ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 9 luglio 2018

Perché bisogna pregare, e bisogna pregare molto

OGNI GRAZIA VIENE DA DIO


Ci siamo scordati che ogni grazia viene da Dio? "Rimanete in me e io in voi; perché se rimanete in me porterete molto frutto; ma da soli, non potete fare niente" sono parole di Gesù, ed Egli è Dio e sono la sintesi del Vangelo 
di Francesco Lamendola  

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Una delle questioni che sentiamo più urgenti, parlando con le persone e leggendo le lettere che ci arrivano in vario modo dalla rete, ci sembra essere quella della speranza cristiana, legata ai destini della Chiesa e al senso di frustrazione e di scoraggiamento da cui tanti cattolici sono presi in questo momento storico. Sono tante le anime buone che si trovano in un profondo smarrimento e vedono tutto nero, guardandosi intorno e contemplando il triste spettacolo di una Chiesa che sembra aver tralignato irreparabilmente dalle sue radici, per trasformarsi in qualcosa che essi non riconoscono più come la vera Sposa di Cristo, in qualcosa che pretende di essere la Chiesa di sempre, ma non lo è più, per diventare ulteriore motivo di tristezza, di confusione, di scandalo, in una congiuntura che avrebbe richiesto, al contrario, la fermezza rassicurante della sua perennità magisteriale, sì da comunicare alle anime quel respiro d’infinito di cui hanno disperatamente bisogno per sollevarsi dalla palude mefitica della modernità in decomposizione. 

Come! Le buone anime dei credenti si stringono alla Chiesa, per trovare le Parole di Gesù Cristo, Parole di vita eterna: e che cosa trovano, al contrario? Discorsi mondani, politici, sociali, dalla mattina alla sera; il signor Bergoglio, in particolare, che non si stanca mai di parlare dei migranti, sempre dei migranti, solo dei migranti, insistendo con il ricatto buonista che presenta la loro “accoglienza” come un dovere cristiano, e fingendo di non sapere, lui solo, che non di accoglienza si tratta, né di esercizio della carità cristiana, ma di una pretesa di diritti che non sono tali, e che la posta in gioco è l’africanizzazione e l’islamizzazione dell’Europa e la scomparsa della civiltà cristiana. E come se non bastasse tutto questo parlare di politica, una politica che piace tanto a Soros, ai grandi finanzieri e ai signori della Banca centrale europea (circostanza di per sé più che sospetta), ecco che le anime dei fedeli sono ferite in continuazione dallo spettacolo sconcertante degli scandali e dei disordini morali. Qui c’è un prete che va all’estero e si sposa con un uomo, e poi torna e viene abbracciato e “perdonato” dal suo vescovo, come nella parabola del figlio prodigo (operando una deliberata confusione fra la carità dovuta al prossimo e l‘acquiescenza di fronte al peccato); là un altro prete tiene corsi per fidanzati omosessuali; e poi ancora un vescovo e un cardinale che ringraziano i medici che hanno fatto morire un bambino malato, e ringraziano pure i giudici che hanno legalizzato quell’omicidio; e la signora Bonino che tiene sermoni sui diritti civili dentro le chiese cattoliche, su invito del clero; e veglie di preghiera contro l’omofobia, cioè per sdoganare e normalizzare il peccato impuro contro natura; e affreschi sacrileghi che deturpano le chiese, nei quali si celebrano i peccatori impenitenti e si raffigura in maniera oscena la Persona di Gesù Cristo; e monsignori che celebrano le nobilissime virtù morali di Marco Pannella, e lo portano ad esempio di condotta etica per tutti i cristiani; e altari consacrati trasformati in palcoscenici per danze orgiastiche di ragazzi e ragazze seminudi, che si contorcono e si inarcano scatenati, come non si vede neppure in discoteca (è successo nella chiesa della Misericordia di Leiria, diocesi di Fatima, il 28-29 aprile scorsi); e via profanando e insozzando e riempiendo le anime di sgomento e di angoscia insopportabile.
