò che pareva giusto, ora è divenuto ingiusto, e viceversa; e così pure su ciò che era vero, su ciò che tutti accettavano come vero, ora si direbbe che tutti quanti abbiamo cambiato opinione in maniera radicale, e asseriscono essere vero ciò che, fino a ieri, era falso, palesemente e innegabilmente falso.
La cosa più stupefacente, più sconcertante, è che a farsi promotori di questa trasformazione non solo tanto i giovani, quanto le persone di mezza età, e anche parecchi anziani: cioè proprio gli stessi i quali, fino a ieri, parlavano e agivano in maniera diametralmente opposta a quel che dicono e fanno ora. Si direbbe che sia avvenuta una mutazione antropologica, non solo culturale. È cambiato il paradigma, certo, e anche in maniera alquanto brusca; ma non è cambiato solo quello: è cambiato tutto l’insieme dei modi di parlare, di ragionare, di pensare, e perfino di sentire. In qualunque ambito ci si muova, dalla famiglia alla scuola, dall’azienda alla politica, dall’informazione allo sport, sempre si constata lo stesso fenomeno: il legame col passato, anche con il passato più recente, si è spezzato; nessuno guarda più indietro, nessuno si rifà alla tradizione: tutti sono proiettati in avanti, tutti si affannano a precedere gli altri, anche a gomitate, sulla via del cambiamento. Ma verso che cosa stiamo andando tutti quanti, pare che nessuno lo sappia. Le risposte di un tempo, anche le risposte della cultura positivista - la scienza, il progresso, il benessere – vengono ancora balbettate, qua e là, ma non convincono più nessuno, nemmeno quelli che le pronunciano. La verità è che la frenesia del correre avanti ha contagiato tutti, ma in questa folla di corridori non c’è praticamente nessuno che si chieda dove stiamo andando, e che cosa ci attenda nel futuro immediato, per non parlare del futuro di più ampio respiro. Intanto, però, si balla e si cerca di stare allegri: come a bordo del Titanic, la notte fatale in cui la sua rotta incrociò quella del grande iceberg. Si è sparsa la voce che esiste un diritto alla felicità, riconosciuto e garantito per legge, e nessuno vuol restare indietro; tutti quanti lo vogliono afferrare, lo vogliono sfruttare, ne vogliono godere i benefici. Tutti si affrettano a metter le mani su quel che sembra a portata, ad arraffare quante più cose possibile: come la folla di quel teatro di Mosca che si getta con avidità sui doni illusori del mago Woland (ne Il Maestro e Margherita di Bulgakov) e poi si ritrova nuda, ridicola e coperta di vergogna, e fugge coprendosi alla bell’e meglio. Così siamo noi: arraffiamo, arraffiamo a più non posso, e ci ritroviamo con un pugno di mosche in mano: nudi, consegnati alla nostra miseria e alla nostra meschinità, grotteschi e penosi al tempo stesso.
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Una garanzia superiore, quasi divina basta ripetere: "Lo dice anche Francesco", e così sia. Non si dice più: "Lo dice Gesù Cristo"; no: ma si dice: "Lo ha detto anche Francesco", perché "Francesco è democratico".

La situazione è ancor più drammatica per i credenti. Ad essi è capitato il destino peggiore: erano i soli che poggiassero i piedi sul terreno solido, cioè su una radicata tradizione, anzi, sulla Tradizione divina; avevano ricevuto una sana educazione e una giusta prospettiva esistenziale; erano i soli che sapessero bene come la vita terrena è solo un breve sogno e che il nostro destino non è di vivere e sparire in questo mondo, ma di andare incontro all’eternità. Potevano anche contare su un clero che avrebbe dovuto prendersi cura di loro, delle loro necessità spirituali, e sostenerli nel cammino, e ricordar sempre loro la vera meta del viaggio; un clero nel quale trovare ristoro, conforto, sicurezza, ogni qual volta i passi del viaggio terreno si fanno particolarmente difficili. Ma proprio quel clero, a un certo punto, ha tradito. Ha perso la fede, ma non ha avuto il coraggio di trarne le conseguenze.  
Fare il punto, per riprendere la rotta

di Francesco Lamendola
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E' DIO CHE CI GUIDA ALLA META
Dio ci guida alla meta anche per le vie traverse. L’unità, la coesione, la concordia, sono valori indispensabili al buon funzionamento tanto di una nazione, quanto di una famiglia, un concetto tanto semplice, quanto naturale 
di Francesco Lamendola  

