ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 11 luglio 2018

Fin che la barca andrà..?

I TEOLOGI AL TIMONE


È male se i teologi prendono il timone della Chiesa. Era prevedibile ed è accaduto se prendono il sopravvento sui vescovi la Chiesa cessa di essere la fedele custode del Depositum fidei, diventa un’agenzia della società moderna 
di Francesco Lamendola  

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Era prevedibile e infatti è accaduto: se i teologi prendono il sopravvento sui vescovi, la Chiesa cessa di essere la fedele custode del Depositum fidei e diventa un’agenzia della società moderna, con tanto di parlamento democratico; meglio ancora, una organizzazione non governativa per filantropi, ambientalisti e buonisti in genere. Perché? Perché i teologi, o meglio i teologi moderni, i teologi impregnati dello spirito di modernità, e specialmente dell’idea luterana della libera interpretazione delle Scritture, considerano l’oggetto della loro scienza, cioè la fede, alla stregua di qualsiasi altro oggetto di ricerca scientifica: la soppesano, la vivisezionano, la scompongono e la ricompongono, la classificano, la etichettano, la riproducono in laboratorio. Pertanto, nelle loro mani, essa diviene qualcosa di umanamente spiegabile, senza residui (davanti a che cosa si arrestano, i teologi moderni? per che cosa provano un senso di riverenza, verso che cosa ammettono la loro piccolezza  e la loro finitezza?), e, di conseguenza, qualcosa di mutevole, perché il progresso della scienza svela sempre nuovi piani di realtà, che superano e rendono obsolete le vecchie conoscenze e le precedenti interpretazioni.

Il teologo, in fondo, è uno specialista; e se si affida il timone di una nave agli specialisti, per esempio agli ingegneri, essi faranno di tutto per renderla sempre più efficiente, più moderna, più veloce, ma di certo non si porranno il problema prioritario della rotta da seguire, né della meta verso cui dirigersi: non son queste cose che li riguardino. Il problema del perché non interessa agli specialisti, così come li interessa poco il problema del fine (anzi, è già tanto se essi non negano sdegnosamente che il finalismo rappresenti una prospettiva scientificamente accettabile); a loro importa prevalentemente, per non dire esclusivamente, il problema del come. La domanda dello scienziato (dello scienziato moderno; perché, prima della modernità, la prospettiva della scienza era un’altra) è come spiegare questo determinato fenomeno; come avviene, come si manifesta. Ed è una domanda specifica, dunque parziale, diciamo pure riduzionista: perché noi sappiamo, ma lo sappiamo dalla riflessione filosofica e non dalla scienza, che tutti i fenomeni sono correlati, e non solo quelli fisici e materiali, ma anche quelli di ordine psichico e spirituale, per cui è impossibile capire e spiegare un singolo fenomeno trattandolo come se fosse un fatto isolato e isolabile. Ma la fede religiosa è la totalità di un’esperienza umana, abbraccia ragione e sentimento, li fonde, li arricchisce l’una con l’altro, opera una trasformazione e un rinnovamento nel profondo dell’anima umana, la sposta addirittura sul piano del soprannaturale, cioè della vita divina. E come pensare, allora, che si possa affidare la definizione della fede ai teologi, ossia a degli specialisti? Si tratta di un vero e proprio capovolgimento della giusta prospettiva, cioè della prospettiva che la Chiesa ha adottato per quasi duemila anni: non sono i teologi che spiegano la fede ai vescovi, ma i vescovi che la spiegano a tutti quanti, teologi compresi; e ciò per la buona ragione che la fede è un dono di Dio, non un’acquisizione, e tanto meno una conquista, umana. Dunque, ai teologi spetta il compito di lumeggiarla, e, per quanto possibile, di aprirle la strada, di agevolare il cammino dei credenti verso Dio, e non certo quello di mettersi, loro, a definire i contenuti della fede, sulla base del fatto, o meglio della pretesa, che essi, in quanto specialisti, sanno più cose e le comprendono meglio di chiunque altro.
Ma tutto questo era prevedibile e anzi previsto. Perciò, la domanda che ci si deve fare è perché, pur avendolo saputo, e avendone tenuto conto per millenovecento anni, la Chiesa cattolica, a un certo punto, ha deciso di saltare il fosso e di passare il timone ai teologi, ben consapevole di quel che ne sarebbe derivato. Il momento preciso in cui ciò è accaduto corrisponde al Concilio Vaticano II. È stato allora che, dietro le cortine fumogene del “rinnovamento”, del “dialogo”, della’”apertura”, della “misericordia” e della bontà con tutti, anche coi malvagi (buonismo), la Chiesa ha consegnato il timone ai teologi, o, forse, i teologi lo hanno preso, e la Chiesa, cioè il papa e i suoi principali collaboratori, sia nella Curia vaticana che fuori, lo hanno permesso. Di fatto, le due cose si sono sommate: il papa ha ceduto le redini, i teologi le hanno prese – e non le hanno più mollate.