Abbiamo detto, in un recente articolo, che la risposta a tutto questo disordine va cercata là da dove il male è incominciato: chebisogna ricominciare a pregare, laddove la perdita della preghiera ha aperto il varco al demonio, permettendogli di tentare e sedurre le anime. Se i cristiani avessero conservato la pratica della preghiera costante, fervorosa, quotidiana, le cose non sarebbero arrivate a questo punto; se ricominceranno a pregare, ritroveranno l’unione con Dio e la Chiesa potrà tornare sui giusti binari. Troppo spazio e troppo potere sono stati concessi ai teologi: uomini ambiziosi, montati in superbia, che a forza di confidare nella ragione naturale, si sono lasciati infettare dal morbo dell’orgoglio e hanno perso la fede, e che hanno trasmesso l’infezione all’intero corpo della Chiesa. Ma l’anima della Chiesa non sono i teologi, sono i santi: una sola anima santa è più utile e necessaria alla Chiesa, di quanto non lo siano mille teologi colti e  intelligenti, ma nei quali la fede si è inaridita e atrofizzata a causa della superbia intellettuale. La Chiesa ha bisogno ben più di santi che di teologi; e i santi nascono dal legame incessante, sentito, profondo, con Dio: nascono dalla preghiera. Dove c’è la preghiera, c’è l’unione mistica con Gesù Cristo; e dove c’è tale unione, discendono le grazie soprannaturali che consentono alle anime di sviluppare e dispiegare quelle virtù che, restando nella sfera puramente umana, non sono sufficienti. Non lo sono neppure nelle circostanze ordinarie della vita; figuriamoci se lo sono ora, nel difficilissimo momento storico che stiamo vivendo. A quanto pare, ci siamo dimenticati che ogni grazia viene da Dio, perché nulla di buono gli uomini possono darsi da soli, che sia anche durevole e, soprattutto, che rimanga nel solco della verità. Possibile che i cristiani adulti di oggi non sappiano, o che si siano scordati, ciò che qualsiasi bambino sapeva perfettamente, dallo studio del catechismo, prima del Concilio? Rimanete in me e io in voi; perché se rimanete in me porterete molto frutto; ma da soli, non potete fare niente. Sono le parole di Gesù, nella bellissima similitudine della vite e dei tralci: possibile che i cristiani di oggi non le abbiano sempre in mente? In quelle parole c’è veramente tutto: sono la sintesi del Vangelo. Rimanete nel mio amore: ossia nell’amore di Gesù Cristo. Non nell’amore di Yahvé, o di Allah, o di Buddha, o di qualcun altro; no: nell’amore di Gesù Cristo, la seconda Persona della Santissima Trinità (che non sta sempre a litigare con le altre due Persone, come dice, farneticando in maniera blasfema, il signor Bergoglio), anche se ai suoi tempi non c’erano i registratori che ne riportassero le parole (ecco dove si va a finire, a dar retta ai teologi gonfi di superbia e ormai poveri di fede: si cade nell’assurdo, nel ridicolo, nel grottesco, e non si vede più neppure ciò che vedrebbe, nella sua evidenza, perfino un bambino).