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Disse una volta Gesù Cristo (Mc. 3, 24-25):  Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersiL’unità, la coesione, la concordia, sono valori indispensabili al buon funzionamento tanto di una nazione, quanto di una famiglia. È un concetto intuitivo, tanto semplice quanto naturale: o i membri di una comunità si impegnano seriamente ad andare d’accordo fra di loro, e si sostengono a vicenda, ed evitano di danneggiarsi inutilmente e frequentemente, oppure quella comunità finirà per andare in rovina, e nessun espediente artificiale varrà a conservarla a lungo. La regola, dunque, vale tanto per la vita politica, per gli Stati, per i partiti, per i sindacati, per le associazioni, per gli istituti pubblici e privati di qualsiasi genere e dimensione, quanto per quella della società minima e fondamentale, sulla quale poggiano tutte le altre: la famiglia. Parliamo, naturalmente, della sola famiglia che la storia di tutte le civiltà abbia mai conosciuto e riconosciuto, ossia quella formata da un uomo, una donna e, possibilmente, dei bambini.
Ora, la domanda che dobbiamo porci, avendo osservato come siano diffuse, nella società odierna, e nella famiglia odierna, la disunione, la discordia, l’animosità fra i membri del gruppo: come si può fare in modo che tutto ciò non avvenga? In che modo si possono favorire l’unione, la concordia, la collaborazione reciproca? Qual è il segreto delle società unite e coese, delle famiglie che restano strette in un patto indissolubile di amore e di aiuto reciproco, anche quando si ritrovano ad affrontare le peggiori tempeste che la vita possa riservare? Se l’unione è un grande bene, e la disunione è un grande male, quali sono allora i mezzi per favorire la prima e per tenere lontana la seconda? A noi sembra che il segreto dell’unione è una grande idea, o un grande sentimento, o entrambe le cose, che funga da cemento per tenere unito ciò che, altrimenti, tenderebbe a disgregarsi: senza questo elemento, che è di natura intima, spirituale, e non dipende dalle circostanze esteriori, né dalla fortuna, e tanto meno dal benessere materiale, quindi dall’economia o dalla finanza, senza questo elemento, dicevano, non si dà unione, né concordia, né pace; senza di esso regnano la turbolenza, l’irrequietezza, l’animosità.

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Le scelte giuste non nascono dal nulla, ma da una mente equilibrata e da una sana prospettiva esistenziale; e queste cose non vengono dalla psicologia, ma dalla filosofia, e, su un piano ancora più alto, dalla teologia, e infine dalla fede. Vengono, in ultima analisi, da Dio: sono un dono di Dio.

