ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 16 agosto 2018

Chi glielo ha fatto fare?

NEOCHIESA E OMOERESIA


Neochiesa e omoeresia: chi va e chi resta. I conti a noi non tornano. Cari vescovi e organizzazioni cattoliche, voi potete essere gay-friendly fin che vi pare, ma una cosa non potete fare: cambiare la dottrina a vostro arbitrio 
di Francesco Lamendola  

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Alla fine si son tirate le somme, e si è visto che i conti non tornano. Perché, nella vicenda di Staranzano, una piccola parrocchia della diocesi di Gorizia, a doversene andare è stato alla fine il parroco, che sosteneva la giusta e vera dottrina della Chiesa cattolica, e a restare è stato il capo scout che ha sposato civilmente un uomo, fiancheggiato dal vice parroco, nonché cappellano dell’Agesci. Uno a zero per gli omoeretici, e i cattolici fermi e zitti, con l’arcivescovo a fare da Ponzio Pilato, o peggio, della situazione: perché non si è limitato a lavarsene le mani, ma ha anche, di fatto, sposato la tesi gay-friendly, quella delle lobby LGBT. Sostenuto dall’immancabileAvvenire di Marco Tarquinio, manco a dirlo, e da tutta la stampa (ex) cattolica.


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... c'è chi brinda !

I fatti.
Ai primi di giugno del 2017, solleva notevole clamore la notizia che il capo scout della parrocchia di Staranzano si è unito civilmente a un uomo, un consigliere comunale in quota Pd. Non facciamo nomi, non ce n’è bisogno e non vogliano personalizzare la vicenda; del resto, per chi sia interessato, c’è ampio materiale in rete.  Al rito, doppiamente sbagliato per un cattolico, perché si tratta di una unione civile e perché riguarda due persone dello stesso sesso, con la non lieve aggravante che lo sposo (o la sposa? non indaghiamo) svolge funzioni educative della massima delicatezza in una parrocchia cattolica, fra i giovanissimi, partecipa, festoso come tutti gli invitati, alle note di Over the Rainbow, il cappellano degli scout, del quale sì, facciamo il nome, certo don Eugenio Biasiol, che si è mostrato entusiasta del lieto evento, al punto da tenere il suo bravo discorso di felicitazioni. La cosa è tanto più grave in quanto il parroco, don Francesco Fragiacomo, avuto sentore della cosa, l’aveva disapprovata, anche per la maniera tutt’altro che discreta in cui si è svolta, quasi con ostentazione. Una volta il viceparroco era tenuto a seguire le indicazioni del suo diretto superiore, ma adesso pare che queste consuetudini siano passate di moda, specie se il vice si pone in termini politicamente corretti e quindi può avvalersi del sostanzioso sostegno, anche mediatico, di tutte le organizzazioni e i partiti di sinistra, nonché di tutti i settori progressisti della Chiesa, a cominciare dai giornali e dalle televisioni, mentre il parroco si pone su posizioni cattoliche, ora fatte passare per tradizionaliste o anche per conservatrici, mentre sono semplicemente cattoliche, senza aggettivi, punto e basta. Si sarebbe esposto, quel signore, a parti rovesciate? Se, cioè, avesse dovuto contestare la posizione del suo parroco progressista, gay-friendly e, naturalmente, immigrazionista, e lui avesse negato, per esempio, che per essere dei buoni cattolici si deve considerare la Lega di Salvini come l’incarnazione del diavolo? Ci sia concesso di dubitarne fortemente: a navigare col vento in poppa son capaci tutti, ma a remare controcorrente, è tutto un altro discorso, ed è lì che si vede di che stoffa è fatto un uomo.

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... chi resta: don Eugenio Biasiol, prete operaio, acclamato dalla folla: Sei il nostro Francesco (a sinistra nella foto).

Bisogna precisare che la bomba non è scoppiata come un fulmine a ciel sereno: la situazione si trascinava da tempo, cioè da tempo la condotta del capo scout era di pubblico scandalo ai parrocchiani di Staranzano, se è ancora lecito esprimere ciò che dice la dottrina cattolica a proposito della pratica omosessuale, §§ 2357, 2358 e 2359:
2357 - L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrazione sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Su manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (cf Gn 19, 1-29; Rm 1, 24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tim 1,10), la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati” (Sacra Congregazione perla Dottrina della Fede, Dich. “Persona humana”, 8; AAS 68 ([1976] 85). Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.
2358 - Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.
2359 - Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente, e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

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... e chi va: don Francesco Fragiacomo: brutto, cattivo e omofobo, ma in compenso un vero prete cattolico.