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Karl Rahner e Joseph Ratzinger

Ecco come ha raccontato questo passaggio cruciale Benedetto XVI, che ne fu testimone e protagonista, nell’autobiografia La mia vita; titolo originale: Aus meinem Leben. Erinnerungen 1927-1977; traduzione dal tedesco di Giuseppe Reguzzoni, San Paolo, 1997, p.p. 99-101):
Ogni volta che tornavo da Roma [sono gli anni dal 1962 al 1964] trovavo nella Chiesa e tra i teologi uno stato d’animo sempre più agitato. Sempre più cresceva l’impressione che nella Chiesa non ci fosse nulla di stabile, che tutti può essere oggetto di revisione. Sempre più il Concilio pareva assomigliare a un grosso parlamento ecclesiale, che poteva cambiare tutto e rivoluzionare ogni cosa, a modo proprio. Evidentissima era la crescita del risentimento nei confronti di Roma e della Curia, che apparivano come il vero nemico di ogni novità e progresso. Le discussioni conciliari venivano sempre più presentate secondo lo schema partitico tipico del parlamentarismo moderno. Chi veniva informato in questo modo, si vedeva indotto a prendere a sua volta posizione per un partito. In Germania, c’era ancora un sostanziale consenso nei confronti delle forze che sostenevano il rinnovamento, a poco a poco, però, le tensioni e le divisioni che venivano attribuite al Concilio cominciarono a delinearsi anche all’interno del nostro paesaggio ecclesiale. Ma qui era in atto un processo ancora più radicalmente profondo. Se a Roma i vescovi potevano cambiare la Chiesa, anzi, la stessa fede (così almeno pareva), perché solo ai vescovi era lecito farlo? La si poteva cambiare, al contrario di quello che si era sino ad allora pensato, questa possibilità non pareva più sottratta alla capacità umana di decidere, ma, secondo tutte le apparenze, era posta n essere proprio da essa. Ora, però, si sapeva che il nuovo che i vescovi sostenevano, lo avevano appreso dai teologi; per i credenti si trattava di un fenomeno strano: a Roma i loro vescovi parevano mostrare un volto diverso da quello di casa loro.
Dei pastori che fino a quel momento erano ritenuti rigidamente conservatori apparvero improvvisamente come i portavoce del progressismo  - ma era farina del loro sacco? La parte che i teologi avevano assunto al Concilio creò tra gli studiosi una nuova consapevolezza. Essi cominciarono a sentirsi come i veri rappresentanti della scienza e, proprio per questo, non potevano più apparire sottoposti ai vescovi.  Difatti, come avrebbero potuto i vescovi esercitare la loro autorità magisteriale sui teologi, dal momento che derivavano le loro prese di posizione dai pareri degli specialisti e dipendevano dagli indirizzi loro offerti dagli studiosi? A suo tempo, Lutero aveva sostituito l’abito sacerdotale con quello dello studioso, per mostrare che nella Chiesa gli esperti di sacra Scrittura sono coloro che veramente possono prendere delle decisioni; poi questo rivolgimento era stato in qualche modo attenuato dal fatto che la professione di fede era comunque ritenuta come il criterio ultimo di giudizio. Il Credo era dunque criterio ultimo anche per la scienza. Ma ora nella Chiesa cattolica, quanto meno a livello della sua opinione pubblica, tutto appariva oggetto di revisione, e persino la professione di fede non pareva più intangibile, ma soggetta alle verifiche degli studiosi. Dietro questa tendenza, poi, dietro il predominio degli specialisti, si percepiva già qualcosa d’altro, l’idea di una sovranità ecclesiale popolare, in cui il popolo stesso stabilisce quel che vuole intendere col termine Chiesa, che anzi appariva ormai chiaramente definita come popolo di Dio. Si annunciava così l’idea di “Chiesa dal basso”, di “Chiesa del popolo”, che poi, soprattutto nel contesto della teologia della liberazione, divenne il fine stesso della riforma.
Si concentri l’attenzione su questi tre passaggi. Primo: Sempre più il Concilio pareva assomigliare a un grosso parlamento ecclesiale, che poteva cambiare tutto e rivoluzionare ogni cosa, a modo proprio. Secondo: Evidentissima era la crescita del risentimento nei confronti di Roma e della Curia, che apparivano come il vero nemico di ogni novità e progresso. Terzo: Si percepiva (…) l’idea di una sovranità ecclesiale popolare, in cui il popolo stesso stabilisce quel che vuole intendere col termine Chiesa, [cioè] di “Chiesa dal basso”, di “Chiesa del popolo”, che poi (…) divenne il fine stesso della riforma. Sono, tutti e tre, elementi tipicamente luterani, impliciti o espliciti: nella Chiesa si può e si deve rivoluzionare ogni cosa; Roma è il nemico, l’ostacolo che si deve abbattere per operare il rinnovamento, che sarà operato a partire dal clero tedesco; la Chiesa deve diventare un organismo popolare, democratico, assembleare, dove le decisioni partono dal basso ed il popolo è sovrano, non il papa e non il collegio dei cardinali (e tanto meno il Signore Iddio). Inoltre, tutto ciò si configura come una rivoluzione: rivoluzione essendo la rottura completa con l‘ordine di cose esistente nel passato e il rifiuto della tradizione, in nome di una prospettiva completamente nuova, percepita come progressiva, e appunto perciò necessaria a superare le “resistenze” della reazione. Conclusione logica e necessaria: il Concilio fu una rivoluzione. Ma siccome le rivoluzioni, almeno in apparenza, dichiarano i loro scopi, e fanno appello a una diffusa partecipazione popolare, mentre i teologi del Concilio, ispirati e capitanati dalla fazione del gesuita Karl Rahner, non dichiararono affatto i loro intenti, ma diedero a credere che essi volevano solo rinnovare, per meglio difendere e conservare la tradizione, più che di una rivoluzione si trattò di un colpo di Stato. Nel colpo di Stato, infatti, una minoranza agguerrita e decisa prende il comando e scavalca gli organi di governo legittimi, di solito in nome di un bene superiore, di una verità più vera, di una salvezza minacciata dalle forze conservatrici, le quali, se rimanessero al comando, porterebbero ogni cosa alla rovina.

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Il Concilio Vaticano II fu una vera e propria "Rivoluzione".

È male se i teologi prendono il timone della Chiesa

di Francesco Lamendola
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