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Ed ecco dove sta il male della neochiesa, dove sta il male della falsa teologia della “svolta antropologica”. Essi dicono agli uomini: fai il bene; e se qualcuno domanda perché si debba fare il bene, gli si risponde: perché lo devi. È la risposta di Kant. Evidentemente non è la risposta cristiana; ma essi vanno anche oltre, e aggiungono un concetto che non solo non è cristiano ma è decisamente anticristiano. A chi domanda: e come faccio a sapere cos’è il bene?, essi rispondono: ascolta la tua coscienza. Qui non solo siamo fuori dal cristianesimo, ma siamo contro di esso; infatti, per il cristiano la ragione naturale è solo un inizio, non conduce alla verità, né alla salvezza, essendo insidiata e offuscata dalla concupiscenza, triste eredità del Peccato originale. E qui si arriva al nocciolo della questione:  per i neoteologi e per i neopreti, il Peccato originale non esiste; di fatto, è come se non esistesse. Non ne parlano mai. E ciò che per una buona ragione: se ne parlassero, se lo tenessero presente, dovrebbero ammettere che le forze dell’uomo non sono sufficienti né a vedere la verità, né a guadagnare la salvezza; in altre parole, che l’uomo non si può redimere da se stesso. Non per niente il Verbo si è incarnato, ha sofferto, è morto sulla croce ed è risorto: per la nostra redenzione. Ma per i neoteologi e i neopreti, Gesù è stato solo un modello di vita etica, un uomo che ci mostra come si deve vivere; sorvolano sul fatto che Egli è Dio, e che nessuno può giungere al Padre se non per mezzo di Lui. La neochiesa confonde volutamente le carte, dando ad intendere agli sprovveduti che le virtù naturali e le virtù soprannaturali sono più o meno la stessa cosa. Niente affatto: le virtù naturali sono quelle che l’uomo possiede da sé, e che, per quanto portate al massimo grado umanamente possibile, non sono tuttavia sufficienti a vivere pienamente la vita buona, né a giungere alla verità: infatti, per il cristiano, la Verità non è una opinione personale, ma è la Persona stessa di Gesù Cristo, il Verbo IncarnatoIo sono la via, la verità e la vita. Chi ha visto me, ha visto il Padre. E come puoi tu dire: mostrarci il Padre e ci basta? Non credi tu che io sono nel Padre e il Padre è in me? Si direbbe che i neoteologi e i neopreti siano uomini dalle molte letture (chissà quanti libri hanno letto di Hans Küng, Henri De Lubac, Karl Rahner e Yves Congar; e, oggi, di Enzo Bianchi e di Andrea Grillo), però si direbbe che abbiano trascurato l’abitudine di leggere frequentemente il Vangelo e di meditare le Parole di Gesù. Altrimenti non si spiega il loro strano silenzio sulla precisa, inequivocabile affermazione di Gesù: Senza di me, voi non potete fare niente. Come osserva sant’Agostino, non dice: Potete fare poco; bensì: Non potete far nienteChiaro, no?Altro che svolta antropologica, presentata come il cuore del “rinnovamento” conciliare! E altro che rinnovamento! Questa è la radice della deviazione, cioè dell’eresia modernista: che è, prima di tutto, un’eresia antropocentrica.
Dunque, rimettiamoci sul giusto sentiero, dopo che la teoria e la prassi della neochiesa ce ne avevano fatto allontanare (responsabilità gravissima, di cui renderà conto a Dio). La sana dottrina cattolica insegna, da sempre, che alle virtù naturali, di per sé insufficienti, si aggiungono le virtù infuse, come dono della grazia di Dio. Le Virtù infuse sono di due generi, teologali e morali (che un tempo si dicevano anche cardinali). Le Virtù teologali hanno Dio sia per oggetto, in quanto tendono all’unione con Lui, sia per motivo, in quanto non hanno altra causa e altra ragione che Lui: sono la Fede, cioè il credere che Dio è la verità; la Speranza, perché sappiamo che in Lui è ogni bene e solo da Lui viene la guida; e la Carità, che consiste nell’amore verso di Lui. Poi ci sono le virtù morali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. I neoteologi e i neopreti parlano solo della carità – con la minuscola, come se fosse una virtù umana - e ne parlano male, come se essa si risolvesse interamente nell’amore del prossimo. La trasformano da virtù teologale, rivolta a Dio, quale realmente è, in una virtù morale, rivolta alla condotta pratica: e lo fanno con voluta malizia, confondendo le cose. In fondo, essi dicono, Dio non ci chiederà altro, al momento del giudizio (perché a questo proposito, e solo a questo proposito, si ricordano di parlare del giudizio: ma sempre con la lettera minuscola, perché in realtà, al Giudizio divino essi non credono, proprio come non credono alla Redenzione), se non questo: Hai dato da mangiare a chi aveva fame? Hai dato da bere a chi aveva sete? Hai rivestito chi era ignudo?, eccetera. Ma questo non è il Vangelo di Gesù. Di nuovo, si direbbe che quei signori non abbiano troppa familiarità con le precise parole di Gesù Cristo, così come le riportano i Vangeli (abbia pazienza padre Sosa, quello del registratore, che è un uomo tanto colto e intelligente; noi siamo cattolici così rozzi e primitivi, così ingenui e fideisti, da avere la piena certezza della veridicità di quanto è scritto nei Vangeli); se l’avessero, saprebbero che sta scritto (Mt 22,37-39): Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Come si vede, non è possibile amare il prossimo senza prima amare Dio: perché amare Dio è il più grande e il primo dei comandamenti. Nessuno riesce ad amare il prossimo senza passare per l’amore di Dio; è l’amore per Dio e l’amore di Dio per noi, che ci mette in grado di amare il nostro prossimo. 
Ci siamo scordati che ogni grazia viene da Dio?

di Francesco Lamendola
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