Don Fragiacomo, a ogni modo, e a differenza dell’arcivescovo Carlo Roberto Maria Redaelli, le sue responsabilità di parroco e di educatore se le era prese tutte quante, senza nascondersi dietro un dito e senza girare la testa dall’altra parte per fingere di non vedere, in omaggio al politically correct, cosa che gli avrebbe assicurato, se non altro, la benevola neutralità dei cattolici e di tutti i gay-friendly, fuori e dentro la Chiesa, nel piccolo, piccolissimo mondo di una parrocchia della diocesi di confine con la Slovenia, e gli avrebbe evitato di finire sulla griglia mediatica, dipinto come un sacerdote retrivo e omofobo. Nel bollettino parrocchiale aveva cercato di prevenire lo scandalo finale, e invitato il capo scout ad assumersi, lui, le proprie responsabilità, facendo una scelta precisa: o con la Chiesa e per uno stile di vita conforme al Vangelo, o addio suo ruolo educativo nella parrocchia, libero di seguire la sua strada. Invece di chiedergli di dimettersi, aveva sperato che lo avrebbe fatto da solo; si era illuso che avrebbe avuto la coerenza di scegliere fra due alternative che non sono conciliabili. Ma aveva sopravvalutato la coerenza altrui. E del resto, perché il capo-scout avrebbe dovuto scegliere e dimettersi, quando poteva avere questo e quello: restare capo scout e sposarsi con un uomo? Anzi, meglio: così avrebbe potuto contribuire alla “buona causa” omosessualista in seno alla Chiesa: far capire che si può benissimo essere non solo omosessuale dichiarato e praticante, ma anche civilmente unito a una persona dello stesso sesso, e continuare a frequentare la parrocchia con funzioni di responsabilità educativa fra i giovani. Ciò avrebbe contribuito ad abituare le persone a situazioni analoghe in futuro, e quindi avrebbe promosso la causa dell’accettazione della sodomia come pratica e stile di vita assolutamente normale e perfettamente compatibile col Vangelo. Inoltre, era facile immaginare che avrebbe avuto dalla sua tutto il mondo dell’informazione, e certo non avrebbe avuto contro il vescovo, né altre autorità ecclesiastiche. Insomma, la partita si presentava facile sin dall’inizio: il parroco si trovava chiaramente isolato, in una posizione scomoda, senza un cane che gli esprimesse solidarietà, che gli dicesse: Sì, don Francesco; tu stai difendendo la vera dottrina cattolica; quello che fai è giusto, non perché faccia piacere giudicare le scelte di un’altra persona, ma perché bisogna che i fedeli, e i giovani specialmente, sappiamo che quel tipo di scelta e quello stile di vita non fanno parte dell’insegnamento della Chiesa e del modello da lei proposto in fatto di sessualità, continenza, matrimonio e famiglia, ma anzi contrasta gravemente con esso. Invece, niente di tutto questo; al contrario. Se, all’inizio, l’arcivescovo è parso volersi barcamenare fra Scilla e Cariddi, e anche l’Agesci, quando è stata chiamata in causa, è parsa esitare sulla posizione da assumere, poi, un  po’ alla volta, si sono spostati apertamente a favore della legittimità della scelta fatta dal capo-scout: scelta per modo di dire, cioè la scelta di non scegliere di avere entrambe le cose.

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E c'è chi avalla tali avvicendamenti, praticando il discernimento.

Nel frattempo si sono delineate sempre più le posizioni. Nei mesi a seguire, l’arcivescovo e la stampa, anche nazionale, nonché i vertici dell’Agesci, si sono sempre più spostati su una linea favorevole al capo-scout, il quale a dimettersi non ci pensava proprio: perché subire una simile discriminazione? Dopotutto, sono in gioco i diritti civili, non si può cedere su un principio così sacro (anche se i diritti civili non c’entrano nulla con la dottrina cattolica, come nel caso dell’aborto o del divorzio; ma come spiegarlo a questi cattolici progressisti, o sedicenti tali?). L’argomento chiave con cui costoro hanno cercato di spiegare il loro incredibile atteggiamento è stato il concetto, tanto caro al signor Bergoglio, del discernimento. Bisogna discernere, non si può giudicare le persone in astratto; bisogna includere, accogliere, evitare contrapposizioni. Di conseguenza, era chiaro dove si sarebbe andati a  finire: a dar torto a quel rompiscatole del parroco, e ragione al suo vice e al capo-scout. L’Avvenire ci ha messo del suo, pubblicando una lettera molto tagliata e aggiustata di don Fragiacomo, reagendo poi con stizza a un lettore che ne chiedeva conto, e infine non potendo evitare che emergesse la verità, dapprima negata: la lettera del parroco non era stata pubblicata integralmente; non solo: la linea del giornale non era favorevole all’atteggiamento da lui assunto, per la buona ragione (si fa per dire) che non era nella linea del famoso discernimentobergogliano. Così si è arrivati a novembre, le dimissioni del novello sposo  non arrivavano affatto, e i sacerdoti della diocesi hanno brillato nel asciare sempre più solo il loro improvvido collega, troppo zelante difensore della dottrina: ma la dottrina, Bergoglio lo dice sempre, è una cosa buona fino a che permette di gettare ponti e di creare unione, mentre cessa di esserlo nel momento in cui diventa causa di divisioni. Stranissima concezione della dottrina, che nessuno, ripetiamo nessuno, dei duecentosessantacinque papi che lo hanno preceduto sul soglio di San Pietro, avrebbe sottoscritto, mai e poi mai. È ovvio, al contrario, che la dottrina divide, perché definisce ciò che è cattolico e ciò che non lo è: e, come tutte le definizioni, non può includere tutto e tutti, se  lo facesse non sarebbe una dottrina, e il cattolicesimo non esisterebbe, sarebbe un abito buono per tutte le stagioni, una casacca che chiunque può indossare a piacimento.

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Che conclusioni trarranno i giovani scout da una simile vicenda?

Neochiesa e omoeresia: chi va e chi resta

di Francesco Lamendola

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