È una legge di natura quella che porta gli elementi che formano un organismo biologico, o un sistema fisico, a disperdersi ciascuno per conto proprio, in assenza di una forza centripeta che vada nella direzione contraria, e agisca nel senso di contrastare la dispersione e di ricompattare gli elementi costitutivi di quell’organismo o di quel sistema. Nel caso degli esseri umani, che sono dotati d’intelligenza e volontà, è stato costantemente osservato quanto siano importanti i fattori spirituali nel mantenere l’organismo in buona salute e in piena efficienza. La persona che soffre di disturbi psichici o di un qualsiasi disagio psicologico, offre meno resistenza alle forze disgregatrici e tende a perdere la salute con maggiore facilità di quella che ha una forte motivazione esistenziale, unita a una volontà ben allenata e ad una mente lucida ed equilibrata. Chi è in preda a conflitti indomabili, a tensioni che non riesce a gestire, ad amarezze, frustrazioni, senso d’impotenza, non possiede le energie per tenere uniti gli elementi dai quali dipende il buon funzionamento del proprio organismo e assicurare a se stesso le condizioni necessarie a condurre un’esistenza soddisfacente, pacificata, appagante, e ciò indipendentemente dal prestigio sociale e dalle risorse economiche delle quali può disporre. E questo per la buona ragione che, se si permette agli urti e agli inevitabili dispiaceri della vita di soverchiare il proprio equilibrio e la propria salute, fino a smarrire del tutto la padronanza di se stessi (come accade nelle depressioni vere e proprie, e in altre gravi patologie fisiche e psichiche), evidentemente non si è sviluppato un sufficiente amore per se stessi, un sufficiente livello di autostima e una realistica valutazione delle proprie forze. È naturale che chi possiede un fisico esile e slanciato non potrà eccellere nel lancio del peso o in quello del disco, e, cimentandosi in quelle discipline sportive, andrà incontro a reiterati fallimenti e umiliazioni non indifferenti. La domanda che costui si deve porre, a un certo punto, è per quale ragione voglia ostinarsi a fare il lanciatore del peso, o del disco, quando avrebbe potuto essere, e forse potrebbe ancora diventare, un eccellente maratoneta o, forse, un campione di salto in alto. Eppure, fuori di metafora, noi vediamo milioni di persone che conducono una vita infelice e piena di amarezza, perché vogliono sforzarsi di fare ciò per cui non sono state chiamate, vogliono sposare la persona sbagliata, o condurre gli studi nella facoltà universitaria sbagliata, o trovare un lavoro sbagliato, e sempre per delle ragioni puerili: perché vorrebbero gratificare il loro ego, mentre, di fatto, accade esattamente il contrario: che vanno incontro a continue delusioni. Quella donna bellissima, che costui ha voluto sposare ad ogni costo, come si colleziona una bella statua, si è rivelata una pessima compagna di vita: è arida, fredda, egoista; ma suo marito non vuol farsene una ragione, non vuole riconoscere il proprio errore, si intestardisce a sperare che ella cambi, e intanto consuma la sua vita inseguendo un sogno impossibile, un progetto fallimentare, che chiunque, guardando le cose con un po’ di obiettività, avrebbe potuto facilmente pronosticargli. Quell’altro individuo, figlio di un chirurgo famoso, ha intrapreso a sua volta la carriera del medico, specializzazione in chirurgia: vuol seguire le impronte paterne, non vuole deludere le aspettative dei suoi genitori; e suo padre, del resto, ha sempre considerato la cosa come scontata, al punto che non ne ha neanche mai discusso seriamente con lui. Se non che il giovanotto avrebbe tutt’altro temperamento, non possiede il sangue freddo per fare il chirurgo, mentre sarebbe un artista dai talenti non comuni, avendo dato, da ragazzo, ottimi saggi di sé sia nella pittura, sia nella poesia, sia nel suonare il pianoforte. Ma niente da fare: ha deciso di diventare chirurgo come suo padre, e andrà avanti per quella strada, scarificando e mettendo a tacere la sua natura più profonda, e accumulando, senza rendersene conto, risentimento e tristezza, perché la nostra vera natura non si lascia ingannare, non si lascia beffare come se nulla fosse. Bisognerà magari che accada qualcosa di veramente grave, forse un intervento andato male, un paziente che subisce dei seri danni a causa di una sua imperizia, per costringerlo ad aprire gli occhi e guardare bene in faccia la realtà, ammettendo di aver seguito la strada sbagliata e di aver voltato le spalle a quella giusta. Ci sarà ancora il tempo e il modo di rimediare? Forse sì, o forse no. In ogni caso, il momento della verità non può esser differito in eterno; prima o dopo, bussa alla nostra porta, e ci costringe a fare un bilancio franco e impietoso, senza maschere e senza finzioni.
Dio ci guida alla meta anche per le vie traverse

di Francesco Lamendola
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